# Una notte fatale ovvero il racconto dell'esiliato / bozzetti milanesi

## Part 3

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--Ancora un momento, dice in cuor suo, eppoi ci poniamo in viaggio. Povera biondina, chissà come è lontana dall'immaginarsi la bella sorpresa che le abbiamo preparata. Un viaggetto in carrozza!... Eppure, Dio sa quante smanie; sarò costretto tenermela sempre nelle braccia, che non vorrei mi giuocasse qualche brutto tiro. Sarà un peso dolce, diavolo.... incomincio a credere che il padrone abbia voluto fidarsi un po' troppo di me; fortuna che Marco non abusa mai della confidenza in lui riposta, e che in mezzo ai suoi difetti non si sente capace di fare il minimo torto a colui cui mangia del suo pane.

«Mezzanotte è suonata, ed il segnale non si sente ancora. Non vorrei che il diavolo ci mettesse la coda e mi mandasse tutto a monte. Non ci mancherebbe altro. Eppure la cosa è facilissima; le potrebbe per esempio saltar il grillo di cambiar strada; potrebbe essere accompagnata, oppure fermarsi al magazzeno tutta notte.

E come si fa aver un rimedio pronto a tutto quello che può succedere? Ma bisogna dirle al conte queste belle cose, a lui che ciò che vuole, vuole. Guai se gli manco, mi strozzerebbe colle sue mani, ne son certo.

«E non si sente nulla ancora, corpo di tutti i demonii.--E guardava un'altra volta l'orologio.--Dodici e un quarto.»

Sbuffando di collera si affaccia allo sportello.

In questo punto si ode un lontano mormorio di voci e nello stesso tempo un fischio acuto partire dalla medesima direzione.

Marco trasale di gioia.

Tonio senza far motto si toglie dai cavalli e si nasconde nell'angolo d'una porta internamente chiusa ed alquanto discosta dalle spalle di pietra.

Il cocchiere quasi per avvertire che ancor lui ha udito il segnale dondola un istante sui cuscini ed affranca nelle mani le guide dei cavalli.

Marco vide tutto questo, soddisfatto apre lo sportello e si tiene pronto, l'orecchio teso.

A poco a poco le voci lontane cessano e tutto ritornando nel primitivo silenzio si può intendere il rumore di due passi che ratti s'avanzano battendo il lastrico.

Il cuore di Marco batte d'impazienza, sporge avanti la testa, ma Tonio è sempre là immobile al suo posto con qualche cosa di bianco in mano simile ad un fazzoletto.

Intanto i passi si fanno sempre più distinti e già nella penombra si disegna una bella figura di donna.

--È lei, pensa Marco, stavolta non mi scappa, povera tosa!

Ed infatti la bella biondina di Porta Nuova con quella tranquillità e sicurezza che è sempre compagna d'una coscienza pura ed innocente, affrettava i passi verso casa, lieta all'idea di riabbracciare suo padre dopo un giorno intero di lontananza.

Vide la carrozza e lungi quell'alma vergine di concepire dubbi sinistri, gode invece in cuor suo, che qualche cosa gli rompi la mesta solitudine della via.

E ratta s'avanza, s'avanza sempre.

In questo punto la luna liberandosi dal nero nuvolone, che fin allora la tenne ostinatamente imprigionata piove un'onda di luce pallida.

La bionda allora può scorgere l'ombra d'un uomo lentamente disegnarsi sulla terra, ma mentre intimorita girando attorno lo sguardo, cerca il corpo di quell'ombra vien afferrata da due braccia di ferro.

La misera apre la bocca per gettare un grido, ma la bocca le vien imbavagliata; si dibatte un istante in disperati sforzi, indi Marco la riceve svenuta nelle sue braccia.

--Avanti, grida Tonio ai cocchiere; e mentre i cavalli si rimettono in via, il servo dandosi contento una fregatina di mani raggiunse Piero che seguiva la biondina a qualche tratto di cammino.

--È riuscita? chiese Piero.

--A meraviglia, rispose l'altro con brutale cinismo.

--Neppur un grido?

--Nulla.

Ed ambedue entrarono nella vicina bettola a gozzovigliare il vil prezzo del loro vilissimo delitto.

La vettura attraversa la città e sorte da P. Vercellina.

Franz allorquando si trovò all'aperto sulla bella strada che corre diritta a Novara sferzò i cavalli e questi pieni di brio si slanciarono nitrendo a generosa carriera.

