Part 9
—Ebbene, non è forse questa una gran cosa? Tu non puoi comprendere ciò che è per me lʼamor tuo, tu non sai forse di quanto io ti vado debitore; ma è bene che tu ne abbia idea.... Giovinetto ancora perdei il mio povero padre, e da quel momento mi parve negato il sorriso della vita. Non ti dirò le pene e gli affanni di quella santa donna che è mia madre; i sacrifizi che essa fece per me, non possono venir ricompensati che in cielo.
Ho studiato ardentemente lʼarte, compresi che per essa io doveva procacciare una tranquilla vecchiaia a mia madre; studiai, e mercè la ferma volontà, pervenni a migliorare la nostra condizione.... Ma ohimè! alla mia età non si vive di solo pane, io aveva delle secrete aspirazioni che mal ardiva confessare a me stesso; lʼarte per svilupparsi abbisogna di qualche cosa più del matematico esercizio; lʼarte deve scaturire dal cuore. Passo sulle soavi e nuove emozioni che mi cagionò la prima tua comparsa, e solo ti dirò che per quanto possa accadere in avvenire, io non avrò altro che a ringraziarti e benedirti per il bene arrecatomi dallʼamor tuo.
Poichè la lotta è impossibile per me che ti amo tanto, lascio alle vicende della sorte lo svolgersi del nostro amore; ma non sono già acciecato al punto da non comprendere quale sia lʼavvenire che mi è riserbato, e lascia che io ritorni sulla dolorosa via di quei presentimenti che ti danno tanta pena....
—Perchè, interruppe mestamente la giovinetta, perchè vuoi tu preoccuparli di ciò che Dio solo potrebbe prevedere? Te ne prego Ermanno, abbandona sì tristi pensieri....
—No Laura, ho bisogno di farti palese lo stato dellʼanima mia.—Egli è per la tua pace che lo faccio, e un giorno ricordando ciò che sono per dirti, troverai che ho agito onestamente.
La giovinetta si tacque sospirando, ed Ermanno dopo una breve pausa proseguì:—È destino per certi esseri una sgradevole chiaroveggenza che distrugge colle nubi dellʼavvenire la felicità del presente; si direbbe che per essi è istintivo il bisogno di soffrire, e che si studiano con ogni mezzo di eccitarne la causa.—Se un fortunato avvenimento li rallegra cercano subito nellʼavvenire per trovarvi un dolore che freni lo slancio della loro gioia.—Io sono fra quelli; la tranquilla esistenza che ora passo al fianco di mia madre, è tutta una sequela di domestiche gioie; quella pace era il più bello deʼ miei desiderii... ho toccata la meta, ma non per questo cesso di preoccuparmi dellʼavvenire.
Lʼamore immenso di mia madre mʼincute lo spavento ed il terrore per il giorno in cui ella mi sarà rapita; e con questo pensiero trovo modo di amareggiare quel poʼ di bene che mi viene concesso.
Tu sei giovane, ricca, e bella!.... bella quanto può esserlo un angelo del cielo, lascia che te lo dica, ciò mi fa gran piacere.—Fissando gli occhi sul tuo volto così sereno, così puro, ammirando le belle pieghe delle tue chiome, abbracciando insomma collo sguardo tutta la tua bella persona, domando a me stesso se quel cuore che dà vita ed anima a tante grazie appartiene a me.—La realtà mi sembra sogno, e tu mi appari come dolce visione che io tento invano di realizzare.... eppure sei qui accanto a me, eppure ho fra le mie la tua graziosa mano e posso carezzare queste bionde treccie!—Io non so se la fantasia la più accesa possa crearsi unʼimmagine più bella e più sublime di quanto tu la sei per me.
Io invece sono povero, oscuro e vecchio dʼesperienza; il sole per te nasce, per me tramonta, oggi tu sei allʼalba, io alla sera; domani avrai il giorno, io la notte.—Tu vivi dellʼavvenire, perchè la via delle illusioni è lunga ancora per te.... a me resta il presente; fra poco non avrò più che un passato!
Vuoi tu conoscere il mio avvenire? ascolta. Tu sei giovane; in questo periodo della prima età, nessuno può arrestare il corso delle idee, e le aspirazioni del cuore ingigantiscono man mano che si realizzano... Sei ricca, e le ricchezze aumentano la foga dei desideri ajutandone il conseguimento. Sei bella epperciò desiderata ed amata.—Nel tuo primo slancio dʼaffetto, ami la natura nel suo modesto stato; ma fra poco e senzʼaccorgertene tu subirai una rivoluzione dʼidee che ti desterà sempre nuove aspirazioni.
