Un segreto, vol. 1

Part 6

Chapter 63,815 wordsPublic domain

Guardò sotto di sè, e vide il pergolato ingiallito e i lunghi sarmenti agitati dal vento spogliarsi anch'essi delle loro foglie disseccate. Una speranza sorriso nel cuore di Silvio; fra pochi giorni quei pergolato sarebbe stato interamente nudo, i vecchi olmi del pari; nulla più si sarebbe frapposto a' suoi sguardi, il suo orizzonte si sarebbe allargato come per incanto, ed avrebbe visto la bella incognita. Da quel punto il sussurro del vento gli suonò dolce come una promessa.

Rianimato da questo pensiero, Silvio dimenticò ben presto il platano secolare e le altre fantasie milanesi. Una nuova idea occupò allora il suo cervello; un progetto audace ruminato da molto tempo e che non aspettava che l'occasione per tradursi in pratica.

Silvio non indugiò più oltre; prese un foglio di carta profumata, rimboccò le maniche come dovesse accingersi a una grande opera, e scrisse furiosamente una lettera così concepita:

«_Signora_,

«Un uomo che vi ama, vi prega a non chiudere inesorabilmente le vostre finestre. È inutile che vi nascondiate; il suo pensiero vi segue dappertutto, e vi domanda dappertutto ciò che voi forse non vorrete consentirgli giammai: un po' del vostro amore».

Scritta la lettera conveniva pensare a mandarla; e, per quanto la fantasia di Silvio vi si adoperasse, non venne a capo di nulla. Quella casa era inaccessibile, e quand'anche egli si fosse presentato alla porta e avesse affidato al primo venuto il suo foglio da consegnarsi alla signora, chi gli assicurava che non sarebbe invece pervenuto nelle mani di quell'uomo? E chi era quell'uomo? Assai probabilmente un marito geloso. E se il marito stesso fosse venuto ad aprirgli?... Quel primo progetto audace era impossibile, e fu respinto.

Non conosceva alcuno che avesse accesso in quella casa; non sapeva il nome di lei per informarsene nel paese, o per dirigerle la lettera per posta; oltre a che tutti questi mezzi erano imprudenti e pericolosi.

L'ultimo partito era dunque quello di aspettare; forse la Dea degli Amori gli avrebbe offerto un'occasione; quella donna si sarebbe trovata sola in giardino, egli l'avrebbe sorpresa, e fatta una pallottola dei suoi sentimenti, l'avrebbe gettata ai piedi della bella ritrosa.

I primi giorni di novembre furono giorni d'osservazione; il pergolato continuava a sfogliarsi, gli olmi levavano già al cielo le loro braccia nude; il vento fischiava sempre fra le fronde dei pini.

Silvio vedeva realizzarsi in parte i suoi progetti; guardando sotto di sè, poteva scorgere lo scheletro del pergolato e seguirlo coll'occhio finchè si congiungeva col viale dei pini; il settimo pino era divenuto prima l'ottavo, e più tardi il duodecimo. Il pergolato a poche braccia dalle sue finestre, formava un padiglione; sotto di esso era un enorme tavolo di pietra, e alcuni sedili pure di sasso, fatti a foggia di satiri accosciati che tenevano sul capo un disco. Era chiaro che in quel luogo l'incognita s'era riposata più volte.

Tutte queste nuove scoperte furono ben presto esaurite, e non potevano pagare per gran tempo la curiosità di Silvio. Egli aveva cercato per tutto dove il suo occhio giungeva, ma non avea più visto un solo indizio che accennasse alla sua incognita.

Finalmente un giorno, il 10 novembre — Silvio lo notò nel suo albo come un'epoca memorabile — la sorte gli fu benigna. Dubitando d'essere spiato, e che si cogliesse occasione della sua assenza, egli lasciò assai più presto del solito la mensa dell'Albergo di Costanza, e fece ritorno a casa, dove aveva avuto la prudenza di tener socchiuse le imposte d'una delle finestre che guardavano nel giardino.

Si fece alla finestra, colla sua pallottola stretta in una mano. Il cuore gli batteva in modo strano; raramente il cuore s'inganna nei suoi pronostici. Quella donna era seduta nel padiglione del pergolato; occupava uno di quei sedili di sasso a foggia di satiro, e un uomo le era daccanto.

