Una notte fatale ovvero il racconto dell'esiliato / bozzetti milanesi
Part 10
--Sentite in che modo. Una sera la biondina ritornava soletta dal magazzeno, l'ora era tarda e le vie deserte. Il giovinastro aveva fatto appostare la carrozza dietro l'angolo d'una via ed attende la colomba, che ignara del tradimento va a cadere nella rete. Allora le sono addosso due uomini che l'imbavagliano, la gettano nella carrozza e via. Per più giorni non si sa niente ed in questo frattempo il di lei padre muore di dolore e di rabbia. Oh come maledì le sue ferite che lo tenevano inchiodato sulla sedia! Finalmente un bel dì io la vedo la povera ragazza pallida e scarmigliata ritornare nella propria casa. Come rimase allorquando seppe la morte del padre suo non si può immaginare, credevano tutti che impazzisse. Sangue di Dio, ho un cuore quì!... e ne ebbi compassione. Il disonore di quella fanciulla, dissi fra me, deve ricadere tutto sull'infame che l'ha tradita e non su di lei e tenutala d'occhio fingendo d'ignorare il passato le feci un bel giorno la proposta di sposarla, ch'essa accettò. Ci allogammo in questa casa ed abbiamo vissuto sempre di buon accordo. Nacque Erminia, l'amai coll'amore di padre... ma io sapeva di non entrarci per niente; era figlia del nobilaccio... Eh, via non piangere Maddalena, vieni quà, lascia che t'abbracci... perdonami sai, se quel maledetto vino mi ha sciolto un po' troppo la lingua... era un segreto che aveva promesso non svelare giammai. Vieni quà adunque Lenuccia, mi vuoi forse tenere il broncio?
Maddalena si gettò nelle braccia di suo marito e proruppe singhiozzando:
--Tu sapevi tutto e mai una parola, mai un rimprovero!...
--Non sono ingiusto io... e nemmeno vigliacco.
Papà Gervaso erasi ritirato nell'angolo più oscuro della casa e pallido come la morte mormorava:
--Mio Dio, quale rivelazione!!
CAPITOLO X.
Una volta fra dodici apostoli appena si trovava un Giuda; adesso fra dodici uomini undici sono traditori ed il dodicesimo un po' tarlato. GUERRAZZI.
All'indomani papà Gervaso si reca a Porta Tosa nel palazzo del conte Renato Sampieri.
La fisonomia del vecchio sembra aver deposto quel primitivo carattere di semplicità per assumere un'aria dignitosa, pressochè imponente.
Cammina a stento sempre travagliato dalla sua gamba inferma ma il portamento ha qualche cosa di nobilmente austero.
Entra nel palazzo Sampieri e prende da solo l'ampio scalone che conduce agli appartamenti.
Il suo sguardo gira all'intorno colla compiacenza di chi osserva oggetti ricchi di memorie ed il cuore gli batte palpiti precipitosi.
Dà il suo nome ad un servo ed attende in anticamera d'essere ammesso alla presenza del conte.
Ma il servo ritorna dicendo che per essere affatto sconosciuto il nome di papà Gervaso all'illustrissimo signor padrone egli lo prega a voler dichiarare che cosa abbisogni da lui.
Il rossore dell'indignazione colorisce lo guancie del vecchio, trae un biglietto su cui scrive poche parole, indi porgendolo al servo gli dice in tuono che non ammette osservazioni:
--Consegna questo al tuo illustrissimo signor padrone; ti attendo qui.
Il servo parte e non va molto che comparendo tutto rispettoso guida Gervaso nel gabinetto del conte.
--Ah, non mi sono ingannato; mormora il vecchio.
Il conte Renato Sampieri era un uomo in sui cinquant'anni grande e bello nella persona.
Stava seduto al tavolino cogli occhi fissi sul biglietto consegnatoli dal servo; vi si leggeva in volto un turbamento mal dissimulalo ed una grande sorpresa.
Gettò su Gervaso uno sguardo penetrante, indagatore, indi con affettata freddezza esclamò:
--Voi mi renderete ragione del nome ridicolo che mi avete dato;--e gli mostrava il biglietto.
--Quel nome mi valse però l'abboccamento ch'io chiesi invano al conte Renato Sampieri.
--Ho voluto veder in faccia chi s'introduceva in tal modo in casa mia.
