# Una notte fatale ovvero il racconto dell'esiliato / bozzetti milanesi

## Part 6

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Un Eden, quale il fervido Immaginar d'un Dio sol sa ideare e compiere S'offerse al guardo mio; Degli astri il fido e solito Ritrovo genial,

Stretti fra lor in teneri Ed amorosi amplessi Confusi in un sol fulgido Raggio i rai istessi, Nuova una luce piovano Splendente di pallor.

Pura scherzando l'aura Infra odorosi fiori, Lieve cullando i calici Dai varii colori, E gli aromati cespiti, Ed i frondosi albor,

Soave olezzo a spandere Intorno ognor veniva; Quando la vaga immagine D'una celeste Diva Assisa in trono splendido Il guardo m'arrestò.

Mille vezzosi Cherubi Con armoniosa cetra Intorno ad Ella danzano Di suoni empiendo l'etra, E lieti in coro alternano I cantici del Ciel.

Giù per i nitid'omeri Pel sen le bionde chiome Le discorrean in morbide Anella d'oro come Cirri di vite; vivido Di luce un nimbo ancor,

Quale corona tremola Le posa in capo e splende... Ampia stellata clamide Dai fianchi le discende... Splendeva d'ineffabile Beltade e di virtù.

Era quell'alma vergine Il bel somiglio d'Eva Pria che all'empie insidie Del colubro cedeva, Era la primigenia Figliuola del Signor.

La vidi: arcano fremito Le fibre mi commosse, Il cor in dolci palpiti Ignoti ancor si scosse, Qual chi dubbioso e timido Vuole ad un tempo e svuol, La fiso; Ell'era l'anima De' sogni miei d'amore, Oh quante volte indomito La desiava il core E fra beltadi assiduo Sempre cercarla invan.

Ma or ti raggiunsi, è l'esule Che incontra un patrio volto, La vita è un tristo esiglio Per me, il gioir m'è tolto, Tu sola l'aspro, indocile Destin mi puoi cangiar.

Deh vieni! m'arde indomita Sete di santo affetto, Oh, come è dolce il piangere In un amico petto, Trovare chi le lagrime Accolga del doler.

Ma se codesto gaudio Mi fosse anch'ei conteso Qual colpa allor se gravido D'un non portabil peso Lanciassi al Ciel quell'anima Ch'esosa mi sorti?

Sotto la croce pallido Pur Lui il Generoso Ricadde, allor spontaneo Un cireneo pietoso Braccio robusto e valido Gli stese e l'ajutò.

Deh! sii tu pur del misero Conforto, speme e vita, Rispondi con un palpito A chi ad amar t'invita, Amor è Dio, oh credilo, Dio non è che amor.

Ama e ti sgombra il trepido Pensiero che ti fa incerta, Sovvienti che sol genera Virtudi e sempre merta Stima un affetto nobile Cresciuto in nobil cor.

In questo mentre un uomo uscendo dal più folto degli alberi si ferma a pochi passi da Erminia e la sorprende nell'atto che animata dall'entusiasmo d'un nobile sentimento ribaciava affettuosamente quei versi.

Allora Flavio--ch'era lui--non sa più contenersi, risospinto da una forza incognita ma potente si precipita ai piedi della fanciulla.

--Oh signora, esclamò, quei baci, rinnovate quei baci! Se sapeste qual balsamo salutare essi stendono sull'anima mia! Voi non disprezzate adunque cui ha osato innalzare lo sguardo infino a voi, chi ha osato parlarvi d'amore, anzi il mio affetto ha forse trovato un eco nel vostro cuore! Oh ditemelo signora, toglietemi, ve ne supplico da un dubbio che mi strazia, che mi avvelena la vita.

--Signore che mai dite, mormorava la giovinetta commossa, io non posso ascoltarvi, partite, le vostre parole...

--Ebbene le mie parole sgorgano da un cuore che per lungo tempo ho represso ma che ora mi si versa per la bocca. Dal primo dì ch'io v'incontrai non vidi più che voi sulla terra. Attaccato fin d'allora alla vostra esistenza non era più al mondo che là ove eravate, non pensava più a Dio che ove pregavate, vi cercava dappertutto, come la pianta il sole, come l'occhio la luce. Avrei voluto vincere questo amore ma quando mi avvinsero le sue catene, quand'io volli misurarlo avevo già sulla fronte la sua corona di fuoco, gli apparteneva per sempre. Oh sì, io vi amo signora, vi amo colla passione, coll'ardore che s'ama per la prima volta, vi amo come una cosa sacra, come si ama Iddio. Il mio affetto è puro, gli angeli stessi l'accoglierebbero con un sorriso. Deh, non siate crudele, dite una parola eppoi a voi dovrò più ancora che a Dio, poichè se Lui mi ha data la vita voi mi darete la felicità.

