Un dramma nell'Oceano Pacifico
Part 11
Innanzi tutto, sgombrarono la coperta che era sparsa di cadaveri mezzo divorati e di tigri. Gli avanzi del disgraziato equipaggio furono raccolti, rinchiusi in parecchie amache e calati in mare; dopo li seguirono le tigri, quantunque a tutti rincrescesse non poco di perdere quelle superbe pellicce, dalle quali si potevano ricavare degli splendidi tappeti d’un gran pregio.
Pulita la coperta dalle larghe chiazze di sangue e trasportate nella stiva le casse e i barili che la ingombravano, procedettero al taglio dell’albero di maestra, che da un momento all’altro poteva rovinare sul ponte, essendo la sua base bruciata e la cassa distrutta. Lavorando vigorosamente d’ascia, dopo mezz’ora lo fecero precipitare in mare, avendo precedentemente recise le manovre e i cordami che lo univano all’albero di mezzana.
La caduta di quel colosso danneggiò gravemente la murata di babordo, ma il pilota si ripromise di riparare il guasto a tempo più opportuno.
Terminati i diversi lavori, scesero nel frapponte per tentare di chiudere la falla aperta dall’incendio, la quale lasciava entrare di tratto in tratto le onde.
Quantunque misurasse quasi due metri di lunghezza e uno e mezzo di altezza, Asthor aiutato dai tre marinai riuscì ad otturarla alla meglio con delle materasse, tenute salde da parecchie tavole incrociate. Era un riparo momentaneo, inefficace contro le grandi ondate, ma poteva bastare per alcuni giorni e forse fino all’arrivo all’isola di Tanna.
Alle otto pomeridiane, nel momento in cui il sole si tuffava, o meglio pareva che si tuffasse in mare, la _Nuova Georgia_ era pronta a riprendere la navigazione, interrotta da tante disgrazie.
Il capitano stabilì i quarti di guardia per non stremare le forze di tutti, cosa quanto mai pericolosa, essendo l’equipaggio così scarso e la nave troppo grande e così malamente attrezzata, non possedendo che un solo albero.
Asthor, Grinnell e Mariland dovevano montare il primo quarto; Hill, Fulton e Anna, giacchè questa non voleva essere da meno degli altri, e di manovra se ne intendeva, il secondo. Così almeno ognuno poteva riposare le sue quattr’ore, prima di riprendere il servizio delle altre.
Alle nove l’equipaggio spiegò le vele sull’albero di mezzana, sciolse un’altra vela stabilita a prua a mo’ di fiocco, Asthor si mise al timone e la _Nuova Georgia_ riprese a navigare con la prua rivolta al nord, ossia verso l’arcipelago delle Nuove Ebridi.
Il vento era debole e il mare un po’ agitato, però la notte era chiara, essendo allora allora sorta la luna. La nave, quantunque non troppo bene servita dall’albero di mezzana, che come si sa è situato a poppa, cominciò a filare ma con una straordinaria lentezza.
Era molto se percorreva due nodi all’ora!
Il capitano, Anna e Fulton si ritirarono nelle loro cabine, lasciando i compagni di guardia.
Nulla che meriti di venir notato accadde durante il primo quarto. La _Nuova Georgia_, quantunque sovente uscisse di rotta obbligando il pilota a un’attiva sorveglianza del timone per causa dell’albero di mezzana che esercitava uno sforzo squilibrato sulla poppa, navigò senza interruzione percorrendo in quelle prime quattro ore circa nove nodi.
Alla mezzanotte il capitano, Fulton ed Anna, che non aveva voluto rimanere nella sua cabina, considerandosi già come un uomo dell’equipaggio, montarono il secondo quarto.
All’alba il capitano che voleva dar riposo ad Anna, stava per svegliare il pilota e i suoi compagni, quando apparve un fenomeno strano, che meravigliò tutti. Già da alcuni minuti era stato osservato che sul ponte cadevano dei fili leggieri leggieri, più sottili di quelli che si traggono dai bozzoli dei bachi da seta e che si attaccavano in gran numero attorno ai pennoni, alle vele, ai paterazzi e alle sartie dell’albero di mezzana.
Fulton ed Anna che si erano accorti di ciò, stavano per domandare al capitano la spiegazione di quel fenomeno bizzarro, quando si videro cadere sul ponte numerosi filamenti d’una bianchezza abbagliante, che pareva scendessero dalle alte regioni dell’atmosfera.
