Un viaggio in Lapponia coll'amico Stephen Sommier

Part 15

Chapter 153,674 wordsPublic domain

Le renne maschie del _Saivvo_ erano al servizio di pochi _noaidi_; essi le facevano combattere fra loro e il proprietario della renna che rimaneva ferita ammalava o moriva.

_Jabmi-aibmo_

Era la dimora dell’oscurità, della peste, del pianto. Qui andavano i cattivi, i ladri, i bestemmiatori, i violenti; questi erano i soli difetti che per essi costituivano un peccato. Nel _Jabmi-aibmo_ regnavano _Rota_, la sua moglie _Jabmi-akko_ (la madre dei morti che porta le malattie con sè) e _Fudno_. Ogni malattia veniva dalla dimora di _Rota_ (_Rota-aibmo_) e proveniva da parenti morti, che vi abitavano; per guarire bisognava sacrificar loro, o mandare un _noaide_ a cercar di placarli. Per guarire un bambino lo si ribattezzava, sicchè dal numero dei nomi di un lappone si poteva dire quante volte era stato ammalato da bambino. Il viaggio dei _noaidi_ al _Jabmi-aibmo_ non era sempre e unicamente per guarire un ammalato; qualche volta lo intraprendevano per ottenere, che qualche antenato o parente morto tornasse sulla terra per stare a guardia delle renne.

Quando un _noaide_ doveva intraprendere un viaggio nel _Jabmi-aibmo_, radunava il maggior numero di uomini e di donne che poteva. Fra questi, due donne dovevano essere in abiti di festa con cuffie di tela sulla testa, ma senza cintura intorno alla vita. Queste donne, durante questo ufficio, si chiamavano _Sarak_. Uno degli uomini presenti doveva pure sciogliere la cintura e levarsi il berretto, ed a questo si dava il nome di _Maerro-oaivve_. Quando tutto era pronto, il _noaide_ impugnava il _runebom_ e cominciava a batter sopra e a cantare dei canti magici a squarciagola. Tutti i presenti si univano ad esso con un forte e continuo _jouigen_ (canto magico). Quindi il _noaide_ cominciava ad evocare i suoi _Saivvo-gazzek_, le anime del _Saivvo_ che lo dovevano aiutare. Prima evocava il _Saivvo-lodde_ (l’uccello) gridando: _Haette dal gocco du matkai!_ (Ora ti devi mettere in via!). Quando questi era arrivato, visibile naturalmente per lui solo, gli ordinava di condurgli altri _Saivvo-gazzek_ e primo di tutti _Saivvo-gnolle_, il pesce o il serpente. Quando erano arrivati tutti, il _noaide_ levava il suo berretto, scioglieva la sua cintura e i legacci delle scarpe, si metteva le mani davanti al viso, cadeva in ginocchio e dondolandosi col corpo avanti e indietro, col _runebom_ in mano, cominciava e correre in giro sui ginocchi con straordinaria rapidità e gesticolazioni strane. Di quando in quando gridava: _Valmasteket haerge, saccaleket vodnos! Si attacchi la renna, si metta il battello nell’acqua!_ Prendeva colle mani e gettava in aria dei tizzoni di fuoco, mostrando che il fuoco non lo bruciava, beveva acquavite, si picchiava sul ginocchio con un’ascia, minacciando colla stessa dietro di sè, e portandola tre volte in giro alle _Sarak_. Finalmente tutto quell’eccitamento combinato col digiuno che aveva osservato per tutto il giorno avanti, agiva in tal modo sul suo corpo che cadeva come morto, in modo tale che «non si poteva udire nè vita nè anima in lui.» In quello stato rimaneva un’ora. In quel tempo nessuno lo doveva toccare; non dovevasi neanche lasciarsi accostare una mosca. Durante questo svenimento, la sua anima viaggiava sul _Saivvo-gnolle_ verso il _Saivvo_ e il _Jaibmi-aibmo_ sotto la protezione di _Noragales_ e del suo cane. Mentre la sua anima era assente, le _Sarak_ discorrevano tra loro a voce bassa, cercando d’indovinare verso qual _Saivvo_ potesse essere andata. Quando nel nominare i diversi _Saivvo_ (dei quali, come abbiamo visto, ve n’eran molti con un nome speciale per ognuno) arrivavano a nominare quello nel quale era andato lo spirito del _noaide_, questi cominciava a muovere un poco la mano o il piede. Allora le _Sarak_ seguitavano a discorrer tra loro, giuocando ad indovinare cosa faceva e come gli andava, ed il _noaide_ cominciava a ripetere quello che sentiva dire dai morti e quello che contrattava con essi nel mondo invisibile, o a rendere oracoli, che si riferivano al da farsi nel caso presente.