Quei due personaggi non s'accorsero di Silvio, che nascosto dietro le imposte spiava con occhi avidissimi ogni piccolo movimento di quella donna. Era bella? Era giovine? In verità egli non potè saperne più delle altre volte; vestiva a nero; ecco tutto. E quell'uomo? Vestiva a nero anch'esso. Le teste d'entrambi erano piegate verso il suolo ed appoggiate fra le palme. Quella era senza dubbio l'attitudine del pensiero. A che pensavano?

La donna offriva agli occhi di Silvio una magnifica capigliatura nera, e un breve tratto del profilo (un profilo adorabile); una mano candidissima nascondeva il rimanente.

Silvio attese. Non andò molto che quell'uomo si mosse come per rizzarsi in piedi; Silvio si ritirò prudentemente, temendo d'essere scoperto e immaginando che la sua compagna avrebbe fatto altrettanto. Rimettendo il capo alla finestra, il suo volto era pallido per l'emozione; egli stava per vedere il volto dell'incognita, i suoi 22 anni e l'azzurro delle sue pupille.

Al contrario quella donna era sempre immobile, colla testa sempre china al suolo, colle mani sempre appoggiate al volto. L'_altro_ si allontanava a passi celeri lungo il pergolato.

Era una fortuna insperata; Silvio non pensò altro; gli parve che la Provvidenza non avrebbe voluto favorirlo, così avvedutamente un'altra volta, e sporgendosi del corpo sul davanzale, gettò con un movimento rapidissimo l'amorosa pallottola, che per la sua leggierezza descrisse un breve arco e ricadde a due passi dalla bella pensosa.

Silvio fu ancora più ratto a ritirarsi indietro; quella donna, non vedendo alcuno, avrebbe esposto più lungamente e con maggior abbandono il suo volto.

Tutto l'edifizio dei suoi sogni stava per consolidarsi o rovinare in un punto.

Col capo appoggiato contro le gretole delle imposte, cogli occhi intenti ed immobili, col cuore palpitante e commosso, Silvio cercava i 22 anni di quella donna e l'azzurro delle sue pupille....

XXVI.

L'incognita si scosse, levò il capo; guardò la finestra dietro della quale si nascondeva Silvio; guardò la pallottola; titubò un istante, e s'allontanò senza rivolgersi.

Silvio rimase immobile e muto; aveva voluto mostrarsi e gridare per richiamarla, ma la voce erasi spenta nel suo petto. Coll'occhio immobilmente fisso e coll'anima agitata, egli seguiva quella donna, il fantasma redivivo del suo vecchio amore... Carlotta.

XXVII.

Colei era dunque Carlotta!

Il rimanente di quella giornata fu una tempesta pel cuore di Silvio. Questo incontro così inaspettato, o in tali circostanze, era per lui un avvenimento fatale. La mente piena del passato gli suggerì che il destino avesse vincolato inesorabilmente la sua vita alla vita di quella donna; allora non pensò più a sfuggirla. Aveva dimenticato facilmente tutto ciò che stava contro di lei; vedendola, tutto era risuscitato in un punto. Il disprezzo lottò un'altra volta coll'amore, lottò spietatamente, tenacemente; ma a questa lotta disperata aveva preso parte un nuovo sentimento. Egli aveva visto quella donna vestita a bruno, solitaria, dolente, straziata forse da segreto rimorso; la compassione potè più che l'amore, egli si senti ravvicinato dal dolore a Carlotta.

Silvio ripensò ogni minuto particolare di quell'incontro; riflettè sulle strane abitudini d'isolamento di Carlotta, per poterne trarre uno spiraglio di luce. Che cosa era adunque avvenuto in quel frattempo? Evidentemente l'uomo ch'egli aveva visto con Carlotta era il marito, il signor Verni. E come mai non l'aveva riconosciuto? E perchè s'era egli indotto a vivere così lontano dal mondo, ed a nascondere la moglie? Aveva dunque scoperto ogni cosa? E per tal modo era questa una punizione? E Carlotta una colpevole?

In questo labirinto di domande, che egli muoveva a sè medesimo senza potervi rispondere, aveva smarrito la memoria di tutti i suoi progetti anteriori. La donna che egli aveva spiato con tanta cura pel corso di alcuni mesi, la donna per la quale aveva tessuto tutta una tela di seduzione, e colla quale aveva sognato un idillio, era Carlotta; non avrebbe potuto essere altri; tutto adunque si perdeva in Carlotta. Il suo soggiorno in Isvizzera e i cento castelli della solitudine erano troppo misera cosa al confronto del passato che riviveva in quella donna, perchè egli potesse ancora averne la mente occupata.