La società ti schiude le braccia; nel suo seno tu troverai molte felicità; ma il tuo primo passo nel mondo sarà il segno della mia caduta.—Ovunque tu volga lo sguardo troverai sorrisi, sui tuoi passi si getteranno fiori, e tu rapita, inebbriata, ti dimenticherai del povero Ermanno che non ha mai sorriso.... Troverai uno sposo!....
—Oh! basta Ermanno per pietà! Non hai nessuna compassione di te.... Io non voglio maritarmi, non mi mariterò.... Non andrò in società....
—Lo so, e ti credo; so che tu ora in uno slancio generoso di cuore rinunzi al mondo per me.... Ma non sarà sempre così, nè te lʼauguro certamente, povera fanciulla!—Perchè mai nata appena dovresti ripiegare su te stessa, nasconderti, e consumarti miseramente nella solitudine? Ti giuro che accettando il tuo amore ho accettata questa conseguenza; mi rassegnerò a tutto, purchè sia certo che tu non serberai memoria ingrata di me.—Io formo ora lʼeducazione del tuo cuore perchè unʼaltro ne possa godere le dolcezze, e bramo solo una qualche ricordanza per lʼappassionato _maestro_....
—È una crudeltà, sclamò Laura singhiozzando, tu non hai cuore se mi maltratti in tal guisa; era così felice, ed ora mi fai piangere!—Le tue tristi profezie sono false, perchè sento che non potrà mai accadere ciò che tu mi dici; perchè sento di soffrir troppo al solo pensarvi....
—Perdono! disse Ermanno stringendole la mano.
—Cattivo, crudele....
—Via madamigella.... alzi lo sguardo, sorrida perchè ho finito....
—Ed ora comincio io....
—Avanti.
Laura si rasciugò gli occhi indi riprese con fuoco tra il serio ed il faceto, tra le lacrime ed il sorriso.
—Ella signor mio è un falso profeta, ella crede che io abbia il cuore duro, duro come macigno, come il suo che si compiace di torturarmi; ma io le dirò: prima, che non sono tanto bella quanto ella vorrebbe farmi credere, che ho tanto giudizio da non essere tenuta per una fanciulla che cambia affetti ad ogni voltar di vento.—Secondo che se sono ricca me ne importa niente, perchè quando si ama le ricchezze valgono a nulla; terzo che non andrò in società; quarto che se non posso maritarmi come la penso io starò zitella, capace anche di farmi monaca; infine che il mio Ermanno è un cattivaccio!....
—Come la mia Laura è la più cara di tutte le creature! interruppe egli abbracciandola. ........................... ...........................
Lʼalba del domani, non sembrò più così serena ad Ermanno come quella dei giorni precedenti. Egli doveva partire, separarsi da Laura che ormai formava parte di sua vita, e forse chissà quando gli sarebbe dato di vederla!
La giornata passò triste e malinconica; invano Paolo studiavasi con ogni modo di confortarlo. Questo bravo giovinotto aveva compreso che la ferita di Ermanno era profonda, e prestavasi con ogni cura per dissipare i suoi tristi pensieri.—Dopo pranzo si recarono insieme a salutare la famiglia Ramati, e Paolo dovette sopportare le rampogne del padre di Laura perchè non erano stati a pranzo da lui.
Il commiato fu molto lungo, durò dalle quattro fino alle sette, il signor Ramati erasi in questo frattempo assentato, e Paolo allora spiegò tutto lʼartifizio del suo spirito per far in modo che Laura ed Ermanno potessero dirsi qualche parola da soli; ei sapeva che entrambi si struggevano di questa voglia; ma pareva che madama non volesse più lasciare Ermanno, giacchè gli rivolgeva costantemente la parola.
Finalmente in grazia del ritratto di Laura che da una settimana era rimasto sospeso, riuscì a Paolo di staccare la madre per qualche minuto.
—Dunque domani!.... chiese Laura mestamente appena fu sola con Ermanno....
—Parto.... rispose egli.
—Ah! io sarò ben infelice domani!
—Non dirmelo Laura, io perderei quel poʼ di coraggio che mi resta.—Promettimi che ti ricorderai talvolta di me.
—Sempre.... e tu scrivimi subito narrami tutto.
