Un viaggio in Lapponia coll'amico Stephen Sommier
Part 13
— La cosa è facile — disse la sposa. — Qui al mio dito ho un anello col quale si può avere quello che si desidera e andare dove si vuole!
Il ragazzo prese l’anello della sua amorosa, se lo mise al dito ed espresse il desiderio di tornare da suo padre e dal prete. Nello stesso momento vi giunse. Egli raccontò tutto quello che gli era successo dal momento che li aveva lasciati, ma nessuno gli voleva credere. Egli mostrò l’anello che aveva al dito, ma pure non gli volevano credere. Finalmente la sera, quando ebbero cenato dal prete, il giovane non potè più tenersi, quantunque la sua amorosa glielo avesse severamente proibito, dicendogli: «Tu non mi devi desiderare la dove sei tu con i tuoi!» e disse: «Potesse essere qui la cuoca per sparecchiare la tavola!» Nel momento la cuoca comparve e portò via il piatto che stava davanti al ragazzo e sparì. Quando fu l’ora di andare a letto, il ragazzo disse di nuovo: «Potesse venire ora la cameriera a prepararmi il letto!» Essa arrivò tosto e gli rifece il letto. Il giovane andò a letto e formò il desiderio: «Potesse ora venir la mia fidanzata a riposare al mio fianco!» La sposa comparve all’istante, abbracciò il giovane e lo baciò. Ma al momento stesso gli prese dal dito l’anello, escì e non si vide più. Il giovane cominciò ben presto ad avere tal desiderio della sua amante, che abbandonò suo padre e suo padrino e si mise in viaggio in cerca della città d’oro. Egli arrivò da prima dal re dei pesci:
— Buon giorno, nonno — disse il ragazzo, — mi puoi forse dare qualche notizia sulla città d’oro?
— No! non ne so niente — disse il re dei pesci — ma radunerò i miei pesci, forse qualcuno di essi ne saprà qualche cosa!
Egli fischiò per radunare i pesci, ma nessun di questi seppe dar notizia della città d’oro. Lo _Stenbiten_ (_Anarrichas lupus_) non era ancora venuto, ma finalmente arrivò anch’esso.
— Perchè arrivi tanto tardi? — domandò il re.
— La lontra mi aveva acchiappato — rispose lo _Stenbiten_, — fu a stento che mi potei liberare!
Ma lo _Stenbiten_ non seppe dir niente neppur lui della città d’oro. Il giovane andò avanti ed arrivò al re degli uccelli.
— Buon giorno, vecchio nonno — disse il ragazzo, — mi puoi dare nessuna notizia della città d’oro?
— Non ne so nulla! — disse il re degli uccelli — ma chiamerò i miei sudditi!
Egli allora fischiando riunì tutti gli uccelli, ma nessuno potè dir nulla della città d’oro. Per ultimo venne il cigno.
Questi aveva deposte le uova e gli uomini avevano teso un laccio presso il suo nido, nel quale era rimasto preso. Ne era escito a stento, ma quando finalmente fu giunto non seppe dir nulla neanche lui della città d’oro. Il giovane seguitò la sua peregrinazione senza sapere dove andasse. Mentre camminava vide due figli di gigante che si battevano. Il ragazzo si avvicinò a loro e domandò:
— Perchè vi battete? Si direbbe che siete due fratelli, ma se è così, perchè vi battete?
— Sì, siamo due fratelli — risposero entrambi — e ci battiamo per un berretto ed un paio di scarpe, che abbiamo avuto in eredità da nostro padre.
Il ragazzo, che era accorto ed istruito, domandò cosa avessero di particolare il berretto e le scarpe. Gli fu risposto, che quando si avevano le scarpe, si poteva in un salto essere là dove si voleva e che quando si aveva in testa il berretto, si diventava invisibili.
— Prestatemeli un momento — chiese il ragazzo — che vi possa provare se è vero quanto mi dite!