La povera biondina, ancora svenuta, giaceva pallida nelle braccia di Marco che posandole una mano sul cuore e non sentendolo battere che pochi e deboli palpiti, incominciava sul serio a temere.

Infatti lo spavento provato dalla misera fu tale che per poco non l'uccise.

Ella comprese il triste significato di quel ratto, e ne fremette inorridita.

Molte volte sotto i panni del povero battono tali cuori che mai si cercano in petti patrizi; sovente la coscienza più delicata dell'onore, i sentimenti più nobilmente generosi, fuggendo i sontuosi palazzi erigono il loro santuario nel popolo; povero popolo, che se talfiata tralignando si gettò sui lubrici sentieri del delitto, vi venne spinto da quella miseria, da quella grettezza che pur troppo fu sempre il suo retaggio.

Finalmente l'aria percossa, entrando fredda nella vettura e battendo sulla fronte della svenuta, a poco a poco le ridonava i sensi.

Aperti gli occhi, li fissò immobili in volto a Marco che vedendola riaversi le sorrise benignamente; le fitte tenebre della notte non permisero alla giovinetta di conoscere quel volto, ma un raggio di luce ne illuminò il sorriso che avvezza a vagheggiarlo sovente sulle labbra dell'amato genitore, tratta in un dolce inganno, chinando mesta il capo mormorò:

--Padre mio, che brutto sogno! e rinchiuse spaventata gli occhi.

Ma il rumore dello zampe ferrate dei cavalli ripercosse sordamente sul terreno, i frequenti sbalzi della carrozza, la notte che buia regnava all'intorno, ridestarono la sventurata dal suo assopimento; passò una mano sulla fronte quasi per sperdere la nebbia ond'era avvolta la mente, e ritornò alla triste realtà.

--Ah, non è dunque un sogno codesto, gridò con voce straziante svincolandosi d'un tratto dalle braccia del servo e rannicchiandosi tremebonda in un angolo della carrozza; oh, perchè non sono morta, perchè mai riedere alla vita in un momento cui l'abbandonarla è un beneficio, una grazia del cielo?... Ma che volete voi da me?... No non voglio seguirvi... lasciatemi precipitare da questa carrozza o ch'io empio l'aria de' miei gridi. Deh! in nome della Vergine santa, in nome di quanto avete di più sacro al mondo, in nome di vostra madre, fate ch'io ritorni al povero padre mio. Egli, vedete, vecchio e malato non ha altro appoggio che il mio, altra vita che la mia; togliermi da lui vuol dire ucciderlo, vuoi dire spezzare l'unico filo che ancora lo trattiene al mondo... ed in allora voi dovreste rendere conto a Dio di due esistenze poichè con mio padre uccidereste me pure. Oh! se il vostro cuore ha sensi di umanità, s'egli non è quello della fiera, lasciatemi fuggire; guardate io vi prego qui in ginocchio, colle lagrime agli occhi, così come si prega Dio ed i santi... ma che cosa vi ho fatto mai per farmi tanto male?...

E soffocata dai singhiozzi, soffuso il volto di lagrime, coi capelli disciolti, abbracciava le ginocchia di Marco.

Avrebbe commosso un cuore di pietra, ma non quello del malvagio sgherro.

--Via, calmatevi una volta, andava egli ripetendo in tuono di ghiaccio, verrà un giorno che mi rammenterete questa notte col sorriso sulle labbra, allorquando io, diventato vostro servo umilissimo, verrò da voi a chiedere i vostri ordini. Voi siete degna d'una sorte migliore da quella che avete corsa fin qui; credete che la natura vi sia stata tanto prodiga di bellezze perchè voi spietatamente le sciupiate con una vita di lavoro, di privazioni, di stenti? Non si chiama questo far buon uso dei doni ricevuti. Infine poi io vi conduco in un bel palazzo, in una reggia nella quale sederete regina, un paradiso cui voi sarete il nume regnante. Ora ditemi se questi vostri lamenti hanno una ragione al mondo! Via adunque alzatevi, la mia bella fanciulla, sedete qui vicino a me ed abbiate pazienza. Ancora poche miglia, eppoi ci siamo.

E Marco stendeva le braccia per aiutarla ad alzarsi.

