Un cavallo nella luna: Novelle

Part 9

Chapter 93,739 wordsPublic domain

— Agonia lunga.... — rispose il Bax. — Ma, fino a domani, forse no!

— Speriamo! — sospirò l'onorevole Delfante. — Ormai la morte è cessazione di pena.

E andò via, tirandosi dietro gran parte dei visitatori.

Dopo la mezzanotte, eran rimasti soltanto in sei, oltre i parenti, il prete e il dottor Bax.

I parenti s'erano riuniti nell'altra camera, attorno alla moglie del moribondo. Nella stanza di questo i due infermieri accanto al letto dormicchiavano, e il prete, per non imitarli, infornava tabacco: aveva posato sul guanciale allato alla testa del giacente un piccolo crocifisso, sicuro che questo al morente, per la notte, potesse bastare.

Gli altri, nell'altra stanza, presso il balcone, comodamente sdrajati, conversavano tra loro fumando.

Una disputa s'era impegnata tra il Bax e l'avvocato Filippo Deodati intorno ad alcuni strani fenomeni spiritici esperimentati in quei giorni da un cultore fanatico di questa _nuova sollecitudine intellettuale_ — come l'avvocato Deodati la definiva.

— Ciarlatanerie! — esclamò a un certo punto il Bax.

— Naturalissimo che tu dica così! — rispose con un sorrisetto il Deodati. — Anch'io, per altro, son quasi della tua opinione. Tuttavia penso, chi sa! è presunzione certo ritenere che l'uomo, con questi suoi cinque limitatissimi sensi e la povera intelligenza che gliene risulta.... possa.... dico, possa percepire.... e concepire tutta quanta la natura.... Chi sa quant'altre sue leggi.... quant'altre sue forze e vie ci restano ignote.... E chi sa se veramente.... dico, non si riesca a stabilire.... direi quasi un sesto senso.... mediante il quale non si rivelino a noi.... senza tuttavia riflettersi su la nostra coscienza (e perciò, badate, paurosamente) fenomeni inaccessibili nello stato normale.

— Già! — fece il Bax. — I tavolini giranti e parlanti.... Sesto senso? Autosuggestione, mio caro!

— Eppure! — sospirò il Deodati, che guardava ancora in giro gli amici per coglier l'effetto delle due prime parole. — Eppure.... ecco: io vorrei spiegarmi il perchè di certe nostre paure.... sì, dico.... la paura, per esempio, che ci fanno i morti.... Andresti tu, poniamo, domani o quando che sarà, a dormir solo, di notte, accanto alla cassa mortuaria del nostro povero Naldi, dentro la cattedrale, dove fosse soltanto un lampadino pendente dall'altissima vòlta, tra le grandi ombre, oppresso dalla poderosa solenne vacuità di quell'interno sacro? Oh Dio, il silenzio.... immagina!... e un topo che roda il legno d'un confessionale.... o d'una panca.... giù, in fondo.... sotto la cantoria....

— Dei morti, — disse con calma il Bax, — ho avuto paura anch'io che a buon conto, ohè, medico sono e di morti n'ho visti, come potete figurarvi....

— E tagliati....

— Anche. Veramente allora ero studente. Tu sai che mi son sempre levato all'ora dei galli. Basta, — “Matteo, — mi avevano detto la sera avanti alcuni miei colleghi, — tu che sei mattiniero, domattina di buon'ora va' ad accaparrarti con Bartolo alla Sala Anatomica un buon pezzo da studiare: testa e busto„. Bartolo era il bidello della Sala. Che tipo, se l'aveste conosciuto! Parlava coi cadaveri.... nettava a perfezione i teschi e se li vendeva cinque lire l'uno. Cinque lire, una testa d'uomo! Molte, tuttavia, vanno anche assai meno. Basta.... State a sentire, che vi racconterò come un morto mi spense la candela.

— La candela?

