# Una notte fatale ovvero il racconto dell'esiliato / bozzetti milanesi

## Part 5

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Era l'anima che gli usciva dal corpo.

Un giovane contadino cantarellando l'usata canzone attraversa il bosco recandosi allegro al lavoro del campo.

Il sentiero ch'ei percorre lo conduce sul luogo funestato dal terribile duello ed egli vede l'ufficiale in terra immerso in un lago di sangue.

S'arresta inorridito il contadino. Il suo primo moto è di paura, indi di compassione; getta allora i rustici arnesi che porta in ispalla e si china sul cadavere.

È confuso, incerto sul partito da appigliarsi, allorquando una carta segnata di rosso che stretta tiene il morto fra le mani attira la di lui attenzione.

Fa per impadronirsene ma un senso di ribrezzo e fors'anco di timore lo arresta; mal si sa risolvere, finalmente la curiosità lo vince e protendendo risolutamente le mani strappa dalle dita contratte la carta desiderata.

La spiega e la legge.

La fina malizia che in gran copia possiede il villano e che talvolta gli giova nella notte della sua completa ignoranza, gli fece comprendere di quanto valore poteva essere un giorno quel foglio e cautamente se lo nascose in seno.

Indi gettato un ultimo sguardo al cadavere ritorna correndo a Magenta, a riferire l'incontro avuto.

Due giorni dopo si leggeva sui giornali di Milano:

«In un piccolo bosco poco lungi da Magenta venne trovato da un contadino il cadavere assassinato d'un nostro ufficiale, giovine polacco di distinta famiglia e di moltissimi meriti.

«Da una spada insanguinata rinvenuta sul luogo del delitto e su cui stava inciso un nome, la Giustizia potè riconoscere autore del misfatto il conte Alberto Sampieri di Milano, proprietario del bosco e d'un castello attiguo.

«Si procedette tosto al di lui arresto ma, il conte erasi già fatto latitante.

«Altamente commossa S. M. l'Imperatore, nell'intento di dare un esempio solenne della severità colla quale egli vuol punire ogni colpa di atroce natura, considerando pur anco gli antecedenti disonorevoli di tutto il casato Sampieri, condannò il conte Alberto alla pena di morte, bandì in perpetuo esiglio suo fratello Renato, confiscando in favore dell'impero gli aviti beni.

«Noi non possiamo che approvare la sentenza dell'augusto nostro Sovrano.»

CAPITOLO VI.

On parlera de sa gloire Sous le chaume bien longtemps; L'humble toit, dans cinquante ans Ne connaitra plus d'autre histoire. BÉRANGER.

Scorsero diciott'anni dall'epoca dei nostri avvenimenti; siamo nel 1796.

In questo tempo le ingiustizie perpetuate da secoli, le ineguaglianze sociali, il mal governo, prepararono in Francia quella grande rivoluzionaria di cui tutta Europa ne avrebbe sentite le conseguenze.

Il popolo illuminato dalle nuove idee che una schiera di eminenti scrittori avevano diffuse, affascinato dalle parole: _libertà_, _eguaglianza_, _fraternità_, non poteva più tollerare gli odiosi privilegi dell'aristocrazia e del clero.

Egli voleva sollevarsi da quel fango in cui lo avevano gettato, voleva che si riconoscesse in lui pure una mente ed un cuore.

Gli uffici più importanti alla milizia, nella magistratura, nell'amministrazione erano riserbati alla nobiltà e molti trasmessi di padre in figlio.

I Nobili ed il Clero possedevano due terzi dei terreni ed erano immuni da contribuzioni; il popolo invece pagava imposte all'erario, tributi feudali ai nobili, decime al clero.

Scoppiò la grande rivoluzione; quella rivoluzione che sebbene abbia fatte molte vittime, sebben si fosse contaminata in sanguinosi eccessi pure scolpiva quei solenni principi che sono il fondamento dei diritti e delle franchigie dei popoli: eguaglianza di tutti in faccia alla legge, inviolabilità delle persone, libertà di coscienza e di stampa.

Ma i progressi di questa rivoluzione avevano spaventate le potenze d'Europa alle quali premeva d'impedire che le nuove idee di libertà penetrassero nei loro stati e perciò Germania, Russia, Inghilterra, Olanda, Belgio, si confederarono contro la Francia e minacciarono d'invaderla.

