Part 4
In quel punto un servo venne ad annunziare il cavaliere Salvani. A quel nome due grida morirono soffocate sulle labbra di Silvio e di Carlotta. Si guardarono in volto, entrambi muti e tremanti. In quello sguardo smarrito Silvio lesse la condanna che il dubbio aveva sempre trattenuto nel suo cuore. Quella donna meritava il suo disprezzo.
Il cavaliere Salvani entrò, e si tenne ritto un istante sull'uscio senza inoltrarsi. Carlotta pareva oppressa da un'ansia mortale.
— Io vi lascio, le disse Silvio; e fe' atto di allontanarsi.
Carlotta levò gli occhi verso di lui, come ad implorare la sua pietà e pregarlo di fermarsi.
Silvio non intese, o non volle; salutò, ed uscì.
XIV.
Non era facile cosa abbandonare quella casa; però Silvio non fu appena sulla via, che conobbe come quell'impresa fosse superiore alle sue forze. Avrebbe desiderato che una furia lo avesse trascinato seco, e tanto per dar prova della sincerità delle sue intenzioni, si mosse a passi agitati.
Ma la sua gelosia era più forte del suo sdegno, e gli troncò inesorabilmente il cammino.
Ritornò indietro lentamente, ma colla tempesta nel cuore. Che aveva in animo di fare? Egli non aveva ancora risposto a questo quesito. Cento propositi insensati turbinavano nella sua mente; non accettava, non respingeva nulla. Venuto dinanzi alla casa di Carlotta, egli si sentì crescere lo sdegno; collo sdegno il disprezzo. — Volle fuggire un'altra volta, ma non si mosse. Levò il capo e guardò le finestre, come ad interrogarle dei misteri che esse nascondevano. Allora in un lampo più forte d'ira, pensò di risalire le scale, di sorprendere quell'uomo, d'insultarlo, di strapparlo a forza dalle braccia di Carlotta. Ma quali diritti poteva egli vantare per far ciò? Diritti! V'era pure chi ne aveva.... il signor Verni! E perchè non l'avrebbe egli avvisato, perchè non sarebbe andato in cerca di lui a dirgli: «badate, vostra moglie v'inganna?» E Carlotta? Che sarebbe stato di lei? E poi, scendere a tale bassezza, farsi delatore, forse calunniatore.... Infine egli non aveva la certezza. Poteva ben essere che altri misteriosi legami unissero quell'uomo a Carlotta. Amante od amico, sarebbe stato accolto con piacere. Tale adunque non era, poichè Carlotta aveva dimostrato il contrario.
Ritessè nella mente tutta la tela dei suoi sospetti, e disse a sè stesso che Carlotta avrebbe potuto essere colpevole, ma non ingannatrice.
Sentire un affetto illegittimo è della debolezza della donna, mascherarlo colla simulazione è bassezza. Carlotta non sarebbe stata capace di tradimento; però se ella mostrava d'amare suo marito, lo amava. Ma intanto il tempo passava, e quell'uomo.... Le smanie di Silvio diventavano più violente. E si rifaceva da capo ai suoi vaneggiamenti. I suoi sguardi ricercavano ancora le finestre di quella camera in cui egli aveva visto morire le sue ultime speranze. Ahi! Le sue ultime illusioni morivano in quegli sguardi.
Un uomo entrò in quel punto nel portone di quella casa. Silvio lo vide, lo riconobbe; era il signor Verni.
— Lui! sclamò tenendosi istintivamente alla parete per non essere veduto; e in un baleno l'immagine di ciò che stava per succedere illuminò la sua mente agitata. Vide Carlotta pallida e tremante sotto il rimprovero; la pace di lei, la pace di lui distrutte ad un tratto.... Egli era ancora in tempo; poteva arrestare quell'uomo, fermarlo alcuni minuti, trattenerlo ad ogni costo nella sua ignoranza confidente, e risparmiare l'avvilimento a Carlotta.
Mosse alcuni passi spinto da un impeto generoso, ma si trattenne.
Aveva pensato ancora a quell'uomo, a quell'odiato rivale, cui la sua generosità insensata avrebbe prolungato il godimento, ed assicurato forse per sempre il possesso di Carlotta. Si sentì smarrire le forze e stette un istante dubbioso. Intanto il signor Verni scomparve; Silvio non attese più oltre e gli si slanciò dietro; ma non ebbe appena toccato l'ingresso della casa, che s'arrestò un'altra volta, e cacciandosi le mani nei capelli:
— È impossibile, è impossibile, ripetè con voce rotta; non posso farmi complice di questo tradimento.
