# Una notte fatale ovvero il racconto dell'esiliato / bozzetti milanesi

## Part 7

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--Pur troppo gli è come dite, esclamò il vecchio con un sospiro; ed il suo sguardo si fermò sulla portinaja con un'espressione di sincera riconoscenza.

--Povero uomo, vi compiango!

--Che Iddio vi benedica, voi che avete una parola di compassione per l'infelice!

La sua voce era piena di religiosa riconoscenza.

--Così fossi ricca e potessi fare di più, ripigliò Maddalena, ma anch'io ho una figlia e bisogna che pensi al suo avvenire.

--Oh voi avete una famiglia! sospirò il mendicante, a voi sorridono le dolci speranze dei figli! io, vedete, sono solo.

--Senza parenti, senza amici?

--Nessuno. Oh, se sapeste com'è amaro l'isolamento della miseria! E dover questuare una vita che si abbandonerebbe tanto volentieri!

--Mi fate pietà.

E la degna portinaja si terse col palmo della mano una lagrima che le scorreva giù per le guancie; Bastiano che dal suo banchetto aveva ascoltato in silenzio quelle parole si sentì pur lui profondamente commosso.

--Ebbene, saltò su Maddalena collo slancio del cuore rivolgendosi al poverello, voi non siete poi vecchio decrepito, avete una gamba inferma, è vero, ma con un po' di cura si potrà risanarla. Se voi adunque vi sentite ancora in grado di far qualche cosa, di guadagnarvi insomma co' vostri servigi onestamente la vita, io vi accolgo qui in casa mia; vi troverete una famiglia. Siamo noi due solamente, io e mio marito, abbiamo ancora una figliuola ma si trova in collegio e non sortirà tanto presto. Voi non farete altro che vegliare alla pulizia del palazzo cui il padrone n'è assai critico e se vi avanza tempo darci una mano nel disbrigare le nostre faccenduole domestiche. Via, se siete contento avrete in iscambio alloggio, vitto e tutto quello che vi abbisogna; nevvero Bastiano, che ne dici?

--Approvato; esclamò il Pipélé colla sua solita bonomia. Già è molto tempo che noi sentivamo il bisogno d'un altro paja di braccia, che io non sono S. Antonio io, non posso essere contemporaneamente in corte colla scopa in mano e qui al banchetto tirando lo spago. Se non altro avremo un supplente da lasciare alla porta quando mi terrai compagnia all'Aquila, eh! eh!... Se lui ci sta meglio lui d'un altro, ha tanto l'aria da galantuomo!

Pensate con quale riconoscenza accogliesse il mendicante la fattale proposta.

Da quel giorno papà Gervaso--ch'era lui--fece parte di quell'onesta famigliuola.

Erminia allora era a Monza in collegio; suo padre si recava sovente a prenderne notizie e passava pel di lei servo in faccia alle signorine dello stabilimento.

Fosse effetto d'una viziata costituzione, oppure conseguenza del mestiere, Bastiano amava molto la vita sedentaria, era nemicissimo del moto, s'immagini la fatica della povera moglie ogniqualvolta voleva mandarlo a Monza.

Non ch'egli non amasse la figliuola, ma forse un tantino egoista mal sapeva sacrificarle il suo privato benessere.

Accolto poi in famiglia papà Gervaso, Bastiano credette che potesse supplirlo in quelle gite per lui tanto moleste.

La portinaja in sulle prime diè nelle furie, ma poscia dovette rassegnata valersi dell'opera del vecchio, che docile e paziente faceva di tutto per rendersi degno delle cure veramente affettuose cui si vedeva fatto oggetto dagli ottimi Paglini.

Gervaso si guadagnò in poco tempo la confidenza e la simpatia di Erminia.

Egli l'amava quella fanciulla d'amor paterno ed il bacio che la giovane educanda stampava sulle sue gote aggrinzite gli facevano dimenticare quei dolori, quei tristi ricordi che gli si potevano scorgere attraverso le rughe della fronte, nell'espressione austera de' suoi lineamenti.

Erminia un giorno gli confessava con amabile ingenuità che dopo i parenti e la Direttrice del collegio egli era la persona che più amasse in questo mondo.

Un fascino ignoto legava con vincoli d'affetto quelle due creature.

Erano circa tre anni che Gervaso si trovava presso i Paglini allorquando gli ricondusse a casa la figliuola.