Dapprima erano poche dozzine, ma un po’ più tardi apparve in aria come una nube vaporosa, leggiera, la quale si tingeva dei primi riflessi dell’aurora e scendeva con un largo ondeggiamento, estendendosi sopra la nave e sopra un gran tratto dell’Oceano circostante.
— Che cosa succede, padre mio? — chiese Anna nel colmo della sorpresa.
Il capitano non rispose. Fissava attentamente quella strana nube che continuava a discendere, lasciando cadere sul ponte e sull’attrezzatura delle tele d’una leggerezza unica, di cui talune misuravano perfino venti metri e parevano formate da un solo filo bizzarramente intrecciato.
— Ah! — esclamò ad un tratto ridendo. — Noi assistiamo ad uno dei più curiosi fenomeni e che non è tanto comune.
— A quale? — chiesero Anna e Fulton.
— A una emigrazione di ragni, — rispose il capitano.
— A una emigrazione di ragni! — esclamò la giovanetta con tono incredulo.
— Sì, Anna.
— Ma sono tele di ragno queste?
— Non ti pare?
— Hai ragione; quantunque siano bianchissime, e abbiano una forma speciale e mi sembrino più resistenti.
— Ma io non vedo nessun ragno, — disse Fulton.
— I ragni emigratori o aeronauti sono tanto piccoli, che si stenta a vederli; ma se tu osservi bene, li troverai fra le loro tele, — disse il capitano. — Il fenomeno non è nuovo ed è stato più volte osservato dagli scienziati.
— Ma che ragni sono? — chiese Anna che andava di sorpresa in sorpresa. — E perchè intraprendono simili strane emigrazioni?
— A quale specie appartengano non lo saprei dire, come pure ignoro i motivi che li spingono ad abbandonarsi alle correnti aeree. Per lo più questi viaggi si attribuiscono a eccentricità di ragni vagabondi; altri credono che siano dovuti semplicemente a viaggi accidentali. Alcuni scienziati hanno assistito alla partenza di questi ragni e specialmente a parecchie della specie dei _thomicus viaticus_.
— Deve essere stata una partenza curiosissima.
— I piccoli ragni prima di abbandonarsi all’aria, si arrampicavano sulla cima degli steli delle graminacee o sulla punta estrema dei gambi del frumento; di là gonfiavano l’addome, spingevano in aria un fascio di fili leggerissimi che faceva l’ufficio d’un pallone, poi al primo colpo d’aria lasciavano il loro punto d’appoggio e si lasciavano, trasportare.
— To’!... To’!... — esclamò Fulton stupito. — I ragni si mettono a tessere nuovi ragnateli.
— Si preparano alla partenza, — disse il capitano.
— Come! riprendono il viaggio? — chiese Anna.
— Lo vedrai fra breve. —
Infatti tutti quei ragni avevano abbandonati i vecchi ragnateli che erano diventati pesanti per l’umidità notturna e ne tessevano degli altri con sorprendente rapidità.
In capo a mezz’ora una gran parte, dopo d’aver lanciato in aria, con un soffio, il nuovo filo, s’abbandonavano al venticello mattutino che li trasportò via colla massima facilità innalzandoli verso le alte regioni dell’atmosfera. Al secondo colpo di vento i rimanenti seguivano i loro compagni scomparendo fra i primi raggi di sole.
— Buon viaggio! — gridò una voce allegra. — Ah! Come v’invidio! —
Era Asthor che da parecchi minuti era salito in coperta e che osservava curiosamente quella emigrazione meravigliosa.
— Ah! sei tu, vecchio mio, — disse il capitano.
— Sì; e giunto in tempo per assistere a questo bizzarro fenomeno. Come va la _Nuova Georgia_, signore?
— Cammina come uno zoppo, o meglio come un uccello che ha le ali ferite. —
Tutto il giorno la _Nuova Georgia_ filò assai lentamente verso il nord; ma vicino a sera accelerò la corsa, essendosi alzato un forte vento dal sud-sud-ovest.
Il sole si tuffò nel seno d’un nuvolone di colore oscuro, e il mare si alzò in larghe ondate rompendosi con fracasso contro i fianchi della nave.