— La candela, sì. Accettai l'incarico dei miei compagni; e il giorno appresso, poco dopo le quattro, mi recai alla Sala. Il cancello innanzi al giardino, che circonda il basso edificio, era aperto, o meglio, accostato: segno, questo, che i becchini avevano già portato il carico alla Sala. Bartolo si vestiva nella stanzetta a sinistra dell'androne, la quale ha una finestra prospiciente il giardino. Io vidi, entrando, il lume attraverso le stecche della persiana. Contemporaneamente, Bartolo udì lo scalpiccio de' miei passi sulla ghiaja del vialetto. — “Chi è là?„ — Io, Bax. — “Ah, entri pure!„ — Abbiamo di già? — “Abbiamo, sissignore. Ma la sala è al bujo. Abbia pazienza un momentino: son bell'e vestito.„ — Fa' pure con comodo. Ho con me la candela. — Entrai. Non ero mai entrato solo, a quell'ora, nella Sala. Paura no, ma vi assicuro che una certa inquietudine nervosa me la sentivo addosso, attraversando quelle stanze in fila, silenziose, rintronanti, prima di giungere alla Sala in fondo. Guardavo fiso la fiamma della mia candela, che riparavo con una mano per non veder l'ombra del mio corpo fuggente lungo le pareti e sul pavimento. I becchini avevano lasciato aperto l'uscio. Sei casse eran posate su le lastre di marmo dei tavolini. I cadaveri giungevano a noi dalle chiese, ancor vestiti, e tante volte anche coi fiori dentro. Un mio compagno, tra parentesi, non si faceva scrupolo di mettersi qualcuno di quei fiori all'occhiello o di comporne qualche mazzolino che poi regalava apposta alle belle donnine: — “Amore e morte!„ — diceva lui. Basta. Reggevo con una mano la candela; con l'altra scoperchiavo cautamente le casse e guardavo dentro. Chi arriva prima, si sceglie il meglio. Io cercavo un bel collo, un buon torace.... Apro la prima cassa. Un vecchio. Apro la seconda. Una vecchia. Apro la terza. Un vecchio. Mannaggia! Faccio per sollevare il coperchio della quarta e — _ffff_! — un soffio, che mi spegne la candela. Getto un grido, lascio il coperchio; la candela mi cade di mano. — Bartolo! Bartolo! — grido, atterrito, tremando, al bujo. Bartolo accorre col lume e mi trova.... pensateci voi! i capelli irti sulla fronte, gli occhi fuori dell'orbita. — “Ch'è stato?„ — Ah, Bartolo! Apri quella cassa!... — Bartolo apre, guarda dentro, poi guarda me: — “Ebbene? — mi fa. — Una bella ragazza....„ — Prendo animo e guardo dietro le sue spalle. — È morta? — Bartolo si mette a ridere. — “No, viva....„ — Non scherzare! M'ha spento la candela! — “Che ha fatto? Le ha spento la candela? Vuol dire che non voleva esser veduta da un giovanotto così coricata. Eh, poverina, di' un po', è vero?„ E, così dicendo, agitò più volte una mano cerea del cadavere. Bisognava sentire le sue risate, perchè prima le diceva, e poi ci rideva sopra: le sue risate, là, tra tutte quelle casse, mentre l'alba cominciava a stenebrare appena, scialba, umidiccia, l'ampia sala, a cui tutti i disinfettanti non riescono a togliere quell'orrendo tanfo di mucido....

— E che era accaduto? — domandarono due o tre, a questo punto, costernati, a Matteo Bax.

— Gas! — rispose questi con un gesto di noncuranza, e rise allegramente.

Uno degli infermieri, con gli occhi rossi dal sonno interrotto venne cempennante ad annunziare che il moribondo era gelato dai piedi al petto e bagnato di sudor freddo.

— Respira? — domandò il Bax.

— Sissignore, ma venga a vedere: pare strozzato.... Credo che ci siamo.

Il prete e l'altro infermiere, svegliati anch'essi di soprassalto, s'erano buttati in ginocchio e avevano subito attaccato con la lingua ancora imbrogliata la litania.

Entrò il Bax con gli amici rimasti a vegliare; alcuni s'inginocchiarono; il Deodati rimase in piedi col Bax, che s'accostò al moribondo per toccargli la fronte, se era gelata. Il piccolo De Petri restò nell'altra stanza intento ancora a scegliere i nomi dal registro degli elettori.

_ — Sancta Dei Genitrix,

— Ora pro nobis....

— Sancta Virgo Virginum,

— Ora pro nobis...._

Tranne il prete, tutti tenevano gli occhi fissi al moribondo. Ecco come si muore! Domani, entro una cassa, e poi sotterra, per sempre! Per il Naldi era finita; e così sarebbe stato per tutti: su quel letto, un giorno, ciascuno — gelido, immobile — e intorno, la preghiera dei fedeli, il pianto dei parenti.

Dopo la fronte il dottor Bax venne a toccare i piedi del moribondo, poi le gambe, le cosce, il ventre, per sentire dov'era già arrivato il gelo della morte. Ma il Naldi respirava, respirava ancora: pareva singhiozzasse, così il rantolo gli scoteva la testa.