La biondina dopo quel primo sfogo del suo dolore era caduta in un morale assopimento; nulla aveva udito di ciò che Marco le disse; nell'inerzia dello spirito guardava senza vedere, ascoltava senza intendere, viveva senza sentire l'esistenza.

Allorquando però le mani del servo la toccarono si ridestò rabbrividendo e facendosi da lui il più lontano possibile.

--Non mi toccate, gridò non mi toccate; le vostre mani contaminano, le vostre mani sono quelle del carnefice, fanno delle vittime, danno la morie.

--Che morte! vi conduco alla vita, io!

--Sì, ad una vita vituperata, d'infamia e di disonore. Deh, fate ch'io non vi supplichi invano, lasciatemi libera, rendetemi a mio padre. Non troncate l'agonia del misero vecchio se non volete che la sua maledizione vi rombi fatale eternamente sul capo. Rendetemi a lui, noi vi benediremo, voi avrete due cuori che quotidianamente si rivolgeranno a Dio invocando su di voi il tesoro della sua infinita misericordia. Ma non capite che vi prestate al più iniquo tradimento, che un perfido vi brama complice di tale infamia che marchio indelebile lascerà sulla di lui coscenza e sulla vostra?...

--Oh, ma cessate una volta, interruppe Marco con dispetto, son parole codeste gettate ai vento, querele inutili, lamenti perduti! Diavolo, in fin dei conti non vi meno all'inferno! Anzi è un bel giovinotto che vi aspetta, galante quanto ricco, ricco quanto generoso. Egli vi ama e non cercherà altro che la vostra felicità. Diverrete sua moglie, sarete contessa, giacchè egli è conte, che volete di più? Eppoi a sentir voi si commette un delitto! Ma se v'ha delitto in questo caso è dal lato vostro, la mia fanciulla, che così ostinatamente vi rifiutate a migliorare la sorte di vostro padre che voi dite d'amare tanto. Ma immaginate la gioia del vecchio nel sapervi così superbamente collocata; egli finirà i suoi giorni tranquilli, benedicendo a sua figlia che ha saputo soccorrere i suoi anni cadenti e sollevarlo dalla miseria. Non è forse questa una bella soddisfazione per una brava figliuola? Oh ma lamentatevi ancora eppoi vi dirò che codesto amore per vostro padre è malinteso o che è semplice egoismo che voi fate giuocare a vostro capriccio.

--Credete pure ciò che volete ma lasciatemi in nome di Dio, supplicava la giovinetta disperata, lasciatemi, o vi ripeto, io grido al soccorso.

--Non griderete nulla, altrimenti il fazzoletto ritornerà donde l'ho tratto.

E protendendo le braccia minacciava d'imbavagliarle la bocca.

--Dio mio, Dio mio, tu mi hai abbandonato!--E la misera giovinetta comprendendo come pur troppo non potesse isfuggire all'inesorabilità del destino dava sfogo all'immenso affanno in versando silenziosa lagrime amare.

Nulla oramai le riusciva sperare, ella aveva tentata ogni via, aveva esaurito tutti i mezzi suggeritile dal cuore per scongiurare l'avverso fatto, ora non le rimaneva che abbandonarvisi rassegnata.

Crudele necessità per chi ha tutta la coscenza dell'abisso nel quale irremissibilmente lo si vuol travolgere!

Intanto i generosi destrieri colle narici dilatate e penosamente respirando avevano divorato in men d'un'ora i venti chilometri che separano Milano da Magenta.

Batteva un'ora di notte ed il paese era affatto deserto.

I buoni villici riposavano nei loro tuguri le fatiche d'una giornata trascorsa nei rustici lavori dei campi.

La vettura attraversò Magenta e si fermò davanti ad un castello fabbricato sopra una sensibile elevazione di terreno, a circa mezzo chilometro dal paese; ora non rimane più di quell'edificio nessuna traccia, ma in quel tempo, le sue alte torri, il fossato che lo girava intorno, ed il ponte levatoio che si ergeva davanti all'ampio portone, richiamava alla memoria quegl'antichi castelli del Medio Evo la cui vista faceva fremere i vassalli del superbo Feudatario.

Fermata la vettura, Franz gettò un fischio che fu ripetuto da tutti gli echi della campagna.

In allora si intesero nell'interno del castello delle voci chiamarsi e rispondersi; dei lumi vanno e vengono rompendo l'oscurità; finalmente il portone girando con fracasso sui cardini si spalanca, il ponte levatoio s'abbassa e manda un cupo suono sotto il peso della vettura.

