Un viaggio in Lapponia coll'amico Stephen Sommier

Part 11

Chapter 113,483 wordsPublic domain

Il lampo di Dio o annerisce il cuore O rischiara le anime. Che cosa sei tu, quando cessi di vivere, Quando tu getti via il cucchiaio, quando tu muori?

_Il vecchio:_

Gli occhi infuocati dell’ombra di Pissa Passa Scintillano come fuoco, mi bruciano, affascinano. Egli mi si affaccia irato, egli m’impedisce la via per l’altro mondo. Indarno io vorrei farlo sorgere colla vita, colle ossa, Col sangue, coi tendini.

_Il giovane:_

Che cosa scegli tu, te ne vai da questo paese o diventi mio schiavo?

_Il vecchio:_

Dove è un dono d’espiazione, che soddisfi Pissa Passa, Che mi conceda il suo perdono? Un’azione compiuta è come una freccia tirata, Chi può ammansare i morti?

_L’araldo:_

Dio solo può rimediare, Quando egli ha lanciato il suo fulmine, Quando ha dato i colori, quando ha rischiarato i falli, Quando ha tutto arso, tutto riscaldato. Egli solo lava, cancella, perdona, riunisce. Egli solo è egli stesso, egli non è come io e tu, Non è come tu ed io! Egli solo rischiara e perdona E volge tutto al meglio. Ma si deve riceverlo con gioia, Esso diviene il più prezioso tesoro, Il desio più ardente del cuore. Se tu non te ne curi, il fulmine ti annerirà, Ti guasterà, t’incanterà, ti trascinerà dalla cattiva parte. Le anime dell’altro mondo non hanno Ossa o carne, eppure esistono davvero. Esse non occupano spazio, le rupi non le arrestano, L’acqua non le rattiene, non le affoga. Esse sono come i pensieri e trapassano La terra, il sole, la luna e le stelle. Esse non hanno tempo, il tempo è passato dietro ad esse. In sogno Esse si mostrano a coloro Che sono pazzi o allucinati. Sono le anime sotterranee, che Ilmaracca ha risanato; Sono le ombre infelici, che son divenute nere (Che sono sudicie e impure), Si vedono ora, buone e cattive, Esse non prendono più alcun tempo, nè alcun spazio. Alcune hanno indossato il vestito del cielo, Quelle, che al contrario hanno messo il vestito al rovescio, son divenute brutte, Esse sono sempre in lotta, incessantemente, Esse non sono mai riscattate e congiunte. Incessantemente son sempre le une contro le altre. Il padre del cielo solo è egli stesso, Egli non è come noi e voi, voi e noi, Egli stesso governa il cielo, Egli solo signoreggia sull’altro mondo.

_Il vecchio:_

Io vedo, egli può lavare i peccati Può perdonarli e farli sparire, Calmare il cuore e dare il riposo all’infelice. Egli può temperare, può condurre alla concordia. Io dunque me n’andrò, Mi separerò dai tesori e dal loro possessore, Il possessore può prendere da sè i suoi armenti. Io mi alimenterò con un manipolo di essi Al lato orientale delle alte rupi, Nel paese dei monti e delle pietre, Nei Monti Reppe, il ramo più alto dell’Ammart. Io non domando altro Che gli argini da salmone alle rive del Läna, Ai luoghi di pesca dei monti del fagiano cedrone. — Il figlio di Pissa Passa Per mezzo del suo cane separò la metà degli armenti, E qui morì il vecchio gigante. Nella palude fra l’acqua e il fango fu egli sepolto, I becchini conservarono le sue ossa. Una parte della sua fortuna diede egli agli assistenti.

_Il giovane:_

La gente di casa del vecchio gli tenne dietro. Il sangue non fu versato. — Col cuore tranquillo rivolse egli la faccia ad occidente A sua madre. Egli aveva vinto la procella, Riconciliato l’un coll’altro i morti. Abbracciò sua madre, egli l’uomo eccellente Del mezzodì, del nord, della casa di riunione del popolo. E così egli rinnovò e innalzò Le pareti e la casa del proprio padre.