Qualche volta il _noaide_ doveva sostenere dura lotta nel regno dei morti col _Jabmek_, che non voleva lasciar partire il morto che voleva avere per guardiano delle mandre, o che voleva assolutamente che il parente ammalato lo venisse tosto a raggiungere; in quei casi il _Saivvo-gnolle_ aiutava fedelmente il _noaide_ nella lotta.

_Basek_ dei lapponi, luoghi sacri, luoghi di adorazione e di sacrifizi

La fantasia dei lapponi colpita da qualche pietra o rupe di forma strana lo attribuiva all’azione dei suoi Dei e i luoghi dove si trovavano questi monumenti naturali, che chiamavano _Basse_, erano i loro luoghi sacri, dove adoravano e sacrificavano, in piena aria, quello che è la chiesa o il tempio per altri popoli più civili, che hanno accomodato le cose più comodamente per sè e per i loro Dei. Consideravano pure come _Basse_ alcuni luoghi ove cascata o un ghiacciaio rendeva loro difficile il transitare colle renne, o luoghi ove era successa qualche disgrazia o dove avevano avuta grande sfortuna alla pesca o alla caccia. Colà sacrificavano a quel Dio, che pareva loro esserne stato causa. Potevano esser luoghi sacri anche quelli ove il lappone era stato fortunato; si chiamavano allora _Basse-varre_ e lì si sacrificava parte della preda; ancora oggi molti luoghi hanno conservato il nome di _Basse_. Questi _Basek_ potevano essere più o meno conosciuti: potevano essere il luogo sacro di una sola famiglia o di un distretto intero. (Ancora 20 anni fa si sa di un lappone che aveva il suo idolo e vi faceva sacrifizi). Il rispetto dei lapponi per i loro _Basek_ era molto grande; non costruivano le loro capanne troppo vicine per non disturbare il Dio col pianto dei bambini, non vi passavano davanti senza fermarsi e si avvicinavano sempre con tutti i segni della riverenza, genuflessioni ecc.

I _Sieide_, idoli

In questi _Basek_ stavano gli idoli dei lapponi, che potevano essere di pietra o di legno. Questi idoli rappresentavano la divinità; forse anche qualche lappone credeva che vi risiedesse dentro, ma tutto fa credere che non fossero veri idolatri. Questi _Sieide_ o idoli non erano fatti ad arte: erano o le roccie di forma speciale che si trovavano nei _Basek_ o pietre di forma strana trovate sopra una spiaggia e portate nel luogo sacro ove simboleggiavano le loro divinità. Ve ne erano per il solito diverse in uno stesso luogo. Intorno ad ognuna si costruiva un muro di pietre e sopra uno steccato di legno per proteggere gli oggetti sacrificati. In vicinanza dell’idolo costruivano una specie di trespolo per deporvi le offerte. Si trovano ancora resti di questi muri di cinta in molti punti in Finmarkia, ma gli idoli sono spariti, distrutti o gettati via dai missionarii e dai lapponi stessi. Solamente alcuni dei più grandi di questi idoli foggiati dalla natura e troppo grandi per essere rovesciati o portati via esistono ancora. Gli idoli di pietra fatti dagli stessi Dei erano tenuti in molto maggior conto di quelli di legno fatti dall’uomo.

Tutte le corna delle renne ammazzate venivano portate in dono agli Dei. Si disponevano in cerchio come uno steccato intorno all’idolo; ancora pochi anni fa si trovavano ancora di questi ammassi di corna (spariti in oggi che le corna sono diventate articolo di commercio).

Gli idoli di legno erano fatti colla base del tronco o più spesso colla radice della betula; la radice formava la testa, e colla base del tronco foggiavano il corpo e le membra; erano alti circa un braccio e mezzo o due, larghi uno; avevano la forma che alla stessa divinità davano sul _runebom_. Questi idoli si tenevano per il solito nei boschi ove erano costruiti dei grandi trespoli. L’idolo si metteva sopra questo o accanto ad esso, le offerte sempre sopra. La massa di legno in questi altari era qualche volta ingente.