I figli del gigante non vollero dapprima prestare la loro eredità al giovane che essi non conoscevano, ma infine si lasciarono persuadere, quando il giovane ebbe promesso di fare solamente due salti come prova. Ma appena il giovane ebbe messo le scarpe e il berretto, andò d’un salto alla città d’oro, e vide un gran bastimento dorato sul mare. Gli dissero che quel bastimento apparteneva ad un figlio di re, il quale era venuto a cercar moglie. Il giovane entrò senza essere veduto nella reggia e vide e sentì il figlio del re, che chiedeva la mano della sua amante. Egli rimase nascosto finchè venne l’ora di andare a letto. Quando la sua amante andò a letto, vi andò pure il figlio del re e si coricò al suo fianco. Nel momento che il figlio del re volle baciare la sua sposa, il giovane gli dette un calcio sulla bocca. Il figlio del re non potè capire cosa volesse significare un tal trattamento. Egli si offrì di nuovo, ma ricevette un secondo colpo del duro stivale di gigante che il giovane aveva nel piede.
— Perchè mi batti così? — domandò il figlio del re, meravigliato dei modi poco amabili della sua bella.
— Io non ti batto niente affatto — disse la figlia del re; ma il giovane che stava dietro alla sposa rideva per sè. Nello stesso momento diede un nuovo calcio al figlio del re, cosicchè questi arrabbiato, saltò su e ritornò al suo battello dorato. Aveva avuto abbastanza di quella ragazza, pensò, e ritornò al suo paese. Il giovane si alzò pure, escì e si levò gli abiti del gigante. Quindi tornò e cominciò così a parlare colla figlia del re:
— Chi era quel forestiero che venne qua mentre io ero via?
— Era un figlio di re, che veniva a sposarmi — rispose la sposa.
— E perchè non l’hai sposato?
— Oh l’avrei preso volentieri — disse la figlia del re — ma egli ebbe paura di me!
— E perchè ebbe paura di te?
— Non so donde viene, ma mentre eravamo accanto l’uno all’altro assicurò che io gli davo dei calci sulla bocca invece di baciarlo, si mise in collera e se ne andò. Io non lo seguii; sapevo di non avergli fatto il minimo torto.
Il giovane allora ricominciò la sua antica corte, furono fatte le nozze ed il ragazzo diventò padrone della reggia della città d’oro.
CAPITOLO SETTIMO
IL MONDO SOPRANNATURALE DEI LAPPONI — PROFILO DELLA LORO RELIGIOSITÀ — CONVERSIONE DEI LAPPONI AL CRISTIANESIMO E FERVORE APOSTOLICO DEI MISSIONARII NORVEGIANI — STREGHE, MAGHI E PREGIUDIZII — LA MITOLOGIA LAPPONE SECONDO GLI ULTIMI STUDII DI FRIIS.
Il buon parroco norvegiano Knud Leem trova, che la prima virtù dei lapponi è quella di essere religiosi: _Inter virtutes lapponum primas merito tenet veri Numinis cognitio_. È naturale che quel bravo prete così timorato di Dio si entusiasmi per la calda religiosità dei suoi amici polari, benchè ne dia il merito principale al _divo_ Federigo IV, che si occupò con molto amore della loro conversione. Prima di questo re _immortale_, dice egli, l’ignoranza religiosa dei lapponi era infinita e aggiunge come prova di questo, che uno di essi interrogato come Cristo fosse asceso al cielo, rispondeva: _con due tavole di pietra!_ (confondendo l’ascensione del Cristo con Mosè e le sue tavole). Ecco le parole testuali di Knud: _Exemplum dabo crassissimae ignorantiae, qua tunc temporis miserrima gens laboravit_.
Noi, meno credenti di Knud, e più psicologi che teologi, troviamo strano come i lapponi abbandonassero senza alcuna lotta e quasi direi senza alcun rimpianto la loro poetica mitologia, che era stata per tanti secoli la religione dei loro padri e si facessero cristiani senza spargere una goccia di sangue nè una goccia di lagrime. Mutarono religione come avrebbero mutato il vestito e abbandonarono quasi senza rimpianto i loro dèi, i loro tamburi magici, le loro mosche magiche, tutto l’olimpo fantastico del loro cielo ideale per abbracciare una religione monoteista ed altissima, nata sotto il cielo azzurro della Palestina. Credo, dopo averli studiati, che domani si farebbero turchi coll’eguale facilità, e sarebbero i più fervidi musulmani del mondo. Egli è perchè sono docili, timidi e pieni di un nervosismo, che li trae facilmente ad aver paura della forza o delle cose invisibili. Le loro donne furono le ultime a conservare un culto per i loro idoli, ma oggi non rimane più dell’antica mitologia, che qualche pregiudizio e qualche rito appena disegnato nelle nebbie di una superstizione vaporosa e indistinta[33].