Nel silenzio della casa scoppiarono pianti. L'uscio su la saletta fu aperto di furia. Entrò nel salotto il fratello Carlo, a cui la commozione agitava convulsamente il mento e le pàlpebre. Subito il Bax accorse per trattenerlo sulla soglia.

— Mi lasci.... mi lasci.... — disse Carlo Naldi; ma, in quella, un émpito di pianto gli scoppiò di sotto il fazzoletto; e allora si ritrasse da sè per non interrompere la preghiera.

Poco dopo, il giacente fu scosso una, due, tre volte, a brevi intervalli, da un conato rapido, serpentino; il rantolo si cangiò in ringhio e l'ultimo fu strozzato a mezzo dalla morte.

Gli astanti, che avevano seguìto atterriti quell'estrema convulsione, fissavano ora immobili il cadavere.

— Finito.... — fece a bassa voce il dottor Bax.

Il volto del Naldi si mutò rapidamente: da paonazzo diventò prima terreo, poi pallido.

Il piccolo De Petri accorse:

— Prima vestirlo! — disse agli infermieri. — Poi si farà vedere ai parenti. Prima vestirlo! Gli abiti? Sono di là. Aspettate. Ci ho pensato io.

— Senza fretta! senza fretta! — ammonì il dottor Bax. — Lasciate prima rassettare il cadavere....

— Intanto, come si fa? — riprese il De Petri. — Il signor Carlo vuole assolutamente che si facciano venire i figli del povero Gaspare.... almeno i due maggiori, dice, perchè vedano il padre....

— Ma no, perchè? — osservò il Deodati, tutto compunto. — Perchè, poveri figliuoli?

— È la volontà dello zio.... Io, per me, non lo farei.... Ma insomma, chi va? chi corre?

— Bisognerà svegliarli a quest'ora, poveri ragazzi! Non sanno nulla.... — seguitò afflittissimo il Deodati. — Condurli qua, a un simile spettacolo! Con che cuore?... Io non capisco.... M'opporrei!

— Vado io, — s'offerse uno degli infermieri.

Già rompeva l'alba, e la prima luce entrava squallida dal balcone spalancato a rischiarar torbidamente quella camera, in cui per uno perdurava la notte senza fine.

I due fanciulli, il maggiore di dodici anni, l'altro di dieci, arrivarono quando il padre era già vestito e impalato sul letto. Pallidi ancora di sonno, i due poveri piccini guardavano il padre con occhi sbarrati dal pauroso stupore, e non piangevano; si misero a piangere quando la madre irruppe e si buttò sul cadavere, disperatamente, senza gridare, vibrando tutta dal pianto soffocato con violenza, là, sull'ampio petto esanime del marito.

Il prete s'accostò afflitto per persuaderla a lasciare il cadavere.

— Via, via, signora, coraggio!... Per i suoi bambini, coraggio!

Ma ella si teneva avvinghiata a quel petto.

— La volontà di Dio, signora! — aggiunse il prete.

— No, Dio no! — gridò Carlo Naldi, stringendo un braccio al prete. — Dio non può voler questo! Lasci star Dio!

Il prete volse gli occhi al cielo e sospirò; mentre la vedova, a quelle parole, si mise a pianger forte insieme coi figliuoli.

— C'è di buono, — faceva intanto notare il piccolo De Petri al Deodati, — che non restano male, quanto a.... È sempre qualche cosa, nella tremenda sventura....

— Certo, certo.... Intanto, scappiamo! — gli rispose il Deodati. — Casco dal sonno.... Me la svigno zitto zitto....

— Te felice! — sospirò il De Petri. — Io non posso.... sono di casa....

— Levami una curiosità, ora che ci penso: il Cilento non s'è visto, dov'è? dove s'è cacciato?

— È alloggiato con la famiglia in una casa, qua, del vicinato.... Poveraccio, ha il suo dolore, per la morte del figliuolo; non gli è bastato l'animo d'assistere anche a quello degli altri....

Il Deodati, poco dopo, se la svignò insieme agli altri rimasti a vegliare. Cammin facendo, s'imbatterono in parecchi amici, tra i più mattinieri, che si recavano in casa del Cilento.

— Finito! Finito! — annunziarono.

— Ah sì? Morto? Quando? — domandarono quelli, delusi.

— Adesso.... all'alba....