Stette alcun tempo cogli occhi fissi sul terreno; un rumore di passi che scendevano le scale lo tolse al suo ansioso vaneggiare.
Per non essere sorpreso in quel luogo e in quell'atteggiamento, si allontanò. N'ebbe appena il tempo, che il cavalier Salvani uscì.
Silvio lo vide e si sentì serrare il cuore.
Non v'era più dubbio; l'arrivo del marito poneva in fuga l'amante. Che cosa dunque era avvenuto? A quel pensiero si sentì mordere il seno dal rimorso...
Tuttavia l'andatura di quell'uomo era calma ed indolente.
Silvio guardò ancora una volta alle finestre di Carlotta. Vide i vasi dei ciclamini, e contemplò con occhio umido di pianto le poche foglie di giacinto che gli rimanevano.
Una lagrima spuntò a forza sul suo ciglio; egli la deterse dispettoso, ma il suo cuore sanguinava.
Come fu solo, pose dinanzi a sè quelle foglie di giacinto, le sole reliquie del suo amore.
Egli era solo, nessuno poteva vedere le sue lagrime, e pianse.
XV.
Quella notte Silvio non dormì; l'immagine di Carlotta gli era sempre in mente, pallida, muta, inesorabile come fantasma.
Balzò più volte di letto, e passeggiò a gran passi per la camera; ma inutilmente; quel pensiero importuno lo seguiva dovunque.
Nel suo delirio si fece cento volte alle vetrate delle finestre, sperando di vedere spuntare il giorno.
— Eterna notte! — ripetè con voce cupa; — fosse l'ultima!
Verso il mattino cadde sfinito dalla stanchezza sul suo letto; si sentiva premere la fronte come da un cerchio di fuoco; tuttavia non trovò sonno. A poco a poco la luce ridestò la vita nella città; rumore di carri e schiudere d'imposte, e voci aperte e serene nella via, ma non un raggio di sole.
Silvio non poneva mente a nulla; cogli occhi socchiusi, vaneggiava fra le chimere di un assopimento fantastico. Egli sognava e pensava; il sonno e la veglia alternavano bizzarramente le loro immagini. Questo stato durò qualche ora.
Quando Silvio si scosse era assai tardi. Levò il capo, e si guardò intorno come istupidito.
Poco dopo si accostò come un automa alla finestra, e guardò sulla via, poi al cielo, un cielo plumbeo, senza luce e senza azzurro. Aprì un antico forziere, e ne trasse alcune valigie di cuoio che gettò nel mezzo della stanza. Vuotò i cassetti dei suoi mobili, e cacciò ogni cosa alla rinfusa in quelle valigie. Questa occupazione non richiese gran tempo.
— La Spagna è un paese d'avventure — disse a voce alta come se qualcuno fosse testimonio della sua millanteria — vedrò le sue donne e i suoi puledri.
Il suono della sua voce gli cagionò una specie di terrore; ammutolì.
— Eugenio è un buon amico — aggiunse poco dopo a voce sommessa.
In quel punto un raggio di sole uscì dalle nuvole, e illuminò d'una tinta di porpora le pareti della camera.
— Sia benedetto! — sciamò Silvio — Or via, le mie valigie sono pronte, non mi rimane che salutare i pochi amici...
I pochi amici erano veramente pochi, e si riducevano a tre o quattro antichi compagni d'orgia che egli aveva dimenticato da un pezzo, e che rammentava tanto per far numero, e al signor Verni. La curiosità più che l'amicizia lo richiamava in quella casa; e più ancora il bisogno di uscire da ogni incertezza, e forse la speranza di riacquistare una fede perduta.
— Porterò meco il disprezzo, ovvero la memoria incontaminata di Carlotta.
Il suo cuore aggiungeva in segreto: «la rivedrò ancora una volta.»
XVI.
Il primo sguardo di Silvio ricercò tutto intorno pella camera; il signor Verni era solo.
— Che sarà di Carlotta? — pensò.
Il signor Verni si disse lieto di veder Silvio; lo riceveva nelle sue camere, senza cerimonie, perchè fra amici non si doveva badar tanto all'etichetta; del resto la sua salute era floridissima, e in quella notte avea dormito saporitamente; tutte belle cose che empievano di giubilo il cuore di Silvio, il quale per non essere da meno assicurava alla sua volta il signor Verni che la sua vita era un bocciuolo di rosa.