La prima missione cristiana fu fondata in Lapponia nel 1714 e il Knud, divenuto missionario egli stesso pochi anni dopo, trovava già profondamente cristiani i suoi neofiti. Alcuni sapevano a memoria 36 salmi. Un vecchio più che settuagenario, di nome Nikka Kokko-gedda, analfabeta, aveva imparato a memoria in brevissimo tempo le tre prime parti del catechismo. Chiamavano i loro parroci col nome di _buorre atzkie, buon padre_. Quando appariva loro dinanzi un prete, si levavano immediatamente con molto rispetto, offrendogli ciò che avevano di meglio, _ut lac rangiferinum congelatum, caseum, linguam et medullas ejusdem animalis_; ringraziavano con parole calde il sacerdote che aveva fatto la predica, dicendogli più e più volte: _Kiitos ednak Ibmel sanest, molte grazie per il Verbo di Dio_. Non bestemmiavano mai, in ciò superiori ai norvegiani (aggiunge il Knud) e moltissimi fra loro non prendevano cibo senza prima averlo benedetto colle parole _Jesusatzh sioned_ (benedici, o Gesù).
Molta parte di merito nella conversione dei lapponi è da attribuirsi ai missionarii, i quali, animati da un santissimo fervore, si sacrificarono per la loro nobile intrapresa, che fu anche opera di moralità, dacchè è per essi che i lapponi lasciarono quasi affatto il vizio dell’ubriachezza, che fino allora era stata la prima loro gioia.
Knud descrive con vera esaltazione il piacere di convertire i lapponi al cristianesimo, mostrando nello stesso tempo, quali fossero i forti travagli della vita di un missionario in quelle regioni polari. Allo svegliarsi veder la brina del proprio fiato ghiacciato sulla pelliccia del letto, trovar ghiacciato l’inchiostro anche presso il fuoco, sentirsi ardere i piedi e gelar le spalle e veder disegnata colla brina la forma del proprio corpo sulle pareti delle capanne, perchè il corpo faceva da paravento per il calore del focolare: «Praeter omnem opinionem deprehendi eam parietis partem, quae propter umbram corporis mei vim calefantis ignis admittere non poterat, pruinam induisse, meique quasi imaginem et simulacrum albo colore depictum, in pariete retulisse.
«Nec molle et plumosum cubile in hujusmodi hospitiis Missionario expectandum est, cui loco culcitae est hispidum corium rangiferinum, super nudam humum, vel saltem super corrasa lignorum sarmenta expansum, vestibus, quas cubitum iturus exuerat, loco pulvini suppositis. Ad requiem qualemcunque ita compositus, ipsam nivem capita fere attingit, exiguo unius duntaxat palum spatio ab ea remotus, cubat enim in pavimento, pedibus focum versus exporrectis, capite autem parieti proximo qui, quemadmodum supra observatum est, ima sui parte perpetuis nivibus, tanquam vallo cinctus est et circundatur.» (Pag. 535).
E dopo aver descritto il piacere di viaggiare nell’inverno in mezzo a turbini di neve che oscurano il cielo:
«Accidit praeterea, ut, saeviente frigore et multa nive cadente, genis proficiscentium glacies incumbat, quae laminae instar, postea avellitur et stiriae palpebris adhaerescant, digitis similiter avellendae, quod incommodum admodum molestum est, iis praesertim, qui a teneris perferre non didicerunt. Incommodis hisce et periculis tandem superatis, pervenitur in tentorium, teterrimo fumo oppletum, quod sane haud leviorem viatori molestiam creat; et, ut reliqua incommoda taceam, hoc unum, memorasse sufficiat, efficere hunc fumum, ut facies hospitis, si per complures dies hic commoratus fuerit, variis tuberibus intumescat.
«Et, ut paucis multa complectar, tot Missionarium lapponicum circumveniunt et exercent incommoda, tot labores exantlandi, sive frigus spectes, quod suo tempore paene intolerabile est, sive hospitium in parvo et rimoso tentorio, sive denique alimenta consideres, qualia sunt lac rangiferinum congelatum, fontana, eaque interdum frigidissima et nive permixta etc. aliaque innumera, quibus recensendis vix sufficio, incommoda respicias, ut speciali Dei providentiae, eique soli tribuendum sit etc.»