--Eccovi adunque soddisfatto. E Gervaso si piantò diritto davanti al conte, calmo, freddo, imponente.
--Infine cosa volete da me? proruppe il conte alquanto sconcertato.
--Farvi una sola domanda.
--Sentiamo.
--È veramente al conte Renato Sampieri ch'io parlo in questo istante?
--Disgraziato! sclamò il conte arrossendo d'ira e girando attorno gli occhi quasi per accertarsi che nessuno aveva udito quella inchiesta.
--Rispondete! insistè Gervaso senza scomporsi.
--Voi siete qui nelle mie mani, badate! le vostre parole vi possono costare la vita.
Ed una truce espressione di sdegno si posò per un istante sui lineamenti del conte.
--Sono minaccie codeste che vi tradiscono, rispose Gervaso; se voi foste veramente quello che vi fate credere dopo il biglietto che vi ho scritto, dopo quello che vi dissi, in luogo d'adontarvi, m'aveste riso in faccia e trattato da povero pazzo.
--Ed io invece vi credo uno sfacciato impertinente e come tale vi scaccio da casa mia.
Il conte stese la mano sul campanello.
--Fate pure, riprese Gervaso, ma domani voi sarete smascherato e Milano avrà il piacere d'assistere ad un processo per falso.
Il conte restò annichilito col campanello in mano; comprese che bisognava mutar tuono, epperò soggiunse con piglio più dolce:
--Ma infine avete voi le prove di quanto dite?
--Le ho.
--Non lo credo.
--Non lo credete? E se vi dicessi che il vero conte Renato Sampieri bandito in esilio nel 1778 colla moglie ed un bambino morì a Barcellona in Ispagna un anno dopo e che io tengo il certificato autentico della sua morte? Se vi dicessi che passati pochi mesi morì pure sua moglie e che in allora un servo, uomo astuto ed ambizioso, impossessandosi delle di lui carte, grazie ad una fatale somiglianza ed al figlio ancora troppo bambino, si fece credere dovunque pel conte defunto nelle viste di rimpatriare un giorno ed usurparne gl'immensi beni? Se vi dicessi tutto questo, sentiamo, mi credereste in allora?
Il conte era pallido ed eccessivamente alterato; fissava Gervaso quasi volesse leggervi qualche cosa sotto quella fronte rugosa e tetra e proruppe con accento disperato.
--Ma chi siete voi adunque?... Ah!
Era il grido d'un uomo colpito da un'idea; lo sguardo del conte gettò un lampo di soddisfazione, si prese il capo fra le mani e parva riflettere un momento; indi riprese con calma ironica, pressochè insultante.
--Questo Renato Sampieri, dirò io pure alla mia volta, aveva un fratello per nome Alberto che sotto l'accusa d'assassino venne condannato a morte. Io lo potrei denunciare questo Alberto, capite signor... papà Gervaso, lo potrei denunciare oggi, subito ed autorizzare la giustizia a compiere il suo corso.
Suo malgrado Gervaso trasalì; al conte non isfuggì quel moto e continuò con un sogghigno infernale.
--Ah, ah, vedete adunque che noi dobbiamo vivere da buoni amici ed obbliare un brutto incidente che voi aveste in oggi la cattiva idea di sollevare. Lasciamo che l'acqua corri secondo la china, ci guadagneremo entrambi, forse più voi perchè avrete sempre in me un amico fedele pronto anche a qualche sagrificio per la vostra cara amicizia.
--Sono promesse che non mi lusingano, rispose Gervaso--e neppure m'intimoriscono le vostre minaccie. Non comporterò mai che un tristo viva impunemente sotto un nome ed un grado non suo, che si goda un patrimonio ch'egli ha usurpato, e che abusando infamemente del sacro nome di padre, chiami figlio colui che dovrebbe rispettare per suo padrone. Giù quelle spoglie mentite, e fuori da questa casa in cui non vi entraste che vilissimo servo.
--Ma se io esco di qui gli è per recarmi subito al tribunale, e sapete cosa romba sul capo a quel povero Alberto Sampieri? o la morte od una perpetua prigionia.... l'ignominia sempre.
