Part 8
Io ero una fanciulla un po' diversa dalle altre, bisogna dirlo; diversa nelle qualità, diversa nei difetti. A parte le ragioni di antipatia che poteva avere per me la zia Nina, mancavami affatto quella festevole leggerezza della gioventù che si fa perdonare tutto. Quando penso che io non ridevo mai, che anche nei divertimenti la serietà non mi abbandonava; seria e timida e tutta rivolta dentro di me a cercare la ragione di ogni cosa, devo convenire di essere stata una adolescente, priva delle seduzioni naturali di quell'età. Non ero nè graziosa, nè spiritosa, nè amabile; in una parola non _davo_ ciò che normalmente si poteva pretendere da me. Se la mia estrema sensibilità avesse avuto pascolo di carezze e di buone parole come hanno quasi tutte le fanciulle, anche la grande timidezza che mi paralizzava si sarebbe sciolta; ma tra l'ironia della zia Margherita e l'odio della zia Nina, senza altri parenti vicini, senza sorelle, senza amiche, conducendo una vita rinchiusa, in un ambiente contrario a tutte le mie aspirazioni non ancora sviluppate, ma latenti in tutto il mio essere, che mai potevo fare se non rinchiudermi in me stessa, asilo sempre pronto ad accogliermi? Questa mia solitudine spirituale, questa astrazione da fatti e detti e persone che non mi interessavano venne chiamata a volte aristocrazia, a volte egoismo. È singolare la deviazione di significato che queste due parole assumono nelle menti incolte. Io non so perchè si debba chiamare egoista la persona che vive delle proprie risorse e non quella che povera d'animo e di intelletto va mendicando con graziette e sorrisi l'alimento che non trova in sè. Questo santo, sacro, divino egoismo è l'economia di forze che il poeta, il pensatore, il veggente tengono in serbo per l'opera loro, ben più proficua agli uomini che non la vana dispersione di sorrisi e di grazie fatta da coloro che hanno la testa vuota e il cuore freddo. Non discuto qui dell'ingegno; molti sono i chiamati che non potranno sedere fra gli eletti; ma è certo che quando una vocazione si presenta imperiosa allo spirito, il dovere è di staccarsi dalla strada maestra nella quale si cammina in drappelli, per inoltrare, sia pure povero e nudo e solo, sul sentiero dove la voce misteriosa chiama. Io non sapevo ancora che cosa avrei fatto e dove volevo andare, ma un contrasto inesplicabile fra me e gli altri si accentuava ogni giorno più profondo; mi sentivo isolata, separata, con una sensazione di imbarazzo e di fuori posto che doveva rendermi abbastanza goffa. Era questo che chiamavano la mia aristocrazia?
Un rettangolo di carta lungo sette centimetri che bacio e ribacio con accorata tenerezza è il biglietto da visita di mio padre: _Arch. Fermo Zuccari_. Egli era anche consigliere e assessore comunale e socio onorario della Accademia di Brera. Nella semplicità di questo biglietto, in cui nemmeno la sua professione era scritta per intero, ritrovo tutta la sua semplice e modesta vita; eppure è con un sentimento di ammirazione che mi fa tremare la mano che mi accingo a parlare di lui, a condurre la sua nobile personalità sulla scena di piccoli avvenimenti e di piccole persone fra le quali sono cresciuta. Nell'articolo di quella mia amica trentina che io venni a conoscere qualche anno dopo che fu stampato, ritrovo con gioia le parole che a proposito di mio padre scrivevo in una lettera privata; esse sono là a testimoniare della sincerità della mia ammirazione. Tuttavia in quegli anni di nebbia per il mio intelletto e di sovrumana tristezza, ricevevo di lui, come ricevevo dalle mie zie, il solo obbiettivo fotografico. Esse mi facevano soffrire, lui no. Dolce, malinconico, distinto in ogni suo gesto, sobrio di parole, io lo veneravo, ma lo sentivo lontano. Sulla mia timidezza agiva anche la sua superiorità. Ne avevo un grande rispetto, alimentato dall'opinione e dal rispetto che ne avevano tutti quelli che lo avvicinavano; ma l'ottuso bacherozzolo, che io ero sempre, non lo conosceva ancora. Furono tutti gli uomini incontrati lungo i sentieri della vita che mi rivelarono veramente chi fosse mio padre, il suo valore morale, la purezza de' suoi sentimenti, la tempra adamantina della sua coscienza. Non è che manchino uomini di incorrotta moralità, sentimenti puri e coscienze oneste; quello che non ho trovato più dopo mio padre (o in numero di sola eccezione) è l'uomo intero, l'armonia assoluta fra ingegno e costumi, in una parola l'_esemplare_. Io vidi, e ancora il cuore ne soffre, talenti insigni guasti dalla vanità, dall'invidia o dalla sete dell'oro o dalla tabe del vizio; vidi in anime gentili incredibili leggerezze; in promettenti intelligenze assenza di ideali; e sempre e dovunque nei curatori delle vergini anime infantili, padri e maestri, l'insufficenza di ogni criterio educativo soffocato nella volgarità, nel materialismo, nel non saper dominare le proprie passioni.