Dice però che egli non vuole con queste tristi pitture sgomentare i missionarii, perchè l’idea di far del bene e di far entrare in cielo le anime dei lapponi basta a tutto.
«Enim vero qui gloriam Dei in tot animarum a tenebris ad lucem, a potestate Satanae ad Deum, conversione promovendam unica respicit, haec et alia, quae se circumvenire possunt incommoda, parum curat, sed puro et sinceri Christi oviumque pretiosissimo ipsius sanguine redempturum amore incensus quaevis molestias laetus adit, laetus sustinet et superat. Quae initio dura sunt, uti assueveris, sensim mollescunt, et profecto (absit omnis jactantia et vana coram Deo et hominibus gloriatio) confidenter ausim asserere, me omni illo tempore, qua pars aliqua missionis regiae in hisce oris eram, mea sorte adeo contentum fuisse ut numquam magis. Si causam quaeris, praeter multas alias et hanc accipe; esse lapponibus ingenia adeo docilia, mitia et tractabilia, ut, quod in commercio cum aliis hominibus, sua et aliorum opinione his multo politioribus, animum liberalem aequique amantem et justi, haud raro offendant, et ad iram ac indignationem irritant, inter lappones versanti non sint metuenda.»
Le streghe e i maghi furono gli ultimi a sparire dal mondo mitologico, e non oserei dire che neppure oggi sia del tutto scomparsa la magia in Lapponia; nè possiamo stupircene, quando ricordiamo la magia bianca dello spiritismo, che si esercita anche oggi sotto i nostri occhi da uomini serii e di buona fede.
Knud racconta molte confessioni di streghe, dalle quali apparisce come queste donne credessero esse stesse agli straordinarii poteri, dei quali eran dotate, sia per fare il bene che per fare il male. Alcune ad esempio credevano di essere state nell’inferno e di aver avuti continui rapporti col diavolo, altre confessavano di avere coi loro maleficii fatto naufragar navi o perir vacche e bambini. Il buon Knud è disposto a credere, che queste confessioni fossero il risultato di sogni o di accese fantasie, fors’anche estorte dalla paura o dalla tortura; ma non nega che anche l’arte magica possa essere della partita: «Artem tamen magicam olim fuisse exercitam, minime nego, cum diabolus in infidelibus efficax sit, et quis id, quod sacrae paginae luculentis dictis exemplisque testificantur negare sustineret?»
Prima di segnare a grandi tratti l’antica mitologia lapponica, raccogliamo le superstizioni e i riti, che regnavano ancora poco prima del Knud e che possono valere a disegnarci la particolare forma di religiosità che è propria dei lapponi.
Usavano una specie di sagrifizio in cui ardevano in una _cymbula_ pezzetti di carne, di cacio, di burro e di viscere di renne.
Si credeva, che taluni uomini avessero il potere di lanciare da lungi piccole freccie avvelenate di piombo per vendicarsi dei proprii nemici. Queste freccie producevano malattie gravi o contagiose.
Si tenevano lontani i lupi, gridando o piuttosto urlando il canto _juvigen_:
«Kumpi! don ednak vahag lekdakkam, ik shjat kalka dam paikest orrot, mutto dast erit daakkan maibme kietzhjai mannat, ja don kalkak dai patzhjatallat daiheke jetzhja lakai hawanet»
«Lupo, autore di molti mali, non rimaner più qui, vattene lungi di qui agli ultimi confini del mondo. Altrimenti o sarai trafitto dalle freccie o in qualunque altro modo perirai.»
I maghi, per scoprire il ladro, mettevano dell’alcool in una _obba_, e dicevano di sapervi vedere il ritratto del colpevole. Che s’egli non avesse reso le cose rubate, perderebbe un occhio o un membro. A rendere più solenne questo esorcismo, il mago urlava durante la sua inchiesta; e il ladro lappone, assai più ingenuo dei nostri, si rivelava spesso e restituiva ciò che aveva involato.
Agli antichi lapponi era giorno sacro il giovedì; con minor frequenza anche il sabato e il venerdì. Nei giorni creduti sacri era proibito cacciare e pescare.
