Part 14
—Certo sì, è un invito in tutte le forme, e non mancherei per tutto lʼoro del mondo, sarebbe un rendersi scortese a tanta.... premura!
—Ermanno, sii ragionevole, da retta a me che parlo per il tuo meglio. Promettimi che non andrai.
—È inutile amico mio.... Ma non sai tu che attendo quel giorno con febbrile impazienza!—Io la vedrò ancora quella giovinetta ingenua, la vedrò festevole, profumata, inghirlandata... bella! Oh! perchè moʼ vorresti che io mi privi di tanta fortuna?... Eppoi più di tutto, io debbo farle le mie felicitazioni.... Certo, ella deve pretenderli questi riguardi dallʼumile artista che degnò altra volta di uno sguardo...
—Saprò contenermi, saprò celare il mio dolore.... eppoi, ma che dolore debbo io avere! Importa forse a me che madamigella Ramati si faccia la sposa dʼun altro?.... Val forse la pena che io mi prenda tanto fastidio per unʼincostanza naturalissima, o dirò meglio... virtuosa? Ma che? non si hanno cento mila lire di dote per non avere il diritto di ridere, e divertirsi crudelmente alle spalle degli sciocchi, ed io mio caro Paolo sono fra questi.
—Con tante ricchezze si può liberamente lasciare da una parte la coscienza.—A ciascheduno il suo; tu hai pennelli, tavolozza, tela e colori; io il pianoforte, Haydn, Herz, Beethoven, Mendelssohn e Weber; madamigella Laura ha la sua dote.
—Prevedo che quel giorno delle sue promesse sarà uno dei più lieti di mia vita; ritornando a Milano, ti prego di annunziare a madamigella il mio arrivo per lʼepoca fissata. È questo un dovere troppo sacro di gratitudine, e quella _virtuosa_ signorina si merita assai più che non le congratulazioni dʼun par mio.
—Tu le parlerai dunque della mia profonda... riconoscenza....
Non potè più proseguire, i singhiozzi gli soffocavano la parola; la violenza che egli fece per mostrarsi calmo collʼamico, lo prostrò del tutto, e si rovesciò sul seggiolone preda di un accesso di tosse secca e straziante.
XIX
Havvi unʼetà nella vita in cui tutte le emozioni, tutti gli avvenimenti lasciano sullʼanimo una traccia così leggera, che poco dura e si cancella tosto; lʼetà di Laura.—Nella donna specialmente si constata questo fatto.—È arduo assai lʼammettere che tutto ciò che sente una ragazza neʼ suoi primi anni tragga sorgente dal cuore; questo organo del nostro corpo è di tempra sì delicata e sensibile che serba sempre un rimasuglio di ricordo per tutto quello che vi è passato sopra.—Non si può negarlo, i grandi sentimenti della gioventù sono eccitati per la massima parte dalla fantasia che si compiace dʼingrandire ed esagerare ogni piccola cosa.—Egli è solo in età più avanzata, allorquando il cuore ha preso il sopravvento sullʼimmaginazione che gli affetti, le aspirazioni, i desiderii hanno un senso più vero, un carattere più stabile.
Se così non fosse, in qual modo sarebbe giustificabile la condotta di Laura, dove trovare un argomento per menomare alquanto, e rendere scusabile la sua incostanza?... Niuno oserebbe dire che Laura fosse di cattivo cuore; no, quella giovinetta per quanto frivola e leggiera, era buona, e sensibile; solamente ella fu tratta al mal passo per unʼallucinazione della sua fantasia.
Lʼesaltamento del suo amore per Ermanno, fu più opera della mente che del cuore, ed è perciò che dopo tante promesse, tanti giuramenti di eterna costanza, noi la veggiamo abbandonarsi lieta e tranquilla alla gioia, nella sera di sua fidanza.—Passata la nube che aveva alquanto offuscata la sua pace, la giovinetta riprese il suo solito sorriso di soddisfazione, e chissà se poco dopo, di Ermanno le venne a memoria neppure il nome.
Ammirata, lodata, vezzeggiata da parenti ed amici, ella rispondeva alle congratulazioni di tutti senza far mistero della sua gioia.—Non era una gran festa, giacchè il signor Ramati da uomo moderato non volle sfoggiarla in inviti. Trattavasi di alcuni amici raccolti a festeggiare le promesse senza grande etichetta, ma con molto buon umore.
Paolo era fra glʼinvitati.—Stava seduto sopra un divano accanto a madama Ramati colla quale aveva un discorso molto animato.—Ogni volta però che il domestico introduceva qualcuno, il nostro pittore volgeva rapidamente lo sguardo a quella parte, come chi aspetta con ansietà.
Un attento osservatore avrebbe rimarcato che Laura evitava di trovarsi con Paolo, e se talora i loro sguardi sʼincontravano ella li ritraeva tosto.