Mio padre era un silenzioso, ma nelle poche parole che profferiva non perdeva mai di vista i figliuoli che udivano, per cui posso dire che la nostra educazione morale, mia e dei miei fratelli, venne fatta non a mezzo di prediche, ma con pochi assiomi saldamente imperniati sull'esempio. È appunto questo esempio, non mai in difetto, che lo solleva al di sopra della folla e tanto alto nel mio cuore. Le vere qualità di un uomo meglio che in pubblico si giudicano fra le pareti domestiche. Quanti appaiono educati in società che in famiglia si abbandonano ai loro istinti volgari! Le conosciamo tutti, io credo, le famiglie danarose che, fra le eleganti suppellettili dei loro appartamenti, si abbandonano a discorsi da trivio e dinanzi ai figliuoli, che hanno già la loro fortuna assicurata, non sanno parlar d'altro che del modo di accumulare ricchezze e tengono in gran conto A. perchè ha molti soldi e disprezzano B. che è povero. Ah! vivaddio, noi non eravamo ricchi, ma di denari non si parlava mai e quelle celie di cattivo gusto e quei bassi intercalari di gente che porta addosso un patrimonio in brillanti non varcarono mai la soglia di casa nostra. E questo non solo per la innata signorilità di mio padre; anche le sue sorelle erano provinciali, erano ignoranti, ma volgari no; neppure la zia Margherita nei suoi impeti di collera; e non lo erano i miei fratelli, eredi delle migliori qualità del nostro genitore.
Potrebbe per avventura chiedere qualcuno de' miei lettori come mai un uomo simile non avesse influito meglio sulla felicità dei miei giovani anni. Qui si dimostra l'alta missione della donna in famiglia, che solo i miopi di intelletto credono esaurita nello sferruzzare calze e quindi inutile agli evoluti tempi moderni, mentre essa è di tale ed elevata importanza che il migliore degli uomini, ove ella fosse da meno al compito, non potrebbe surrogarla. Ne fanno fede nella cronaca giudiziaria di tutti i giorni il fatto delle matrigne che seviziano i figliastri senza che il padre se ne accorga o sia in grado di porvi rimedio, mentre assai raramente o quasi mai ciò avviene per colpa dei patrigni. Egli è che i figliuoli e specialmente le ragazze stanno colla madre, non col padre; nella casa la vera padrona è la donna. La donna saggia — dice la Bibbia — edifica la propria casa, la stolta la distrugge. E dell'uomo non si parla. Solo il matrimonio ideale, che fonde due anime in una, può dare il risultato di una volontà unica. Chi può dire che cosa sarebbe stato di me se mia madre non fosse morta? Nella condizione dolorosa in cui tutti noi fummo posti per tale perdita, mancava l'elemento primo della felicità, che è l'intesa perfetta. Ognuno di noi faceva soffrire gli altri senza volerlo, ed a sua volta soffriva, ma le zie erano due, i miei fratelli due; mio padre ed io soli alle due estremità della vita.
Non mi sarei accinta a questo esame retrospettivo delle cause che, più o meno, influirono sullo sviluppo della mia mentalità, se non vi avessi scorto una situazione psicologica meritevole di studio, non per quanto riflette la mia piccola persona, ma per gli anelli che la congiungono a problemi di generale interesse. È questa anche una delle ragioni che mi distolsero dal farne soggetto di un romanzo a fine di non alterarne la rigorosa verità. L'intima unione di marito e moglie non poteva esistere fra mio padre e le sue sorelle, è evidente. Egli rimaneva durante il giorno nel suo studio, abbastanza lontano dalle altre stanze, per non sapere nulla di quanto vi accadeva. Se veniva tratto tratto a farci una visitina, ci trovava intente alle nostre occupazioni; se anche un momento prima vi fosse stato un diverbio, al suo apparire tutti tacevano. Per parte mia non so che cosa avrei sofferto piuttosto che portare a lui le mie recriminazioni; e questo, non solo per la soggezione che ne avevo, ma anche e più per un sentimento di dignità superiore ai miei anni e per quell'istintivo abborrimento delle azioni volgari che mi valse tante accuse di aristocrazia. Sotto questo aspetto anche mio padre era aristocratico e lo attestano i suoi modi educativi. Avendo io una volta negato, era la verità, di avere commesso non so più che fallo, stavo per dargliene la prova quando egli mi arrestò di botto dicendomi: "La tua parola mi basta, non aggiungere altro". Ah! che largo respiro! Perchè non ho avuto allora il coraggio di gettargli le braccia al collo? Che delicatezza di tocco! Quale profondo intuito delle anime!
