Un cavallo nella luna: Novelle

Part 7

Chapter 73,851 wordsPublic domain

Fosse per questo, fosse per la cordialità dei padroni di casa, buoni vecchi all'antica, marito e moglie con una figliuola nubile, Dreetta non s'affrettò più di comporsi il nido. Rimasero d'accordo coi padroni di casa, che avrebbero sloggiato alla nascita del primo figliuolo.

Intanto i primi mesi di matrimonio furono un fiume di pianto nascosto per Dreetta, la quale, volendo vivere a modo del marito, ancora non s'era accorta ch'egli diceva tutto il contrario di quello che desiderava.

Fabio Feroni in fondo desiderava tutto ciò che avrebbe potuto far contenta la sposina; ma, sapendo che, se avesse manifestato e seguìto quei desideri, il caso li avrebbe subito rovesciati, per prevenirlo, manifestava e seguiva i desideri contrarî; e la sposina viveva infelice. Quand'ella infine se n'accorse e cominciò a fare a suo modo, cioè tutt'al contrario di quel che diceva lui, la gratitudine, l'affetto, l'ammirazione di Fabio Feroni per lei raggiunsero il colmo. Ma il pover'uomo si guardò bene dall'esprimerli; si sentì felice anche lui, e cominciò a tremarne. Così pieno di gioja, come fare a nasconderla? a dichiararsi scontento? E guardando la sua piccola Dreetta già incinta, gli occhi gli s'invetravano di lagrime; lagrime di tenerezza e di riconoscenza.

Negli ultimi mesi la moglie, col fratello e la mamma, si diede attorno, per metter su la casetta. La trepidazione di Fabio Feroni divenne in quei giorni più che mai angosciosa. Sudava freddo a tutte le espressioni di giubilo della sposina, soddisfatta della compera di questo o di quel mobile.

— Vieni a vedere.... vieni a vedere.... — gli diceva Dreetta.

Con tutte e due le mani egli avrebbe voluto turarle la bocca. La gioja era troppa; quella era anzi la felicità, la vera felicità raggiunta. Non era possibile che non accadesse da un momento all'altro una disgrazia. E Fabio Feroni si mise a guardare attorno e innanzi e indietro con rapidi sguardi obliqui per scoprire e prevenir l'insidia del caso, l'insidia che poteva annidarsi anche in un granellino di polvere; e si buttava con le mani a terra, gattone, per impedire il passo alla moglie se scorgeva sul pavimento qualche buccia su cui il piedino di lei avrebbe potuto smucciare. Ecco, forse l'insidia era là, in quella buccia! O forse.... ma sì, in quella gabbia lì, del canarino.... Già una volta Dreetta era montata su un sediolino, col rischio di cadere, per rimetter la canapuccia nel vasetto. Via quel canarino! E alle proteste, al pianto di Dreetta, egli, tutt'arruffato, ispido, come un gatto fustigato:

— Per carità, — s'era messo a gridare, — ti prego, lasciami fare! lasciami fare!

E gli occhi sbarrati gli andavano di continuo in qua e in là, con una mobilità e una lucentezza inquietanti.

Finchè una notte ella non lo sorprese in camicia con una candela in mano, che andava cercando l'insidia del caso entro le tazzine da caffè capovolte e allineate sul palchetto della credenza nella sala da pranzo.

— Fabio, che fai?

E, lui, ponendosi un dito su la bocca:

— Ssss..... zitta! Lo scovo! Ti giuro che questa volta lo scovo.... Non me la fa!

Tutt'a un tratto, o fosse un topo, o un soffio d'aria, o uno scarafaggio sui piedi nudi, il fatto è che Fabio Feroni diede un urlo, un balzo, un salto da montone, e s'afferrò con le due mani il ventre gridando che lo aveva lì, lì, il saltamartino, lì dentro, lì dentro lo stomaco! E dàlli a springare, a springare in camicia per tutta la casa, poi giù per le scale e poi fuori, per la via deserta, nella notte, urlando, ridendo, mentre Dreetta scarmigliata gridava ajuto dalla finestra.

QUANDO SI COMPRENDE.

I passeggieri arrivati a Roma col treno notturno alla stazione di Fabriano dovettero aspettar l'alba per proseguire in un lento trenino sgangherato il loro viaggio su per le Marche.

All'alba, in una lercia vettura di seconda classe, nella quale avevano già preso posto cinque viaggiatori, fu portata quasi di peso una signora così abbandonata nel cordoglio che non si reggeva più in piedi.