— Perbacco! Se venivamo un po' prima.... Voi l'avete veduto? Com'è morto?

— Ah, terribile, miei cari! — rispose il Deodati. — S'è contorto, scrollato tre volte, come un serpe.... Poi s'è cangiato subito in volto; è diventato terreo.... Andate, andate.... ci sarà da fare.... I parenti son rimasti soli.... Noi caschiamo dal sonno: abbiamo vegliato tutta la notte.... Andate, andate....

Quei mattinieri fecero le viste d'andare. Ma, arrivati a un certo punto, si confessarono a vicenda di non aver cuore d'assistere allo strazio della vedova e degli altri parenti. Qualcuno manifestò il timore di riuscire importuno; altri l'inutilità della loro presenza.

Così nessuno andò.

Alcuni ritornarono a casa per rimettersi a dormire; altri vollero trar profitto dell'essersi levati così per tempo, facendosi una bella passeggiata per il viale all'uscita del paese, prima che il sole si fosse infocato.

— Ah, come si respira bene di mattina! Valgono più per la salute due passi fatti così di buon'ora, che camminare poi tutto il giorno in preda alle brighe quotidiane.

L'ABITO NUOVO.

Oh guarda, non ci aveva mai pensato il signor avvocato Boccanera. Ma come no? certissimo, uno dei tanti suoi abiti smessi, ancora in buono stato, avrebbe potuto regalarglielo. Non foss'altro, via, per un certo riguardo ai signori clienti che frequentavano lo studio. Non ci aveva mai pensato, perchè veramente — parola d'onore — non da lui soltanto, ma da tutti, quell'abito che il povero Crispucci indossava da tempo immemorabile non era più considerato come un vero e proprio abito, vale a dire come una cosa soprammessa al corpo, che si potesse cambiare, bensì come il pelame strappato e stinto d'un vecchio cane randagio, per esempio, o di qualche altra malinconica bestia, a piacere.

E poi, questione d'abitudine. S'era abituato il signor avvocato Boccanera a vedere in Crispucci, suo scrivano e galoppino a 120 lire al mese, la perfetta immagine di quella miseria disperata che, a un certo punto, non vede più la ragione neanche di lavarsi la faccia ogni domenica. Così com'era, gli serviva a meraviglia. Bastava che gli dicesse, con un certo cenno degli occhi:

— Crispucci, eh?

E Crispucci capiva subito tutto.

Ora il signor avvocato Boccanera stava a tenergli un interminabile e amorevole discorso, e Crispucci, lì davanti la scrivania, tutto ripiegato e scivolante come un'S, le due lunghe braccia da scimmia ciondoloni, stava ad ascoltarlo, al solito, senza aprir bocca.

Cioè, no: la bocca, veramente, la apriva di tratto in tratto; ma non per parlare. Era una contrazione delle guance, o piuttosto, un'increspatura di tutta la faccia gialliccia, che — scoprendogli i denti — poteva parere una smorfia così di scherno come di spasimo, a sentir parlare il signor avvocato così amorevolmente; ma forse era soltanto d'attenzione, perchè insieme le pàlpebre gli si restringevano attorno ai chiari occhi squallidi e aguzzi. Se non era proprio di fastidio, perchè il signor avvocato intercalava senza risparmio in quel suo discorso un “voi capite„, che a Crispucci doveva sonare insoffribilmente superfluo.

— Dunque, caro Crispucci, tutto considerato, vi consiglio di partire. Sarà per me un guajo serio; ma partite. Avrò pazienza per una quindicina di giorni. Eh, almeno.... quindici giorni almeno vi ci vorranno per tutte le pratiche e le formalità.... e anche perchè, mi figuro, venderete tutto, è vero?

Crispucci aprì le braccia, con gli occhi biavi fissi nel vuoto.

— Eh sì, vendere.... vi conviene vendere. Gioje, abiti, mobili.... Il grosso è qui, nelle gioje. Così a occhio, dalla descrizione dell'inventario, ci sarà da cavarne da sedici a diciotto mila lire; forse più. C'è anche un vezzo di perle.... Quanto agli abiti (voi capite) non li potrà certo indossare la vostra figliuola.... Chi sa che abiti saranno! Ma ne caverete poco, non vi fate illusioni. Gli abiti si svendono, anche se ricchissimi. Forse dalle pellicce — pare che ce ne sia una collezione — dalle pellicce forse sì, sapendo fare, qualche cosa caverete. Oh, badate: per le gioje, sarebbe bene che appuraste da quali negozianti furono acquistate. Forse lo vedrete dagli astucci. Vi avverto che i brillanti sono molto cresciuti di prezzo. E qui nell'elenco ce ne son segnati parecchi. Ecco: una spilla.... un'altra spilla.... anello.... anello.... un bracciale.... un altro anello.... ancora un anello.... una spilla.... bracciale.... bracciale.... Parecchi, come vedete.