Il missionario Kildal bruciò in Ofoten in 14 giorni 40 di questi altari con tutti gli idoli e le ossa degli animali sacrificati. Questi sopra qualche altare si trovavano in così gran quantità, che non si sarebbero potuti portar via (non compreso l’altare) con cinque o sei cavalli.

DEI SACRIFIZI

Quantunque i lapponi sacrificassero in qualunque epoca, vi erano certe stagioni in cui facevano dei grandi sacrifizi. Questo era verso l’autunno, alla fine di settembre, quando essi sogliono macellare il maggior numero di animali per mangiarli subito e per conservare la carne seccata per la primavera quando non è buona la carne. Probabilmente nel dicembre vi era un gran sacrifizio, perchè quel mese si chiama in lappone _Bassemanno_, mese dell’arrosto. Per sacrificare, il lappone chiamava un _noaide_, che conosceva tutte le cerimonie che si dovevano fare. Questi si purificava con digiuno e abluzioni dell’intiero corpo. Nei casi gravi, come di malattia mortale, poteva darsi che si dovesse sacrificare tutto l’animale intiero e intatto; allora non vi era banchetto. Ma in ogni altro caso si invitavano tanti ospiti quanti ce ne voleva per mangiare tutta la carne dell’animale sacrificato. Con abiti speciali in dosso e una corona di foglie e fiori in testa, il _noaide_ si apprestava al sacrifizio, chiedendo per mezzo del _runebom_ a quale Dio doveva sacrificare. Se era un renne l’animale destinato si sceglieva senza difetti: messogli un filo di colore diverso, secondo la divinità cui si dedicava, in un orecchio, una corona in capo, tutta la compagnia andava al _Basse_, dove erano le immagini degli Dei, avendo cura, prima di lasciar la capanna, che fossero legati tutti i cani. A nessuna donna era concesso di aver che fare coi sacrifizi fatti dagli uomini. Le donne non dovevano neppure avvicinarsi al luogo sacro, nè attraversare il sentiero seguìto dagli uomini e neppur guardare in quella direzione. (Le donne però potevano fare sacrifizi minori in casa alle Dee).

Giunti al _Basse_, il _noaide_ immergeva il coltello nel cuore della vittima, che cadeva morta dopo pochi minuti. Tutti insieme levavano la pelle. Levati gli intestini, veniva raccolto un po’ di sangue in un recipiente particolare ed il _noaide_ divideva l’animale alle giunture senza rompere nessun osso: quindi levava il naso, gli occhi, gli orecchi, il cuore, il polmone ed un po’ della carne di ogni membro e quel che più di tutto importava, gli organi genitali, se era un maschio e metteva tuttociò da parte come olocausto. Il resto si metteva in una pentola. Pregato in ginocchio il Dio di accettare il sacrifizio e di esser propizio, tutti mangiavano la carne, dopo di che pregavano di nuovo. Radunate le ossa e rimesse in posizione si gettava sopra il sangue, ed il _noaide_ a capo scoperto, strisciando sui ginocchi, andava ad offrirle all’immagine del Dio. L’idolo stesso si spalmava col sangue e gli occhi col grasso della vittima.

VARIANTI NEL MODO DI SACRIFICARE AI DIVERSI DEI E SULLA SCELTA E SESSO DEGLI ANIMALI

Le donne sacrificavano quotidianamente alle Dee segnatamente a _Sarakka_, che riceveva un pochino di tutti i pasti. Quando abbandonavano un luogo, versavano un po’ della zuppa di latte in terra per ringraziare di esser stati bene in quel luogo.

I lapponi facevano offerte anche ai morti. Spesso immolavano la renna, colla quale il cadavere era stato portato alla tomba, e ne seppellivano le ossa. Quando passavano dinanzi alla tomba d’un parente od amico suolevano gettarvi sopra un pezzetto di tabacco o di qualche altra cosa che potesse piacere al morto: nella bara mettevano diversi oggetti, come arco, freccie, ascie, gli oggetti per accendere il fuoco, un po’ di cibo; forbici, aghi ecc. se era donna. Nella Lapponia russa, Friis ha visto mettere sulla tomba, anche al giorno d’oggi, diversi arnesi come ascia, coltello ecc.

Al Dio _Rota_ offrivasi qualche volta anche un cavallo.

Quando era stato promesso a un Dio un animale, bisognava che tutte le ossa fossero conservate con cura e portate all’idolo o seppellite: se un cane rubava uno di questi ossi, lo si uccideva e si sostituiva uno dei suoi ossi a quello involato.