Il capitano non volle prender riposo e rimase in coperta con tutto l’equipaggio. Era diventato inquieto, visitava sovente la falla che opponeva un debole riparo contro i colpi di mare e scendeva di frequente nella stiva per assicurarsi della solidità dell’albero di mezzana, il quale essendo privo dell’appoggio di quello di maestra, dacchè tutte le gomene erano state tagliate e anche del rinforzo delle griselle, poteva cedere e precipitare in coperta.
Alle dieci di notte il vento fischiava con grande violenza fra il sartiame e le vele; e fra la grande nube che si era distesa sull’Oceano, lampeggiava e tuonava fragorosamente.
Le onde battevano furiosamente i fianchi dello stremato vascello, il quale rollava e immergeva la prua, vibrando poderose testate a babordo e a tribordo. Per maggior disgrazia l’oscurità era così profonda che non si poteva distinguere nulla, a una gomena di distanza.
Anna, malgrado le preghiere del capitano, era risalita in coperta e guardava intrepidamente il tempestoso Oceano, quasi lo sfidasse. La coraggiosa fanciulla non tremava e voleva mostrarsi degna del padre suo, che passava per uno dei più intrepidi lupi di mare delle due Americhe.
A mezzanotte, Grinnell che era disceso nel frapponte s’accorse che le traverse situate dietro alle materasse che ostruivano la falla, minacciavano di cedere contro l’impeto crescente delle onde.
Asthor accorse prontamente e aiutato da Fulton le assicurò meglio che potè, ammonticchiandovi dietro quante botti e quante casse si potevano trovare. L’acqua però filtrava attraverso alle fessure e si udiva precipitare in fondo alla stiva in grossi zampilli.
Più tardi il mare divenne ancor più cattivo e il vento accrebbe la corsa del veliero, il quale divorava lo spazio con fantastica rapidità non ostante che gli fosse rimasto un solo albero.
Frequenti colpi di mare, superando le mal ferme e mezzo infrante murate dalla caduta dei due alberi di maestra e di trinchetto, si rompevano in coperta spazzando via i rottami, entrando nel castello di prua e inabissandosi con sordo fragore nelle profondità della stiva. Le casse, i barili e le gabbie delle tigri, non più trattenute dai legami o dal peso, correvano per ogni dove, urtandosi e spaccandosi; ma l’equipaggio non aveva tempo di occuparsene, intento come era a manovrare il grande vascello, a cui sarebbero stati necessari almeno altri dieci uomini per ben dirigerlo.
Il capitano che diventava ad ogni istante più inquieto, invano interrogava le tenebre coll’acutezza del suo sguardo, sperando sempre di scorgere qualche fuoco che indicasse la vicinanza dell’isola.
Alle due del mattino però, al baleno d’un lampo, scorse sulla linea dell’orizzonte una grande massa oscura, sulla cui cima ondeggiava un nuvolone di fumo tinto di rosso.
— Un vulcano! — esclamò.
— Dove? — chiese una voce.
— Laggiù, Anna.
— Una terra adunque? — chiese la giovanetta.
— È Tanna! — esclamò il capitano. — So che ha un vulcano quasi sempre in attività.
— Ah! padre!...
— Asthor! — gridò Hill. — Fa’ imbrogliare le vele e governa dritto all’asta di prua! —
In quell’istesso momento a poppa si udì uno scroscio violento.
L’albero di mezzana era rovinato attraverso il cassero, tuffando l’estremità dell’alberetto nel seno delle onde spumanti!
CAPITOLO VENTESIMOPRIMO.
Il naufragio.
L’isola di Tanna è una delle più belle e delle più pittoresche del gruppo delle Nuove Ebridi. È la più meridionale di tutte, ma è la più conosciuta, o lo era a quel tempo, essendo già stata visitata dal navigatore Quiros nel 1606, da Bougainville nel 1768 e più tardi da Cook.
È un’isola di natura essenzialmente vulcanica, e si calcola che la sua lunghezza non superi le sette leghe su tre di larghezza. È montuosa per la maggior parte e coperta da fitti boschi, ha un vulcano che spesso è in attività, molte sorgenti termali e certe parti del suolo esalano vapori sulfurei.