Ecco l'Europa in guerra contro la civiltà; ma fu tanto l'accanimento con cui la Francia seppe lottare in difesa de' suoi principi che riportò da sola le due memorabili vittorie di Valmy e di Jammapes.

Pure un poderoso esercito tedesco passa il Reno allo scopo di ristabilire in Francia la monarchia assoluta; allora si proclama la Repubblica e Luigi XIV è condannato a morte.

Tutta l'Europa monarchica si leva in armi e nella Vandea scoppia la guerra civile.

Si ordina la leva in massa ed un prestito forzato di un miliardo sui ricchi.

Contro i pericoli interni si pubblica la _legge dei sospetti_; Maria Antonietta d'Austria, vedova di Luigi XIV, Filippo Egalité duca d'Orleans cugino del re e molti altri insigni personaggi sono mandati alla ghigliottina, indi si muove risoluti contro i nemici.

La patria mercè una memorabile eroica difesa è salva dall'invasione straniera.

Si pone l'assedio a Tolone che si è ribellata ed è appunto in questo assedio che si distingue un giovine corso, ufficiale d'artiglieria.

Egli è Napoleone Bonaparte, quell'_uomo fatale_ che alla testa d'un invincibile armata doveva correre vittorioso il mondo intiero.

Pacificata la Vandea e riordinata la Repubblica questa volendo vendicare l'invasione tentata, nominò Napoleone comandante supremo d'un esercito e lo mandò alla conquista d'Italia.

Napoleone rompe gli Austriaci e i Piemontesi collegati, a Montenotte, a Dego, a Millesino e conchiuse con Vittorio Amedeo III un armistizio che a Parigi fu tramutato in pace; indi prosegue la gloriosa campagna.

Si getta sugli austriaci, sforza il passo dell'Adda a Lodi ed il 14 Maggio 1796 in mezzo ad una folla plaudente entrava in Milano.

Napoleone si fermò qualche tempo a Milano e si occupò nel dare una forma provvisoria di governo alla Lombardia.

Un giorno gli venne consegnato un plicco; era un ricorso firmato dalla principale nobiltà de Milano, ricorso che essendo importantissimo al nostro racconto, essendo anzi il perno su cui si devono svolgere quei fatti che andremo narrando lo trascriviamo per intero.

Eccolo:

«_Al Generale Napoleone Bonaparte_

«I sottoscritti appellandosi a quei sensi di equità dei quali già ci deste prove reiterate e che formano una sì bella aureola sulla fronte d'un eroe, osano chiedervi giustizia sopra uno dei mille abusi commessi dal cessato Governo Austriaco nel lungo tempo del suo dispotico dominio in Lombardia.

«Dicott'anni or sono il casato dei conti Sampieri era uno dei più illustri, per nobiltà e censo, della nostra Milano, ma per sentimenti patriottici che come una nobile tradizione passavano in quella famiglia di padre in figlio, fu sempre cordialmente odiata dall'Austria.

«Morto il vecchio conte Sampieri in Corsica, ove fu costretto esigliarsi per isfuggire a politiche persecuzioni, lasciava due figli superstiti, soli eredi del nome e delle ricchezze avite: Renato ed Alberto.

«Avvenne che Alberto, il minore dei fratelli, giovane poco più che ventenne e di carattere ardente ebbe un duello, vuolsi per una donna, con un ufficiale tedesco, in cui questi rimase ucciso.

«Sfortunatamente il duello avvenne senza testimoni e questo bastò perchè la _clemenza_ di S. M. l'Imperatore dichiarasse il conte Alberto Sampieri assassino, lo condannasse senza processo a morte ed i suoi beni confiscati a favore dell'Impero.

«Ma non ancora contento il _generosissimo_ Sovrano si scagliò pure sul fratello Renato che nessuna parte aveva avuta nell'infausto duello, lo bandì in un colla famiglia in perenne esiglio, confiscandogli ancora le immerse ricchezze.

«Egli è in vedendo un nobile membro di nobilissima stirpe andar ramingo senza pane, senza Letto, povero, in suolo straniero, di non altro colpevole che d'essere fratello a chi non commise infine che un perdonabile trascorso giovanile,--egli è in vedendo questo che i sottoscritti commossi si rivolgono a voi per averne giustizia.