CERIMONIE PER LA CACCIA DELL’ORSO

L’orso era per i lapponi un animale sacro, che stava sotto la protezione di _Laeibolmai_ (Dio della caccia).

Quando si accingevano a questa caccia, i lapponi non parlavano mai dell’orso col suo nome (_guofca_) ma gli davano diversi epiteti come: animale santo, nonno del monte, rospo del monte ecc. Le diverse parti del suo corpo e tutto quello che si riferiva a tale caccia si esprimeva con un linguaggio mistico speciale, inintelligibile per altri.

Le cerimonie, che cominciavano prima della partenza, seguitavano poi per tutto il tempo della caccia, nella quale si portava anche un _runebom_. Le donne non dovevano guardare l’orso ucciso che attraverso un anello di ottone. Nelle tre notti, che tenevano dietro alla caccia fortunata, gli uomini non dovevano dormire colle mogli. Mangiavano la carne cotta in modo speciale, senza sale; alle donne si dava solo la parte inferiore e dovevano mangiare il primo boccone attraverso un anello d’ottone. Tutti i cacciatori dovevano poi purificarsi. Le ossa si serbavano tutte e si mettevano in ordine in una fossa nel luogo ove era stato cotto, insieme agli organi genitali. La pelle era distesa sopra alcuni rami e le donne erano condotte davanti cogli occhi bendati; allora si dava loro in mano un arco o un bastone e dovevano cercare di colpire la pelle; e solo quando una di esse era riescita a colpire (sarà il suo marito che ucciderà il prossimo orso) nel segno, erano tutte sbendate e potevano per la prima volta guardare la pelle. Così si compievano le cerimonie della caccia dell’orso.

BIBLIOGRAFIA

1

OSKAR SCHMIDT. _Reise von Bosecop nach Torneo_ in MEYER’S _Volksbibliothek für Länder, Volker und Naturkunde_, B. 48.

L’autore è un naturalista e si occupava di infusorii. È forse per questo che trova ridicoli gli svedesi che da Stocolma vanno ogni anno a Matarengi per vedere nel dì di San Giovanni sorgere il sole a mezzanotte.

«Quando si pensa, egli dice, alla lunghezza del viaggio, alla spesa forte, quando si ricorda che la notte del 24 giugno può esser nuvolosa quanto ogni altra e che il sole di mezzanotte di Matarengi ha lo stesso aspetto del sole al tramonto, bisogna proprio avere una grande tendenza al romanticismo per spendere _tanta fatica, tanto tempo e tanto denaro_ per un piacere, che consiste quasi tutto nella pura immaginazione.»!!

L’autore descrive bene alcune scene della vita finlandese; sono veri bozzetti fiamminghi.

Interessante assai è quanto riguarda la flora generale dei paesi percorsi.

2

BOUCHER DE PERTHES. _Voyage en Danemarck, en Suède, en Norvège etc., fait en_ 1854. Paris, 1858.

È un libro pettegolo, è un giornale da viaggio che può interessare l’autore, i suoi amici e pochi altri. È un lavoro leggero, superficiale e che non si aspetterebbe da un uomo, che ha un posto eminente nella storia della paletnologia.

FILIPPO PARLATORE. _Viaggio per le parti settentrionali di Europa fatto nell’anno_ 1851. Firenze, 1854.

È minuto, è esatto, spesso prolisso; più fotografia che quadro; la lingua sempre eletta, lo stile classico.

L’enumerazione delle piante occupa la parte migliore.

Le notizie sugli uomini scarse; importanti quelle che riguardano le università, gli stabilimenti, l’industria, il commercio.

KNUD LEEMS, _det Lappiske Sprog Beskrivelse over Finmarkens Lapper etc.; og_ JESSEN’S _Afhandling om de Norske Finners og Lapper Hedenske Religion_. Copenaghen, 1767. Grosso volume in-4, di pag. 544, con 100 tavole incise.

È lo studio diligente dei lapponi fatto da un missionario, che passò gran parte della sua vita fra di loro. Libro prezioso per l’accuratezza delle osservazioni, la minutezza dei particolari e l’attendibilità delle notizie.

Sono importanti soprattutto le notizie, che riguardano gli animali della Lapponia e la religione antica dei lapponi.

Di fianco al testo danese vi è sempre la traduzione latina.