Non dimenticò però che egli aveva gettato una lettera nel giardino; che quella lettera fatta per una sconosciuta avrebbe potuto offendere Carlotta; che avrebbe potuto pervenire in mani del signor Verni ch'era pure stato suo amico; infine che egli aveva fatto voto di non macchiare di colpa l'onore di quella donna, di non portare il suo amore come un ostacolo all'affetto di due sposi che si amavano.

Carlotta aveva potuto essere colpevole; non perciò egli era autorizzato a farla colpevole un'altra volta. Bisognava rinunziare; resistere ancora, poi che aveva resistito fino a quel punto.

Egli aveva dei doveri, e non li avrebbe dimenticati; un istante di oblio avrebbe aggiunto un'altra spina alla corona di rimorsi che faceva sanguinare il cuore di quella creatura adorata.

Ad ogni modo non l'avrebbe sfuggita; ciò era superiore alle sue forze; era forse contrario allo stesso destino che lo aveva riaccostato in un modo così strano a quella donna.

Silvio si prese il capo fra le mani. Un'idea fissa lo torturava senza frutto. Venne ancora alla finestra, e guardò all'intorno. Il giardino era deserto; le finestre della casa chiuse nel modo consueto; quella fatale pallottola di carta era ancora là, dove prima era caduta. S'egli avesse potuto ritrarnela! per istinto misurò d'uno sguardo l'altezza che separava il giardino dalla finestra, all'incirca venticinque piedi; il pergolato avrebbe potuto aiutarlo nella discesa; ma tanto era una prova assai pericolosa. E poi avrebbe abbisognato attendere la notte; e l'oscurità rendeva più grave il pericolo.

E tuttavia dover lasciare quel foglio nel giardino!... Ella forse avrebbe aspettato la notte per raccoglierlo, e la leggierezza di quelle parole l'avrebbe offesa. È ben vero che quella lettera non era diretta a lei; ma come dirglielo? Oltre a ciò, lo stesso signor Verni avrebbe potuto averne notizia....

Silvio guardò al cielo, meno per chiederne consiglio, che per vedere se promettesse soccorso. Chi sa? Un acquazzone avrebbe potuto lacerare quel malaugurato foglio e seppellirlo fra le zolle.

Ma il cielo era purissimo, e il sole tramontava lentamente dietro i colli.

Allora Silvio si rifece a misurare la strada che avrebbe dovuto percorrere per scendere in giardino. Egli avrebbe posto i piedi sopra un'asta di legno del pergolato, tenendosi al parapetto della finestra. Quindi, appoggiandosi alla muraglia, avrebbe guadagnato un palo che pareva più vigoroso degli altri, e si sarebbe lasciato scorrere lungh'esso fino al fondo. La risalita non doveva essere più difficile. Rifacendo i calcoli gli parve ora un'impresa semplicissima.

Con questo proposito aspettò la notte. Una mezz'ora dopo il tramonto, Silvio si accostò alla finestra, parendogli d'udire rumore nel giardino. Sperava e temeva che Carlotta lo avesse prevenuto; ma il giardino era deserto. Conveniva affrettare; alcuni istanti dopo non sarebbe forse stato più in tempo. Scavalcò il davanzale della finestra con una trepidanza indicibile; egli poteva essere visto, poteva incontrarsi con Carlotta, e quel che era peggio col marito. Pose i piedi sull'asse del pergolato e, prima di abbandonarvisi, ne provò con una scossa del corpo la resistenza. L'asse piegò sotto il peso, ma non si ruppe. Tuttavia fu col cuore serrato dal raccapriccio che egli si decise a distaccare le mani dalla pietra del davanzale. Senza volerlo, i suoi occhi guardarono sotto di sè, quel pergolato contava almeno 18 piedi d'altezza. Era un'inezia per chi aveva salito il San Gottardo, e Silvio sorrise della sua debolezza. Col corpo inclinato verso il muro si trascinò lentamente lungo quell'asse, e giunse al palo che aveva adocchiato. S'egli riuscva ad attaccarvisi colle mani, era tutto fatto; lo stesso palo l'avrebbe accompagnato fino a terra. Ma per afferrare quel palo gli toccava reggersi in equilibrio per un istante, senza alcun appoggio delle mani, e ripiegare il corpo lentamente, senza uscire da quel bilico difficilissimo. Silvio eseguì questa ginnastica con qualche disinvoltura, e in breve pose piede nel giardino. In quell'istante un'ombra nera passò nel viale dei pini. Era illusione cagionata dal turbamento di Silvio, od era realtà? Silvio non ebbe altro pensiero che di nascondersi; se il signor Verni l'avesse sorpreso in quel luogo, egli ne sarebbe morto di vergogna. Si rannicchiò in mezzo ad alcune piante di mirto, ed attese.