— Che sarà di Carlotta? — domandò a sè stesso un'altra volta.
Per quanto egli continuasse ad interrogarne le pareti di quella camera, non gli veniva fatto di veder chiaro in quell'enigma.
Il volto del signor Verni non ne diceva di più; anzi la sua stessa serenità era un'enigma. Ma Silvio non era uomo da lasciarsi prendere alla prima apparenza, e volle andare più in fondo.
— La vostra signora moglie? — domandò Silvio.
— Ottimamente; è uscita.
Questa risposta era stata fatta con molta franchezza; Silvio riputandosi avveduto compiangeva in cuore i meschini artifizii di una inutile dissimulazione; del resto conveniva che quel signor Verni dissimulava assai bene.
— L'ho vista ieri, dopo il mezzodì — soggiunse lentamente, e guardava in volto il signor Verni.
Aggiuntavi una certa titubanza e un po' d'angoscia, il suo sguardo pareva volesse dire: _ti ci colgo_. Ma il signor Verni non si sgominò punto, e rispose semplicemente:
— Lo so.
— Se lo sa, sillogizzò Silvio fra sè e sè, qualcuno devo averglielo detto; e se questo qualcuno è Carlotta, assai probabilmente non è avvenuto nulla di quanto io ho immaginato.
Allora si ricordò dello scopo principale della sua visita, e senza attendere interrogazioni, disse mutando tuono:
— Io sono qui per salutarvi.
— Che dite?
— Io parto.
— Voi?
— Non lo sapevate?
E Silvio sillogizzò ancora, e conchiuse che se il signor Verni non sapeva nulla della sua partenza, non poteva neppure aver saputo da Carlotta della sua visita del giorno prima.
— E dove intendete andare?
— In Spagna.
— Il paese degli amori.
— E degli occhi neri.
— Che ci andate a fare?
— In cerca d'impressioni.
— Ne incontrerete molte, non avrete che a raccogliere.
E qui il signor Verni assicurava Silvio che egli lo avrebbe accompagnalo volontieri in quel viaggio se non avesse avuto la moglie.
— Peccato — disse Silvio.
— Ch'io abbia moglie?
— Che non possiate accompagnarmi.
Il signor Verni era imperturbabile; interrogava e rispondeva con una serenità che faceva rovinare ad ogni tratto gli edifizii della mente di Silvio.
— Non vi è dubbio, è avvenuto qualche cosa, pensava quest'ultimo, parendogli d'aver colto al volo una contrazione amara delle labbra, o un corrugare di sopracciglia, indizii poco lusinghieri sulla faccia d'un marito. Ma il signor Verni sorrideva con tanta bonomia, che era assolutamente impossibile durare in quel pensiero.
— Non è avvenuto nulla, concludeva Silvio. E così da capo più d'una volta.
Dopo aver parlato di viaggi d'ogni specie, e aver passato in rassegna i costumi spagnuoli, incominciando dalla _Donna_ e dal _Caballero_ fino ai _guitarreros_ e ai suonatori di _mandolino_, il signor Verni, che era mostruosamente erudito, trasportò Silvio sulle vette della _Sierra Nevada_, e naturalizzò con lui, indicandogli la vegetazione sottostante, e cento altre cose così belle, che se Silvio non avesse avuto in animo d'andare in Spagna, se ne sarebbe sentito struggere di voglia; e a starsene in Italia più oltre, si sarebbe ammalato di nostalgia. Ed io giuro che mai marito fu più eloquente e più fortunato nello sbarazzarsi d'un pericolo pella castità del suo talamo.
Silvio stava per accommiatarsi.
— Saluterete per me la vostra signora.
— Non mancherò di farlo.
E qui una stretta di mano. D'improvviso il signor Verni si battè la fronte. S'era dimenticato di un piccolo affare, in cui forse la bontà del signor Silvio avrebbe potuto tornargli utile.
«Silvio, pensate! non domandava di meglio che di favorire la bontà del signor Verni».
— Voi non partite che domani?
— Così conto di fare. Le mie valigie sono già all'ordine.
— A che ora contate di partire?
— Alle due pomeridiane.
— È inutile, non posso farvi perdere la mattina; non ne parliamo più.
— Vi pare? La mia partenza non è che allo stato di progetto, posso differire.
— Non mette il conto.