Gervaso tacque a quella buona gente la vera ragione che l'indusse a tal passo; allegò solo a sua giustificazione l'antipatia che Erminia nutriva pel collegio, il raffreddamento di quei riguardi che le si usavano una volta, e quanto fosse stato immenso in lei il desiderio di ritornare vicino a' suoi cari parenti.

Fu più che bisognasse per avere la piena approvazione di Maddalena.

La povera donna fuor di sè dalla gioja in rivedendo sua figlia voleva soffocarla in amorosi amplessi, la copriva di baci, di carezze, le rivolgeva infinite domande senza neppur aspettarne la risposta, piangeva, rideva... sua figlia era tutto per lei.

Il calzolajo festeggiò quel giorno trincando all'Aquila ancora più del consueto.

Erminia venne condotta nella cameretta che sua madre ebbe la cura di prendere in affitto nella casa stessa e di ammobigliarla con molta proprietà.

Eravi una libreria che Maddalena aveva fornita d'ottimi libri fattisi indicare dalla stessa Direttrice del collegio, ed un pianoforte con buon corredo di scelta musica.

Voleva che sua figlia ritornata presso di sè non mancasse di quei comodi che aveva sempre goduti in pensione.

--Non sarà forse elegante la tua stanzetta come quella che hai finora abitata, le diceva amorosamente, ma qui ci sarò io a prevenire ogni tuo desiderio, a farti bella la vita colle mie premure, col mio amore. Povera bambina! e perchè non iscrivermi che ti era venuto in uggia il collegio, che volevi ritornare a casa tua? Oh io mi sono accorta subito della malinconia che ti struggeva, le tue lettere non erano più quelle d'una volta non avevi più per me quelle tenere espressioni che mi facevano pur tanto contenta. Tuo padre mi replicava di non badarci. Sarà qualche contrarietà, qualche freddura fra loro compagne, diceva lui; ma io non era quieta io, il cuore mi aveva convinta che tu soffrivi. Gli è per questo che una mattina mi son messo l'abito della domenica risoluta di venirti a vedere e parlarti; e se non c'era papà Gervaso ci veniva veh! Cosa vuoi, ha incominciato a dirmi che aveva fatto promessa di non porre piede in quel collegio, che l'avrei umiliata in faccia a tutte palesandoti figlia d'una povera donna... e mi sono rassegnata a lasciarlo partir lui. Che bravo Gervaso se ha fatto bene a ricondurti a casa; Oramai ti sei fatta grande, sei bella, ben educata, dunque è tempo che tu entri nel mondo. E qui sarai felice, lo devi essere, vedrai, vedrai la mia Erminia; andremo al corso, al teatro, tutto quello che ti piacerà... basta che tu ami la povera mamma!

--Ma come non amarti, rispondeva commossa la giovinetta, tu così buona, così amorosa!

E gettatesi contemporaneamente le braccia al collo madre e figlia, strette in un tenero amplesso piangevano insieme lacrime di tenerezza.

La madre! Oh i dolci ricordi che questo nome onninamente caro ci evoca nel nostro cuore!

Se noi riandiamo colla mente i begli anni della infanzia noi la vediamo ancora la madre china sulla nostra culla compiacersi del suo gentile portato, sorriderci l'ineffabile sorriso dell'amore.

Noi la vediamo, lieve cullandoci sulle ginocchia guidare le nostre manine al cielo, farcì conoscere Dio col mostrare le stupende sue opere e fra le carezze e i baci, insegnarci a balbettare quel nome che la empie di santa letizia,--mamma.

Chi non si sovviene le lagrime piante sul di lei seno, perchè tutti devono piangere quaggiù, i suoi amorevoli conforti e l'indulgenza, forse soverchia, nel perdonarci i primi falli e i germi d'una religiosa morale provvidamente sviluppati nei giovani nostri cuori?

Chi ha dimenticati i sacrifici durati, forse gli stenti patiti per porci all'elevatezza dei tempi con una completa istruzione, con una educazione completa?

E persino fatti adulti, quantunque la maligna nostra natura spesse fiate ci fe' ingrati ai tanti benefici, che la costringemmo nel segreto della notte versare lagrime amare sui tralignamenti nostri, quante volte non ci siamo destati sotto l'impressione soave de' suoi baci, quante volte ancora chiamati nelle sue braccia gustammo le sublimi dolcezze d'un amore divino.