Le tavole sono di un’infantile ingenuità e rozzamente disegnate.

È un libro molto raro, che devo alla cortesia del dottore L. M. Borthen di Tromsoë[40].

GUSTAF VON DUBEN. _Om Lappland och Lapparne företrädesvis de svenske. Ethnografiska studier_. Stockholm, 1873, con tavole.

È la monografia più recente e più completa dei lapponi ed è il frutto di lunghi e profondi studii. Le parti più importanti del libro sono quelle che riguardano i costumi e le origini dei lapponi.

INDICE

CAPITOLO I

Note scandinave — Il lago delle bionde chiome — Copenaghen — I canali e i laghi della Svezia — Da Götaborg a Stocolma — Stocolma e gli svedesi — Un pranzo in casa di Retzius — Cristiania — Il sole di mezzanotte e le coste della Norvegia Pag. 7

CAPITOLO II

La gita a Öjungen — I primi lapponi 43

CAPITOLO III

Lettere lapponiche dell’amico Sommier — Un bagno finlandese preso a Elvebaken — I lapponi a Kautokeino — Bozzetti lapponici 71

CAPITOLO IV

L’ambiente scandinavo — Il mare, il freddo e il silenzio — Il carattere degli scandinavi 103

CAPITOLO V

Storia naturale dei lapponi — Loro numero e loro nome — Ritratto dei lapponi fatto da un poeta e da un prete — Abitudini e costumi — Le slitte, le capanne e la vita nomade — Loro psicologia — Le nozze e i funerali — Organismo sociale ed economia politica — Loro industria — Origine dei lapponi 115

CAPITOLO VI

Il mondo ideale dei lapponi — La loro poesia — I loro proverbi e indovinelli — Novelline 181

CAPITOLO VII

Il mondo soprannaturale dei lapponi — Profilo della loro religiosità — Conversione dei lapponi al cristianesimo e fervore apostolico dei missionarii norvegiani — Streghe, maghi e pregiudizi — La mitologia lappone secondo gli ultimi studii di Friis 267

BIBLIOGRAFIA 321

868. — Firenze, Tip. dell’Arte della Stampa.

NOTE:

[1] Il cartellone del 3 giugno 1879, che annunziava gli spettacoli e i divertimenti, che si potrebbero godere nel Tivoli, aveva una nota stampata in grossi caratteri che diceva appunto così: _Pubblicums opmœrksomhed henledes paa Tulipanfloret_.

[2] NIELSEN, _Schweden und Norwegen nebst Führer durch Kopenaghen_. Terza edizione, Jena, Gustavo Fircher, 1880.

[3] La _corona_ (Kr.) equivale a circa L. 1,50 e l’_öre_ ad un centesimo e mezzo della nostra moneta.

[4] Anche in Scandinavia le belve vanno facendosi ogni giorno più rare. Secondo Elis Sidenbladh furono uccisi nella Svezia:

ORSI LUPI LINCI GHIOTTONI

Dal 1865 al 1870 618 865 673 611 Dal 1871 al 1875 259 229 526 504

Il renne selvaggio non si trova oggi che nelle parti più solitarie della Lapponia ed anche l’alce è divenuto animale molto raro. Se si trova ancora al sud di Cristiania, è perchè è difeso da una legge, che proibisce di distruggerlo. E in quel paese le leggi sono ubbidite.

[5] In Scandinavia non ci sono accattoni. Vedi a questo proposito un lavoro molto interessante _Sulla beneficenza ed assistenza pubblica in Norvegia_, negli Annali di Statistica, serie 2ª, vol. 11, pag. 157.

[6] Un miglio quadrato corrisponde a circa 130 chilometri quadrati.

[7] Il nostro Bove trovò che i ciukci non usano occhiali, benchè molti di essi abbiano gli occhi in tali condizioni da far pietà. Invece gli indigeni delle coste americane polari e gli esquimesi usano occhiali di legno con una strettissima fessura longitudinale, che non lascia passare che pochi raggi luminosi.

[8] ECKER, _Einige Bemerkungen über einen schwankenden Charakter in der Hand der Menschen._ (_Archiv., für Anthropologie_), MANTEGAZZA, _Della lunghezza relativa dell’indice e dell’anulare._ (_Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia_, vol. 7, Firenze 1877, pag. 19).

[9] B. SEEMANN, _On the Anthropology of Western Eskimo Land etc._ (_Journ. of the anthrop. society_ 1864, pag. CCCIII).