Franz si ferma davanti ad un ampio scalone dal quale scendono frettolosi due uomini muniti di torcie accese; d'un salto si fanno allo sportello; un sorriso malizioso si disegna sulle loro labbra e ricevono dalle braccia di Marco la giovinetta svenuta; indi senza profferir parola ritornano d'onde sono venuti.

La povera biondina sulla soglia del castello era ricaduta, per la seconda volta priva di sensi.

Venne portata in una elegante cameretta il cui recente assetto dava a vedere che l'ospite gentile non era punto inaspettato.

Era illuminata da una ricca lucerna che posava nel mezzo d'un tavolo rotondo, su cui stava inoltre in un bacile d'argento una coppa d'acqua limpida; all'intorno elegantemente disposte eranvi sedie coperte di rosso damasco e la finestra, che guardava nel cortile, cinta da splendide cortine di seta.

La bionda fu adagiata sopra un letto e lasciata sola.

Rinvenne dopo qualche momento.

Nella disperazione dello spirito balzò dal letto e si spinse verso la porta.

Era chiusa.

Allora un orribile pensiero le balena nella mente, si slancia alla finestra, tenta sforzarne i serramenti ma questi pure resistono alle sue deboli forze.

Affranta dall'angoscia s'abbandona sopra una sedia, posando il capo sulle braccia e le braccia sul tavolo.

Le violenti commozioni di quella notte le avevano causata una febbre ardente; il sangue infiammato le correva rapido al cuore, e dal cuore al cervello, i suoi polsi battevano a rompersi e la di lei fronte era madida di sudore.

Arsa dalla sete agendo più per istinto che per forza di volontà afferrò la coppa che stavale davanti e sentendosi ristorare dalla frescura dell'acqua la trangugiò d'un fiato, indi girando smarrita lo sguardo intorno a sè.

--Oh, dove mai sono, proruppe con accento lamentevole, dove m'hanno condotta i crudeli persecutori della mia pace! Santo Iddio, qual colpa ho commessa mai per meritarmi sì crudeli angoscie, per aggravarmi sì pesante la tua mano sul capo! Non viveva rassegnata la vita del povero col vecchio padre mio! Non gli guadagnavo forse co' miei sudori un'onesta esistenza! Perchè adunque strapparmi dal suo fianco, per ucciderlo colla mia vergogna? Dio, tu non sei giusto, tu non sei quaggiù la guida della debole innocenza, tu non sei il consolatore degli afflitti, tu... Oh no, perdono... io bestemmio............... ...................................................................

«Ma la mia mente si smarrisce, una folta nebbia mi avvolge lo spirito, non posso più pensare, la ragione mi si offusca, le forze mi abbandonano... ma che è mai questo? Quale strano spossamento invade il mio corpo? le gambe rifiutano di sorreggermi, le braccia mi si fanno di ferro, le pupille pesanti, io non posso più camminare, non ci vedo più... tradimento... tradimento!»

E facendosi barcollante verso il letto vi si abbandonava inerte.

--È un sonno terribile che investe tutti i miei sensi, che mi uccide la volontà e mi annienta le forze; ma non mi lascierò vincere, no non voglio dormire, mi sarebbe un sonno troppo funesto, me lo predice il cuore... Oh, ma è impossibile, io sono sotto l'incubo d'una mano di piombo, ho il veleno in corpo, quell'acqua, ah! fu quell'acqua... tutto, tutto contro me... oh, è troppo Dio mio...

In questo punto una testa fa capolino dall'uscio; è il conte Alberto Sampieri.

L'infame per meglio riuscire nel suo tradimento aveva mescolato all'acqua trangugiata dalla biondina dell'oppio e delirante di gioia spiava dalla serratura i repentini ed ineluttabili effetti del narcotico.

Protendendo le mani tremanti muove verso la bella giacente che apre la bocca per gettare un grido, ma la voce le si spegne nella gola.

CAPITOLO V.

Ai deboli io soccorro, è la mia destra Schermo dei fiacchi. OSSIAN.

All'epoca del nostro racconto sull'angolo della via del Pontaccio verso piazza Castello prosperava l'albergo all'insegna dell'Ussero.

Era un vasto caseggiato alto due piani.