LA VERGINE DEL SOLE

In un giorno splendido di sole un uomo pigro Vide sotto un ammasso di rupi, che pendeva minaccioso, Sedere la vergine del Sole. Egli si avvicina a carpone adagio adagio e l’abbraccia. La vergine del Sole dice: — Sì, sì, io fui sorpresa. Guarda però, tu o omiciattolo, guarda, Lasciami stare. Bada bene, va dietro di me e spingi gli armenti Qualunque cosa tu ascolti, non guardare indietro. — Innanzi va la vergine del Sole, Dietro di lei cammina il gregge come guidato colle redini. Egli allora ascolta dietro di sè terribili minaccie, Lo si prende e lo si minaccia terribilmente, Lo si schiaccierà e lo si pugnalerà, Si tirerà dietro a lui; così egli ascolta E si guarda addietro. Nello stesso momento, in cui egli guardava all’indietro, Sparisce la parte del gregge che stava più addietro. La vergine del Sole dice: — Spingi, spingi sempre gli armenti, gridando. — Quando egli ode dietro a sè Gonfia e le renne di fianco corrono; — Va, va, spingile. — Quand’ecco che dietro a lui scoppiò una procella. Egli guardò di nuovo dietro a sè. E allora si smarrì anche il centro dell’armento E si cambiò in renne selvaggie, Altrimenti sarebbero divenute proprietà di quell’uomo pigro e malvagio. La vergine del Sole disse (con voce fioca): — Ora, ora l’uomo ha peccato di nuovo. — Mentre essi fabbricano la capanna o coprono il suolo di rami, essa così lo ammaestra: — Copri perbene tutti i buchi, In modo che non ne rimanga uno solo — Ora egli pensa e dice fra sè: Si deve chiuderli tutti esattamente e con molta cura. Allora preparò la vergine del Sole Un soffice e comodo letto. Quando essi si svegliarono molto per tempo Apparve il Sole attraverso un piccolo buco. E la vergine del Sole disse: — Ah! Io vedo gli occhi di nostro padre, di nostra madre; — Ed essa fuggì via rapidamente, Sparisce e dietro ad essa l’armento, Le renne si mutano in dure pietre E si sente raccapriccio nel guardarle.

L’UOMO DALLA GROSSA PELLICCIA O L’UOMO STUPIDO

Solevano i fanciulli, maschi e femmine, Giuocare e cantare, Saltellando correre e schiamazzare qua e là, E lasciare le traccie dei loro piedi al margine delle sorgenti. Lo _Stalu_ preparò le sue trappole di ferro, Le apprestò nell’acqua, le nascose nel fango. Il vecchio lappone si accorse Delle nascoste trappole del mangiatore degli uomini, Si nascose nella sua stretta pelliccia, Si pose nella trappola dell’orso. Stalu visita le sue trappole: — Aha, haha! Il vecchio amico ha preso abbaglio, Egli è morto qui. — Lo _stalu_ lo porta a casa e lo appicca Al tetto sopra il fumo. Il più giovane _stalu_ dice: — Vedi, vedi Come egli piagnucola, com’egli grugnisce! — L’altro (il maggiore) figlio: — Tu stesso piagnucoli e grugnisci, Non già questo dono di Dio. — Il vecchio lappone pensa: — Di Dio sa anch’egli qualche cosa. — Stalu: — Sì, sì, egli incomincia già a dimoiare. — Dietro il colle egli spacca la legna per il truogolo, La recide, taglia i rami, spacca e taglia, La porta ad un truogolo presso la porta posteriore. Al più vecchio figlio: — Caro fanciullo, portami la scure (fuori dalla capanna). — Il vecchio lappone porta via la scure. Il più giovane _stalu_: — Padre, ora egli guarda in alto, ora egli si muove, Ora egli afferra anche la scure! — Stalu Si rallegra, canta e suona, Egli non ode cosa alcuna, non osserva cosa alcuna, non sa cosa alcuna. Il vecchio Percuote (il fanciullo maggiore) sul capo e lo uccide. Stalu Trova che egli tentenna, canta ed aspetta. Egli dice al figlio minore: — Portami la scure, affrettati, affrettati! — Il vecchio lappone Spaccò anche a questo il cranio, Ne prese fuori il cervello e Recise il canale dell’aria. Stalu (ascolta): — Essi girano per tutti gli angoli Dimenano teste ed occhi, Io stesso voglio prendere la scure. — Il vecchio Aspetta con cura coll’ascia dietro la porta e il possu, Aspetta e si muove qua e là. Egli calò un fendente sul capo dello spaventoso, Spaccò il largo cranio, Strappò gli occhi e il naso, Versò il sangue del divoratore degli uomini E il sangue schifoso colorì il suolo.