Rispetto alla menstruazione avevano usi molto simili a quelli degli antichi ebrei. Quando una donna aveva il flusso mensile, il marito non poteva dormire con lei e neppur toccarle gli abiti. Essa non poteva scavalcare colle gambe un fucile giacente sul suolo, nè montare sul tetto della capanna, nè munger le vacche, nè passare presso la spiaggia, dove si mettevano a seccare i pesci.
Non mangiavano mai carne di porco, credendo che quest’animale fosse il cavallo dei maghi.
Non andavano a cacciare o a pescare dove erano chiese.
Non nominavano mai o quasi mai l’orso col proprio nome di _guouzhja_, temendo di offenderlo e di irritarlo a maggiori stragi. Lo chiamavano invece _vecchio dalla pelliccia, moedda-aigja_. L’orso ucciso era condotto quasi in trionfo a casa, ma si costruiva una speciale capanna per riceverlo, dove doveva esser cotto e dove nessuno entrava prima di aver mutato gli abiti. Era mangiato quasi unicamente dagli uomini, e solo qualche pezzetto era portato alle donne, badando che non fosse però degli arti posteriori. Questo scarso tributo non poteva esser portato loro attraverso la porta della capanna, ma sollevando in un angolo riposto un lembo della tenda. Le ossa dell’orso si seppellivano e per tre giorni uomini e donne vivevano isolati.
Quando si fondevano le palle per il fucile, si pronunziavano parole oscene.
Chi prendeva uno _Sturnus cinclus_, lo conservava vivo o morto, come un talismano, che portava fortuna.
Era grande fortuna potersi mettere sotto un albero, dove cantava un cuculo e rimanervi prima che fosse volato via. Era pure di ottimo augurio il trovarne le uova.
Trovar pietre singolari per grandezza o per forma significava che qualcosa di strano doveva accadere.
Il tuono spaventava i maghi e li uccideva; donde il proverbio: _Se non vi fosse il tuono, i maghi distruggerebbero il mondo_. Si credeva che i maghi inorriditi dal tuono, corressero qua e là, finchè avessero trovato un albero in cui nascondersi e appena rifugiati colà, il fulmine incendiava la pianta maledetta.
Gli alberi fulminati avevano particolari virtù, ad esempio questa, che una scheggia del loro legno curava il mal di denti.
Appena una donna si sentiva incinta, cercava nel cielo una stella, che fosse vicina alla luna, e dalla maggiore o minore distanza dei due astri traeva augurio sulla fortuna della gravidanza e del parto.
_Securi manubrium infigere in domo, ubi puerpera erat, nefas habebant._
Nel travaglio del parto bisognava badar bene che non vi fossero nodi nelle vesti della partoriente, perchè ognuno di essi rendeva più laborioso il parto. Gli abiti portati nel momento del travaglio non si potevano portar più per tutto il corso della vita.
Le donne non potevano mangiare la carne della testa del renne e gli ammalati non dovevano assaggiare la parte dello stesso animale, che corrispondeva a quella che in essi pativa.
Durante la malattia si facevano spesso doni votivi alla chiesa vicina. Morto il malato, si uccideva il renne, che serviva come animale da tiro al defunto, e mangiatene le carni, si seppellivano le ossa. Si abbatteva la parte della capanna, in cui si era deposto il cadavere e spesso si abbandonava anche il luogo visitato dalla morte.
Per difendere il gregge dalle disgrazie si credeva utile sospendere al fienile una testa di pecora involta di fieno e di lana. Si credeva pure molto utile segnare una croce sui loro armenti[34].
Dopo aver segnato questi tratti sulla religiosità dei lapponi, daremo alcuni cenni della loro antica mitologia, desumendola dagli studii profondi di Friis.
MITOLOGIA LAPPONE
Dei _noaide_ dei lapponi ossia dei loro sacerdoti e medici
I _noaide_ avevano una parte importante nel culto pagano dei lapponi; erano uomini intendenti di magia, di arti soprannaturali e facevano la parte di sacerdoti, di indovini, di consiglieri, non che di medici. Erano gli intermediarii fra gli Dei o il mondo degli spiriti e gli uomini: potevano fare il bene ed il male. Essi erano numerosi, ma pochi avevano grande fama; alcuni furono tanto celebri, che anche al giorno d’oggi i loro nomi e le loro gesta sono consacrati nelle leggende lappone.