Lo squallor crudo della prima luce, nell'angustia opprimente di quella sudicia vettura intanfata di fumo, fece apparire come un incubo ai cinque viaggiatori, che avevano passato insonne la notte, tutto quel viluppo di panni, goffo e pietoso, issato con sbuffi e gemiti su dalla banchina e poi su dal montatojo.

Gli sbuffi e i gemiti che accompagnavano e quasi sostenevano, da dietro, lo stento, erano del marito, che alla fine spuntò, gracile e sparuto, pallido come un morto, ma con gli occhietti vivi vivi, aguzzi nel pallore.

L'afflizione di veder la moglie in quello stato non gl'impediva tuttavia di mostrarsi, pur nel grave imbarazzo, cerimonioso; ma lo sforzo fatto lo aveva anche, evidentemente, un po' stizzito, forse per timore di non aver dato prova davanti a quei cinque viaggiatori di bastante forza a sorreggere e introdurre nella vettura il pesante fardello di quella moglie là.

Preso posto, però, dopo aver porto scusa e ringraziamenti ai compagni di viaggio che si erano scostati per far subito sedere la signora sofferente, potè mostrarsi cerimonioso e premuroso anche con lei e le rassettò le vesti addosso e il bavero della mantiglia che le era salito sul naso.

— Stai bene, cara?

La moglie, non solo non gli rispose, ma con ira si tirò su di nuovo la mantiglia — più su, fino a nascondersi tutta la faccia. Egli allora sorrise afflitto; poi sospirò:

— Eh.... mondo di guai!...

E volle spiegare ai compagni di viaggio che la moglie era da compatire perchè si trovava in quello stato per l'improvvisa e imminente partenza dell'unico figliuolo per la guerra. Disse che da vent'anni non vivevano più che per quell'unico figliuolo. Per non lasciarlo solo, l'anno avanti, dovendo egli intraprendere gli studii universitari, s'erano trasferiti da Sulmona a Roma. Scoppiata la guerra, il figliuolo, chiamato sotto le armi, s'era iscritto al corso accelerato degli allievi ufficiali; dopo tre mesi, nominato sottotenente di fanteria e assegnato al 12º reggimento, brigata Casale, era andato a raggiungere il deposito a Macerata, assicurando loro che sarebbe rimasto colà almeno un mese e mezzo per l'istruzione delle reclute: ma ecco che, invece, dopo tre soli giorni lo mandavano al fronte. Avevano ricevuto a Roma il giorno avanti un telegramma che annunziava questa partenza a tradimento. E si recavano a salutarlo, a vederlo partire.

La moglie sotto la mantiglia s'agitò, si restrinse, si contorse, rugliò anche più volte come una belva, esasperata da quella lunga spiegazione del marito, il quale, non comprendendo che nessun compatimento speciale poteva venir loro per un caso che capitava a tanti, forse a tutti, avrebbe anzi suscitato irritazione e sdegno in quei cinque viaggiatori, che non si mostravano abbattuti e vinti come lei nel cordoglio, pur avendo anch'essi probabilmente uno o più figliuoli alla guerra. Ma forse il marito parlava apposta e dava quei ragguagli del figlio unico e della partenza improvvisa dopo tre soli giorni, ecc., perchè gli altri ripetessero a lei con dura freddezza tutte quelle parole ch'egli andava dicendo da alcuni mesi, cioè da quando il figliuolo era sotto le armi; e non tanto per confortarla e confortarsi, quanto per persuaderla dispettosamente a una rassegnazione per lei impossibile.

Difatti quelli accolsero freddamente la spiegazione. Uno disse:

— Ma ringrazii Dio, caro signore, che parta soltanto adesso il suo figliuolo! Il mio è già su dal primo giorno della guerra. Ed è stato ferito, sa? già due volte. Per fortuna, una volta al braccio, una volta alla gamba, leggermente. Un mese di licenza, e via! Di nuovo al fronte.

Un altro disse:

— Ce n'ho due, io. E tre nipoti.

— Eh, ma un figlio unico.... — si provò a far considerare il marito.

— Non è vero, non lo dica! — lo interruppe quello sgarbatamente. — S'avvizia un figlio unico, ma non s'ama mica di più! Un pezzo di pane, quando s'hanno più figliuoli, tanto a ciascuno, va bene; ma non l'amore paterno: a ciascun figliuolo un padre dà tutto quello di cui è capace. E s'io peno adesso, non peno metà per l'uno, metà per l'altro; peno per due.