Oh, solamente colui che non ha avuto una madre o che l'ha perduta troppo bambino può dire d'essere passato solitario nel monito come in un immenso deserto, può dire di non aver vissuto nè amato, gli altri tutti amarono e vissero, travidero dalla terra attraverso le azzurre pupille della madre gli azzurri infiniti del cielo.

Non è l'amante che divinizza la donna.

Allorquando nell'età degli amori incontriamo nella fanciulla raggiante di giovinezza, di virtù, d'innocenza, l'incarnazione dei nostri sogni, in allora ella ci sembra l'opera più bella di Dio, è quale aveva nella sua mente divina ideata la creatura pria che una colpa senza perdono la diseredasse dal paradiso terrestre.

Un fascino irresistibile esercita in allora la donna sul nostro cuore, e amiamo.

Ma col tempo, o lo splendore della bellezza si offusca, o la virtù dei nostri occhi decresce, avvegnachè possiamo guardarla senza che l'anima dentro ci tremi.

La madre invece è sempre una santa.

La felicità che Maddalena prometteva a sua figlia non poteva più sorridere alla povera giovinetta.

Sebbene Erminia tentasse ogni sforzo per stendere un velo sul suo passato e rincominciare una vita novella tutta pace e tranquillità presso i suoi parenti non lo poteva suo malgrado.

Le cure più affettuose che può prodigare un'affettuosissima madre non valevano a riempirle quel vuoto che l'abbandono di Flavio aveva lasciato nel suo cuore.

Erminia amava come poche sanno amare quaggiù; amava per la prima volta, ed un primo amore si può talvolta soffocare, non mai ispegnere.

Flavio le si era presentato povero, infelice, bello di volto, d'ingegno, di anima, e le aveva chiesto il di lei affetto.

La sincerità del giovane amante era manifestata dalle lagrime che bagnavano i suoi occhi, dall'espressione di soave mestizia de' suoi lineamenti, Erminia credette e fidente s'abbandonò agl'impulsi del cuore.

I due amanti si credevano destinati a percorrere insieme e felici l'increscioso cammino della vita, allorquando papà Gervaso venne a porsi fra loro.

Erminia nudriva verso Flavio troppa stima perchè potesse crederlo capace d'una bassezza; aveva avuto da lui troppo grandi prove d'amor puro, disinteressato, santo, per contaminare la sua memoria coll'ombra d'un sospetto.

Il dubbio però insinuandosi talvolta qual serpe velenosa nelle sue care rimembranze riusciva a porla per un istante in una dolorosa perplessità; allora piangeva amare lagrime... ma Flavio finiva sempre per riapparirle col suo sguardo soave, col suo dolce sorriso, ed anch'essa sorrideva e mormorava asciugandosi gli occhi: No, non m'ingannava.

Concentrata così nel suo amore, traeva una vita mestissima; non usciva mai dalla sua cameretta, i libri erano il suo passatempo, il pianoforte l'unico di lei amico.

Oh, com'era bella allorquando infiammata dal fuoco sacro dell'inspirazione, lo sguardo melanconico rivolto al cielo, la lesta leggermente inchinata sulla spalla, scorreva l'agili dita sull'eburnea tastiera.

Quanta poesia in quei suoni, come nella loro mesta espressione armonizzavano perfettamente colla tristezza del di lei cuore!

Papà Gervaso era il solo che comprendesse il dolore della povera Erminia e cercava consolarla; ma v'hanno tali angoscie che domandano solo una muta compassione.

--Voi l'amate ancora, prorompeva il buon vecchio stringendosi al seno la giovinetta; ed egli non è degno di voi! Pensate piuttosto a vostra madre, essa ignora tutto, sa soltanto che voi non siete felice, e ne soffre l'ottima donna!

--Oh, madre mia! esclamava la fanciulla colle lagrime agli occhi. E dopo un istante di silenzio continuava rivolgendosi al vecchio:

--Gli è perchè voi non sapete cosa sia sentirsi attratta incessantemente da una persona, amarla con tutta la forza d'un cuore ardente, con tutto l'entusiasmo della passione, amarla d'amore santo, ma immenso, ma indomito, ma irresistibile; sognare la felicità d'un'esistenza a lui consacrata, sognare l'unione di due cuori, di due anime, e vagheggiarla per lungo tempo questa felicità e compiacersene e crederla vicina, per dover rinunciare a tutto perchè non fu che illusione.... Oh, questo è troppo gran dolore!