Quando gli parve d'essere al sicuro, uscì dal suo nascondiglio, e si rivolse verso il padiglione per rintracciare la lettera. Riconobbe il luogo ove era caduta, ma non vide più la malaugurata pallottola. Pensando d'essersi ingannato, guardò alla sua finestra, rifece coll'occhio l'arco descritto dalla pallottola, e conobbe di non essere in errore. Tuttavia cercò minutamente fin presso al padiglione. Non vi era dubbio; qualcheduno avea preso quel foglio; e chi mai se non Carlotta? Questo pensiero gli empiè il cuore di gioia; ma fu un istante. Che avrebbe pensato Carlotta della arditezza del suo linguaggio?

Senza accorgersene, s'era introdotto nel padiglione, e s'era seduto sullo stesso sedile su cui aveva visto Carlotta. Da quel luogo egli vedeva le finestre della casa illuminate, e gli pareva di vedere delle ombre passare dinanzi ai vetri. Colà era Carlotta. Dolce ed affannoso pensiero!

Passò un'ora. Silvio non s'era ancora mosso per risalire; le sue fantasie lo tenevano in quel luogo con una forza invincibile. Il pensiero, intento alle memorie che si succedevano a quadri svariati, aveva vinto ogni altro sentimento. Silvio non temeva più nulla: dimenticava in certo modo di vivere, rammentando di aver vissuto.

Passò ancora un'ora, poi un'altra; le finestre del piano superiore della casa s'erano oscurate; una luce brillava nel piano inferiore; quella luce si muoveva bizzarramente. Poi anch'essa si arrestò per pochi minuti, e si spense.

Silvio si sentì più libero. L'oscurità gli diede sicurezza; non pensò più a risalire nelle sue camere, e si abbandonò del tutto alle sue meditazioni.

Le notti incominciavano ad essere fredde; ben tosto l'immobilità gli intorpidì le membra. Si alzò risoluto, e guardò alla sua finestra come per misurare la fatica della risalita. Un istinto più forte della sua volontà lo trattenne; senza accorgersene, oltrepassò il padiglione e giunse al viale dei pini. Colà ella era passata più volte. Volle inoltrarsi, ma lo arrestò un ultimo senso di titubanza. Se qualcuno lo avesse sorpreso! Teso l'orecchio ad ascoltare; non si udiva che un fremito leggiero di vento, e un indefinito mormorio — il linguaggio della solitudine e della notte.

Fatto più ardito, Silvio percorse il viale a passi lenti, e giunse in faccia alla casa. La curiosità lo trasse più vicino; si accostò alle finestre del piano terreno, ma erano tutte chiuse. Una sola di esse avea le imposte socchiuse per modo che tra l'una e l'altra rimaneva una fenditura non più larga di due pollici. Silvio si rizzò sulle punte dei piedi e riuscì a guardar dentro. Egli vide un'ampia sala, dei grandi quadri antichi, ed un lumicino dal lucignolo carbonizzato che agonizzava in un angolo. Chi aveva posto quel lumicino in quel luogo? Ed a qual uso? Silvio guardò intorno alla camera, ma non vide alcuno.

Mezz'ora dopo ripassò innanzi a quella finestra, guardò ancora dentro; ma non vide più nulla. Il lumicino probabilmente s'era spento; ma se qualcuno lo avesse invece ritirato? In quel punto parve a Silvio d'udire un cigolio sommesso, come d'una porta che stridesse girando lentamente sui cardini.