E compreso da potente emozione cogli occhi gonfi di lagrime guardava la fanciulla con uno sguardo lungo, tenero, appassionato.

Le calde parole dell'amante avvolsero in un nembo di dolci emozioni, di soave languidezza l'anima ardente di Erminia.

Fu sul punto di confessare tutta ingenuamente la sua passione, ma un segreto senso di pudore le arrestava la parola sulle labbra.

--Per pietà, non siamo soli, supplicò la giovinetta.

--Ma non sapete che negarmi il vostro amore vuol dire lasciarmi solo, derelitto in questo mondo, piombato nella più orribile disperazione? Non sapete che voi siete necessaria alla mia vita, che senza di voi spogliandomi d'un'esistenza penosa la lancerei di mia mano all'eternità?

--Flavio!

--Sì, bisognerebbe morire, perchè mi sentirei privo d'aria, di luce, di stelle, di cielo...

--Lasciatemi...

--Ma prima dite che mi amate... oh Erminia! non è vero che tu comprendi il fremito di quest'anima mia, che tu non sei senza pietà?

V'era tanta dolcezza in queste parole che la fanciulla ne fu conquisa; fermò lo sguardo in volto al giovane; l'entusiamo l'aveva fatto ineffabilmente bello.

Da' suoi occhi essa vi lesse nel cuore e lo trovò sincero, leale, generoso.

--Sì vi amo Flavio! gli rispose piangendo. Ma quelle lagrime le brillavano sul ciglio come la rugiada del mattino ai raggi del sole; più eloquenti d'un sorriso parlavano della gioja soave, santa, riconoscente ond'era compresa quell'angelica creatura.

--Sì vi amo, continuò, ma forse il mio amore è colpa.

--Amore è Dio, tel dissi Erminia, perchè Dio non è che amore.

--Amore è Dio, ma allorquando è da lui benedetto.

--Ebbene, divina fanciulla, in nome di quel sentimento che gemello nacque nei nostri cuori, davanti al cielo che sarà sempre testimone delle nostre azioni, giuro di farti mia e sposo fedele consacrare alla tua felicità l'intera mia esistenza.

--Oh, se questo è un sogno ch'io non possa destarmi più mai!

Ed i due amanti si strinsero in un casto amplesso.

Pochi momenti prima, allorquando Flavio trovò Erminia nel boschetto dei platani, veniva suonato alla porta d'ingresso del collegio.

Entrava un uomo vestito con quella ricercatezza che si veste il popolo nei giorni festivi.

Il suo volto era pallido e coperto d'una barba fatta grigia forse, più da una vita di fatiche e di privazioni che dagli anni; la fronte rugosa, lo sguardo severo.

Camminava con fatica ed appoggiato ad un bastone; pareva che avesse sofferto o che soffrisse tuttavia qualche malanno ad una gamba.

Chiese di parlare alla Direttrice del collegio e la trovò in un gabinetto attiguo al giardino.

--Ah, siete voi papà Gervaso, le disse la Direttrice in tuono cortese ed invitandolo a sedere; vi mandano certamente i genitori di Erminia per avere notizie della loro figliuola. È sempre la stessa quella cara creatura, è sempre la più buona, la più intelligente delle mie educande, è sempre la mia protetta.

--Signora, favellò papà Gervaso con qualche ruvidezza, mi dispiace il dirvi ch'io non sono per niente affatto del vostro parere; Erminia da un mese a questa parte si è di molto cambiata, ha perduto quella pace, quella giocondità d'animo che costituivano il suo bel carattere. Ci scrive certe lettere che fanno venire le lagrime agli occhi. Erminia non è più felice, soffre e gli è per domandarvene una spiegazione che son venuto da voi.

--V'assicuro ch'io so nulla di tutto questo, rispose la Direttrice sorpresa.