— È vero, sì, quest'è vero, — ammise con un sorriso timido, pietoso e impacciato il marito. — Ma guardi.... (siamo a discorso, adesso.... e facciamo tutti gli scongiuri....) ma ponga il caso.... non il suo, per carità, egregio signore.... il caso d'un padre ch'abbia più figliuoli alla guerra.... ne perde (non sia mai!) uno.... gli resta l'altro almeno!

— Già, sì; e l'obbligo di vivere per quest'altro, — affermò subito, accigliato, quello. — Il che vuol dire che se a lei.... non diciamo a lei, a un padre che abbia un solo figliuolo, càpita il caso che questo gli muoja, se della vita lui non sa più che farsene, morto il figliuolo, se la può togliere, e addio; mentr'io, capisce? bisogna che me la tenga io, la vita, per l'altro che mi resta; e il caso peggiore dunque è sempre il mio!

— Ma che discorsi! — scattò a questo punto un altro viaggiatore, grasso e sanguigno, guardando in giro coi grossi occhi chiari acquosi e venati di sangue.

Ansimava, e pareva gli dovessero schizzar fuori, quegli occhi, dalla interna violenza affannosa d'una vitalità esuberante, che il corpaccio disfatto non riusciva più a contenere. Si pose una manona sformata innanzi alla bocca, come assalito improvvisamente dal pensiero dei due denti che gli mancavano davanti: ma poi, tanto, non ci pensò più e seguitò a dire, sdegnato:

— O che i figliuoli li facciamo per noi?

Gli altri si sporsero a guardarlo, costernati. Il primo, quello che aveva il figlio al fronte fin dal primo giorno della guerra, sospirò:

— Eh, per la patria, già....

— Eh, — rifece il viaggiatore grasso, — caro signore, se lei dice così, per la patria, può parere una smorfia!

Figlio mio, t'ho partorito per la patria e non per me....

Storie! Quando? Ci pensa lei alla patria, quando ha fatto un figliuolo? Roba da ridere! I figliuoli vengono, non perchè lei li voglia, ma perchè debbono venire; e si pigliano la vita; non solo la loro, ma anche la nostra si pigliano. Questa è la verità. E siamo noi per loro; mica loro per noi. E quand'hanno vent'anni.... ma pensi un po', sono tali e quali eravamo io e lei quand'avevamo vent'anni. C'era nostra madre; c'era nostro padre; ma c'erano anche tant'altre cose, i vizii, la ragazza, le cravatte nuove, le illusioni, le sigarette, e anche la patria, già, a vent'anni, quando non avevamo figliuoli; la patria che, se ci avesse chiamati, dica un po', non sarebbe stata per noi sopra a nostro padre, sopra a nostra madre? Ne abbiamo cinquanta, sessanta, ora, caro lei: e c'è pure la patria, sì; ma dentro di noi, per forza, c'è anche più forte l'affetto per i nostri figliuoli. Chi di noi, potendo, non andrebbe, non vorrebbe andare a combattere invece del proprio figliuolo? Ma tutti! E non vogliamo considerare adesso il sentimento dei nostri figliuoli a vent'anni? dei nostri figliuoli che per forza, venuto il momento, debbono sentire per la patria un affetto più grande che per noi? Parlo, s'intende, dei buoni figliuoli, e dico per forza, perchè davanti alla patria, per essi, diventiamo figliuoli anche noi, figliuoli vecchi che non possono più muoversi e debbono restarsene a casa. Se la patria c'è, se è una necessità naturale la patria, come il pane che ciascuno per forza deve mangiare, se non vuol morire di fame, bisogna che qualcuno vada a difenderla, venuto il momento. E vanno essi, a vent'anni, vanno perchè debbono andare e non vogliono lagrime. Non ne vogliono perchè, anche se muojono, muojono infiammati e contenti. (Parlo sempre, s'intende, dei buoni figliuoli!) Ora quando si muore contenti, senz'aver veduto tutte le bruttezze, le noje, le miserie di questa vitaccia che avanza, le amarezze delle disillusioni, o che vogliamo di più? Bisogna non piangere, ridere.... o come piango io, sissignore contento, perchè mio figlio m'ha mandato a dire che la sua vita — la _sua_, capite? quella che noi dobbiamo vedere in loro, e non la _nostra_ — la sua vita lui se l'era spesa come meglio non avrebbe potuto, e che è morto contento, e che io non stessi a vestirmi di nero, come difatti lor signori vedono che non mi sono vestito.