--È una vendetta degna di voi, compitela pure, Alberto Sampieri non vi teme, subirà rassegnato il suo destino. Se la giustizia non crederà sufficienti i sagrifici patiti in diciott'anni di penoso esilio per espiare un fallo, non un assassinio, egli chinerà il capo davanti ai diritti degli uomini. Denunciatelo adunque, arriverà però sempre in tempo a strapparvi davanti Milano tutta quella maschera che vi siete così bene adattata sul volto.
--Sentite, rispose il conte senza perdere la sua calma, se Alberto Sampieri credesse di farmi rinunciare spontaneamente a quello che ho raggiunto con tante fatiche e pericoli, s'inganna. Io non so qual sia poi il suo scopo. Forse quello di trar profitto dalla mia rovina? Non lo credo, perchè gli è in fondo ad una carcere che dovrà assistere all'opera sua. Quello forse di trar d'inganno Flavio mio figlio, e porlo solo al possesso delle sue sostanze? Sia; ma non sa egli qual danno morale gli arreca nello stesso tempo? Col suo processo disonorevole Alberto Sampieri ridesta in Milano una memoria che certo non cade ad onore della famiglia, una memoria che gli anni sembrano ormai aver sepolta sotto un benigno oblio. Eppoi il ridicolo che in certa guisa egli getta su Flavio se riesce a provare che per molti anni ha rispettato e venerato qual padre un suo servo? Sapete cosa risponderà Flavio al povero zio? Giacchè _lui_ provvedendo alla mia infanzia in giorni difficili, aveva acquistato diritti paterni; giacchè i _suoi_ procedimenti non contaminavano punto il nome dei miei antenati; giacchè infine tutti lo rispettavano pel conte Sampieri, in luogo di provocare una scena che or viene ripetuta e commentata in mille modi, avreste fatto meglio lasciar vivere tutti nella loro illusione e salvar voi da una condanna che non torna certo a nostro decoro.
Gervaso era caduto in profonde riflessioni.
--Pure, continuò il sedicente conte, giacchè il caso ci ha fatti incontrare, signor.... Alberto Sampieri, noi non possiamo che vivere o in un amichevole accordo, ed a questo non sembrate molto disposto, oppure a quattr'occhi, senza scandalo, dirci: uno di noi è di troppo, bisogna che il caso ancora, pensi a far scomparire per sempre il superfluo. Sarete pur voi del mio parere.
Gervaso comprese trattarsi d'un duello a morte.
Smascherando pubblicamente il falso conte, Gervaso abilitava Flavio a compiere il voto ardente del suo cuore sposando Erminia, dolce cura pure del vecchio; ma il conte gli aveva fatte delle giuste osservazioni.
Un duello era adunque l'unico mezzo che gli restava per sbarazzarsi dell'audace che con tanta ostinazione persisteva a mantenersi ad un posto usurpato.
Si risolse alla trista partita.
Lanciò sul conte uno sguardo di fuoco e proruppe:
--Ebbene sì, o signore, voi l'avete detto, uno di noi deve scomparire per sempre. Ci batteremo.
--Benissimo, riprese il conte col massimo sangue freddo, allora se mi permettete farò io le condizioni.
--Fate pure.
--Due colpi di pistola ciascuno, a dieci passi di distanza; tireremo a piacimento movendoci incontro. Accettate?
--Accetto.
--Domani all'albeggiare, alla mia villa di Melzo; nessuno verrà a disturbarci.
--Ci sarò.
--Condurrete il vostro padrino, uno solo può bastare; provvederò il mio.
Ed il conte alzatosi licenziò Gervaso con un inchino.
La giustizia della causa cui si faceva difensore aveva infiammato papà Gervaso di nobile entusiasmo; egli si sentì ritornar il vigore della sua gioventù ed il duello terribile che aveva accettato non gli faceva punto fallire il cuore in petto.
--Bisogna che tenti tutto per quella fanciulla, andava ripetendo fra sè. Oh la rivelazione di jeri!
Ritornato a casa Maddalena gli si fece incontro e lo interrogò con uno sguardo; la povera donna credendo che si fosse recato dal conte Sampieri solo per indurlo al matrimonio di Flavio con Erminia, comprendendo quanta difficile fosse quella missione, non osava aprir bocca per tema d'un'amara delusione.
--Sperate ancora nella provvidenza, le disse papà Gervaso; domani saprete di più. Vado da vostra figlia, ho bisogno di vederla. Voi intanto chiedete di Nicodemo che gli debbo parlare.