—Ma come?
—Indirizza pure la lettera a me, che mi verrà consegnata intatta; nessuno legge la mia corrispondenza, ho tante amiche che mi scrivono!
—Posso dunque?
—Ma certo.... scrivi.... scrivi più presto che puoi.
—Ora addio, sclamò Ermanno prendendole le mani, addio o giovinetta, e pensa che io vivrò della tua memoria!
—Non ci vedremo più?
—No, parto domani alle cinque.
—Alle cinque? sclamò Laura, potremo ancora salutarci prima della tua partenza.... ma da lontano; io sarò sul balcone di questa sala; passando nella via, tu potrai vedermi e salutarmi collo sguardo.
—Alle cinque! ciò ti costerà sacrifizio.
—Ma che? sono capace di non dormire per aspettarti.—Ora viene la mamma.... Addio Ermanno, e che il mio saluto ti accompagni durante il viaggio. Pensa a me che non ti dimenticherò mai; ricordati che ti aspetto in campagna.—Non potè proseguire, perchè già sentivasi la voce di madama Ramati che veniva a quella volta con Paolo.
Laura ed Ermanno si scambiarono un ultimo saluto, e si disgiunsero.—Quando gli amici decisero di andarsene, fu chiesto il signor Ramati, e qui cominciò la caterva dei saluti, che pareva non dovessero più terminare.
Suonavano le sette, ed Ermanno e Paolo uscivano allora sulla via. Il primo camminava macchinalmente senza profferir parola; lʼestremo addio di Laura lo aveva grandemente addolorato. Andarono a cena, indi al teatro, dʼonde uscirono di buonʼora dovendo Ermanno alzarsi presto allʼindomani.
Se è vero che quel povero giovane trovò qualche felicità nel suo soggiorno in Milano, è pur vero che in quellʼultima notte scontò con tante angoscie tutte le gioie provate.—Dormì pochissimo, e quando riusciva ad assopirsi, tosto venivalo a tormentare un sogno penoso; se desto ei pensava che tra breve dovrebbe dividersi dalla sua Laura, e lasciarla così bella e seducente senzʼalcuna vigilanza.
La facile famigliarità che si acquistava in casa Ramati, inquietavalo assai riflettendo che un giorno o lʼaltro qualche innamorato dei vezzi di Laura, potrebbe agevolmente introdursi nella famiglia, e rapirgli il cuore della giovinetta.
Vʼha di più, malgrado la certezza che egli aveva di essere amato, tuttavia lo tormentava il dubbio di dovere un giorno rinunziare alle sue speranze.—Abbiamo detto speranze, e rettifichiamo la parola. In questa così bella fase dʼamore non vi entrava nonchè un progetto, nemmeno il principio di unʼidea; era un romanzo costruito senza base, o diciamolo pure, senza scopo; e giova rammentare le lotte morali subite da Ermanno prima di lasciarsi sopraffare da questo amore.
Egli riconobbe che tale relazione stava lontanissima dal concepimento di qualsiasi speranza, e non cessò mai anche amando di rassegnarsi come vittima di un accecamento di cui presentiva per istinto le conseguenze.—Comprendiamo che questo abbandono di Ermanno ad una corrente così fatale, potrà sembrare insensata e condannabile a taluni; ma le sono di quelle cose che si ripetono tutti i giorni, e se la ragione potesse sempre prevalere sulle deliberazioni dellʼuomo, la società camminerebbe certamente senza gruccie.—
Parrà a molti che noi vogliamo giustificare il nostro artista, ma invece non facciamo che schermirlo contro chi, o per pregiudizii di casta e famiglia, o per aridità dʼanimo volesse riconoscere in quel povero giovane unʼinsensato amor proprio invece di unʼeccessiva suscettibilità di cuore.
In fatti consimili non sappiamo se più abbia ragione chi condanna od il condannato; è certo però che mentre questi trova tanto coraggio da concepire idee dʼuguaglianza malgrado la disparità di condizione, fonda il suo ragionamento sopra un principio incontestabile di natura; mentre il primo fabbrica le sue sentenze sui gradi di una gerarchia che sà più di stoltezza che di superbia.
XV
Il giorno si annunziava. Gli estremi lembi del cielo già sʼimbiancavano della luce mattutina, ed Ermanno non aveva ancor trovata mezzʼora di riposo.—Stanco per lʼeccessivo pensare durante la notte, e certo che ormai era inutile lʼabbandonarsi al sonno, si alzò ponendo mano a vestirsi.