--L'infame v'ingannava!

--Se vi ha un infame, gridava la giovinetta trasportata dall'esaltazione, voi lo foste che mi avete crudelmente strappata dal suo petto, voi che accecato forse da false apparenze l'avete umiliato, avvilito, scacciato.... egli era innocente!

--Mentiva.

--No, che non si mente un affetto allorquando lo si esprime come lui! Oh, voglia il cielo ch'io non abbia un giorno a maledire quei diritti che fatalmente vi siete arrogati sulla mia esistenza.

--Erminia, figlia mia!

E la misera giovinetta, rientrata in sè stessa dalla voce soave del buon vecchio, coprendosi il volto colle mani, si gettava sul suo letticciuolo rompendo in singhiozzi.

Gervaso era oppresso dall'angoscia.

Un giorno i coniugi Paglini stavano soli nel loro camerino.

Bastiano lavorava al banchetto, e Maddalena in un canto rattoppava le sgualciture d'una sottana.

Il volto della povera donna pallido più del consueto era di molto dimagrato; gli occhi rossi circondati da un'aureola turchiniccia dimostravano d'aver sparse molte lagrime.

Di tanto in tanto sospendendo il lavoro stava lungamente immobile, collo sguardo fisso, la bocca semiaperta, quale un'infelice cui avesse smarrita la ragione; fintantochè richiamata ai sensi da un singhiozzo che suo malgrado le prorompeva dal petto ritornava mesta al suo lavoro.

Bastiano osservava la moglie colla coda dell'occhio e come colui ch'era di cuore sensibilissimo si cuoceva internamente.

Ed il povero uomo provava la sua commozione in mille maniere; ora dando rabbiosi strappi allo spago più d'una volta spezzandolo a grave scapito della ciabatta; ora dando furiosamente del martello in sulla suola battendosi tal fiata il ginocchio e mordendosi poscia le labbra per vincerne lo spasimo; ora rimescolando i ferri sul suo banchetto a guisa di chi cerca qualcosa e sbuffando e bestemmiando per non trovare quello che neppur lui sapeva di cercare.

Il buon calzolajo era fuori di sè; fissò un'altra volta sua moglie e vedendola sempre pallida, smarrita, sofferente si alzò; stette un'istante dubbioso, incerto, indi si portò al di lei fianco.

--Insomma Maddalena è ora di finirla, proruppe con voce soffocata; credi forse ch'io possa permettere che tu ti affligga così, che ti rovini la salute con quella malinconia, con quel pensarci sempre? E per che cosa infine? Per delle idee che ti sei fitta in capo, per delle supposizioni che magari sono le mille miglia lontane del vero. Uh, se potevo indovinare che quella benedetta figliuola t'avrebbe dato tanti fastidi non l'avrei lasciata ritornare dal collegio, no veh!... Tu credi sempre ch'ella soffra, che non sia felice qui in casa nostra; forse perchè non la vedi allegra, burlona come siamo noi? Che diavolo! non tutti poi sono fatti ad uno stampo. Ella ha studiato e quando uno ha avuto dell'educazione diventa serio, meditabondo e preferisce passare il tempo co' suoi libri che colla gente. Eppoi non te l'ha detto ella stessa di non badarci ch'è suo carattere, che del resto è contenta, soddisfatissima di noi e di tutti? Sfido io a non esserlo; la lasciamo mancare di qualche cosa? non la trattiamo come una regina? Si sa già, assuefatta in collegio adesso si deve trovare un po' giù d'orizzonte, un po' perduta, ma non la è poi roba da prendersi così sul serio. Vedrai che la si avvezzerà...

--Erminia ha qualche cura segreta, esclamava la portinaja, qualche cosa che le turba la pace del cuore, che le allontana il sonno, che le consuma lentamente la vita. Guarda come si è fatta brutta in questi giorni, com'è impallidita! È un male che ha portato dal collegio, è la continuazione di quella malinconia sulla cui causa noi ci siamo tutti ingannati.

--Ma che malinconia, è suo carattere!

--Non si cangia di carattere da un momento all'altro; un giorno ell'era ben diversa da quella d'oggidì. Eppoi non l'ho sorpresa io forse più d'una volta a piangere?... Oh tu non l'ami, tu non puoi amarla come me, gli è per questo che non sai comprenderla.

--Senti Lena, mi fai torto parlare così, diceva Bastiano in tuono di dolce rimprovero, io credo di non avertene mai dato il diritto.