Scosse, così dicendo, la giacca chiara, per mostrarla; le labbra livide sui denti mancanti gli tremavano; gli occhi, quasi liquefatti, gli sgocciolavano; e terminò con due scatti di riso che potevano anche esser singhiozzi:

— Ecco.... ecco....

Da tre mesi quella madre, lì nascosta sotto la mantiglia, cercava in tutto ciò che il marito e gli altri le dicevano per confortarla e indurla a rassegnarsi, una parola, una parola sola che, nella sordità del suo cupo dolore, le destasse un'eco, le facesse intendere come possibile per una madre la rassegnazione a mandare il figlio, non già alla morte, ma solo a un probabile rischio di vita. Non ne aveva trovata una, mai, tra le tante e tante che le erano state dette. Aveva ritenuto perciò che gli altri parlavano, potevano parlare a lei così, di rassegnazione e di conforto, solo perchè non sentivano ciò che sentiva lei.

Le parole di questo viaggiatore, adesso, la stordirono, la sbalordirono. Tutt'a un tratto comprese che non già gli altri non sentivano ciò che ella sentiva; ma lei, invece, lei non riusciva a sentire qualcosa che tutti gli altri sentivano e per cui potevano rassegnarsi, non solo alla partenza, ma ecco, anche alla morte del proprio figliuolo.

Levò il capo, si tirò su dall'angolo della vettura ad ascoltare le risposte che quel viaggiatore dava alle interrogazioni dei compagni sul quando, sul come gli fosse morto quel figliuolo, e trasecolò, le parve d'esser piombata in un mondo ch'ella non conosceva, in cui s'affacciava ora per la prima volta, sentendo che tutti gli altri non solo capivano, ma ammiravano anzi quel vecchio e si congratulavano con lui che poteva parlare così della morte del figliuolo.

Se non che, all'improvviso, vide dipingersi sul volto di quei cinque viaggiatori lo stesso sbalordimento che doveva esser sul suo, allorquando, proprio senza che ella lo volesse, come se veramente non avesse ancora inteso nè compreso nulla, saltò su a domandare a quel vecchio:

— Ma dunque.... dunque il suo figliuolo è morto?

Il vecchio si voltò a guardarla con quegli occhi atroci, smisuratamente sbarrati. La guardò, la guardò, e tutt'a un tratto, a sua volta, come se soltanto adesso, a quella domanda incongruente, a quella meraviglia fuor di posto, comprendesse che alla fine, in quel punto, il suo figliuolo era veramente morto per lui, s'arruffò, si contraffece, trasse a precipizio il fazzoletto dalla tasca e, tra lo stupore e la commozione di tutti, scoppiò in acuti, strazianti, irrefrenabili singhiozzi.

VISITARE GL'INFERMI.

In meno d'un'ora per tutto il paese si sparse la notizia che Gaspare Naldi era stato colpito d'apoplessia in casa del Cilento, suo amico, dal quale s'era recato per condolersi della recente morte del figliuolo.

Tutti, in prima, più che afflizione ne provarono sbigottimento e ciascuno con ansia domandò più precisi particolari. Ma la prima costernazione fu presto ovviata dalla riflessione confortante che il Naldi, quantunque di florido aspetto e ancor giovane, era pur dentro minato da incurabile malattia cardiaca. Sicchè, via! poteva aspettarsi da un momento all'altro, poverino, una fine così.

I primi visitatori, amici e conoscenti, accorsero alla casa del Cilento ansanti, pallidi, con occhi da spiritati. — “Non è ancor morto?„ — Volevano vederlo.

Porta, usci, finestre — tutto spalancato. E nelle camere, fra il trambusto, pareva spirasse nell'ombra dalle poltroncine vestite di tela bianca un fresco refrigerante per chi veniva da fuori, ove il sole d'agosto ardeva fierissimo. E un odor di garofani, in quel fresco d'ombra.... — ah! delizioso.

Per la scala, una frotta di curiosi, gente del vicinato, uomini, donne, ragazzi, intenti a spiare chi saliva e chi scendeva; a coglier di volo qualche notizia. Un bambino s'affannava a salire e a ridiscendere gli scalini troppo alti per lui e, reggendosi con una manina paffuta al muro, a ogni scalino, rimbalzando tutto fin nelle gote e sorridendo con la boccuccia sdentata, emetteva una vocina frale:

— E-èh!