Se gode fama di essere una delle più belle dell’intero arcipelago, dicesi che sia pure una delle più fertili, quantunque il suo terreno sia composto di varie specie di lave, di strati d’argilla mescolata a terra alluminosa, di massi di tripolo e di strati ricchissimi di zolfo. Le sue montagne si inalzano ad anfiteatro, e danno a quel lembo di terra, perduto sul Grande Oceano, un aspetto non solo ridente, ma interessante.
Gli abitanti, il cui numero si faceva allora ascendere a tre o quattromila, non sono nè peggiori nè migliori di quelli dell’arcipelago intero, ma non certo perfidi come gli isolani di Tonga-Tabù e delle Figii, non avendo i navigatori che la visitarono, avuto mai da lagnarsi di loro. È bensì vero che al tempo del viaggio della _Nuova Georgia_ erano ancora antropofagi, ma non divoravano che i nemici uccisi in battaglia ed i prigionieri.
Fra le tante isole, che si trovano disperse su quell’immenso Oceano, era ancora una delle migliori a cui potevano approdare i poveri superstiti dell’equipaggio della _Nuova Georgia_.
Disgraziatamente minacciavano di toccare quella terra, che per loro rappresentava la salvezza, in tristissime condizioni. Infatti la caduta dell’albero di mezzana, avvenuta proprio nel momento in cui scoprivano l’isola, metteva in gran pericolo la sicurezza del vascello, che ormai si poteva considerare come un vero rottame in balia delle onde.
Erano però tanto abituati alle disgrazie, che nessuno si spaventò troppo, quantunque corressero il pericolo di naufragare sulle scogliere dell’isola. Solamente Anna era impallidita, ma si era subito rimessa, fidando nell’abilità del padre suo.
— Asthor! — gridò il capitano, vedendo l’albero cadere attraverso il cassero. — Tieni salda la ribolla del timone e cerca di guidare la nave verso l’isola, e voialtri gettate in mare l’albero. —
I tre marinai assalirono l’albero a colpi di scure a fine di staccarlo completamente dal troncone; poi lo spezzarono sotto la crocetta essendo troppo pesante per le loro forze, indi lo spinsero nelle onde.
La _Nuova Georgia_, che piegava sul babordo a causa del peso, si risollevò, e trasportata dal vento navigò verso l’isola ma andando attraverso alle onde, non avendo ormai più stabilità per mancanza di vele.
Il capitano salì sul castello di prua e guardò attentamente. L’isola non era che a tre o quattro gomene, e da quel lato mostrava una spiaggia dolcemente inclinata e che pareva priva di quella corona di scogliere corallifere che circondano ordinariamente le terre dell’Oceano Pacifico. Vi era quindi la speranza di poter approdare, senza che la nave si sfracellasse, o per lo meno di arrenarsi senza troppa violenza. Le onde spingevano il disgraziato legno, il quale si sollevava penosamente, essendosi riaperta la falla ed avendo quindi cominciato a imbarcare acqua in grande quantità. Talvolta la violenza della risacca, che causava delle immense e spumeggianti contro-ondate, lo arrestava e lo trascinava al largo; ma poi riprendeva la corsa verso la costa, la quale di quando in quando si tingeva di rosso pei riflessi del vulcano che in quel momento eruttava con grande violenza, con sordi boati.
— Ah! — esclamò il capitano. — Se potessi scoprire la baia della Risoluzione, che Cook ha descritto così bene! Ma chi sa da qual parte si trova, e poi.... per mille boccaporti! E se questa non fosse l’isola di Tanna!... Se ben mi ricordo, più al sud si trova un’altra isola, quella di Anatton!... Ma e il vulcano?... Anatton non ne ha, che io sappia. —
La _Nuova Georgia_ continuava ad avanzare sprofondando nei cavi delle onde o dondolandosi spaventosamente sulle creste. Gemeva tutta come se presentisse la sua prossima fine, si rovesciava con crescente violenza sui fianchi come si dibattesse per non venire trascinata contro quella costa, ma i marosi la spingevano sempre e con maggior rapidità.
Alle tre del mattino non era più che a due gomene dall’isola. Il capitano che osservava attentamente le onde per indovinare se il fondo era cosparso di roccie o di punte corallifere, gridò ad un tratto:
— Giù le àncore!... —
Mariland, Fulton e Grinnell strapparono le funicelle e le due àncore precipitarono nell’acqua facendo sparire rapidamente le catene attraverso alle cubie di prua. La nave filò innanzi per alcuni metri, poi si arrestò bruscamente virando di bordo. Quasi nell’istesso momento un urto violentissimo avveniva a poppa, facendo stramazzare sul ponte l’intero equipaggio.