«Il conte Renato Sampieri fu vittima innocente d'un odio implacabile che da lunghi anni si maturava su di lui; stendetegli adunque quella destra che già benefica porgeste al nostro paese e nella vostra munificenza restituitegli quell'onore e quei beni che tanto ingiustamente gli furono rapiti.

«Ch'egli ritorni in patria, ch'egli riposi i patimenti sofferti nella casa de' suoi padri; è quello che ossequiosi noi tutti imploriamo.

«E se voi credete, o Generale, che diciott'anni d'agonia possano espiare una colpa, perdonate ancora al fratello Alberto Sampieri.

«Voi siete munito d'ampi poteri, voi potete compiere i voti di tutti i nobili cuori milanesi, fatelo, voi--e con voi la Francia--avrete la benedizione d'una famiglia e l'eterna riconoscenza d'una nobile città.»

Seguivano le firme.

Tutti i giornali di Milano riprodussero questo ricorso e tutti ebbero lusinghiere parole per i poveri esigliati.

S'invocava dovunque la giustizia del Generale francese.

Napoleone comprese che quest'era un'opportunissima occasione per rinfrancarsi la simpatia degl'italiani.

S'egli venne accolto in Milano colle acclamazioni d'un liberatore, alcune città lombarde invece, instigate da segreti agenti tedeschi si erano sollevate ed imbrandite le armi contro i francesi.

Dall'Italia Napoleone doveva incominciare la sua marcia gloriosa per l'Europa ed aveva perciò bisogno di lasciar dietro di sè popoli amici.

Alcuni giorni dopo fra gli applausi di tutta Milano sortiva un decreto firmato da Napoleone a nome della Repubblica Francese, col quale: considerando l'ingiusta condanna del conte Renato Sampieri e sua famiglia, non credendo di compiere che un'atto di giustizia, gli si ritirava il bando d'esiglio a lui spiccato dal Governo Austriaco nel 1778, rimettendolo ancora nel pieno possesso di tutti i suoi beni.

S'aggiungeva inoltro che in quanto al fratello di lui Alberto Sampieri giacendo tuttavia sotto la grave accusa di omicida e non lo potendosi assolvere senza ledere quelle leggi la di cui maestà dev'essere sempre rigidamente rispettata, si permetteva di dar corso ad un regolare processo, qualora venisse chiesto dal delinquente col mettersi a disposizione dei tribunali.

Si obbligava poi il governo di passare ad una esatta restituzione dei beni confiscatigli allorquando venisse emanata sentenza favorevole; in ogni modo si doveva tener conto degli anni scontati in esiglio.

CAPITOLO VII.

Dubita pur che brillino Degli astri le carole, Dubita pur che il sole Fulga, e che sulla rorida Zolla germogli il fior; Dubita delle lagrime, Dubita del sorriso, E dubita degli angioli Che sono in paradiso, Ma credi nell'amor. BOITO.

Godeva di moltissima fama in quel tempo il Collegio Femminile di Monza.

Grazie ad una completa istruzione che da valenti istitutrici vi s'impartiva, era divenuto il ricovero delle fanciulli appartenenti alle più illustri famiglie lombarde per nobiltà e ricchezze.

Nell'alta società si credeva che una giovinetta non potesse mai possedere quelle cognizioni, quella compitezza di maniere, quella squisita educazione insomma necessaria a chi veniva chiamata a vivere fra le sublimi sfere sociali, se non usciva dal Collegio di Monza.

Esso occupava un ricchissimo palazzo, i di cui ampi locali capivano a meraviglia le innumerevoli educande; eravi annesso un delizioso giardino, in cui nelle ore destinate al sollievo si lasciavano libere ricrearsi quelle giovinette avide sempre di moto e d'aria.

Suona appunto l'ora della ricreazione; soffermiamoci un'istante e godremo d'un quadro che la gioventù, la vita e l'innocenza rendono aggradevole più che mai.

Da molte sale sortono in buon ordine schiere di educande, che percorrendo forse con una certa impazienza gli ampi corritoi, si raccolgono tutte nel cortile di fronte al cancello del giardino.

I loro occhi sono fissi in volto alla Direttrice, donna di molto sapere, di rigidi costumi e che ama le sue allieve d'amore materno; ed allorquando questa di propria mano, spalancando il cancello con dolce gesto le invita a ricrearsi, in allora la gioia prorompe, a sbalzi, quale gentili gazzelle, si disperdono pei verdeggianti prati.