Puteva di piscio, carinello, ma non lo sapeva.

Altri due ragazzi, giocando tra loro a piè della scala, vennero a lite; la madre allora, tra gli zittii della ressa, dovette scendere e portarseli via. Li picchiò, appena fuori, stizzita di non poter assistere per causa loro a quello spettacolo.

— Ah, i figli, che croce!

Dopo l'umile saletta, un modestissimo salotto: in mezzo a questo, un letto, messo su alla meglio, tra la fretta e lo spavento.

I primi visitatori si spinsero a guardare, uno dietro l'altro, di su la soglia dell'uscio; ma non poterono vedere che le gambe del moribondo, intere fino al grosso volume paonazzo e villoso degli organi genitali; e si strinsero tra loro istintivamente dal ribrezzo che pur li attirava a guardare. Due infermieri avevano sollevato il lenzuolo da piedi, e lo reggevano alto, in modo da impedir la vista del volto a chi guardasse dall'uscio.

— Ma che gli fanno? Perchè? — domandò qualcuno.

Nessuno lo seppe dire. Unica risposta, di là dal lenzuolo levato, il rantolo del moribondo, che pareva si lagnasse così d'una crudele e sconcia violenza che stessero a fargli inutilmente, profittando che non si poteva più muovere.

Intanto, altri visitatori sopraggiungevano.

Un medico, il più vecchio dei tre che stavano attorno al letto, disse alla fine con voce imperiosa:

— Signori, troppi fiati qua dentro!

I visitatori si ritrassero a parlottare nell'attigua saletta, atteggiati in volto d'un cordoglio misto a una certa ambascia indefinita, guardinga.

I nuovi venuti domandavano ansiosamente notizie:

— Com'è stato? Quando è stato?

E l'avvenimento uscì a poco a poco dal vago delle prime notizie, si precisò, forse allontanandosi dal vero. Alcuni particolari di nessuna importanza risaltarono e si dipinsero con tanta evidenza agli occhi di tutti, che ciascuno poi, rifacendo il racconto, non potè più fare a meno di riferirli con le medesime parole, allo stesso punto, con la medesima espressione e lo stesso gesto: il particolare, per esempio, del bicchier d'acqua chiesto dal Naldi alla serva del Cilento nel sentirsi venir male, e che poi non potè bere.

— Ah no?

— Non potè berlo!

— Io sono venuto, — diceva Guido Póntina, ricco proprietario e assessore del Comune, — mezz'ora appena dopo il colpo.

— Ma che fece, scusi? cadde proprio per terra? — domandò il piccolo De Petri, afflitto, malaticcio, felice in quel momento di poter rivolgere la parola a un personaggio di conto come il Póntina.

— Stramazzò. Ma io lo trovai già adagiato su quella poltrona, — rispose il Póntina, rivolgendosi però agli altri.

Si voltarono tutti a guatar quella poltrona che se ne stava lì in un angolo all'ombra, vecchia, stinta, pacifica.

— Ancora, — riprese il Póntina, — i sensi non li aveva perduti del tutto. — “Animo, Gaspare!„ — gli dissi. — “Vedrai che non è nulla!„ — Ma lui, che non poteva più parlare, con la sinistra illesa si prese il braccio destro morto, così.... e si mise a piangere.

— Il braccio soltanto.... morto? — domandò un giovine biondo, molto pallido, intentissimo al racconto.

— E la gamba, si sa. Tutto il lato destro. Colpo a sinistra, paralisi a destra.

Questa cognizione medica il Póntina se la lasciò cader dalle labbra con aria d'umile superiorità verso gli altri ascoltatori, come una cosa, oh Dio, naturalissima, ch'egli sapesse da tanto tempo: l'aveva appresa invece un momento prima dai medici, e ora se ne faceva bello con quegli ignari, allo stesso modo che dell'essere accorso tra i primi, dell'aver visto ancora sulla poltrona il Naldi, e del cenno che questi gli aveva fatto del suo braccio morto.

— Sì, era venuto stamani dalla campagna.... — narrava in un altro crocchio vicino l'avvocato Filippo Deodati, alto, magro, diafano, fortemente miope. Parlando, in pensiero com'era sempre delle parole da usare e dell'efficacia dei gesti, intercalava a quando a quando pause sapienti, anche per dar tempo a chi l'ascoltava d'assaporare quel suo parlar dipinto. — Sapete, la sua deliziosa villa in Val Mazzara.... che aria! Sarà circa a tre chilometri da qui....