— Del resto le mie ore del mattino sono perfettamente libere; un paio di visite, ed è l'affar di mezz'ora.
— Il mio sarebbe per l'appunto l'affar di mezz'ora.
— Vedete! Dite dunque, in che posso servirvi?
— Un'inezia; domani mattina ho uno scontro...
— Un duello?
— Un'inezia; e siccome non è gran tempo che io sono a Milano, ed avrei caro che le mie parti fossero trattate da _amici_, così...
— Sarò vostro padrino, disse Silvio agitato, e guardava il viso del signor Verni. E chi è il vostro avversario?
— Non so se voi lo conosciate, il cavalier Salvani.
Silvio impallidì.
— Lo conoscete?
— Lo conosco.
— Un gentiluomo.
— E la ragione?....
— Un'inezia, ve l'ho detto. Il cavalier Saivani si ostinava a credere che l'attuale ministro salverebbe il paese; ed io mi ostinava a dire che lo perderebbe. La politica è sempre perniciosa per le teste vulcaniche. Ne ho fatto esperimento, e dico che è meglio l'amore. Ci siamo scaldati un poco, egli mi ha detto con un giro di parole graziosissimo qualche cosa che è sinonimo di _cretino_, ed io altrettanto; per rincarire la dose ho fatto vedere che io l'avevo in conto d'uomo _illiberale_; ho parlato dell'_altezza dei tempi_.... Il cavaliere ha spiegazzato fremendo un paio di guanti, ho indovinato di che si trattava, e l'ho trattenuto dicendogli che gli avrei mandato i miei padrini... Ecco il fatto.
E il signor Verni rideva delle sue parole, gaio e spensierato come un fringuello. Silvio non rideva più.
— Ho avuto in mente, soggiungeva il signor Verni, di rappattumarmi con quell'uomo, per non dare al pubblico questo spettacolo insipido di due galantuomini che si tagliano le braccia per porre in salvo l'onore. Ma non ho saputo essere così forte da lottare contro il pregiudizio. Si direbbe di me che sono un vigliacco; non è egli vero?
Tutto questo dialogo era avvenuto sul limitare della porta. Silvio domandò dell'abitazione del Salvani; si tolse il carico di pensare a tutto, ed uscì col cuore angosciato.
XVII.
Carlotta era colpevole. Silvio aveva finalmente questa certezza crudele. Invano la speranza ritentava ancora le suo magiche lusinghe; l'animo suo era chiuso inesorabilmente. Illudersi ancora sarebbe stato mentire a sè medesimo.
Tuttavia, e benchè vi fosse stato preparato, il suo cuore era angosciato.
Rammentava ancora, non per discolpare Carlotta, ma per legittimare la propria cecità, il contegno severo di quella leggiadrissima creatura, l'espressione di candore che spirava dai suoi occhi, l'amore dimostrato con tanta apparenza di sincerità, e forse con sincerità, pel marito. Era cosa da impazzire! pensare che quella donna così giovane, così bella, così felice ed amata, avesse potuto dimenticare ogni cosa per abbandonarsi nelle braccia di un uomo come il cavalier Salvani.
Questo pensiero atroce martellò gran tempo la testa agitata di Silvio. A poco a poco però venne rasserenandosi.
L'amore non corrisposto o si perpetua coll'entusiasmo melanconico, o si spegne rapidamente col disprezzo.
L'anima di Silvio seppe disprezzare.
Andò in quella stessa sera presso il cavalier Salvani; s'accordò coi padrini, e il duello fu fissato in tutti i suoi particolari.
Poi andò a dormire, pregando il cielo per il signor Verni.
Quella notte, tra per la veglia dell'antecedente, e forse un poco perchè la sua guarigione era incominciata, dormì sonni profondi, e sognò che il signor Verni con un fendente fortunato aveva accorciato le orecchia del cavaliere.
XVIII.
Alla mattina si levò di buon'ora, e secondo l'accordo fatto andò in casa del signor Verni. Lo trovò pronto.
Per la prima volta Silvio pensava al pericolo cui quell'uomo andava incontro, pensava a Carlotta che n'era stata causa, e non sapea darsene pace. E tuttavia se egli guardava in volto il signor Verni, si sentiva venir meno nella sua convinzione; la calma di quell'uomo avrebbe tratto in inganno chicchessia.
— Siete disposto? domandò Silvio.