Si arrestò. Poco dopo udì quello stesso rumore; questa volta non poteva essersi ingannato. L'istinto, più che la riflessione, gli consigliò la fuga; però, fatto ancora più agile dal timore d'essere scoperto, in breve ebbe raggiunto il padiglione. Senza neppur volgersi indietro, spiccò un salto ed afferrò lo stesso palo per cui era disceso: vi si attaccò colle mani e coi piedi, e ne raggiunse la cima rapidamente. Allora, tenendosi avviticchiato colle gambe, rovesciò il corpo all'indietro; ed afferrò d'una mano un'asta traversale che riuniva il palo alla muraglia. La notte non permettendogli d'usare lo stesso sistema adoperato nel discendere, egli pensò di portarsi fin sotto la sua finestra, appigliandosi successivamente alle aste traversali, e lasciando spenzolare il suo corpo nel vuoto. Il mezzo non richiedeva come l'altro la sicurezza dell'occhio e la fermezza dell'equilibrio, ma riposava tutto sulla credula solidità delle aste. Ad ogni sbalzo che Silvio faceva per passare da un'asta all'altra, egli sentiva tutto il pergolato scricchiolare; allora si aspettava di cadere, e misurava in cuor suo la lunghezza della distanza che il suo corpo avrebbe dovuto percorrere per arrivare fino a terra. Ahi! sempre troppo lunga distanza per tal sorta di viaggi...

Un raggio di luna rischiarò in quel punto il suo sentiero. Silvio ne approfittò per guardare dietro di sè ed assicurarsi di non essere stato veduto. Strana cosa; ancora una volta gli parve di vedere un'ombra nera che si dileguava, ma questa volta assai più vicina. Silvio non guardò altro; con uno slancio vigoroso riuscì a sedersi sull'asta da cui egli pendeva. Il più difficile era fatto. Non rimanevagli più che sollevarsi in piedi su quell'asta medesima, per poter afferrare la pietra del davanzale della sua finestra. Appoggiandosi con una mano al muro e tenendosi coll'altra all'asta, provò a rizzarsi. Vi riuscì a grande stento; fu un miracolo d'equilibrio. Mosse un passo con precauzione e tentò d'attaccarsi colle mani al davanzale della finestra. In quel punto uno scroscio, un terribile scroscio annunziò che l'asta su cui Silvio si reggeva incominciava a spezzarsi. Un grido rispose a breve distanza a quel rumore. Silvio tra il timore e la meraviglia rimase un istante perplesso. Intanto un altro scroscio e un altro grido. Silvio spinse il corpo innanzi, e tentò con uno slancio d'afferrarsi alla finestra; le sue dita toccarono la pietra; e si irrigidirono contraendosi nella stretta. Il suo corpo penzolò un momento nel vuoto, e cadde...

XXVIII.

Il mattino Silvio aprì gli occhi, e li girò intorno stupefatto. Non vide più la sua camera solita, e, in quei primi istanti di veglia che succedono al sonno, non seppe darsene ragione. Una sensazione viva di dolore al capo fu la prima cosa che ridestasse la sua memoria annebbiata. Ricordò la notte passata nel giardino, ricordò la salita del pergolato, quell'ombra che lo aveva seguito, poi il grido, e la caduta... E poi? più nulla; a questo punto le sue idee si confondevano coi fantasmi dei sogni. Quali sogni? Egli ne aveva fatto di così belli! ma anch'essi gli sfuggivano come agili farfalle.

Che cos'era dunque avvenuto di lui dopo la caduta? E come si trovava in quel letto? E a chi doveva egli l'ospitalità di quella notte? È assai naturale che Silvio cercasse di rispondere prima di tutto a quest'ultima domanda. Ora s'egli era caduto dal pergolato del giardino, evidentemente non aveva potuto cadere altrove che nel giardino. Il giardino era di Carlotta; dunque... la logica non eragli parsa mai così bella.

Dunque era stato raccolto per cura di Carlotta. Dunque egli si trovava in casa di Carlotta.

Intanto la luce penetrava a striscie traverso le imposte socchiuse.

Silvio era così felice che non s'affannò punto del suo stato. E tuttavia, quando volle provare a voltarsi sopra un fianco, si accorse che la sua spalla era malconcia; e abbandonandosi con troppa compiacenza al pensiero, sentì delle fitte dolorosissime al capo che lo consigliarono ad accarezzare le idee dell'amore con maggior parsimonia.

Ad ogni modo gli parve di poter concludere che nella caduta s'era slogato una spalla, e che aveva dato del capo su qualche cosa di duro che doveva avergli cagionato, insieme alla ferita, un deliquio od uno stordimento.