--Ah, voi sapete nulla, continuò Gervaso; ve lo dirò io il motivo: perchè quella povera fanciulla non ha la fortuna di essere nobile e ricca come tutte le sue compagne e voi la trascurate e per lei non avete cure. Ma non vi paghiamo forse puntualmente la sua pensione? Ed i nostri danari non valgono essi quanto quelli dei ricchi?

--Siate calmo, buon uomo ed ascoltatemi, disse la Direttrice coll'abituale sua dolcezza, ma il vecchio non lasciolla parlare e continuò:

--Voi non sapete che cosa sia quella fanciulla per sua madre, voi non avete figliuoli e non potete comprendere fin dove può arrivare l'affetto materno. La povera donna, vedete, non ha che un pensiero, sua figlia; che un desiderio, vederla felice. Si è fissata in capo di darle una splendida educazione, ed ecco perchè l'ha posta nel vostro collegio e per mantenervela Dio solo sa i sacrifici, le privazioni cui volentieri si sottomette. Ingannando quell'ottima madre sarebbe il più infame dei tradimenti.

--Ascoltatemi adunque, disse la Direttrice e questa volta con un moto d'impazienza. Allorquando cinque anni or sono la signora Paglini mi condusse qui Erminia perchè l'ammettessi nel novero delle mie educande, io le mostrai tutta l'inconvenienza d'un tal passo. Le dissi come in mezzo a nobili e ricche donzelle sua figlia non avrebbe potuto tenersi al coperto da certe umiliazioni; o che avvezzandola ad una vita comoda in eletta società un giorno forse avrebbe arrossito de' suoi poveri natali. La signora Paglini si mostrò ferma sempre nel suo proposito. Ma però, mi soggiunse, io non voglio che mia figlia venga umiliata dalle sue compagne, essa non deve soffrire nessun insulto, voi me ne sarete garante. Allora non v'ha che un mezzo, le risposi, quello di presentarla in Collegio sotto un falso titolo di nobiltà, ma guardate che in tal caso voi non potete più farvi vedere in questo luogo. Quella buona donna era pronta a qualunque sacrificio purchè potesse realizzare il suo desiderio. In quel giorno Erminia entrò nel mio collegio. Co' suoi talenti, col suo mite carattere si cattivò ben presto la mia affezione e la stima di tutte le sue compagne. Son cinque anni ch'ella è felice con me, ecco perchè mi meravigliano cotanto le vostre parole.

--Avete ragione signora, esclamò papà Gervaso dopo un istante di silenzio, voi foste per lei una seconda madre, perdonatemi, vi prego.

--Non ho nulla da perdonarvi buon uomo, piuttosto ditemi, siete ben sicuro d'un cambiamento nella fanciulla?

--Oh di questo non ci siamo ingannati, rispose il vecchio, io vi posso assicurare che qualche grave cura turba in questi giorni la pace di Erminia.

--Ebbene aspettate, io la farò venir qui e noi la interrogheremo insieme; è tanto sincero quell'angioletto che ci confiderà ogni cosa.

--In allora, soggiunse Gervaso, permettete ch'io la veda da solo, avrà forse più confidenza in me. Sono l'unico amico ch'ella possegga e che le parli di sua madre.

--Come volete; Erminia è in giardino, voi siete libero d'entrarvi e rimanere con lei sin che vi piace.

--Vi ringrazio.

E papà Gervaso sorretto dal suo bastone strascinando con fatica la gamba inferma percorreva i viali del giardino cercando collo sguardo.

Il caso volle che entrasse proprio nel boschetto dei platani, e che sorprendesse Flavio nell'atto di stringersi al seno l'amante.

Gervaso s'arrestò; un rossore d'indignazione colorì le sue pallide gote e non potè soffocare un grido di minaccia.

I due giovani lo scorsero e trasalirono.

--Voi, gridò Erminia, e cedendo ad un primo impeto di timore e di vergogna, fuggì attraverso le piante.

--Chi siete o signore, tuonò Gervaso fulminando Flavio con uno sguardo, che cosa fate in questo luogo, rispondete.

Flavio rimase in piedi muto, annichilito, tremante.

La voce vibrata del vecchio gli parlava al cuore coll'autorità quasi d'un padre; l'espressione severa di quei lineamenti gl'incuteva rispetto; si sentiva soggiogato, vinto, umiliato dalla presenza di quell'uomo.

--Siete un miserabile, gridò Gervaso afferrando Flavio per un braccio, voi stavate per sedurre una povera fanciulla, sola, senz'altra guida che un cuore ardente, che un'anima di fuoco; ma adesso son quà io e mi renderete ragione della pace che le avete tolta e fors'anco dell'onore...