[10] KNUD LEEM, op. cit., pag. 101.

[11] KNUD LEEM, op. cit., pag. 109.

[12] Leem racconta di aver percorso in una slitta lappone 88 chilometri nello spazio di sei ore.

[13] In Kautokeino ed Enare diverse famiglie di lapponi hanno una razza di cani che nascono senza coda. Naturalmente non è una razza propria, ma quella particolarità proviene in origine da ciò che per dei secoli, generazione dopo generazione, si è tagliato loro la coda finchè alcuni individui finalmente nascessero senza. Questo è talmente inerente alla razza adesso, che cani di quella razza, anche accoppiati con cani colla coda producono dei piccoli che ne sono privi.

[14] L’abbiamo fotografato. Ebeltoft ci diceva che aveva duemila renne e 4000 _sp. daler_ alla banca.

[15] È bello raffrontare il carattere dei ciukci con quello dei lapponi. Anche quei fratelli orientali dei nostri buoni amici di Scandinavia sono benevoli, teneri in famiglia; nè ladri, nè omicidi. Se date ad un bambino un dolce o una leccornia qualunque, invita fratellini ed amici a dividere il dono con essi. Nulla assaggiano i figliuoli senza prima offrire ai genitori e ottenere licenza di mangiare. Quei poveri fanciulli a sette od otto anni incominciano a seguire le carovane, che vanno alla pesca della foca, a 9 o 10 anni guidano già un _equipaggio_ di sette od otto cani; a 13 o 14 hanno già un arpone, una lancia ed un arco, armi che non poseranno più fino all’ultimo respiro. Son gente allegra e felice. I ciukci sono molto ospitali e un tempo offrivano le loro donne al loro ospite. Ciò non avviene più, benchè si debba dir che le donne ciukce non conoscono affitto il pudore.

Anche i ciukci amano poco la musica e non hanno altri strumenti musicali che un tamburo fatto colla vescica di foca ed una viola ad una corda. Conoscono poche canzoni con ritornelli monotoni e dolci. Le sole ragazze ballano e la loro danza consiste in piccoli salti, ora a destra ed ora a sinistra, storcendo orribilmente gli occhi e gemendo e soffiando come le loro belve e i loro cetacei.

Molte analogie esteriori si trovano fra i nostri lapponi e i ciukci. Anche questi portano nell’inverno due vesti di pelliccia, una col pelo all’infuori, l’altra col pelo all’indentro. Anch’essi, quando riposano, sogliono con un rapido movimento ritirare un braccio o ambedue le braccia dalle maniche, onde riscaldarle meglio. Anch’essi non abbandonano mai il coltello, la pipa e la borsa di tabacco. Il nostro Bove vide più d’una volta ciccare le donne dei ciukci e i bambini lasciare il capezzolo materno per prendere in bocca la pipa.

[16] Lo schizzo psicologico che abbiam dato dei lapponi sarà giudicato da taluno un po’ prolisso; ma noi speriamo che il ritratto sia rassomigliante. In questi casi la concisione è sempre a scapito della verità e basterebbe a provarlo il quadro dato dall’illustre Castren: «Son gente lenta, malinconica e burbera. Sono accusati di invidia, di implacabilità, di scaltrezza e di altri vizii inerenti a questo carattere. Si lodano invece per il loro animo mite, per il loro buon volere, per essere servizievoli ed ospitali, per il loro timor di Dio e la loro continenza.» È questo un ritratto che può servire per molti altri popoli!

[17] Fra gli altri Valdemar Schmidt combatte la credenza che i lapponi abbiano abitato la Danimarca all’epoca della pietra.

Nel nord della penisola scandinava non si trovano _dolmen_ e i cranii dei _dolmen_ danesi sono molto diversi da quelli dei lapponi. _Le Danémark à l’Exposition universelle._ Paris, 1868, in-8.

[18] J. A. FRIIS, _Lappiske sprogpröver. En samling of lappiske eventyr, ordsprog og gaader, med orbog_. Christiania, 1856.

[19] SCHEFFER, _Lapponia_. Francofurti, 1673, pag. 282.

[20] Eppure un passo del _Kalevala_, l’antico poema epico dei finni, avrebbe dovuto farci cercare i canti lapponi. Là dove Lemmin-Käine narra il suo arrivo alla casa di Pohjola in Lapponia, si legge (Canto XII):