A questo punto Crispucci alzò una mano. Segno che voleva parlare. Le rarissime volte che gli avveniva, ne dava l'avviso così. E questo segno della mano era accompagnato da un'altra increspatura della faccia, ch'esprimeva lo stento e la pena di tirar su la voce dal cupo abisso di silenzio, in cui la sua anima era da tanto tempo sprofondata.

— Po.... potrei, — disse, — farmi ardito.... uno di.... uno di questi anelli.... alla signora....

— Ma no, che dite, caro Crispucci? — scattò il signor avvocato. — La mia signora.... vi pare? uno di quegli anelli....

Crispucci abbassò la mano; accennò di sì più volte col capo.

— Mi scusi.

— No, anzi vi ringrazio.... Ma no: piangete?... no.... via, via, caro Crispucci.... non ho voluto offendervi! Su, su.... Lo so, lo comprendo: è per voi una cosa molto triste; ma pensate che non accettate per voi codesta eredità: voi non siete solo, avete una figliuola, a cui non sarà facile — voi lo capite — trovar marito, senza una buona dote, che ora.... Eh, lo so!... È a un prezzo ben duro, ma.... i denari son denari, caro Crispucci, e fanno chiudere gli occhi su tante cose.... Avete anche la madre.... voi non avete molta salute e....

Crispucci approvò col capo tutte queste considerazioni del signor avvocato, tranne quella su la sua salute, che gli fece sgranar gli occhi con un piglio scontroso. S'inchinò — si mosse per uscire.

— E non prendete le carte? — gli disse l'avvocato, porgendogliele di su la scrivania.

Crispucci tornò indietro, asciugandosi gli occhi con un sudicio fazzoletto, e prese quelle carte.

— Dunque partite domani?

— Signor avvocato, — rispose Crispucci, guardandolo, come deciso a dir qualche cosa che gli faceva tremare il mento; ma s'arrestò; lottò un pezzo per ricacciare indietro, nell'abisso di silenzio, quel che stava per dire, e alla fine esclamò, esasperatamente: — Non lo so!

Voleva dire: — “Parto, se vossignoria accetta per la sua signora un anellino di questa mia eredità!„

Di là, agli altri scritturali dello studio che da tre giorni si spassavano a punzecchiarlo con fredda ferocia, aveva promesso, digrignando i denti, a chi una veste di seta per la moglie, a chi un cappello con le piume per la figliuola, a chi un manicotto per la fidanzata.

— Magari!

— Ah sì? E un po' di biancheria anche.... Qualche camicia fina, velata e ricamata, aperta davanti, per tua sorella?

— Magari! E perchè no?

— Ma a patto che l'indossi....

Voleva che di quella eredità tutti, con lui, fossero insozzati.

Leggendo nell'inventario la descrizione del ricchissimo guardaroba della defunta, e di quel che contenevano di biancheria gli armadii e i cassettoni, s'era figurato di poterne vestire tutte le donne della città.

Se un resto di ragione non lo avesse trattenuto, si sarebbe fermato per via a prendere per il petto i passanti e a dir loro: — Mia moglie era così e così; è crepata or ora a Napoli; m'ha lasciato questo e quest'altro; volete per vostra moglie, per vostra sorella, per le vostre figliuole, una mezza dozzina di calze di seta, finissime, traforate?

Un giovanotto spelato, dalla faccia itterica, lunga e tagliente, che aveva la malinconia di voler parere elegante, sentiva finirsi lo stomaco da tre giorni, là nella stanza degli scritturali, a quelle profferte. Era da una settimana soltanto nello studio, e più che da scrivano faceva da galoppino, come chiaramente dimostravano le scarpe; ma voleva conservare la sua dignità; non parlava quasi mai, anche perchè nessuno gli rivolgeva la parola; si contentava d'accennare un sorrisetto vano a fior di labbra, non privo d'un certo sprezzo lieve lieve, ascoltando i discorsi degli altri, e tirava fuori dalle maniche troppo corte o ricacciava indietro con mossettine sapienti i polsini ingialliti.