Lʼaria fresca del mattino, invitava a respirarla, e riflettendo che molto tempo gli rimaneva ancora prima delle cinque, si assise sul balcone contemplando il cielo che pingevasi dei soavi colori dellʼaurora.
Oh! quanti saluti, quanti sospiri egli mandò alle leggiadre nuvolette dagli orli dorati che si spiegavano leggiere come velo nello spazio celeste!—Era quella lʼultima volta che egli godrebbe di quel ridente spettacolo; lʼalba di quel giorno segnava il tramonto della sua felicità, ed ei voleva impressionarsi di quellʼultimo sorriso di cielo per mai più dimenticare la dolce malinconia di quel placido mattino.
Oh! come dirlo lʼaddio chʼei diede al cielo, al sole, allʼaura?.... a lei!—Non avvi espressione che valga il silenzio di Ermanno e la mestizia del suo sguardo.—Egli solo, il poeta della musica, avrebbe potuto trarne unʼidea cogli accordi del pianoforte; egli che in quel momento aveva lʼanima commossa, il cuore oppresso, la fantasia accesa, avrebbe senza dubbio narrato in note lo straziante dolore che lo assaliva a quellʼestremo saluto!
Alle quattro svegliò lʼamico dicendogli; «Paolo, sono le quattro, ho ancora unʼora di tempo ed esco per poco; ritornerò a prenderti se verrai ad accompagnarmi.»
Discese nella via, le strade erano quasi deserte. Laura non abitava molto lungi, e quando la casa di lei gli apparve in vista, si accorse che tutti erano ancora al riposo; le finestre ed i balconi stavano chiusi.—Aspettò passeggiando lungo la via; era la mezza dopo le quattro, e nessuno ancora! Ella è restata presa dal sonno, pensava fra sè; e già rammaricava di non poterla più vedere, quando sentì un rumore come di finestre che vengano aperte; si volse e vide affacciarsi al balcone una bianca figura.
Era dessa!—Aveva i capelli spartiti in due lunghe treccie che cadevano giù per le spalle; una vesticciuola candida come neve, ed un fazzoletto di seta rossa, legato bizzarramente al collo.
Era pur bella! Sembrava la personificazione di quel ridente mattino, il fiore che sbuccia ai primi raggi di sole.—Appena i loro sguardi sʼincontrarono, ella sorrise come per dirgli: Vedi se son di parola... vedi se ti amo.—Ma tosto quel sorriso si dileguò, e la giovinetta riprese unʼaria mesta, espressione di unʼaffettuoso saluto che costa un palpito al cuore ed una lagrima agli occhi.
Ermanno passeggiò ancora per qualche minuto fintantochè vide apparire sullʼangolo della via una vettura di piazza che ad un suo cenno fu dirizzata alla sua volta.—Era tardi. Alzò unʼultimo sguardo, fece un leggiero saluto col capo, indi salì sulla vettura e partì di galoppo.
Finchè fu possibile, egli si rivolse per vederla, e non si potrebbe dire con quanto dolore si allontanasse da quel luogo.—Laura stette al balcone finchè la carrozza fu in vista, ed allorquando scomparve daglʼocchi suoi, ella rientrò in casa sfogandosi in lagrime..... Povera Laura!
Ermanno ripassò in fretta da Paolo per prendervi la valigia, e trovò lʼamico ancora in letto. Non eravi tempo da perdere, lo salutò promettendogli di scrivere appena in Brescia, e risalì sulla vettura che lo attendeva in istrada.
Giunse alla stazione pochi minuti prima della partenza, e prese posto in un vagone.—Poche ore dopo Ermanno discendeva a Brescia.
ERMANNO A LAURA—
«Mia cara Laura
«Egli è vero pur troppo che le ore liete trasvolano rapide come lampo, mentre quelle del dolore passano lentamente trascinando a stento i loro eterni minuti—Quei pochi giorni di mia dimora a Milano mi sembrano un sogno di cui io serbo soavissime rimembranze, unʼonda di felicità che passò dʼun tratto, e che ora mi lascia in una angoscia senza fine!
«Da tre giorni sono in Brescia e nonpertanto non seppi ancora avvezzarmi alle mie solite abitudini; da tre giorni vivo qui preda dʼuna tristezza che mi desta lo scoraggiamento della vita. Io lʼaveva preveduta questa fase di dolore che mi assalirebbe nel separarmi da te adorata Laura, e chissà quando potrò trovare un poʼ di tregua a questa sconfortante mestizia che intristisce tutti gli oggetti che mi circondano.