Un ritratto a olio di mio padre, che nel nostro salotto faceva di riscontro a quello della mamma dipinto da Moriggia, lo rappresenta nel costume da _atelier_ dei giovani allievi delle scuole artistiche romane: blusa sciolta, largo risvolto della camicia, berretto di velluto nero detto alla Raffaella. Sotto l'ombra che tale berretto getta sulla fronte, gli occhi di mio padre appaiono bellissimi, pieni di fuoco e di pensiero e bello il volto improntato a grande nobiltà. Gli ultimi dolori della sua vita però avevano spento il fuoco delle pupille; egli è rimasto nella mia memoria come il superstite di se stesso, malinconico, abbattuto, vinto. Il silenzio, velo pudico della sua tristezza, doveva certo popolarsi per lui delle tante immagini del passato. Quando veniva ad appoggiare la persona stanca sul divanuccio della nostra sala da pranzo, sembrava che una nuvola lo sottraesse alla indiscrezione degli altrui sguardi. Che cosa pensava allora? Che cosa vedeva nella folla dei ricordi? È abitudine dei giovani il non occuparsi della gioventù dei propri genitori; così come li vediamo ci pare che siano sempre stati. Brevi frasi, vaghe allusioni, mi guidarono più tardi a comprendere quanto deve essere stata interessante la gioventù di mio padre. Egli non ne fece mai il minimo accenno, non parlava mai di sè; ma là, su quel piccolo divano, nella penombra della stanza poco illuminata, somigliava alla statua del dolore china sull'urna delle illusioni perdute. Troppo tardi io andai cercando nella vecchia Roma le traccie del giovane studente, soffermandomi con intensa commozione nei luoghi dove immaginavo egli avesse maggiormente fermato l'attimo fuggitivo della felicità. E una volta, prima che si vendesse la casa di Casalmaggiore, da certe vecchie carte discese dal solaio dove regnava la signora Tintimillia, sfuggì un piccolo brano sul quale riconobbi subito la calligrafia minuta e regolare di mio padre; era evidentemente l'ultimo foglio rimasto di un diario che egli teneva quando studiava disegno a Roma e vi lessi: "_L'oste vedendo i neri nostri barbigi e i nostri cappellacci ci prese per briganti_". Sul foglietto la frase spezzata non aveva seguito e invano lo cercai altrove. La perdita di quel diario, scritto da lui nella antica Roma papale, la narrazione di quella gita fatta coi compagni nella vasta e maestosa campagna del Lazio dove era ancora possibile incontrare dei briganti, forse la relazione di un idillio in alte sfere, romanticamente troncato dal potere di un cardinale zio, (che questo ci fosse stato sapevo dalla solita archivista della famiglia) furono in tutti questi anni ed oggi più che mai oggetto per me di grande rammarico. È così dolce ritessere su documenti autentici la vita di coloro che abbiamo amato! Non è quasi un vivere ancora insieme? E vivrei colla mia anima d'oggi tanto vicino alla sua che non lo fosse nei giorni della ignara giovinezza.