— Lo sono; rispose sorridendo il signor Verni; ma vi confesso che l'idea di pigliar parte ad una commedia di tal natura è tutt'altro che aggradevole; in cotesto genere di riparazioni d'onore che non riparano nulla, non ci si guadagna altro che il ridicolo.
— Diamine! il ridicolo!
— Certamente. E vi pare cosa assennata che due uomini si comportino come belve feroci rinchiuse nella stessa gabbia che contendono per una libbra di carne, che tanto tanto il domatore strapperà dalle zanne del vincitore? Ne va di mezzo l'onore? fate da senno e finitevi; che la vita dell'uno paghi la pace dell'altro! ma scendere nella lizza per versare qualche goccia di sangue, sotto il pretesto di salvare l'onore, in verità è cosa tanto sciocca, che non è a dire di più. Da bravi, miei cari leoni, divertite il pubblico, questo pubblico di conigli che circonda l'arena per sentenziare del vostro onore.
— Avete ragione; disse Silvio a malincuore, temendo d'indovinare a che mirassero le parole del signor Verni.
— Voi avete escluso i colpi di punta...
— E i fendenti al capo.
— Eccoci a quello che io dicevo; non vi pare?
— Non dico di no, ma poichè si tratta d'una bagattella...
— È giusto; la vita di due galantuomini non deve esporsi per una bagattella.
— Voi dite? esclamò Silvio turbato.
— Dico che l'uomo di cuore deve anteporre l'onore alla vita, e sacrificare questa a quello, se le circostanze lo comandino; ma che non mai uomo di senno debba farsi schiavo d'un pregiudizio, e battezzare _quistione d'onore_ ciò che non è che stupida e inutile millanteria.
Silvio, convintissimo di tutto ciò, non vi poneva mente se non per immaginare a che cosa il signor Verni volesse riuscire.
— Ho pensato molto al mio duello, riprese quegli; ne parlerà tutta Milano, e il mio nome correrà pelle bocche di tutti, come quello del primo cialtrone che fa mestiere di spadaccino. È doloroso in fede mia. Vorrei porvi riparo, poichè sono ancora in tempo.
— Riparo? in qual modo?
— Direte al cavalier Salvani che io sono dolente di ciò che avvenne fra di noi, che io penso che due gentiluomini non debbano retrocedere vergognosi dinanzi ad una giusta e leale riconciliazione.
Silvio rimase estatico.
— Una scusa? balbettò egli.
— Se il cavaliere l'accetta, io sono soddisfatto.
— Soddisfatto!... E se non accettasse?...
— In tal caso si mutino le condizioni del duello; non mi si condanni ad una parte ridicola, e mi batterò.
Silvio respirò più libero. Gli parve di comprendere pienamente i progetti del signor Verni. Una vendetta seria, una riparazione solenne; un segreto seppellito eternamente nel seno d'un cadavere. Pensandoci, questa tela si rischiarava di maggior luce, ma ad intervalli si oscurava affatto, e allora Silvio non comprendeva più nulla, e volendo sbarazzarsi, si ingarbugliava di più nel suo labirinto. Infatti il cavaliere poteva tenersi pago delle scuse dell'avversario, e di tal guisa mandare a monte il duello. Ora, se ciò avveniva, la riparazione sarebbe sfuggita di mano al signor Verni; e non pareva probabile che questi, essendo stato ferito nell'onore, volesse offrire al cavaliere un mezzo di uscirsene onorevolmente senza danno. Bisognava adunque credere che la cagione del duello fosse in realtà quella indicata dal signor Verni; se pure non vi era fra i due avversarii una precedente intelligenza, chè in questo caso il cavaliere avrebbe rifiutato le scuse, e accettato le condizioni d'un duello più arrischiato.
Giunto a quest'ultimo partito delle supposizioni, Silvio ebbe il buon senso di non andar oltre nelle sue fantasticherie.
XIX.
Come Silvio aveva dubitato, il cavalier Salvani si acquetò alle scuse, e il duello non ebbe luogo. Riportando questa novella al signor Verni, Silvio immaginava che il dispetto avrebbe tradito in qualche modo il segreto pensiero di quell'uomo; ma per quanto egli si adoprasse a spiare ogni gesto, il volto del signor Verni rimase calmo e sorridente.
— Avevo fede nello spirito del cavaliere, disse con disinvoltura, e null'altro.