(_Il vecchio lappone porta fuori il caduto, lo fa in pezzi e li getta l’uno dopo l’altro a_ Ludac[29], _che in quel frattempo è venuta a casa_).

Ludac batte sul suolo qua e là. Fiuta, annusa e si rallegra Di ciò che entra nel _possu_. Essa riprende la presa, La batte colle mani e grida in collera: — Gettami delle zampe di renne E non dei piedi coperti di calze!

(_Essa continua, mentre va mangiando la suppa preparata dal marito e dai figli_):

Come è buona: però Ha proprio il suo sapore!

(_Il lappone prende gli occhi della donna, che giacciono sotto la porta, li arrostisce in una padella ed essa se n’accorge e domanda_):

Che cosa scoppietta, crepita, sibila, Che cosa fischia sui carboni, Scoppia, scroscia, crocchia? Guardate, o occhi miei, Diventate chiari sotto la porta, Diventate chiari, o miei occhi, o mie scintille! Il lappone: Ha tuffato la carne di tuo marito, i tuoi occhi nel grasso e se li ha mangiati. Ludac: Nello stomaco sono i miei occhi, o mio marito, La mia piccola civetta, caro ragazzo, mio piccolo![30]

(_L’uomo dalla grossa pelliccia, il lappone, se ne parte scherzando_).

LA BELLEZZA DELLA SPOSA

O sole, risplendi potente sul Lago di Orri! Io vorrei salire sulle cime dei pini, Sol ch’io sapessi di vedere il Lago di Orri, E dove esso si nasconde sotto le eriche. Io tagliai i rami, Che qui crescono di nuovo, Ed io taglierei tutti i ramoscelli, Che portano buone gemme verdiccie. Io seguirei il corso delle nubi, Che si dirigono al lago di Orri Se io vi potessi volare colle ali del corvo Ma mi mancano le ali, le ali dell’anitra, per volar colà Ed anche i piedi, i piedi dell’oca, i piedi della bella anatra, Coi quali io mi dirigerei sempre a te. Abbastanza a lungo hai tu aspettato, Con lunghi giorni, i tuoi più bei giorni, Il tuo occhio è simpatico, il tuo cuore soave. Se anche tu volessi volarmi via Ben presto ti raggiungerei. Che cosa può esser più forte Dei tendini e delle catene di ferro, Che stringon forte? Così ci allaccia il nostro capo (_l’amore_) E congiunge tutti i nostri pensieri. La volontà del fanciullo è volontà dello zefiro, I pensieri del giovane sono lunghi pensieri. Se io li volessi tutti ascoltare, Smarrirei la mia strada. Io ho preso una determinazione e la voglio seguire, Ben lo so, così io trovo dinanzi a me la strada migliore.

AL RENNE

O Kulnasaz, piccolo renne, caro piccolo renne, siamo veloci, Corriamo, vogliamo essere qua e là, Le paludi sono ancora lontane E abbiamo quasi finite le nostre canzoni.

Vedi là, io ti amo, o Lago di Kaiga, Ti saluto, o buon Lago di Kalloa, Mi palpita già il cuore Pensando al mio caro Lago Kaiga.

Su, su, o caro piccolo renne, Vola, vola la tua corsa! Che presto saremo al nostro porto E ci rallegreremo del nostro lavoro.

Tosto io vedrò i miei cari. Su, piccolo renne, vedi, vedi! Piccolo Kulnasaz, non li vedi già Là che si bagnano!