Nelle sale terrene il povero operajo di ritorno dall'officina chiedeva al generoso liquore un po' di sollievo alle forze abbattute.

Al piano superiore salivano i schifiltosi del contatto del popolo: agiati cittadini di quei contorni i quali ad un lauto banchetto solevano rompere la monotonia d'una vita sfaccendata ed inoperosa.

Le eleganti camerette del secondo piano poi, non venivano occupati che da qualche coppia amante desiosa d'abbandonarsi alla dolcezze d'intimi colloqui lontana dai rumori, dal mondo e da ogni sguardo indiscreto;--oppure qualche faccia sinistra che aveva i suoi giusti motivi per isfuggire il consorzio degli uomini.

L'albergo dell'Ussero era assai frequentato poichè tutti vi si trovavano comodamente ed a loro agio; la vicinanza inoltre del Castello e la numerosa guarnigione che in quei tempi di turbolenze l'Austria manteneva in Milano l'avevano fatto pure il geniale convegno di soldati d'orni arma e d'ogni grado.

Due giorni dopo i fatti da noi narrati tre ufficiali entrano nell'albergo e prendendo posto al primo piano comanda da cena.

Quantunque tutti e tre vestino l'uniforme e parlino l'idioma alemanno pure non appartengono alla istessa nazione; ciò non ostante compagni di reggimento s'amavano di vera amicizia forse in causa dei loro caratteri affatto diversi, cosa che per quanto strana ci sembra noi vediamo verificarsi spesso nelle affezioni degli uomini.

Il più giovane d'essi conta all'incirca venticinque anni; è polacco.

Educato in un'accademia militare della Germania era da quattro anni incorporato nell'esercito.

Bello di corpo e di cuore, si vedeva il sospiro delle donne e l'amore di tutti i suoi soldati, chè egli molto bene sapeva conciliare la rigadezza della disciplina coi sensi dell'umanità.

Caldo ancora d'entusiasmo giovanile era ammiratore ardente d'ogni fatto che sapesse di coraggio o di virtù ed animato pur lui d'un coraggio temerario in un momento d'esaltazione avrebbe affrontato impavido i più inauditi pericoli, purchè credesse di compiere un dovere o di far una bella azione.

È insomma polacco per eroismo, per generosità di sentimenti, per nobiltà d'animo.

Povera Polonia! Quantunque la tua terra sia sempre stata feconda d'eroi, Iddio ti diede troppo angusti recinti perchè tu possa rialzare superba la fronte e scuotere le catene del tuo duro servaggio.

Gli altri due ufficiali uno è francese, il secondo tedesco.

Il francese costretto da politici avvenimenti ad esiliare dalla patria sua erasi arruolato volontario nell'esercito austriaco.

Ha circa trentacinque anni e possiede tutti quei vizi e virtù che caratterizzano i figli di Francia.

D'indole impetuosa s'accende facilmente ed in allora bestemmiando tutti i dei dell'olimpo guai a coloro che osano opporsi a' suoi principii; è un vulcano in eruzione, se non che trovò sempre una certa difficoltà nel passare, dalle parole alle vie di fatto e ritornato in calma ritornava il più buon diavolo del mondo.

Il tedesco invece più avanzato di tutti in età, lo si conosceva per un uomo calmo, prudente e di poche parole, aveva però un difetto quello d'essere un po' troppo proclive ai piaceri della mensa e del vino.

Amava il polacco per le sue nobili aspirazioni, il francese pel suo carattere originale ed era da entrambi riamato per la di lui natura severa e nello stesso tempo flessibile ed affettuosa.

--Terremoto! proruppe il francese ponendosi il mantile sulle ginocchia ed accingendosi a divorare una bomba di fumante risotto. Non c'è che dire, allorquando si vuol essere prontamente serviti e serviti _comme il faut_ bisogna proprio venire all'Ussero. È l'albergo migliore ch'io conosca in Milano. E che vino; si direbbe che Bacco ha degnato d'un suo sorriso la cantina dell'oste. E sì che di vini credo intendermene io! Quando si è nati in Francia, quando si sono percorsi i suoi dipartimenti vinicoli, si ha il diritto di crearsi giudice. Eppure guardate, se i vini italiani assomigliassero tutti a quelli che si bevono all'Ussero, sarei il primo a confessare che le viti d'Italia potrebbero gareggiare colle nostre, le prime del mondo. All'Ussero mi sento in patria, evviva l'Ussero!