--È vero, è vero, oh mio Dio, divento anche ingiusta.

--Io l'amo quanto te quel caro angelo.

--Lo credo buon Bastiano.

--Ma d'un amore un po' diverso dal tuo, perchè invece di consumarmi come fai tu in un pianto sterile e inutile ho pensato al modo di guarirla dalla sua tristezza... sì, ho pensato e credo anche d'aver trovato.

--Dunque capisci ch'ella soffre!

--Cioè... ho capito che ha qualche inezia pel capo...

--Ah!

--Ma difetto di carattere, preoccupazioni giovanili te lo ripeto, che non meritano la pena di occuparsene, tuttavia ho voluto trovarci il rimedio, Lena mia.

La povera madre scosse il capo in segno di dubbio.

--Oh io conosco abbastanza voialtre donne, proseguì Bastiano con aria di mistero, per sapere cosa vi frulla pel capo all'età di Erminia.

--Ebbene parla.

--Sì parlerò, Lenuccia mia, ma prima asciugati gli occhi, non voglio vederti più a piangere. Guarda, sei invecchiata più di vent'anni in questi pochi giorni, tu che non faccio per dire, ma eri ancora una bella donnina... Fatti un po' in là, voglio sedermi qui, accanto a te, colle mie mani nelle tue, così... così... proprio come nei primi giorni del nostro matrimonio. Oh brava, sorridi pure, tu mi levi una macina dello stomaco.

E Bastiano emetteva un sospirone luogo e rumoroso.

--Senti adunque, continuava il Pipélé accarezzando le mani di sua moglie, tu sai bene che Erminia oramai ha diciott'anni, è proprio nel fiore della sua gioventù; è nostra figlia e quindi è robusta, ardente, perchè tale il ceppo, tali i rami, dice il proverbio. Dunque una fanciulla della sua età, della sua condizione... fisica deve sentire certi bisogni, provare certi desideri... non so se mi capisci moglie mia; insomma voglio dire che il suo cuore abbisogna di un affetto diverso dal nostro, di cure, di premure che solo può prodigare un buon marito. Oh sì senti, scommetto cento contro uno che il matrimonio è l'unica medicina che può guarirla, medicina che ha già fatte felicemente le sue prove in molte altre fanciulle malate. Troviamole uno sposo che le voglia bene, che la renda felice quanto meriti, quella povera tosa e vedrai che le ritorneranno le rose sul volto e ridiverrà vispa, festosa, sorridente come lo fu sempre.

--Tu credi adunque?... domandò Maddalena quasi convinta guardando suo marito con interesse.

--Io credo d'aver trovato il tocca e sana, rispose il Pipélé incoraggiato.

--Un marito, un marito si fa presto a dirlo ma...

--Ma che cosa se l'ho diggià!

--Chi?

--Il marito.

--Davvero?

--Sicuro; e che bel giovinotto, educato, elegante e non tutto fumo, sai? insomma ce l'han fatto apposta per Erminia.

--E credi tu che possano andar daccordo?

--Altro che; di lui non dubito punto, perchè nostra figlia, ohe! è un bocconcino da principe; e in quanto a lei appena che lo vedrà e che lo sentirà, che parla poi come un libro stampato, sono certo di vederci girare la testolina.

--Proveremo anche questa; già una volta o l'altra bisogna bene che la mariti la mia Erminia, dunque...

--Dunque tanto vale che lo facciamo subito, è quello che ho pensato anch'io.

--Ma non m'hai ancor detto chi sia?

--Lo sposo?

--Sì!

--Non l'indovini? Eppure lo conosci meglio di me.

--Veramente non saprei...

--È Nicodemo, il maggiordomo del nostro signor padrone che quando saprà quello che noi abbiamo combinato deve saltare come un matto dalla gioja.

--Nicodemo? proruppe la portinaja gratamente sorpresa.

--Già lui, che ne dici eh?

--To', sono contenta, bravo Bastiano mio, questa volta hai avuto del giudizio. Nicodemo è un buonissimo partito per nostra figlia, è un giovane dabbene, che ha qualche cosa ed un buon impiego,--maggiordomo del signor padrone!... eppoi praticando sempre coi signori ha imparato quell'aria elegante, civile, che deve molto piacere ad Erminia educata in collegio. Bravo Bastiano, quà la mano!

--Ma che mano, ti do un bacio io, prendi...