IL CANTO DEL RENNE

La femmina del renne, il piccolo renne, il renne da tiro Va errando per due, per tre strade, Bela in varii luoghi e nel giovane bosco. Dopochè egli è salito, si corica sulla cresta del monte.

CANTO PER I PICCOLI FANCIULLI

Cara formica, cara formica, Vieni, vieni, tira, tira Il fanciullo nel lago Con redini di capelli, Tira, tira.

In lappone suona così:

JOIJUHTAHTA UHTJE MAANAI PILJELN

Korko graddnam, korko graddnam! Potheh, potheh — keseh, keseh Manav jaurai Vuobtalabtjijn! Vanah, vanah.

IL CANTO DELL’ORSO

Vecchio del monte, vecchio del monte, Sorgi, sorgi! Già sono le foglie grandi Come orecchie di sorci.

SUI MONTI

Quale è il vento Che ti è più aggradevole? È forse il vento del sud, torbido e rugiadoso, O è il fresco vento che scende dai monti del nord?

IL CANTO DELLA ZANZARA

La cavalletta domanda alla zanzara: — Che cosa fai tu durante l’estate? — Io canto; ma che cosa fai tu stessa — Io ballo.

IL CANTO DELLO SCOIATTOLO

Possano vivere tutte le fanciulle, E morire tutti i giovani! (_perchè uccidono gli scoiattoli_).

IL LUPO

Il lupo, il lupo Attraverso nove boschi, colla coda tra le gambe Corre egli — ha, ha!

IL CANTO DEL LAMENTO

Con lamento io piango le mie renne sui monti, Invano io vo spiandole di qui nella fredda casa. Non mi è più concesso Di correre sopra un colle e di scenderne alla corsa Nè di vedere le renne macchiate di bianco. Come posso io prosperare Quando io non mungo più le mie renne, E devo vivere del latte della vacca dalla lunga coda? Ebbene, se questa è la mia sorte, io mi devo pur rassegnare E non correr più sui monti dietro le renne.

LA VITA DEL LAPPONE

Io affaticato lappone ed uomo errante Sul faticoso calle di questa terra, Devo pellegrinare per tutto il mondo E così passare il mio tempo.

IL CANTO DEL RIFIUTO

Triste è il mio cuore, sì, pesante è il mio cuore, Perchè mi hanno portato via la mia cara neve. Io sospiro al cielo, dove entrambi c’incontreremo Sebbene il mondo mi trovi triste e miserabile.

Io ho scelto una fanciulla, e me la tengo cara, Essa possiede il mio cuoricino, finchè avrò vita. Finchè rimanga caldo il mio sangue e mi duri la vita Il mio cuore arde nella triste era fino all’ultimo istante.

L’uccellino canta gioioso alla sua compagna, Ma quando la palla le rapisce il suo amico, Allora vede il suo cuore nella tristezza e nel cordoglio.

Io ti ho dato una coppa piena d’amore, Ma il tempo e il mondo me l’hanno vuotata. Ora essa va circolando per tutta la terra, Ma alla fine giungerà nelle tue mani.

Vi sono alcuni falsi amici Che hanno lacerata la nostra amicizia. Essi ci avevano vinto E così avevano ucciso il nostro amore.

UN ALTRO CANTO DELL’ORSO

Con tutta l’attenzione io sono andato cercando (_in cerca dell’orso_). Sia lodato il mio Dio, Che ci hai dato L’orso senza difetti (_o generoso_).

Dopochè lo hanno preso, si canta: Quando abbiamo tagliate le membra dell’orso, Grida il capo, grida il capo. Lo possiamo noi vincere, Cacciare o sbranarlo?

Lo sparviero (_l’uccisore dell’orso_) dà Alla fine due o tre colpi; Non muori tu, o mio caro piccolo vecchio? Andate in fretta, o uomini, A quel colle col bosco. Le vostre cinghie, le vostre corregge, Fermiamo colle catene la fanciulla (_l’orsa_) In modo ch’io possa di nuovo andare ai monti e alle foreste.