CAPITOLO XI.
Empio colui, che non vorrà la destra Qui riconoscer dell'Eccelso! MANZONI.
Il cielo è ingombro di nubi, l'aria fredda e la campagna spogliata.
Siamo nel mese di Novembre.
Una vettura uscendo da Porta Orientale si pone sulla strada che conduce a Melzo.
Vi stanno rinchiusi due uomini avvolti in ampi mantelli.
Chi li esamina attentamente comprende quanto sia diversa la loro disposizione d'animo.
Nei lineamenti del più attempato leggesi la calma e la serenità soave d'un uomo la cui coscienza gli vanta l'opera ch'egli corre a compiere.
Il più giovine invece è in preda ad un turbamento che tradisce di tanto in tanto con smorfie ridicole.
Sembra seduto sopra un letto di aculei che lo obblighino ad ogni istante contorcersi dolorosamente e mutar posizione.
Ora guarda i campi, ora il volto del compagno e con due occhi da spaventato.
Più d'una volta aprì la bocca per parlare ma la parola gli muore sulle labbra; finalmente si risolve, finge un accesso di tosse per richiamare l'attenzione dell'amico ed incomincia:
--Sicchè adunque, caro papà Gervaso, m'assicurate che dal canto mio non corro incontro ad alcun _disastro_ assistendo in qualità di padrino al vostro duello. Mi capirete che quando si trova ne' miei panni non si può tanto leggermente lasciarsi travolgere in un affare, per esempio, di polizia ed insudiciare quella _fame_, che si è sempre cercato mantenere, dico... linda e pura d'ogni macchia. A dirvi il vero avreste fatto molto meglio in questa circostanza rivolgervi ad un'altro e lasciarmi in pace, che di duelli, di questioni d'onore e che so io, non me n'intendo assai. Ma ora quel che è fatto è fatto, sarò vostro padrino, purchè m'assicuriate che la polizia non ci ficchi il suo naso.
--State di buon animo Nicodemo, rispondeva papà Gervaso, che non sarete molestato per niente. È una cosa che si compirà fra noi e che nessuno dovrà penetrare.
--Tiro il fiato; quand'è così vi auguro buona fortuna.
--Grazie.
--Benedetto uomo, continuò Nicodemo dopo un'istante di silenzio, che vi è mai saltato in mente di tirarvi per i piedi un'_enormezza_ di questa fatta, un duello?
--Che volete, rispose Gervaso, il destino ha le sue leggi e non si possono infrangere.
--E questo duello dovrà essere...
--All'ultimo sangue.
--E lo dite con quella indifferenza! Ma qual ne fu il misterioso motivo?
--Una cosa da nulla.
--Ed il vostro _anniversario_ chi è?
--Ma se non lo conosco neppur io!
--Diavolo, diavolo!--Nicodemo fremette non so se di freddo o di paura.
Dopo due ore di cammino la vettura girando di fianco Melzo veniva a fermarsi, circa a mezzo miglio dal paese, davanti ad un cancello di ferro che dava ingresso ad un giardino.
Nicodemo e papà Gervaso discesero.
Quest'ultimo diede una moneta al cocchiere che voltando i cavalli ritornò indietro di galoppo.
Intanto un uomo che sembra attendere in giardino spalanca il cancello ed invita i nuovi arrivati a seguirlo.
Egli prende il largo viale che conduce ad una casetta di geniale apparenza, che si eleva in mezzo ad un boschetto d'alti castani.
La casetta viene schivata ed i nostri personaggi si perdono un'istante nel bosco che diventa più folto dietro l'edificio.
Finalmente riescono sopra un piccolo sentiero che percorrono in tutta la sua lunghezza.
Camminano sempre verso il centro del giardino il quale sembra molto ampio.
Il sentiero mette in un prato cinto da folte quercie in cui Gervaso e Nicodemo trovano il conte Sampieri ed uno sconosciuto davanti ad un tavolo su cui posano due pistole a doppio tiro.
La guida scompare.
Il conte Sampieri muove incontro ai due amici e presenta loro lo sconosciuto pel proprio padrino; era il medico di Melzo.
Gervaso a sua volta presenta Nicodemo.
I due padrini si stringono la mano, e senza profferir parola si recano ad esaminare le armi.
Nicodemo che trema al solo vedere un'arma da fuoco, si rimette in tutto al medico, che presente i due avversari, carica le quattro canne.