«Quando ti rivedrò?... Quando mi sarà dato di stringerti la mano, di sentire del tuo labbro quelle parole che mi scossero tanto dolcemente?—Ah! chissà quanti giorni vedrò nascere e morire colla stessa monotona regolarità prima che io possa rivederti, prima che il suono soave della tua voce risvegli lʼanima mia dal suo profondo letargo! Quei pochi giorni di felicità che pareva non dovessero mai più terminare, passarono quasi senza che io me ne accorgessi, e quando giunsi agli estremi istanti, allorchè ero sul punto di partire, trovai che aveva ancora mille e mille cose a dirti.
«Chi mi ritorna quelle ore soavi passate al tuo fianco o Laura?... Io penso fra il gelo della mia solitudine alle dolcezze dei nostri cari colloquj in cui più che il labbro parlavano gli occhi ed il cuore; ed ora più nulla che un doloroso ricordo mi rimane di quella felicità che avrei appena ardito di sognare. Tutto mi sembra visione, e parmi di essere solo ed isolato nel mondo, condannato a vivere per sperare in unʼavvenire lontano ed incerto.
«Lʼavvenire!... E può mai questa parola suonare come una speranza per gli uomini se lʼultimo punto di esso è la morte? Come mai fra un presente infelice ed una morte inevitabile può la mente trovare nella via di mezzo qualche bricciolo di fede che lo attacchi ad una speranza; come si può sognare la felicità quando si è in preda del dolore?—Per me lo confesso, tutto è triste, monotono; dacchè io ti ho lasciata, non ebbi che noie e sconforti—Lʼanima mia troppo prostrata non sa trovare nelle memorie del passato un riflesso di calma; e sì che fui felicissimo.
«Ti ricordi Laura, di quel giorno in cui abbiamo passato per la prima volta la Romanza? Io non lo dimenticherò mai più, e solo nel ripensare a quei momenti, parmi di essere ancora nella tua cameretta—Oh! quanto è bella! mi ricordo ancora del leggiero e delicato profumo dei fiori, della mesta luce che penetrava per le cortine; tutto spirava il candore e la purità, e non vʼha oggetto benchè piccolo che non mi sia rimasto impresso—Mi ricordo ancora che noi eravamo soli, io seduto al piano, tu al mio fianco... Ti parlava deʼ miei dolori spingendo lʼingratitudine sino al punto di dubitare dellʼamor tuo; e tu povero angioletto piangevi, piangevi amaramente!—Oh! perdonami perchè allora io vaneggiava; se non avessi tutta la certezza di essere amato, se la speranza che tu potrai amarmi per lʼavvenire non venisse a consolarmi, io sarei ben infelice!
«Ma tu lo dicesti, e le tue lagrime protestarono altamente contro il mio scetticismo; lʼaureola di tutta luce che circonda la cara tua persona, disperse le nubi dellʼincertezza; ed ora credo e ti amo—Credo perchè ho bisogno di credere, amo perchè sento che la più grave delle sventure non vale il sacrifizio del tuo amore—Sia che vuolsi, io vivrò di esso finchè il tuo cuore risponderà al mio; sarò infelice perchè lontano da te, ma mi verrà di gran conforto il pensiero che in qualunque momento ti ricorderai di me compiangendo la mia sorte!
«Addio sogni di gioventù, chimere della fantasia io vi abbandono per vivere di una memoria: non è forse possibile il trovare delle dolcezze riandando sul passato?... Mi proverò. Il tuo nome o Laura sarà la mia bandiera, e formerà collʼarte la mia fede.
«Prima di proseguire, lascia che io ti dica quanto bene mi abbia arrecato il tuo ultimo saluto nel mattino della mia partenza—Per tutta la notte che lo precedeva non potei chiuder occhio; allʼalba ero già vestito, e stava sul balcone di Paolo salutando quel nascente sole al cui tramonto io doveva assistere molto lungi da Milano; la bella e cara città che ospita nel suo seno la mia adorata Laura.