I _noaide_ cadevano in una specie di sonno magnetico, durante il quale la loro anima veniva condotta da un _sairro-gnolle_ o un _sairro-jodde_ (un pesce o un uccello del regno dei morti) là dove ricevevano i responsi desiderati. Il Friis, quantunque ammetta che spesso quel sonno potesse essere simulato, dice che i lapponi in generale sono soggetti ad una grande nervosità osservata non solo dagli antichi, ma anche dai recenti viaggiatori, per la quale sono facilmente presi da accessi di furore improvviso, estasi, svenimento ecc., determinati da cause piccolissime, come un rumore improvviso. Questo stato è così frequente tra loro, che hanno una parola speciale per designarlo. Alcuni lapponi dicono, che quella disposizione è loro venuta dall’essere stati spaventati da giovani. Quella nervosità non è speciale dei lapponi, ma si trova in altri popoli polari nomadi e che vivono in circostanze simili. Friis racconta poi il modo col quale venivano iniziati i nuovi sacerdoti coll’aiuto dei _noaide-gazze_, spiriti che erano al servizio dei _noaidi_. I _noaidi_ conoscevano forse alcuni rimedii per le malattie, ma ricorrevano per lo più a parole cabalistiche, oppure facevano un viaggio nel regno dei morti per dissuadere questi dal far del male al malato, essendo loro credenza, che i parenti morti mandassero ai vivi le malattie o per punizione o per desiderio di avere la loro compagnia. Alcuni _noaidi_ potevano distinguersi per qualità speciali, e per questo aver nomi speciali. Così visse nel XVII secolo un _noaide_ chiamato _Guttavuorok_ (che può prendere sei forme). Questa proprietà di prender forme di animali si ritrova negli angakut dei groenlandesi, nei tadibe dei samojedi e nei schamani dei finlandesi.
Degli _angakut_ dei groenlandesi
Gli _angakut_ dei groenlandesi corrispondono ai _noaidi_ dei lapponi, ed hanno con questi una grande rassomiglianza. L’autore descrive i loro ufficii, il modo col quale vengono iniziati, i loro viaggi nel mondo di sotto, attraversando prima la terra o il mare, quindi il regno dei morti, trovando poi nel suo palazzo (a guardia del quale stanno delle foche e un grosso cane) la regina dell’inferno colla quale devono lottare nel cielo (il regno delle anime) ove apprendono lo stato e la sorte dei malati, e dove possono anche prendere per questi una nuova anima, o guarirli col cucire alla loro anima l’anima di un animale (poichè i groenlandesi s’immaginano l’anima come una cosa dalla quale si possono levare e ricucire dei pezzi). Potevano anche aprire un ammalato, levarne gli intestini, lavarli e rimetterli al posto. Facevano questo in pieno giorno davanti a molta gente, e tutti, compreso l’ammalato, erano persuasi che lo facessero davvero, prova che erano abili giocolieri. Avevano come i _noaidi_ una lingua convenzionale conosciuta da loro soli.
Dei _gobdas_ o _kobdas_ dei lapponi (_runebom_ in norvegiano)
Pare che tutti i _schamani_ dei popoli turanici abbiano adoprato nell’esercizio delle loro arti uno strumento più o meno somigliante a un tamburo. Questi tamburi avevano però forme diverse. Quelli lapponi erano composti di una cassa di legno scavato, ovale o rotondo, con incisioni per ornamento, con una pelle di renna tesa sopra. Su questa erano disegnate tutte le divinità lappone, ognuna nella parte dell’universo ove si credeva che avesse il suo regno.
Vi erano disegnati pure il sole, la luna, le stelle, gli animali selvaggi, i pesci, gli stessi lapponi e le loro abitazioni, come pure i norvegiani o cristiani e le cose che parevano loro più strane, tutto insomma quello che poteva interessare il lappone, per cui il _runebom_ era la sua bibbia, il suo oracolo, la carta geografica del mondo che conosceva o s’immaginava. Esistono ancora pochi _runebom_; 70 sono stati distrutti da un incendio a Copenaga. Portavano appesi degli anelli ed altri oggetti, specie di _ex-voto_ regalati al _runebom_ per i responsi ricevuti.