Poco stante si addormentò ancora cullandosi soavemente nel pensiero di Carlotta.

Ridestandosi, guardò un'altra volta intorno a sè; la camera era vuota.

La prima immagine che oscurò il lucido orizzonte che brillava innanzi al pensiero febbrile di Silvio, fu quella del signor Verni. Senza dubbio egli era a parte di questo avvenimento; senza dubbio egli aveva aiutato a prodigargli le prime cure; forse egli stesso, egli solo, aveva ordinato di raccoglierlo e gli aveva assegnato quella camera. E che aveva egli pensato di lui? La pietà era stata possibile in quell'anima buona; ma forse la stima non lo sarebbe più.

E come avrebbe egli osato levar gli occhi in faccia a quell'uomo? e con qual animo l'avrebbe ringraziato delle sue attenzioni? Per la prima volta sentì il peso di quell'ospitalità che poc'anzi lo aveva reso giubilante, e pensò con desiderio al letticciuolo solitario della sua camera da scapolo.

Quale sarebbe stata la prima parola di quell'uomo? Questo pensiero importuno, torturò la sua ragione vacillante.

Un'ora dopo udì dei passi che si accostavano all'uscio. In quel momento avrebbe voluto essere assai lontano. Non potendo colla sola forza della volontà soddisfare a questo voto, chiuse gli occhi e finse di dormire.

Udì la maniglia della porta girare lentamente, poi alcuni passi leggieri, e un bisbiglio sommesso di due voci maschili.

— Dorme; diceva l'uno dei due.

— Ha sempre dormito; rispondeva l'altro.

— Buon segno.

Il resto del dialogo non giunse alle orecchia di Silvio.

— Se ne vanno, pensò egli udendo ancor dei passi; ma questa volta s'ingannava; quei passi s'arrestarono al suo capezzale, e un alito lieve sfiorò la sua faccia. Il volto d'un uomo era lì, presso al suo. S'egli avesse potuto socchiudere un poco gli occhi e guardare senza tradire la sua finzione! Non n'ebbe l'ardire.

Un istante dopo quell'uomo s'allontanò dal letto.

— Se ne vanno, disse Silvio un'altra volta; e raddoppiò l'attenzione per assicurarsene. Non udì più nulla. La sua posizione diveniva imbarazzata; evidentemente quegli uomini attendevano che egli si svegliasse; era dunque inutile il suo strattagemma. Pure trovarsi faccia a faccia col signor Verni!... Si provò a socchiudere gli occhi e spingere uno sguardo innanzi a sè; un uomo era seduto in faccia a lui a pochi passi.

Vestiva un soprabito, ed aveva il cappello in una mano, e un paio di guanti nell'altra. Senza alcun dubbio egli non era di casa; assai probabilmente era un medico. Ad ogni modo non era il signor Verni; e per Silvio bastava questo.

Cercò coll'occhio l'altro uomo, e non potè vederlo. Pure egli era certo d'aver udito a parlare, e che nissuno era uscito dalla camera. Un istante di silenzio più profondo gli fe' udire distintamente il lieve e monotono rumore di due respirazioni. A questa indagine Silvio concluse che quell'_altro_ s'era tenuto presso all'uscio; ora egli non avrebbe potuto guardare verso l'uscio senza voltarsi.

Vedendo inutile ogni scappatoia, Silvio si decise a svegliarsi; uno sbadiglio, un gemito leggiero strappato molto probabilmente dalla sensazione delle sue contusioni, poi una stiratura breve delle braccia, interrotta a mezzo da un altro gemito più verisimile del primo, poi finalmente la luce. Un uomo che ha dormito e che si sveglia batte le palpebre vedendo la luce, e si caccia i pugni negli occhi per stropicciarli; Silvio fece altrettanto.

Quel personaggio che stava seduto innanzi a lui si levò tacitamente e si appressò al letto; e siccome Silvio accennava di volersi sorprendere, e di manifestare la sua sorpresa con parole, quell'uomo pose l'indice attraverso le labbra consigliando il silenzio con atto di dolcezza, ma di una dolcezza contratta per abitudine.

Silvio non domandava di meglio, e tacque. Non aveva ancora avuto tempo di voltare il capo e di guardare _quell'altro_; ma siccome _quell'altro_ non poteva essere che il signor Verni, così egli prese il partito di guardare il medico nel bianco degli occhi.