E tutte corrono, ridono, folleggiano.

Chi con azzurra reticella insegue anelante la vispa farfalletta, finchè questa posando sul fiore, si lascia dolcemente cogliere al laccio di seta.

Chi scende, sale, ridiscende l'erbosa china colla leggerezza d'una Silfide mozza donna e mezza nube.

Chi con agile piede corre pei lunghi viali in traccia dell'amica, che raggiunta le concede nascondersi ancora per ancora raggiungerla correndo.

Chi disposte in cerchia fanno a gara a raccorre la palla per lanciarsela poi con colpi gentili.

Chi con una benda agli occhi, le mani prostese in avanti s'ingegna afferrare la compagna, che colle compagne le fanno corona intorno martoriando con infantili sorprese la povera cieca.

E sempre correndo non s'arrestano neppure allorchè il piede incespicando, mal sa sostenere il gracile corpo, che cade sull'erba e sui fiori.

--Oh, come sono stanca! diceva affannata una vezzosa fanciullina di circa dieci anni. Sapete, care mie, cosa dobbiamo fare adesso? Coglieremo insieme margheritine e viole, e comporremo un bel serto. Che ve ne pare?

--Brava, brava, esclamarono in coro le amiche; quattro angioletti che parevano staccati da un quadro di Raffaello.

E girando pel prato empirono ben presto di vaghi fiorelli il loro grembiule, e liete le bambine s'assisero sotto l'ombra di annosa quercia.

--Ecco, deponiamo qui la nostra raccolta, tornò ancora la piccina, voi mi farete tanti piccoli mazzolini, ed io intrecciandoli insieme comporrò la corona. Vi piace?

--Sì, sì!

E tutte si misero all'opera.

--Oh quanti bei fiori!

--E come sono olezzanti!

--Più di tutti le viole.

--Come piacciono a me le viole!

--Io ne vado pazza.

--Continuerei tutto il giorno a coglierne.

--Io pure.

--Non capisco perchè la violetta, che è un fiore così gentile se ne sta tutta timida nascosa in mezzo all'erba e non si mostra altera al nostro sguardo come la rosa ed il garofano.

--Sarei curiosa anch'io di saperlo. E sì che il suo profumo non la cede per fragranza a quello di nessun fiore. Non è vero?

--Sicuro, ripeterono tutte in coro.

--Imparate da lei, le mie bambine, disse con voce amorevole la Direttrice che nascosta dalla quercia aveva udito il dialogo di quelle innocenti; imparate dalla viola ad essere umili e modeste. Non vi lasciate mai sedurre dall'ambizione e dall'orgoglio; non vi lasciate mai vincere dalla funesta tentazione di distinguervi, di far sfoggio in faccia a tutti di quelle doti, di quei privilegi che il Signore vi ha donati; ma vivete sempre semplici e virtuose. Quel soave olezzo che tradisce la viola in mezzo all'erba additerà pur voi agli occhi del mondo; e tutti vi ameranno, tutti faranno plauso alla vostra virtù.

E dato un bacio a quelle carine che religiosamente avevano ascoltato le sue parole tentando di comprenderle, la Direttrice s'allontanò.

--Come ci vuoi bene la signora Direttrice!

--È tanto buona!

--Tieni; il mazzetto l'ho terminato. Va bene così!

--Va benissimo, brava.

--Ma ditemi un poco, a chi daremo poi questa bella corona?

--Ah è vero, bisogna pensarci!

--Se potessi mandargliela alla mamma che ci piacciono tanto i fiori!

--Vorremmo tutte fare lo stesso, ma... siamo in quattro e la corona è una sola.

--Sicuro!

--Bene, gliel'offriremo alla signora Direttrice che qui in collegio ci tien luogo a tutte della mamma. Che ve ne pare?

--Ma brava, faremo così.

E quelle ingenue creaturine intrecciando viole continuavano liete i loro infantili ragionamenti.

Oh la bell'età dell'innocenza!

Or avviciniamoci a quelle tre giovinette che strette famigliarmente al braccio passeggiano insieme i viali del giardino.

Hanno circa sedici anni, vale a dire quell'età in cui la donna comincia a sentire il bisogno di nuove aspirazioni, in cui l'affetto dei parenti e delle amiche pare che più non basti alle esigenze del cuore sensitivo, in cui insomma l'amore germogliandole in seno vi suscita molte volle l'ambizione e la civetteria.