IL CANTO DELLA RICHIESTA

_L’amante, che offre i doni:_ Sei tu pronta, o fanciulla, a prender questo Come un principio del nostro amore? I nostri genitori ci sono favorevoli.

_La fanciulla:_ Benvenuto! se il destino vuole Che io debba seguir la tua strada E aver cura dei tuoi armenti di renne.

_L’amante:_ Prendi dunque i miei doni Come pegno della nostra futura unione Se così è deciso Che noi dobbiamo esser congiunti.

_La fanciulla:_ E se noi non ci riuniremo Riprendi colla stessa mano Questi doni.

_L’amante:_ Vediamo ora, quanto tempo Durerà il nostro amore. Pensa bene, o fanciullina, Se tu mi potrai aiutare Ad aver cura delle mie renne.

_La fanciulla (ai circostanti):_ Abbiate le mie grazie, o congiunti Del giovane, anche questa volta! Quando io mi sarò decisa Sarà di nuovo e per l’ultima volta (_festeggeremo il matrimonio_).

POVERO SCIOCCO!

_Un lappone pastore va da un lappone pescatore, di cui non aveva mai veduto gli ordigni. Egli dice:_

Ha, ha, di quest’uomo Il _legno-spauracchio_ è troppo lungo E quando è mosso, passa attraverso il camino della capanna, Mai ho veduto niente di simile. Povero sciocco, Esso è il legno che spaventa i pesci, Fa rumore e picchia attraverso la porta della rete.

DUE VOLTE

Quante volte suona la campana della domenica Nei vostri paesi? — Tre volte.

Quante volte ciancia Il povero predicatore nei vostri paesi? — Due volte.

DAI MANOSCRITTI DI CASTREN

Gente cattiva fa schiamazzo E va gridando con voce odiosa. Tacete qui nel nostro paese, Non dovete far molti passi Su queste travi. I vermi della terra Presto vi scaveranno i vostri luoghi (_occhi?_) E gli animali della foresta vi porteranno via Se voi incominciate Ad aprire la porta della nostra capanna. Lascia chiusa, O straniero, la porta. Noi siamo gli abitanti di questo paese, Voi siete abitanti di.....? Erranti verso......? Noi vi odiamo: Voi distruggete e scompigliate I nostri luoghi di caccia E noi abbiamo poco bottino Per cagion vostra. Voi altri avete molti bambini rapiti, Noi abbiamo molte abitazioni. Ora voglio io andare errante, Andate anche voi In un altro luogo. Se voi venite In vicinanza di una comoda pietra, Mettetevi a dormire. Allora io vedrò Se voi dormite, Come le pietre scivolano davanti a me, Come le renne corrono verso di me. Non movetevi prima Che queste pietre Vi tocchino E allora movetevi per vedere. Io ho già portato molte renne E ho legate loro solidamente le zampe. Esse non posson più Correr via dinanzi a voi. Prendete una grossa pietra E una bianca pietra. Vi si portano degli orsi, Uccidete questi.

Noi abbiamo veduto un gran mucchio (_di uomini_) Ed ora ci si prendono ai nostri Dei I prodotti della natura, il denaro, L’oro e l’argento. Egli dà agli altri di queste cose, Noi lo abbiamo onorato (_il Dio_) E ciò non gli ha procurato alcun vantaggio. Noi raduniamo Corna di renne e ossa di orsi, Ed egli? Ora noi possiamo Andare in collera col nostro Dio, Dacchè egli ci disprezza: Noi portiamo via le corna. Noi lo abbiamo unto Col grasso d’orso, Col grasso di renna.

Andiamo lontano E cerchiamo un Dio buono, Finchè noi abbiamo trovato un Dio che ci dia caccia, Che noi possiamo servire, Che noi possiamo onorare. Là noi andremo ad abitare e ricercheremo Una pietra (_per il nostro Dio_), Là restiamo noi un istante E dormiamo per vedere Come sia fatto quel luogo, Se là noi possiamo Innalzare un Dio. Lasciateci dormire un istante; E se essi di nuovo si avvicinassero a noi Noi prenderemo pietre nelle mani, Noi tireremo coll’arco buono, Noi tireremo colle freccie di osso, Ciascun di noi con quanta fretta può, E così noi ci guadagneremo un luogo di caccia.