Quel giorno, appena Crispucci uscì dalla stanza del signor avvocato e prese dall'attaccapanni il cappello e il bastone per andarsene, non potè più reggere e lo seguì, mentre gli altri scrivani, ridendo, gridavano dall'alto della scala:

— Crispucci, ricòrdati! La camicia per mia sorella!

— La veste di seta per mia moglie!

— Il manicotto per la mia fidanzata!

— La piuma di struzzo per la mia figliuola!

Per istrada lo investì, con la faccia più scolorita che mai dalla bile:

— Ma perchè fate tante sciocchezze? Perchè seminate la roba così? Che porta scritta forse in qualche parte la provenienza? Vi tocca una fortuna come questa, e ne profittate così? Siete impazzito?

Crispucci si fermò un momento a guatarlo di traverso.

— Fortuna! fortuna! fortuna! — ribattè quello. — Fortuna prima e fortuna adesso! Ma scusate, non vi sembra una gran fortuna che vi siate liberato, tant'anni fa, d'una moglie come quella? Vi scappò di casa.... so che vi scappò di casa, tant'anni fa!

— Te ne sei informato?

— Me ne sono informato. Ebbene? Che noje, che impicci, che fastidii ne aveste più? Niente! Ora è morta; e non vi sembra un'altra fortuna, questa? Perdio! Non solo perchè è morta, ma anche perchè di stato vi fa cangiare! Ho sentito anche che c'è una cartella di rendita di diecimila lire.... Ventimila di gioje.... Altre cinque o sei mila ne caverete dai mobili e dal guardaroba.... Son vicine a quarantamila, perdio! che volete di più? Non saltate? non ballate? Dite sul serio?

Crispucci si fermò a guatarlo di nuovo.

— T'hanno detto forse che ho una figliuola da maritare?

— Vi parlo così per questo!

— Ah! Franco....

— Franchissimo.

— E vuoi che pigli l'eredità?

— Sareste un pazzo a non farlo! Quarantamila lire.... — E con quarantamila lire, vorresti che dessi la figliuola a te?

— Perchè no?

— Perchè, se mai, con quarantamila lire, potrei comprare una vergogna meno sporca della tua.

— Che vuol dire? Voi m'offendete!

— No. Ti stimo. Tu stimi me, io stimo te. Per una vergogna come la tua non darei più di tremila lire.

— Tre?

— Cinque, va' là! e un po' di biancheria. Hai una sorella anche tu? Tre camìce di seta anche a lei, aperte davanti! Se le vuoi, te le do.

E lo piantò lì, in mezzo alla strada.

A casa non disse una parola nè alla madre nè alla figliuola. Del resto, non aveva mai ammesso, dal giorno della sciagura in poi, cioè da circa sedici anni, nessun discorso che non si riferisse ai bisogni immediati della vita. Se l'una o l'altra accennava minimamente a qualche considerazione estranea a questi bisogni, si voltava a guardarle con tali occhi, che subito la voce moriva loro sulle labbra.

Il giorno appresso partì per Napoli, lasciandole non solo nell'incertezza più angosciosa sul conto di quella eredità, ma anche in una grande costernazione, se — Dio liberi — commettesse là qualche grossa pazzia.

Le donne del vicinato fomentavano questa costernazione, riferendo e commentando tutte le stranezze commesse da Crispucci in quei tre giorni. Qualcuna, con rosea e fresca ingenuità, alludendo alla defunta, domandava:

— Ma com'è ch'era tanto ricca, com'è? Ho sentito dire che si chiamava Margherita. Com'è che, dice, la biancheria è cifrata R e B? Che combinazione! Le stesse mie cifre!

— E B? No, R e C, — correggeva un'altra — Rosa Clairon, ho sentito dire.

— Ah, guarda, Clairon.... Cantava?

— Pare di no.

— Ma sì che cantava! Ultimamente no, più. Ma prima cantava....

— Rosa Clairon, sì.... mi pare.

La figliuola, a questi discorsi, guardava la vecchia nonna con un lustro di febbre negli occhi affossati, e una fiamma fosca sulle guance magre. La vecchia nonna, con la grossa faccia piatta, gialla, sebacea, quasi spaccata da profonde rughe rigide e precise, s'aggiustava sul naso gli occhialoni che, dopo l'operazione della cateratta, le rendevano mostruosamente grandi e vani gli occhi tra le rade ciglia lunghe come antenne d'insetto, e rispondeva con sordi grugniti a tutte quelle ingenuità delle vicine.