Eccone una prova.

--Oh se mi sono divertita in queste vacanze in casa de' miei parenti! diceva una bella brunotta dagli occhi vivi e maliziosetti.

--Già è pur bella la nostra Milano, ci offre pur molti divertimenti! aggiungeva un'altra.

--Gli è per questo che sospiro il momento di lasciare il collegio che mi diventa odioso tutti i giorni; saltava su la terza. Dover vivere qui rinchiusa fra quattro mura, vestire così male, non sortire mai che per andare in chiesa, è una cosa insopportabile.

E la dispettosa batteva i piedi dalla collera.

--Grazie al cielo per me è l'ultimo anno codesto, tornava ancora la brunetta; l'ho pregata tanto la mamma che finalmente ha acconsentito a levarmi di qui. D'altronde voi sapete ch'io sono fidanzata e bisogna bene che abbia un po' di pratica del mondo prima d'entrarvi col bel nome di _signora_.

--Sei fortunata, tu.

--E chi è il tuo sposo?

--Un mio cugino.

--È bello?

--Bellissimo, ricco e nobile.

--Ah sì?

--Mi venne presentato la prima volta nel mio palchetto del Teatro alla Scala. Assistevo co' miei parenti alla rappresentazione del Mitridate. Che bell'opera il Mitridate! Che musica! Ti tocca il cuore.

--Io la so quasi tutta a memoria. Furono le prime melodie che ho apprese sul piano.

--Ah! ti dico che sentendola cantare alla Scala Mitridate è qualche cosa di meraviglioso.

--Gran bel teatro la Scala!

--E come è _chic_. Vi si trovano tutte le nobiltà di Milano.

--Anch'io ci ho il mio palco e la mamma m'ha promesso, una volta sortita di collegio, di condurmi tutte le sere.

--Quando ci sono andata io, continuò la brunetta promessa sposa, vestivo un bell'abito di seta celeste, i capelli mi scendevano liberi sulle spalle e bisognava che stessi bene perchè tutti mi guardavano.

--E chi ti guardava?

--Per lo più bei giovinetti, rispose con una certa ingenuità.

--Ah sì?

--E come era contenta vedermi l'oggetto della loro ammirazione.

--Oh l'ambiziosa!

--Infine poi non c'è nulla di male. Ebbene fu appunto in quelli sera ch'io vidi per la prima volta mio cugino. Cosa volete, mi piace e tutto, mio cugino, ma però gli ho trovato un difetto.

--Quale?

--Quello d'essere troppo serio; parla assai poco, ride di rado, ha insomma la gravità d'un nonno.

--E tu sei così folle!

--Sarebbe adunque più adatto alla nostra Erminia che anche lei è sempre melanconica, sospira sovente ed ama il silenzio e la solitudine.

--Lasciamola in pace quella povera Erminia, è tanto buona!

--Mi piacerebbe però conoscere la causa della sua mestizia.

--Eh, io credo d'averla indovinata, disse la brunotta con piglio misterioso.

--Ah sì? di su.

--E scommetterei uno contro cento di cogliere nel segno.

--Parla adunque!

--L'Erminia vedete...

--Ebbene?

--È innamorata.

--Oh bello!

--Ma di chi?

--Oh mio Dio, non avete mai notate le infinite cure che le usa il signor Flavio nostro maestro di disegno; non li avete mai sorpresi in dolci colloqui, non mai osservato com'essa si confonde allorquando le parlate di lui e come la sua mano trema sul disegno quando Flavio si ferma a contemplarla? Ma bisogna ben essere ingenue!

--Possibile?

--Altro che possibile, è certo. Erminia lo ama in segreto e n'è da lui riamata.

--Fa adagio per carità, se ci udissero?

--Oh è un pezzo che me ne sono accorta.

--Ed è l'amore che la rende così mesta?

--Già, l'amore.

--Dev'essere una mestizia ben dolce allora.

--Il signor Flavio è un bel giovane...

--Bellissimo, ma non è nobile.

--È vero.

--Io già non lo degnerei d'uno sguardo; amare un semplice maestro di disegno che vende le sue lezioni a un tanto per ora!

--Zitto; ecco appunto l'Erminia che viene verso di noi. Come è pallida, pare che soffra.