I tre canti seguenti furono raccolti da Fellmann durante il suo soggiorno a Utsjoki dal 1819 al 1833.

DEL ROMBO

Il rombo nuota Lungo il fondo del mare; È un pesce prezioso Grande e potente. Quando esso prende l’amo Appena può Un uomo robusto Tirarlo nella barca.

DEL SALMONE

Il salmone nuota Lungo il fondo dell’acqua, Il potente pesce, Il prezioso pesce, Che si porta innanzi Anche se il fiume Penetrasse attraverso la terra. Così egli si porta sempre Alla punta (_sorgente_) del fiume; Egli diventa così nero E si cambia per modo Che mai più. Egli mangia Non una sola volta colla più grande fame. Egli ritorna In giù per la corrente Donde egli è partito, Nell’ampio mare Dove sono molti salmoni, E di nuovo diviene Così bianco Come era stato innanzi. Quando egli allora esce dal mare, Quando egli incomincia a mangiar le aringhe, Diventa grasso di nuovo, E appunto così Come era stato prima.

CANTO DEL LUPO

Quando il lupo è satollo, egli canta: voi voi, la la, Lu lu, fam fam, huo huo. Quando egli si pasce di carne di renna, grida egli: Huo huo, vuva vuva. Digiuno di nuovo, incomincia a cantare: Vuoa vuoa. E quando ha finito, incomincia a correre Lungo i boschi. La volpe segue le orme del lupo E mangia ciò che trova. E incomincia a cantare: Uva uva. Questa è la sua melodia, Quando ha mangiato abbastanza; Questo è il suo ringraziamento, Quando ha riempito lo stomaco Coll’aiuto del suo sacro fratello.

Anche la volpe polare segue In simile maniera le orme del lupo, Essa è molto sciocca. La volpe polare ha piccoli occhi E larga bocca, mangia anch’essa come l’altra. Poi corre via E si pone a dormire. La punta della sua coda è nera E puzza orribilmente.

Anche il falco è un nemico, Che sparge le penne del francolino, Lo afferra e lo uccide, Mangia e incomincia poi a volare Gridando: Pir pir.

Il gufo è un nemico Dei piccoli animali; Fra le fessure delle rupi grida: Tsir, tsir, tsir. Sono i lemming Quelli che il gufo afferra sulla terra. Li appende ai rami della betula E grida dalla cima Il gufo dagli occhi rotondi.

Anche l’aquila è un nemico, Che porta via le giovani renne, gli agnelli e le lepri Ed anche i piccini degli uccelli acquatici, E vola anch’essa gridando: Harm harm harm.

Anche il ghiottone è un animale Che segue le traccie del lupo, Manda un cattivo odore ed è nero. Quando ha trovato una carogna Se ne riempie lo stomaco e va a spasso Come un gelato norvegiano. Poi dà del vento e incomincia a gridare: Irru irru.

IL MIO CUORE ARDENTE

Avanti tu vai pellegrinando, Ma i tuoi pensieri si volgono addietro: Dove è rimasta, Dove è rimasta La mia sposa? Lontana se n’è andato Il mio cuore ardente!

IL CANTO DEL GEMENTE KASKIAS

Torajas, il grande mago, Torajas, il celebre mago, Che rapì dal nostro paese il bottino E ci lasciò la fame, Per cui noi non mangiamo più E non abbiamo più alcuna preda (_di caccia e di pesca_) Egli ci prese tutto il nostro bottino E se lo portò al paese di Kitteli[31]. Ora noi non prendiam più pesci nell’acqua, Non più renne nei boschi, Nessuna preda mai più: Poichè vuote sono le alture del monte, Vuoti i boschi E vuote anche le acque. L’uomo cattivo portò La fame nella nostra bocca, E fu così perverso, Che tutte le nostre prede Portò via dal nostro paese.