[Illustrazione: 1913]
Eravamo due tristezze vicine, ma egli era la tristezza del tramonto, io quella dell'alba e tuttochè vicini i nostri dolori ci dividevano. Ho pensato tante volte, quando mi guardava in silenzio, ed alla mestizia della sua pupilla saliva un'ansia inquieta, che egli pure sentisse vagamente il malessere della mia posizione di fronte alle zie; ma poichè nessun fatto positivo lo confermava ed egli aveva ben a ragione piena fiducia nelle sue sorelle, la mestizia rimaneva fluttuante nel cerchio grigio della fatalità che era piombata su tutti noi colla morte della mamma. Una sera eravamo rimasti soli nel tinello ed era quell'ora della mezza stagione in cui il giorno muore e non è ancor scesa la notte. Mi trovavo seduta, non so come, in un angolo del piccolo divano; papà venne a sedermi vicino ed a me, che nel turbamento di aver preso il suo posto stavo per alzarmi, appoggiò dolcemente la fronte sulla spalla. Io non so che cosa avvenne nel mio cuore rinchiuso e dolorante cinto da una corazza di spine. Trasalii smarrita nella mia nullità. Erano così straordinari quel gesto e quelle parole che tremai tutta, presa da umiliazione per la mia spalla tanto magra, con la paura e la vergogna di pungerlo, di fargli male, si che mi ritrassi lentamente nell'angolo del divano, rattenendo il fiato. Egli allora disse: — Non ami il tuo papà? — Oh! — feci — e non mi fu possibile aggiungere altro, e non compresi che anch'egli, povero d'amore come me, era venuto al buio a cercare la mia carezza!... Vi è cosa più triste dì questo dramma di due anime? Sorvegliata, spiata, oggetto continuo di un mal volere che svisava ogni mio atto e incapace di reazione, le qualità di slancio e di ardore, che erano in me, giacevano soffocate al punto di non sapere io stessa decretarmi qual fosse il mio valore. Andavo avanti ad occhi chiusi, barcollante, impacciata, timorosa sempre dell'ironia che mi feriva con veri colpi di pugnale e in tale contrasto l'affetto per mio padre si rattrappiva in una forma di tenerezza che portava l'abito del mio dolore. Povero vecchio, lo vedevo aggirarsi con passo di fantasma in quelle stanze dove era solo, accanto a me, sola. E me ne veniva uno struggimento, una malinconia piena di rimorsi impotenti. Come il riso era straniero alle mie labbra, anche il pianto non era facile in me. Pure una volta che avevo il cuore gonfio di tutti questi sentimenti in lotta, fermando lo sguardo su di lui che più accasciato del solito giaceva sul divano, rigido e pallidissimo, fui presa da tanto affanno che fuggii in camera, dove la zia Margherita, venuta a raggiungermi, mi trovò immersa in una crisi di lagrime. Alle sue domande risposi schiettamente che piangevo pensando al giorno in cui papà sarebbe morto. Uno scricchiolio di mobili mossi nel salotto attiguo e l'ombra di papà fra uscio e uscio mi fecero capire che anch'egli mi aveva seguita.
Lagrime invece di baci?... Ahimè! se scrivessi il mio panegirico dovrei mostrare la fanciulla intelligente e amorosa, la forte Antigone che sorregge il padre cadente, ma scrivo pagine di assoluta sincerità e per disgrazia non ero nulla di tutto ciò, allora. Poche persone rimasero lungamente acerbe quanto me. Avrei l'aria di mancare a questa dichiarazione di sincerità, se volessi sottrarmi al merito di una certa intelligenza e di una forza nelle battaglie posteriori della mia vita; ma allora, ripeto, ero una povera creatura embrionale. Le sciocchezze, che feci e che dissi nel lunghissimo tempo della mia formazione, sono incredibili. Quel po' di strada, che mi sono fatta nel mondo, me la sono scavata da me graffiandomi ai rovi e lacerandomi ai sassi. Tutte le mie facoltà, anche quello del sentimento, si temprarono nel dolore. È solo dolorando che ho potuto amare mio padre quando era con me; è ancora con un doloroso rimpianto che penso a lui, che vi ho sempre pensato dal dì che lo perdetti. Una o due volte all'anno andavamo insieme a far visita a qualche signora che era stata amica della mamma. Erano brevi oasi di piacere, anche dalle quali non sapevo trarre tutti i vantaggi che avrei potuto nel libero abbandono di me stessa, poichè il mio spirito non era mai libero dalla ossessione delle zie. Un po' di colpa era mia? Me lo domando almeno. Perchè non ho saputo uscire dalle strettoie nelle quali avevano inceppato ogni mio movimento paralizzandomi al punto che non osavo abbracciare mio padre? Perchè non sono stata superiore agli avvenimenti? Mi sa male credere che tutto il male mi sia venuto dagli altri. Conosco una quantità di fanciulle che poste nel mio caso ne sarebbero uscite con una risata. Io invece non avevo nessuna delle grazie dell'età; mancavo anche di quella elasticità di spirito che sa capovolgere una situazione. Ero tutta di un pezzo. Troppo seria, prendevo tutto sul serio. Anche in età inoltrata, anche adesso, il primo che capita può farmi credere qualunque cosa. Una di quelle amiche di mia madre che vedevo a rari intervalli, mi trattenne un giorno a pranzo. Abitava nella casa di Luciano Manara in via S. Andrea e dopo pranzo un fratello di Luciano, Achille Manara, venne a far visita alla signora. Io stavo a un tavolino appartato sfogliando un libro quando udii la signora che parlava di me accennando alla morte prematura della mia mamma. Manara mi guardò un momento e abbassando la voce disse: "_Elle a les yeux assassins_". Evidentemente la sua intenzione era di non farsi intendere da me, ma io che non ero sorda e che sapevo il mio francese rimasi grandemente conturbata. Rammentando che alcuni anni prima uno zio mi aveva detto che i miei occhi erano tinti di carbone, non dubitai più di essere una creatura assai disgraziata. Ad onta di questo stato di mortificazione perpetua non posso dire che mi sentissi infelice; di che natura fosse la forza che mi sosteneva lo ignoravo affatto, ma è certo che non conobbi mai quegli accasciamenti, sotto i quali confessano di essersi abbattuti tanti uomini di ingegno e uomini di cuore.