— Tre? dici quattro.... no, più! più! — corresse uno degli ascoltatori, come se con quei “più! più!„ lo aizzasse a dir più presto.

Ma il Deodati gli sorrise e seguitò placido:

— E abbondiamo: cinque? tanto peggio! Ora figuratevi: due ore, per lo meno, sotto questo sole d'agosto.... nella calura asfissiante.... per lo stradone.... erto così.... su un baroccino tirato da un'asina vecchia!

Uno, allora, esclamò, con gesto quasi di rabbia:

— Pazzie!

— E dicono, — aggiunse subito un altro, — che, entrato in paese, fu visto da un suo parente....

— No, che parente! — corresse un terzo, come se volesse mangiarselo. — Scardi.... Nicolino Scardi, perdio! Me l'ha detto lui stesso....

— Io so un parente....

— Scardi, ti dico, perdio! me l'ha detto lui stesso. Lo vide che frustava alla disperata l'asinella. Voleva raggiungere, chi sa perchè, la postale di Siculiana. — “Gaspare! Gaspare!„ — gli gridò anzi Nicolino. — “E piano! così l'ammazzi!„ — “Lasciami correre!„ — gli rispose lui. — “Mi fa bene!„

— E correva alla morte! — sospirò, guardando tutti a uno a uno, un ometto calvo, panciutello, che arrivava sì e no ad afferrarsi le manocce pelose dietro la schiena.

— Fece dunque — riprese il Deodati — la sua visita di condoglianza al buon Cilento, per cui era salito dalla campagna. Aveva già terminato la visita.... stava per andarsene.... quando qui appunto, in questa saletta qui, lì a quel posto.... la serva del Cilento lo trattenne per raccomandargli.... non so.... un suo nipote falegname.... Il povero Gaspare, col cuore che gli conosciamo tutti, prometteva ajuto.... protezione.... sapete come faceva lui.... che si stropicciava sempre, parlando, la palma della mano qui sul fianco.... Tutto a un tratto.... che è?... si sente venir male.... dice: — “Per favore, un bicchier d'acqua....„ — La serva corre in cucina, torna col bicchiere, glielo porge.... lui fa per recarsi il bicchiere alle labbra.... non può.... la mano, invece d'andare in su, gli va in giù.... così.... così.... tremando e versando l'acqua.... il bicchiere gli cade di mano.... i ginocchi gli si piegano.... e stramazza....

— O-òh! guardate, — suggerì piano l'ometto calvo, accostandosi, con un dito della manoccia teso, — lì, guardate.... i cocci del bicchiere.... lì....

Tutti si voltarono a guatar costernati quei cocci nell'angolo, come dianzi quegli altri la poltrona. Ma giunse in quella dalla stanza del moribondo un puzzo intollerabile, che fece arricciare il naso a tutti.

— Buon segno! — esclamò qualcuno, avviandosi per recarsi in un'altra stanza. — Si scàrica....

Parecchi confermarono:

— Buon segno, sì.... buon segno!

E tutti, turandosi il naso, seguirono il primo.

Stavano in quell'altra camera i parenti del moribondo; il fratello Carlo, un nipote, un cognato e lo zio canonico, insieme con altri visitatori, tutti in silenzio.

Si rispondeva ai saluti, fatti a bassa voce, o con gli occhi o con un lieve cenno della mano o del capo. Carlo Naldi, come se i sopraggiunti fossero venuti a dirgli: — “Tuo fratello è guarito, cammina....„ — scattò in piedi per recarsi dal moribondo. Alcuni si provarono a trattenerlo.

— No, lasciatemi. Voglio vederlo....

E andò seguito dal figlio.

Anch'essi, entrando, si turbarono al puzzo pestifero; ma si trattennero presso il letto e sorvegliarono gl'infermieri, perchè il letto e il giacente fossero ripuliti a dovere. Poi fecero dare una spruzzata d'aceto alla camera.

Gaspare Naldi, di colossale statura, sorretto il busto da una pila di guanciali, con una vescica di ghiaccio in capo, il volto paonazzo, aveva schiuso gli occhi insanguati e guardava come invano, per quanto un po' accigliato, quasi per uno sforzo di riconoscere colui che s'era chinato sul letto a spiarlo negli occhi.