«A tutta prima avrei creduto che tu malgrado la più gran voglia fossi rimasta addormentata; ti accerto che ciò mi avrebbe afflitto, e sai perchè? Perchè così era provato che lʼidea della mia partenza non aveva turbato i tuoi sonni—Ma tu venisti—Oh! come eri bella Laura mia; lascia che lo ripeta, come eri sublime; tu mi apparisti più leggiadra dellʼaurora che aveva poco prima salutata!—Quella vesta bianca, quelle treccie bipartite che ornavano il tuo pallido volto, si sono impresse nella mia memoria, ed io non so ricordarmi la tua graziosa figura senza quel modesto abbigliamento.
«Con quale trasporto avrei baciato il lembo della tua veste, e prostrato aʼ tuoi piedi mormorarti parole dʼamore... ma ciò non era possibile, ed io dovetti appagarmi di vederti.—Quellʼestremo addio mandato in silenzio era ben straziante, e la pena che mi piombò nel cuore in quel momento, è indescrivibile.
«Fu quello un punto ben strano per me, giacchè mi trovava sotto la pressione di due grandi ed opposti sentimenti: non saprei dirti quandʼè che io sia stato più felice di quanto lo era in quellʼistante, come non so immaginarmi in qual ora di mia vita io abbia provato un dolore tanto atroce come quello di separarmi da te così bella, da te che mi salutavi mestamente, senza poterti dire: Addio, senza poter sfogare in parole lʼanima mia, e palesarti che al punto di partire io sentiva di amarti immensamente...
«In tanta tenzone di gioia e dolore, nello avvicendarsi ed urtarsi di sì varie emozioni, io non sapeva più a che decidermi; ma intanto io soffriva perchè il dolore preponderava, e ben annunziavalo questo povero cuore che gemeva oppresso.—Mi rimanevano ancora pochi minuti per recarmi alla stazione, e fu forza partire.... abbandonarti. Mi diedi coraggio concentrando nellʼultimo sguardo tutta la mia tenerezza, e ti salutai con lagrime.
«Quella carrozza colla precipitosa sua corsa ti celò ben tosto a me, ed io non cessai di salutarti finchè lʼultimo punto della tua bianca figura disparve allo sguardo mio. Partii, lasciando teco tutto ciò che è dellʼanima, più non ti vidi ma tu sei rimasta qui in questo cuore.
«Arrivai a Brescia, e puoi figurarti come addolorato. Rividi mia madre; la buona donna non mi aspettava così presto, ed allorchè venne ad aprirmi, cadde nelle mie braccia.—Ingrato! Nel mio soggiorno a Milano lʼaveva quasi dimenticata; ma io sconterò con tante cure e sollecitudini questa piccola ingratitudine di cui sono a te debitore, mia bella Laura.—Eccomi a Brescia colla persona, ma pur troppo a Milano col cuore che tu mʼinvolasti collʼultimo tuo sguardo. Abbine cura fanciulla mia, e perdonami tutti i dolori che posso arrecarti con questo forsennato amore.
«E tu che fai! Come vivi, a che pensi?.... Io mi figuro colla massima compiacenza che tu debba essere sempre afflitta, e vedi quanta barbarie, questʼidea mi cagiona uno strano piacere. Oh! quanto sarei lieto che la stessa mia malinconia venisse ad assalirti; te ne faccio augurio di tutto cuore.—Perdonami questo slancio dʼegoismo; io sono tale che mal so adattarmi allʼallegria, giacchè essa rivela sempre alquanta spensieratezza; un labbro facile al riso non può esser sincero nel parlare dʼamore.
«Scrivimi presto per dirmi che la mia partenza ti ha addolorata, che il mio ultimo saluto ti strappò una lagrima di dolore, ed io ne sarò supremamente lieto.—In quei pochi giorni passati fra tante dolcezze sento che lʼanima mia ha subita una felice modificazione, ed ora se tu mi vedessi mentre ti scrivo, ho il sorriso sulle labbra; parmi di parlarti, o meglio che tu sii qui al mio fianco leggendo tutto ciò che mi cade dalla penna.
«Leggi fanciulla, leggi avidamente, e nel disordine di queste idee, in questo miscuglio di tormenti e di gioie, abbi la più certa prova della confusione che mi desta in cuore la sola memoria di te.—Per essere felice non ho che da chiudere la mente alle dubbiezze dellʼavvenire e vivere del presente, giorno per giorno, senza spingere lo sguardo al domani; ma pur troppo non sempre so frenare questa miserabile fantasia che è feconda solamente nei presagi di tristezza;—Io non mi ricordo che essa abbia mai saputo concepire unʼidea di speranza.... mai!