Giovanni Segantini, che ebbe una infanzia tristissima, mi diceva di avere provato questa stessa sensazione. Io non conoscevo il poema di Dante, che nessun professore non mi ha mai spiegato e che ero troppo ignorante per comprendere da me, ma essendomi venuti sott'occhio due versi mi piacquero tanto che li scrissi sopra un mio quaderno e sempre rileggendoli poi mi sentivo invasa da una gran forza e da una sicurezza come se qualcuno mi portasse. I versi sono questi:
«Sta come torre fermo che non crolla giammai la cima per soffiar di venti».
E mi compiacevo tutta a notare che Fermo era il nome di mio padre.
Non parmi esagerata l'applicazione a mio padre dei versi danteschi. Egli era veramente la torre incrollabile, la torre d'avorio significazione di ogni altezza. Tutti i parenti lo riconoscevano; alla sua morte si disse che anche gli avversari rendevano giustizia alla nobiltà della sua vita, alla saldezza de' suoi principi. Tale saldezza appunto lo rendeva intransigente, poco atto a seguire le vie comuni che conducono alla fortuna. Gli ultimi anni gli furono forse amareggiati anche dalla ingiustizia della sorte la quale preferisce gli intriganti ossequiosi e pieghevoli, all'uomo onesto che non discende a patti servili. Il maggior lavoro di mio padre fu il disegno, scelto fra molti concorrenti, e la messa in opera della grande chiesa abaziale di Casalmaggiore dedicata a S. Stefano titolare della città. Eretto sull'area di una antichissima chiesa distrutta, ampliato per la generosa cessione di località limitrofe, il nuovo tempio si presenta isolato e imponente su tredici gradini di elevazione; un pronao ad archi introduce all'interno che ha forma di croce greca, decorato per ogni lato da un ordine di colonne corinzie. Somiglia un poco, fatte le debite proporzioni, alla chiesa di S. Alessandro in Milano; non ha, per esempio, di questa i numerosi e ricchi affreschi, quantunque ne fosse fatto invito ai giovani pittori concittadini allievi del Diotti. In complesso manca a questo tempio troppo giovane la suggestione delle preghiere salite per anni e per secoli al trono di Dio insieme agli aromi dell'incenso ed ai singhiozzi ed alle lagrime sparse ai piedi dell'altare, o soffocate nell'ombra dei confessionali, che tanto fascino di mistero dànno a certe vecchie chiese. Ma invecchieranno le pietre, i marmi, gli argenti; il tempo stenderà il suo mantello bruno sulla rosea nudità delle pareti; nuovi peccati e nuove lagrime deporrà l'uomo bisognoso di fede e altre generazioni cogli stessi amori, cogli stessi dolori, verranno qui a cercare il fascino del mistero. Un curioso episodio sconosciuto e che mi piace di conservare a giustificazione del coro e dell'abside giudicati da qualcuno troppo ristretti in confronto alla mole del tempio, è che sul disegno di mio padre le proporzioni erano più ampie, appunto per conservare l'armonia dell'insieme, e che dovette cedere con grande malavoglia alle pretese di Monsignore Abate, al quale faceva comodo lo spazio per transitare i carri che al tempo della vendemmia portavano le tinozze cariche d'uva nelle sue cantine. Per tal modo la ragione superiore del tempio la vinse sulla ragione meschina dell'uva di Monsignore ed i cittadini, che avevano ceduto con slancio i propri stabili pur che il monumento religioso usufruisse della maggiore ampiezza, dovettero accontentarsi di sapere che le vendemmie prelatizie non sarebbero disturbate.