Benchè Silvio fosse disposto a pensare come il signor Verni, non poteva tuttavia dissimulare a sè stesso un certo rancore; e certamente, più che il duello fallito, poteva sull'animo suo la nuova tenebra che s'era fatta nella sua mente.
Il pensiero di Carlotta gli ritornava più importuno di prima; egli si affannava inutilmente a liberarsene. Aveva potuto lusingarsi di non stimare più quella donna; ma non era riuscito ancora a non amarla.
Non è vero che l'amore non possa sopravvivere alla stima; la leggenda degli affetti ha registrato assai spesso nelle sue pagine gli esempi di passioni veementi concepite per creature abbiette. Creature che non furono stimate mai, furono tuttavia potentemente amate. Il disprezzo incomincia spesso dove finisce la stima; l'indifferenza non mai; ma anche il disprezzo è un moto del cuore; non è più l'amore, ma è ancora la passione; non è l'amore, ma è la lotta, la ribellione dell'amore.
La condotta del signor Verni aveva avvivato nell'animo di Silvio, se non la fede, il dubbio sulla virtù di Carlotta.
Spesso chi dubita oggi, crede ed afferma domani; il dubbio è a metà strada della fede.
Tuttavia il dubbio di Silvio ne era lontanissimo; e se vagheggiava una certezza, era più quella della colpa, che quella della virtù di Carlotta.
Uno strano sentimento di egoismo e di debolezza lo spingeva a ciò. Se Carlotta fosse stata virtuosa, egli non avrebbe saputo non amarla; amarla senza volerla spingere alla colpa, era carico troppo superiore alle sue forze. Al contrario s'ella era colpevole, il disprezzo oggi, l'indifferenza più tardi, avrebbero sanato la sua piaga.
In questo vaneggiamento del suo spirito, v'era però un fondo virtuoso, il desiderio di non farsi egli stesso occasione d'un tradimento; e se vi spirava l'egoismo, non era quello che assicura la propria pace colla sciagura altrui, bensì quello di chi s'adopera per non essere trascinato nell'irreparabile disastro d'altro uomo. Carlotta colpevole oggi, risparmiava forse la colpa propria del domani, e quella di Silvio. Carlotta, virtuosa sempre, avrebbe avvelenato la pace di chi l'avesse amata senza speranza, e non senza desiderio — e quest'ultimo appunto era l'argomento dell'egoismo.
Il desiderio di Silvio non era adunque nè troppo ingiusto, nè troppo biasimevole e conveniva alla natura dell'anima sua, capace della forza battagliera che si espone agli sguardi del pubblico, ma non di quella forza segreta che non apparisce, e costa tuttavia lagrime e dolori assai più grandi: la rassegnazione.
Silvio era uomo onesto, ma non uomo virtuoso; aveva della virtù ciò che ne è rimasto all'età nostra dopo il turpe diguazzare nelle oscenità da trivio: l'incapacità a commettere di proposito una mala azione. Se l'occasione si porgeva, sapeva lottare contro le seduzioni della colpa; resisteva, ma piegava; quella robusta e serena operosità della virtù gli era ignota, perchè lo era pure al mondo in cui egli viveva. Egli avea preso dal mondo ciò che gli era stato offerto, sceverato il buono dal pessimo, ma non aveva potuto raccogliere ciò che il mondo non poteva dargli. Tuttavia Silvio era uomo virtuoso; se egli non corrisponde al tipo, si ha da incolparne l'attrito che ha sbiadito le linee dell'impronta. La pallida e slombata virtù dei giorni nostri riconosce in Silvio una sua creatura.
Tuttavia Silvio fu tratto un'altra volta da un raziocinio inesorabile a' suoi primi propositi. Rammentò tutti i particolari che accusavano Carlotta, e conchiuse che se il signor Verni non si batteva col Salvani non era prova dell'innocenza di Carlotta, ma al più della fortuna dei suoi inganni e della cecità proverbiale dei mariti.
Con questo convincimento nell'animo, pensò alle sue valigie, e ad Eugenio che lo aspettava alle falde dei Pirenei.
Egli ritornava a casa, ed affrettò il passo. D'un tratto vide innanzi a sè un uomo che gli veniva incontro sorridente, il cavalier Salvani.
— Lui! ruggì l'anima di Silvio, e l'espressione d'un odio profondo si dipinse sul suo volto.
Il cavaliere si accostò con disinvoltura.
«Era lieto che il signor Verni gli avesse offerto un mezzo per sciogliere una quistione che non aveva di serio che il pericolo».