--Oh, vi giuro che la rispetto quanto l'amo, proruppe Flavio.

--E che cosa speravate adunque da lei?

--Il suo cuore, null'altro che il suo cuore.

Vi era tanta verità in queste parole, che disarmarono alquanto la giusta collera di Gervaso. Continuò ciò non ostante con voce imperiosa.

--Ora ditemi chi siete e come vi trovate io questo collegio.

--Ma signore, potrei sapere almeno con quale diritto?...

--Questo non si chiama rispondere, disse il vecchio in tuono risoluto.

--Io non sono.... io non sono che... un semplice maestro di disegno.... balbettò Flavio con imbarazzo.

Gervaso lo fissò con uno sguardo lungo, penetrante, scrutatore; il giovane arrossì.

--Voi mentite, gridò il vecchio, e la menzogna vi tradisce.

--Vi prego....

--Mentite, ho detto, ed io non partirò di qui se prima non ho saputo da voi la verità.

--Ebbene, sì, vi dirò tutto, mormorò Flavio dopo un istante d'incertezza, è un segreto che a nessuno avrei confidato, ma che a voi, cosa volete, non posso tacere. Io non vi conosco, non mi ricordo d'avervi veduto mai, eppure è strano, con voi bisogna che parli come davanti a mio padre istesso.

Ed il giovinotto interrogava il volto alterato del vecchio, ricercando invano nella sua memoria.

--Or bene? esclamò Gervaso bruscamente.

--Ascoltate. Io non sono come v'ho detto maestro di disegno, ma bensì appartengo ad una delle primarie famiglie di Milano per nobiltà e censo.

Pareva che queste parole facessero un'impressione penosissima su Gervaso, ma il giovane non s'accorse e continuò:

--Un giorno, era una domenica di primavera, uscii a cavallo, desioso di godere il bel spettacolo della natura risorta, e spingendomi fuori della città galoppai infino a Monza. Fu allora ch'io vidi per la prima volta Erminia; si recava al tempio con tutte le sue compagne di collegio. Quella bellezza d'angelo, quell'espressione di santa innocenza che come aureola celeste traspare da tutto il suo corpo, mi toccarono soavemente. Mio malgrado la seguii ed entrai con essa in chiesa. Leggeva in ginocchio un libriccino di preghiere seguendo divota la celebrazione della Messa. Il riconcentramento, la maestà del luogo, la santità del mistero me la fecero apparire più che umana, divina. Il fumo dell'incenso, le melodie dell'organo, i canti religiosi che accompagnavano la sacra cerimonia, innalzavano, è vero, il mio spirito al cielo, ma il cuore s'affezionava, si univa indissolubilmente alla vergine genuflessa. Io sortii dal tempio pazzamente innamorato. Ma come avvicinarla, mi dissi, senza incogliere nella scrupolosa sorveglianza che si esercita su quelle fanciulle e comprometterla? Pensai allora di farmi accettare in collegio come maestro di disegno sotto il semplice nome di Flavio, e riuscii. Perdonate, ma i miei sentimenti erano puri, innocenti; volevo meritarmi il suo cuore per farla mia sposa.

--Ma conoscete, disgraziato, la sua famiglia?

--Non ancora, ma la nobiltà non è forse scolpita nel suo volto, nelle sue parole, in ogni suo gesto?

Gervaso parve riflettere; non potè a meno in cuor suo d'ammirare la purezza e la poesia di quel sentimento; indi, rialzato il volto venerando, con voce vibrata ad un tempo ed affettuosa disse:

--Giovinotto, voi lascerete immediatamente questo collegio, e non penserete più ad Erminia.

Flavio fece un atto di dolorosa sorpresa.

--Fate a mio modo, continuò il vecchio, ascoltate un consiglio suggerito dall'esperienza e dal cuore; voi non potete comprendere le amare delusioni cui andate incontro persistendo nel vostro amore ed i dolori che preparate a quella fanciulla. Vi dirò solo che non potrete mai domandare la sua mano.

In questo punto entrava nel boschetto la Direttrice del Collegio.

--Veniva in traccia di voi, signor Flavio, disse la Direttrice colla solita sua gentilezza; le mie signorine v'aspettano coi disegni, ansiose d'avere le vostre correzioni; fatemi adunque il favore a recarvi da loro; avrete certamente di che divertirvi.