Ed afferrando il colmo bicchiere lo vuotava avidamente d'un fiato.

--Havvi un fiume, amico mio, rispose pacificamente il tedesco fra una cucchiajata e l'altra di risotto, che nasce nel seno della Svizzera e che serpeggiando rapido fra fertili pianure e fioriti declivi forma colle sue acque un lago che, la natura rivestì de' più ridenti panorama. Quel fiume ne sorte dippoi più limpido, più maestosamente bello, corre la Prussia, l'Olanda e va a gettarsi in mare sempre lasciando dietro di sè la più variata vegetazione...

--Tu parli del Reno!

--Appunto. Ebbene il Reno presta il suo nome a certi vini che, caro mio, io bevo più volentieri del tuo Champagne e del tuo Bordeaux.

--Padronissimo; ciò non toglie che i vini del Reno stieno a quelli di Francia precisamente come un tedesco sta ad un francese. L'uno calmo, freddo e d'una vita penosa, l'altro invece pieno di brio, di slancio, di fuoco. Terremoto! giudica tu stesso se il confronto ci può lasciare in dubbio.

--Scioglierò io la grave questione, siccome colui alieno d'ogni spirito di parte, disse sorridendo il giovine polacco. Il paragone che tu hai fatto dei due vini è giustissimo; l'uno difatti è spirito, l'altro direi che è corpo, ambedue però egualmente squisiti. La questione adunque è puramente di gusto, chi preferisce l'uno e chi l'altro, perchè il mondo cammina per antitesi, cammina con inclinazioni, con gusti opposti. Bacco creò quei vini in due momenti diversi. Fiacco, spossato, volendo rinvigorire le sue forze e porre un po' di fuoco nelle vene, creò quelli del Reno. Già ubbriaco, bramando porre al colmo la misura, creò i spumanti francesi. Ambedue però sono perfetta opera della sua divina sapienza. Dunque in segno d'un'imparziale ammirazione, io propongo d'assaggiarli entrambi, ma dopo cena s'intende, vale a dire dopo d'aver rinnovato un paio di volte questo fiasco che pur cammina al suo fine con una rapidità incredibile.

--Evviva Bacco! fu la risposta dei due amici, e d'un fiato vuotarono i bicchieri.

Ma però un attento osservatore avrebbe notato che l'evviva del francese non era punto cordiale come quello dell'amico; scuotendo leggermente testa egli dava a vedere come la conclusione del polacco sui due vini non le andasse troppo a genio, e che avrebbe preferito sostenere all'ultimo sangue la sua opinione.

Quando un'altra cosa venne a toglierlo dalle sue meditazioni.

Egli s'accorse come la marmitta del risotto fosse vuota, e che pure il fiasco versasse in deplorabile stato.

--Terremoto! gridò allora con tutto il calore dell'anima; guardate, non abbiamo più niente, è scomparso tutto. Ehi, cameriere, il campo è sprovveduto, presto delle munizioni, che non venga meno l'ardore dei combattenti....

«Eh! ma io sento che ci vorrebbe qualche cosa d'altro per conservarci più validamente questo nostro ardore;--e guardò i compagni con aria maliziosa;--ci vorrebbe per esempio qui seduta in mezzo a noi una bella donnina, dagli occhietti furbi, dalle guancie di porpora e dalle forme rotonde.... Che ne dite, eh?»

--Oh la donna! proruppe il polacco con entusiasmo; creatura aerea, sorriso della natura, stilla di rugiada sul calice inaridito del cuore dell'uomo. Figlia primogenita di Dio, la donna fu creata per ispargere di rose l'arido cammino della vita, per mostrare all'uomo che la felicità non è solamente un nome, ma ch'essa ne possiede l'arcano.

--Verissimo, la donna possiede l'arcano della felicità!

--Sì, e lo trovi nella dolcezza del suo sguardo, nella poesia delle sue parole, nell'affetto d'un'alma tenera, sensitiva, ardente....

--Tutte cose ch'io ti cedo volontieri per una bottiglia di quel buono! interruppe il tedesco colmando il bicchiere.

--Tu diserti adunque la bandiera di Venere?

--E mi rifugio sotto quella di Bacco.

--Amico, te l'ho già detto, se dimenticassi il tuo nome chiamerei: chi vuol bere? e son certo che risponderesti: presente.