--E questo duello sarà adunque assolutamente necessario? proruppe il medico con voce commossa; non vi sarà nessuna via ad un amichevole componimento?
--Nessuna, risposero insieme il conte e papà Gervaso.
--Almeno modifichiamone le condizioni; insistè il medico.
--Ebbi il diritto di proporle, disse secco il conte, e furono accettate.
Indi continuò rivolgendosi ai padrini:
--È un duello codesto che gravi circostanze ci obbligano a tener segreto. Nessuno al mondo deve conoscerne le conseguenze tranne voi, o signori, che impegnate la vostra parola d'onore a tacerle in qualunque tempo ed in qualunque circostanza. Chi soccomberà fra noi verrà seppellito nel cimitero di Melzo; egli sarà morto di malattia improvvisa, e voi medico ne farete fede. È un favore ch'io ed il signor Gervaso vi preghiamo a renderci, e non ce lo negherete. La causa di questa partita suprema è una seria questione di famiglia sulla quale non abbiamo potuto metterci d'accordo. Ora alle armi.
Il medico guardò un'ultima volta i due avversari, e vedendoli risolutamente decisi, distribuì loro le pistole.
Vennero prese le distanze, ed ognuno si mise al suo posto.
Il conte, quantunque sembrasse molto calmo, era d'un livido pallore; i capelli in disordine rivolti all'indietro scoprivano una fronte solcata dalle rughe e due occhi d'un'espressione quasi feroce.
Papà Gervaso era più tranquillo; la solennità del momento in luogo di commuoverlo pareva gl'infondesse un vigore insolito.
Gettata la gruccia stava ritto davanti all'avversario, lo sguardo animato da nobile fierezza.
I due padrini si collocarono a fianco del loro rappresentato; i lineamenti di Nicodemo erano quelli d'un uomo fatto ebete dalla paura.
Successe un'istante di silenzio; è quel lugubre silenzio che precede la tempesta.
Finalmente il medico diede il segnale dell'attacco ed i due nemici si mossero lentamente incontro.
Papà Gervaso fatti pochi passi spianò la pistola e la espose; l'eco ripetè il colpo terribile.
Una nube passò sulla fronte del conte Sampieri, ma continuò franco il suo cammino, lo sguardo sempre fisso nell'avversario.
Gervaso fece ancora alcuni passi e s'arrestò.
Oramai distava pochissimo dal conte, lo prese di mira, indi si udì un'altra detonazione, ampia, cupa come la prima.
I padrini chiusero inorriditi gli occhi; ma il conte era in piedi, le gambe però gli tremavano sotto, pose una mano sul ventre e camminò ancora muto, inesorabile nella sua marcia.
Arrivò vicino all'avversario e gli puntò la pistola alla gola.
Involontariamente Gervaso fremette, ma tenne fermo.
--Signor conte, in nome di Dio, volete assassinarlo! gridò il medico.
--Ho due palle nel ventre, rispose il conte con urlo feroce, posso adunque restituirgliene una.
Ma questo momento d'inazione fu fatale al conte; smarrì ad un tratto le forze fittizie che lo reggevano in piedi, vacillò e cadde lasciando partire il colpo.
Sbarrò gli occhi quasi per bearsi nell'ecatomba consumata, ma Gervaso era ancora al suo posto, che gli fissava in volto uno sguardo più di compassione che di rancore.
La palla sviata erasi perduta nel grosso tronco d'un albero.
--Dio non ha voluto, mormorò il conte.
In questo, mentre un uomo slanciasi correndo dal folto degli alberi e con lena affannata viene a gettarsi sul corpo del caduto.
È Flavio Sampieri.
--Padre mio, grida il giovine soffocato dall'angoscia e gli solleva il volto sul quale stanno già scolpite le impronte della morte.
Il conte sembra riconoscerlo e la sua bocca si atteggia ad un pallido sorriso.
--Troppo tardi! prorompe il giovine colle lagrime agli occhi; oh, è orribile!
Lo sguardo di Flavio si ferma su Gervaso; le lagrime in allora gli si inaridiscono sulle ciglia, un'espressione di dolorosa sorpresa gli si diffonde sul volto.