--Gli è che il signor Flavio, favellò Gervaso, bisogna che rinunci da questo momento al suo impiego di maestro.

Flavio impallidì.

--Oh! e perchè mai? chiese meravigliata la Direttrice.

--Perchè, rispose Gervaso fissando severamente in volto il sedicente maestro, perchè egli non può fermarsi un minuto di più in questo Collegio.

--Ma davvero, signor Flavio, che ciò mi sorprende. E non potrei conoscere il motivo di tale improvvisa risoluzione?

--Scusate ma per ora non lo potete, rispose Gervaso.

--Almeno ditemi se involontariamente io ne fui la cagione...

--In quanto a questo state certa che il signor Flavio non ha ricevuto da voi che squisiti trattamenti. Anzi col mio mezzo ve ne fa i più sinceri ringraziamenti e vi prega ancora a perdonargli se è costretto a partire _all'istante_.

Gervaso calcolò su quest'ultima parola.

Flavio sbalordito rimaneva in piedi senza poter profferire una sillaba; si trattava d'abbandonare e forse per sempre la giovinetta ch'egli amava con verace passione e tale pensiero gli stringeva il cuore in una cerchia di ferro.

Indeciso non sapeva appigliarsi a nessun partito onde l'inesorabile vecchio cogliendo il destro gli sussurrò all'orecchio:

--Se non partite io svelo tutto e sarete scacciato.

Queste parole scossero il povero innamorato che guardò Gervaso come chi implora una grazia.

--Almeno ditemi voi se questo vostro proposito sia irrevocabile, disse la Direttrice interrogando Flavio.

--Lo è pur troppo signora, rispose questi facendo un immenso sforzo su sè stesso, bisogna che mi rechi in giornata da' miei parenti.

--In allora, esclamò la Direttrice con voce che pareva commossa, quantunque a malincuore, lo confesso, vi lascio libero della vostra volontà.

Flavio partì colla disperazione nell'anima.

--Ed ora a noi, o signora, proruppe Gervaso assumendosi un'aria severissima sapete chi sia quel giovinetto che da un mese ricoverate in Collegio ed al quale avete commessa l'istruzione delle vostre educande? Sapete qual'era il suo scopo in questa casa? Dite, povera illusa!...

--Mio Dio spiegatevi, le vostre parole mi spaventano.

--Nell'età in cui le passioni sono un torrente che non conosce argini che tutto trascina nel rapido suo corso, quel giovine vide una fanciulla bella come un angelo ed alle vostre cure affidata perchè lontana dal mondo crescesse pura, intemerata, nelle pratiche della virtù. Egli se ne invaghì; ardente giura di palesarle il suo cuore alla fanciulla, ma come riuscirvi? ella è rinchiusa nel vostro collegio. Non si perde d'animo; essendo ricco e nobile mette in opera tutto il suo ascendente e riesce a farsi accogliere da voi in qualità di maestro di disegno. Allora vedeva la fanciulla, s'intratteneva seco lei in amorosi colloqui e voi ignoravate tutto. Sapete signora chi era la povera inesperta che colla fiducia della vergine apriva il suo cuore alla seduzione? Era Erminia, la mia povera Erminia. Ecco s'io non aveva il diritto di domandarvi conto della sua felicità perduta.

--Possibile! esclamò la Direttrice; e quell'ottima donna ne fu tanto dolorosamente colpita che priva di sensi sarebbe caduta se papà Gervaso non s'affrettava a sorreggerla nelle sue braccia.--Ingannata, ingannata in un modo così indegno, ripeteva colle lagrime agli occhi, lasciar sedurre un angelo nella mia casa istessa e non accorgermi di nulla. Oh le infami seduzioni del mondo... oh il mio onore perduto.

--Voi con potete comprendere, disse Gervaso, le traccie indelebili che lasciano le passioni in quel cuore ardente. Essa ama quell'uomo e lui è ricco, è nobile capite, non potrà mai farla sua. Erminia io la conosco, soccombe ma non dimentica...

--Oh perdono, perdono, supplicava la Direttrice, la mia colpa fu una troppo cieca fiducia nella lealtà degli uomini... povera Erminia.

--Lascerà oggi stesso il collegio, io la restituirò a sua madre.

--Ma le tacete per carità questo orribile avvenimento, sarebbe troppo dolore per quell'ottima donna.