— Abbiamo toccato? — chiese Asthor risollevandosi lestamente.
— La poppa si è arrenata! — gridò il capitano.
— Nulla di rotto?
— Non mi pare, — rispose Grinnell, che erasi precipitato sul cassero.
— Ma l’acqua entra! — gridò Fulton.
— Dove? — chiese il capitano.
— La sento precipitare nella cala.
— Che una punta rocciosa abbia sfondata la carena? — chiese Asthor.
— È possibile, — rispose, il capitano. — Ma non importa; siamo su di un banco. —
L’Oceano, sollevato furiosamente dal vento, non faceva segno di cessare. Enormi ondate assalivano da prua la _Nuova Georgia_ passando sopra le murate e il castello, e rompendosi in coperta. Gli ombrinali erano insufficienti a sfogarla, e correndo verso poppa precipitava nella profondità della stiva col fragore di una cateratta.
La povera nave si agitava sotto quei colpi vigorosi e continui, scricchiolava e a poco a poco veniva respinta sempre più verso la costa, ma non vi era pericolo che la risacca la riportasse in alto mare. L’enorme massa si era incastrata fra le scogliere e le sabbie, e nessuna forza sarebbe stata capace di toglierla dal suo letto.
Ciò bastava per rassicurare l’equipaggio, il quale ormai più nulla temeva, avendo la terra così vicina. Anche se l’Oceano l’avesse demolita, non si sarebbe trovato imbarazzato a porsi in salvo, nonostante le violentissime ondate.
Finalmente verso le quattro cominciò ad albeggiare. Attraverso uno squarcio delle nubi passò un fascio di luce, la quale permise ai naufraghi di osservare l’isola che stava dinanzi a loro.
La costa correva dall’est e all’ovest per un tratto di parecchie miglia, quasi in linea retta, senza un porto, una baia o una piccola rada, coperta da una folta vegetazione di alberi di cocco, di banani, di fichi di tutte le specie e di palme con le immense foglie disposte a ventaglio. Più oltre si alzavano parecchie montagne verdeggianti disposte ad anfiteatro, e in mezzo ad esse spiccava un vulcano dal cui cratere sorgeva una immensa colonna di fumo rossastro, la quale lasciava cadere, su una zona immensa, della cenere nerastra. Enormi massi incandescenti salivano alti e ricadevano sui fianchi della fumante montagna, scomparendo fra i boschi o rimbalzando fra le rupi.
Cosa davvero strana, e in aperta contraddizione colle teorie degli scienziati: quel vulcano invece di dominare l’isola era più basso, e d’un bel tratto, delle vicine montagne!
Il capitano, Anna, il pilota e i tre marinai esaminarono attentamente la costa temendo di veder raggruppati dei selvaggi pronti ad assalire il rottame, ma non videro nè un abitante, nè una capanna.
— Sbarchiamo? — chiese Anna. — Farei volentieri una passeggiata sotto quei boschi.
— Una lingua di terra lasciata scoperta dalla bassa marea si spinge fino sotto la poppa della nave, — disse Fulton. — Lo sbarco è facilissimo. —
Si armarono tutti delle carabine, si misero alla cintola una scure, si empirono le tasche di polvere e di palle, raccolsero dei viveri, e calata una scala di corda, scesero sulla lingua di terra che la bassa marea aveva lasciata scoperta.
Nonostante che le ondate di tratto in tratto l’attraversassero, dopo pochi minuti i sei naufraghi della _Nuova Georgia_ mettevano piede sull’isola, dinanzi ai grandi boschi.
Il luogo non poteva essere più pittoresco. Dinanzi a loro una moltitudine di alberi, d’ogni specie e d’ogni dimensione, si estendeva a perdita d’occhio, coprendo interamente la costa.