Tende il dito verso Gervaso ed esclama con voce straziante:
--Voi! Voi che assassinaste mio padre! Ed io vi amava! Oh, ma se anche il cuore c'inganna di chi mai fidarsi a questo mondo?
Il vecchio rimane muto, immobile, il corpo curvo sotto il peso d'una potente commozione.
Il conte fa uno sforzo ed aiutato da Flavio si sorregge un'istante sul corpo; fissa nel giovine uno sguardo affettuoso e con voce semispenta così gli parla:
--Perdona a quell'uomo Flavio... egli ha ucciso un miserabile che tu non puoi chiamare tuo padre... no tu non lo puoi.
--Delira! mormora Flavio.
--Io ti favello nel mio miglior senno, prosegue il moribondo, ed è sulla soglia dell'eternità che ti supplico d'ascoltarmi. Tuo padre, il vero conte Renato Sampieri morì in esilio colla madre tua. Arso dalla sete dell'ambizione e d'un'avida brama di ricchezze, io m'impossessai delle carte di famiglia e mi feci credere pel conte defunto... tu eri troppo bambino per avvederti dell'inganno... Quell'uomo è tuo zio, Alberto Sampieri; colui che nel 1778 pel disgraziato duello avuto in Magenta con un ufficiale tedesco fu causa forse innocente delle sciagure de' tuoi parenti. Perdona a lui che deve avere molto sofferto...
E più non può dire.
Gli occhi gli si fanno di vetro, stringe la mano di Flavio in una stretta convulsa, rovescia il capo indietro ed esala l'ultimo sospiro.
Impossibile descrivere l'impressione che fecero su Flavio le parole del moribondo.
Colui ch'egli avea sempre amato con quel sacro rispetto che si professa all'autore de' propri giorni, dover adesso riconoscere per un'insensato che si era fatto giuoco dei suoi affetti!
Si sentì colpito direttamente al cuore.
Fu lì per chiamarlo infame ed avvelenargli col veleno del disprezzo la sua ultima ora, se non che gli ritornavano in mente le cure pressochè paterne prodigate alla sua infanzia e quel ricordo valeva a domargli l'immensa ira che gli tumultuava in petto.
Fintanto che Flavio si trovò nelle braccia un freddo cadavere.
Lo compose in allora dolcemente sull'erba e si alzò.
I padrini e Gervaso udirono la confessione del sedicente conte.
Nicodemo parve il più meravigliato di tutti; con una mano premevasi la fronte quasi per costringere la memoria a sovvenirgli un fatto del quale non gli restava che una vaga rimembranza.
--È strano, ripeteva ad ogni istante, quei particolari io li conosco.
Intanto Flavio e Gervaso si fissarono un momento con espressione dolce, serena, affettuosa.
Si mossero incerti ma d'accordo un passo incontro, ed infine non potendo più oltre resistere a quella naturale simpatia che s'inspiravano reciprocamente, si gettarono ambedue le braccia al collo.
--Zio mio!
--Mio nipote!
Ed i loro occhi versavano lagrime di tenerezza.
In questo punto Nicodemo mandò un grido di gioja.
--Ah ci sono, ci sono, proruppe il buon uomo saltellando come un fanciullo attorno a Gervaso. Ma se lo dico io, ho una memoria che fa concorrenza a quella d'un creditore!
L'attenzione di tutti si fermò su Nicodemo.
--Sentite Gervaso, continuò, veramente dovrei incominciare a chiamarvi signor conte, ma per ora permettete, sto forse per rendervi un'immenso servigio e la gioja mi confonde le facoltà mentali. Sentitemi adunque e rispondete sinceramente, come lo fareste col vostro confessore, non ve ne pentirete certo. Vi ricordate ancora in qual giorno preciso successe quel duello nell'anno 1778?
--Fu un venerdì del mese di Giugno. È una data fatale ch'io non ho mai dimenticata.
--Benissimo, proruppe Nicodemo, fin qui siamo d'accordo. E l'ora, dite, ve la rammentate?
--Alle otto circa del mattino.
--Di bene in meglio. E la località precisa?
--Nel boschetto di fronte alla porticina segreta del castello Sampieri in Magenta.
Gervaso cadde in profonda meditazione.
--Ebbene, proseguì Nicodemo, non c'è d'attristarsi, quel duello vi fu fatale, è vero, ma io vi porto una splendida, dico... riabilitazione.
--Spiegatevi!