--Ella non saprà nulla, disse Gervaso minaccioso, ma il mondo deve conoscere in qual modo corrispondete alla fiducia che si ripone in voi, deve conoscere che cosa fate di quelle innocenti che vengono alle vostre cure, al vostro onore confidate.

--Oh no, fui vittima anch'io d'una inaudita perfidia; non crollate con uno scandalo quell'edificio di stima che mi costò così tante fatiche. Non sapete che cosa sia la riputazione per una donna! Eppoi palesando la mia inavvedutezza voi autorizzate la maldicenza a fabbricare sul conto di Erminia chissà quale trama di false supposizioni...

--È vero, è vero, mormorava il vecchio soprafatto dall'angoscioso pensiero; ed ora dov'è dessa?

--L'ho lasciata nel mio gabinetto, era pallida e piangente.

--Povero angelo!

Mezz'ora dopo papà Gervaso ed Erminia muti e tristi percorrevano in vettura la strada che da Monza conduce a Milano.

CAPITOLO VIII.

Quando sincero-nasce in un core Ne ottien l'impero-mai più non muore Quel primo affetto che si provò. METASTASIO.

Immaginatevi la sorpresa e la gioja dei conjugi Paglini allorquando poterono abbracciare la loro cara figliuola.

I parenti d'Erminia erano portinaj di quella casa sul corso di Porta Nuova nella quale abbiamo fatto conoscenza diciott'anni or sono della biondina e del vecchio suo padre.

I Paglini un po' colle risorse del loro impiego, un po' col lavoro e coi frutti pure d'un capitaletto ch'erano riusciti mettersi in serbo godevano d'una vita tranquilla e comoda.

Bastiano, il capo di famiglia, esercitava la professione di calzolajo.

Chi l'avesse veduto al suo banchetto, la testa coperto d'un berretto ad ala tesa, gli occhiali sul naso, le guancie paffute e rase e l'ampio grembiale girargli attorno al suo grosso corpo, l'avrebbe creduto il vero tipo dei Pipélés.

D'indole semplice ed ingenua aveva un cuore eccellente; era sempre contento di tutto e di tutti e non voleva aver brighe con nessuno, nè cure, nè pensieri.

Gli è per questo che trovando troppo pesante per lui l'amministrazione domestica l'aveva ceduta alla moglie alla quale lasciava ampia libertà d'azione, purchè gli permettesse passare in santa pace la domenica ed il lunedì d'ogni settimana nella vicina osteria e non lo sgridasse allorquando alzato un po' il gomito ritornava a casa col naso rosso e le ginocchia malferme.

Maddalena la sua consorte era una bella donna in sui trentacinque anni.

I capelli d'un colore castano chiaro mostravano d'essere stati qualche anno addietro d'un biondo purissimo; gli occhi azzurri avevano uno sguardo intelligente; vestiva con semplicità, buon gusto e pulitezza.

Schietta, franca, leale, Maddalena non aveva riguardi per nessuno, diceva a tutti ciò che doveva dire come colei cui la pazienza non fosse la virtù principale.

Amava suo marito quantunque sovente lo rampognasse per inezie, ma il buon Bastiano chiudeva un occhio sul di lei carattere, poichè sapeva di possedere ad onta di ciò un tesoro di moglie ed un'ottima massaja.

Infatti ell'era attiva, economa, antiveggente.

La casa ov'erano allogati i Paglini apparteneva in allora al conte C*** che la occupava da solo.

Misantropo di natura egli menava una vita ritiratissima, non aveva amici e non sortiva mai.

La sua servitù si componeva soltanto d'una cameriera e d'un servo ch'era nello stesso tempo maggiordomo e segretario; come si vede i portinaj non dovevano aver molti disturbi.

Una volta un uomo era entrato dai conjugi Paglini; era vecchio e povero.

Strascinava a stento una gamba inferma ed i suoi lineamenti apparivano alterati dalla malattia e dal cordoglio.

Stese dubbioso la mano e domandò l'elemosina; Maddalena lo vide arrossire e nascondersi il volto nelle pieghe dell'abito.

Si sentì commossa la buona donna e cavando da tasca una moneta.

--Tenete, disse al mendicante, voi non siete nato per chieder l'elemosina, certamente la vostra gamba inferma e fors'anco qualch'altra malattia vi hanno reso impotente al lavoro o vi spingono ad un passo del quale voi pure arrossite.