Si vedevano enormi _banian_, alberi venerati dagli abitanti dell’India, sorretti da centinaia di tronchi disposti come tante colonne; bellissime piante di noci di cocco che si piegavano sotto il peso delle frutta; vecchi fichi coi tronchi nodosi e lucenti, che mostravano certe frutta lanuginose; dei _catappa_, specie di mandorli che danno nocciuole due volte più grosse di quelle d’Europa e più delicate, e bellissimi banani, le cui foglie gigantesche dovevano spandere un’ombra deliziosa, durante le ore più calde della giornata.
Un numero infinito di colombi, di pappagalli neri o con penne variopinte e di uccelletti, garrivano in mezzo ai rami, senza spaventarsi della comparsa di quegli uomini, che certo dovevano forse vedere per la prima volta.
— È un vero Eden, — disse Anna che aspirava l’aria profumata di quei boschi, sotto i quali crescevano in gran numero bellissimi fiori cremisini. — Che disgrazia che questo paradiso terrestre sia abitato da mostruosi mangiatori di carne umana!
— To’! — esclamò Grinnell. — Cosa vedo su quell’albero di cocco? —
Tutti guardarono nella direzione indicata dal marinaio e scorsero su di un albero, quasi nascosto fra il fogliame, uno strano animale che pareva gli spiasse, aspettando forse che non facessero attenzione a lui per discendere e fuggire.
— È un _birgus latro_! — esclamò il capitano.
— È roba che si mangia? — chiese il pilota, impugnando la scure.
— Una colazione succulenta, vecchio mio.
— Allora il furbo non ci scapperà. A me, marinai! —
Il pilota, Fulton, Grinnell e Mariland si slanciarono verso il cocco e abbracciatolo si misero a scuoterlo con tanto vigore da far precipitare al suolo lo strano animale, se si può chiamarlo così, il quale allargò tosto le sue numerose e magre zampe tentando di fuggire verso il mare, ma i marinai, che già contavano sulla colazione, in un lampo gli furono addosso e con due colpi di scure lo distesero senza vita sulla sabbia.
CAPITOLO VENTESIMOSECONDO.
Il primo selvaggio.
Quel _birgus latro_, come lo aveva denominato il capitano Hill, quantunque sorpreso sulla terra, anzi sulla cima di una pianta di noci di cocco, era un abitante del mare, un crostaceo dei più grossi, un granchio gigante insomma.
Questi _birgus_, che gl’isolani del Pacifico chiamano granchi ladri, hanno delle bizzarre abitudini che non si possono tacere. Quantunque siano abitatori del mare, passano una buona parte della loro vita a terra, cercando avidamente gli alberi delle noci di cocco che crescono in quasi tutte le isole dell’Oceano Pacifico. Questi strani granchi, sembrerebbe impossibile, vanno pazzi per le grosse noci e tutto arrischiano per procurarsele.
Durante il giorno dormono nascosti nelle cavità delle rupi o sospesi ai rami degli alberi più folti, ed allorquando la notte cala si mettono in cerca delle loro frutta favorite. Trovato l’albero, lo scalano con la massima facilità, rompono la scorza fibrosa della noce più grossa e la lasciano cadere a terra.
Come si sa, queste noci sono tanto dure, che anche l’uomo si troverebbe imbarazzato ad aprirle senza una scure, ma il granchio ladro non per questo si sgomenta. Essendo dotato di potenti morse, ne introduce una nel punto che si chiama _occhio_ della buccia, e girando su sè stesso la rompe pezzetto per pezzetto, bevendo poi avidamente il latte e mangiandosi la polpa bianca e delicata.
Si dice che uniscano al cocco anche la noce oleosa del _pandanus_ per renderla più delicata, ma non sappiamo se ciò sia veramente esatto, quantunque tutti gli isolani lo confermino.
Asthor ed i marinai, dopo di aver osservato con curiosità quel grosso crostaceo, raccolsero parecchie bracciate di legna secche, accesero sulla spiaggia un gran fuoco capace di arrostire un bue, e lo gettarono sui carboni.
Mentre si cuoceva, Asthor e Grinnell si cacciarono nel bosco per far raccolta di frutta. Posero mano alle scuri e si misero ad abbattere un banano che aveva un grappolo di frutta del peso di cinquanta o sessanta chilogrammi. Non contenti, fecero un’ampia provvista di fichi, di _yambos_, frutta grossa come le pere d’Europa, tenere come il burro e rinfrescanti, e di grosse mandorle e di _magnagne_, grosse radici, dolci, farinose, che si cuociono sotto la cenere.