--Voltiamo da questa parte e lasciamola sola. V'accerto che la nostra compagnia l'annojerebbe.

Infatti s'avanzava per uno dei viali del giardino una bella fanciulla di circa diciott'anni.

Sebbene i suoi lineamenti non avessero quella regolarità inappuntabile che si osserva in certe compassate bellezze, pure erano così aggraziali e gentili da conciliarsi l'interesse e la simpatia di tutti quelli che la vedevano.

Un grosso volume di capelli castani le avvolgevano in nodi semplici ed eleganti la graziosa testolina; aveva due occhi nerissimi circondati da folte sopracciglia di seta; lo sguardo languido, la bocca piccolissima, ed allorquando si componeva al sorriso lasciava vedere denti di meravigliosa bianchezza; il colore del volto era quello della rosa bianca, che ti lascia sempre incerto se sia pallido o tinto di debole vermiglio; le scorgevi nel mento una leggiera pozzetta; l'avreste creduta l'impronta del dito del Creatore, allorquando, presala pel mento, si compiacque dell'opera sua.

Il suo passo era incerto, e su tutta la persona stavale diffusa una tinta d'ineffabile malinconia.

S'internò in un boschetto di platani che trovavasi in un angolo solitario del giardino, e macchinalmente lasciossi sedere sur un banco d'erba.

Stette immobile, sembrava guardasse, ma non vedeva; sembrava ascoltasse, ma non udiva.

In questo punto una capinera venne a posarsi sul ramo d'un albero ed empì l'aria de' suoi gorgheggi.

Erminia parve ridestarsi a quegli accenti che armonizzavano tanto colla mestizia del suo cuore e cercava dello sguardo il vago augelletto.

--Oh! tu felice, esclamò, tu non conosci che l'azzurro dei cieli ed il raggio benefico del sole; la natura sorridente ti accoglie dovunque, e tu dovunque sorridi col tuo canto celeste. Anch'io una volta i miei giorni passava nel gaudio; ora quella gioia innocente esiliò per sempre dal mio cuore; esso ha perduto la sua pace, la sua tranquillità. Oh mio Flavio, io non doveva incontrarti mai! Tu mi fosti fatale!... Ti vidi; il tuo bell'ingegno mi destò ammirazione; l'alma nobile, stima; il volto soave, amore. Oh sì, io t'amo, Flavio, e tu, hai tu pure un palpito per la povera Erminia? Il tuo labbro non s'aprì mai a parole d'affetto, ma tu pensi a me, non è vero? Sì, sì, mel dice il cuore, mel dicono questi versi istessi.

E cavando dal seno un foglio, lo copriva di caldi baci.

--Lo trovai nascosto nei miei disegni; egli non può essere che tuo. Oh, la cara speranza! E lesse:

UNA VISIONE

Allor che in melaconici Accenti di dolore Sembra la squilla piangere Il dì che lento muore, Quando la notte stendesi Sulla natura ancor.

Sui vanni della fervida Ardente fantasia, Scuotendo il duro tramite Dall'esistenza mia Pei vaghi campi aerei Sorsi ad aleggiar.

Mesta m'accolse e pallida La luna in sen ad ella, Brilli di luce vivida Le stelle, e in lor favella Del Cielo m'apprendevano G'innumeri mister.

Oh Ciel, dell'Infallibile Vaga città superna Come rapir in estasi Tu sai, che l'alma eterna La vita ancor non fecela Spoglia di santo ardor;

Tu mesto, meste pagini Inspiri al pio poeta, Il genio sollevandosi Allor dell'umil creta Scioglie sovente cantici Che secoli vedran;

Tu bello, immenso, splendido È a te che si rivolge Il disperato misero, E allor fidente sorge, Soffre combatte e mormora Dio è lassù nel Ciel. Qui dolce un suon armonico D'angelici instrumenti Mi riportar sui tremoli Vanni spiegati i venti, Sensi di mesto giubilo L'anima m'innondar.

Stetti spiar immobile L'orme dell'armonia, Oh con quell'ansia d'Eolo In braccio, l'alta via Corsi veloce a scernere Il mistico gioir,

Qual veltro cui il placido Fido covil smarrito Vaga fiutando l'aere Dall'uno all'altro sito Sin che all'affetto riedere Suole del suo signor.