E il calzolajo scoccava un bacio sonoro sulle guancie di sua moglie.

--Brutto matto, se ci vedessero a far di queste cose, alla nostra età?

--Direbbero che noi siamo un'eccezione alla regola. Guarda son tanto contento d'essere riuscito a farti ridere che me ne farei un altro a me di bacio, se colle labbra potessi toccarmi le gote.

--Ora capisco che aveva torlo di rattristarmi in quel modo, le mie lagrime non potevano farla lieta al certo.

--Diavolo! bisognava indovinarla come ho fatto io giacchè vuol far la segreta!... Eh, ti pare, quando mi ci metto!...

E scherzando Bastiano puntava l'indice sulla fronte.

--Hai un cuore d'oro, ecco quello che ti dirò sempre, soggiungeva Maddalena guardando suo marito con affetto.

--Sì, ma senti Lena mia, affari di matrimonio bisogna combinarli il più presto possibile altrimenti, sai bene, se devono andar per le lunghe il più delle volte vanno a monte. Dunque io sarei di parere di parlarci subito a Nicodemo e così alla buona fra di noi mettere insieme la bisogna. Che te ne pare?

--Sicuro, sarebbe ben fatto.

--Alla buon'ora. Dimmi adunque, Nicodemo è in casa? lo chiamo subito io.

--È sortito stamane e non l'ho più veduto.

--So dove trovarlo; scommetto che è all'Aquila a sorbire il suo solito bicchiere. Vieni, ci andremo anche noi, all'osteria si combinano meglio i negozi.

--Ma ti pare Bastiano... all'osteria insieme... in giorno di lavoro.

--Che scrupoli d'egitto, sì all'osteria; e chi ci vuol proibire d'andarvi? Se beviamo pagheremo noi.

--Capisco, ma gli è che sono denari che si potrebbero risparmiare.

--Non mi far la spilorcia, quest'oggi dev'essere un giorno di festa, dobbiamo farla fuori.

--E alla porta chi ci starà?

--Ecco appunto Marta la cameriera del signor conte che scende le scale; vuoi che ci rifiuti di fermarsi qui un momento in vece nostra? Ehi Marta! signora Marta!

--Cosa volete? rispondeva una bella ragazzotta di vent'anni circa, entrando sorridente, fresca, snella, nello stanzino de' portinaj.

--Perdonate Martina, incominciava la Maddalena, ma venne tosto interrotta da suo marito che disse:

--Taci tu e lascia parlar a me che colla bella Martuccia vado sempre d'accordo.

Ed alzava le mani per pizzicarle le gote.

--Ohe, giù le mani, fece scherzando la cameriera, non vorrei ingelosire vostra moglie.

--Senti Lena, è tutto spirito la briccona!

--Con un po' di corpo; conchiudeva ridendo Marta. Ma infine poi si può sapere per qual ragione m'avete chiamata?

--Ecco quà, saltò su Bastiano, gli è che mia moglie ed io dobbiamo sortire un momento insieme; è una faccenda che sbrigheremo in poco tempo e volevamo pregar voi a fermarvi qui sino al nostro ritorno. Verrà magari nessuno, ma capirete per l'onore della casa bisogna che ci sia sempre qualcuno alla porta.

--Se avete tempo ci fareste proprio un favore, aggiungeva Maddalena.

--Ma altro che tempo, rispose Marta, di sopra non ho più nulla a fare e scendeva appunto per prendere una boccata d'aria. Fate pure le cose vostre con tutto comodo e senza pensieri, che son quà io.

--Brava la mia Martuccia!

E Bastiano dando braccio a sua moglie s'avviava alla vicina osteria in cerca di Nicodemo.

Nicodemo Panighetti ebbe i suoi natali nel paese di Magenta.

Egli è uno di quegli uomini che quantunque senza meriti, senza virtù straordinarie, col solo favore d'una fortuna mai sempre propizia si videro lanciati dall'umile tugurio in cui nacquero al ricco palazzo, dalla povertà all'agiatezza.

Nicodemo apparteneva ad una miserabile famiglia di contadini, quantunque egli si vanti l'ultimo rampollo d'illustre casato ridotto al nulla da funesti avvenimenti politici.

Giovinetto abbandonò il paese che lo vide nascere e sen venne a Milano in cerca d'una professione meno dura di quella che lo condannava a sudare sulla marra il pane quotidiano.