Le sale erano discretamente popolate dʼuomini di tutte le età, e di eleganti signore. Madama Salviani primeggiava fra tutte per venustà di forme messe assai bene in rilievo da un abito ingegnoso.—Il signor Filippo Salviani di lei cugino, sposo fortunato di Laura, era pure oggetto delle congratulazioni di tutti.
Per dare un saggio dellʼabilità del fidanzato, Laura lo pregò di eseguire un pezzo sul pianoforte.—Era una suonata di circostanza, epperciò si fece un silenzio di convenienza; tutti interruppero il filo delle conversazioni, e si posero in ascolto.
Dopo i primi accordi fu spalancata la porta della sala, ed un servo annunziò: Il signor Ermanno Alvise—Laura era in quel momento al fianco di Filippo; quel nome gettato là dʼimprovviso le gelò il sangue nelle vene. Tutti gli sguardi furono rivolti alla porta, essa sola non ebbe il coraggio di alzare i suoi.
Ermanno comparve sulla soglia calmo e dignitoso, ma pallido come cadavere; lʼapparizione di quel volto freddo e sofferente, produsse uno strano effetto su tutti gli astanti.
Papà Ramati gli mosse incontro, e presolo affettuosamente, per mano, lo condusse presso sua moglie, indi pregò il futuro genero di continuare il pezzo incominciato.
Laura si trovava precisamente di fronte ad Ermanno, ma i di lei sguardi non si staccavano mai dalla tastiera ove parevano incatenati.—Filippo suonò con discreta abilità, e non aveva ancor finito, che già glʼinvitati battevano fragorosamente le mani.
Il signor Ramati presentò il suo nuovo arrivato ad alcune signore, indi lo lasciò in libertà, e Paolo approfittando del momento si avvicinò allʼamico, e gli disse sommesso.
—Te lʼaveva pur detto che tu avresti turbata la gioja della festa.
—Oh, perchè mai? chiese Ermanno.
—Io spero che farai uso della ragione per evitare una sconvenienza.... Sei livido.
—Ho la rabbia che mi divora....
—Bada che sei osservato.
—Sta tranquillo.
Laura frattanto erasi riavuta alquanto; ci affrettiamo a dichiarare essere ella affatto allʼoscuro dellʼinvito mandato ad Ermanno.—Dal momento in cui egli entrò nella sala, la povera giovinetta venne oppressa da sì violenta emozione che la obbligò a starsi seduta. Fu spavento, e rimorso; un rapido sguardo passato sul volto di Ermanno, le fece palese tutta la triste verità.
Con un pretesto trattenne il suo fidanzato al pianoforte tanto per guadagnar tempo, e riaversi del colpo; ma lo sa Iddio se ella pensava a ciò che si dicesse in quel momento.
Ad un tratto Ermanno, lasciato Paolo, portossi al fianco di Laura, e con piglio ardito le disse:
—Mi permetterà madamigella Laura che io le faccia prima i miei ringraziamenti..... poi le mie congratulazioni.
Laura si scosse a quella voce, sorrise balbettò una risposta: ma avrebbe preferito esser sotterra in quel momento.
Ermanno proseguì con fare disinvolto volgendosi a Salviani.
—Ed a lei pure signor Filippo i miei complimenti..... In fede mia, ella ha agito da vero diplomatico; nessuno di noi avrebbe sospettate le sue intenzioni..... Forse neanche madamigella Laura.—Quando mi pervenne la buona nuova, cascai dalle nuvole.....ma bravo ancora, mille volte bravo; ella seppe scegliere il momento. Sì dicendo Ermanno sedette a loro di fronte; il signor Filippo ricambiò di buon grado quei complimenti, lʼaccento del giovane era sì naturale; ma Laura non sʼingannò punto, ella conobbe lo strazio che celavano quelle parole, e non ardiva ancora alzare lo sguardo.
Filippo, postochè era sopra un piacevole discorso, tentò di proseguirlo indirizzando un elogio a Laura. Ermanno riafferrò prontamente il filo per accrescere lʼimbarazzo della giovinetta.
—Certo, sclamò egli sorridendo, senza offendere la modestia di madamigella, io farei sincero augurio a tutti i miei amici dʼincontrarsi in una sposa quanto lei leggiadra..... e _virtuosa_.—Pur troppo la è questa tal sorte che tocca a pochi prediletti, fra i quali ho il piacere di contarvi il signor Filippo.—Creda pure signor mio, che lʼinvidio di tutto cuore.
Laura alzò lo sguardo per la prima volta ad Ermanno, ed in quegli occhi eravi un accento tale di preghiera, unʼespressione sì supplichevole, da disarmare la collera di chiunque; ma Ermanno fu inesorabile; prese a caso vari quinterni di musica, e sciegliendo fra essi vi trovò una _Romanza_ dʼHoffmann.
—Madamigella, dissʼegli, è da molto che non ho più il bene di sentire la sua voce; questa Romanza deve starle a meraviglia, e la sentirei volontieri.
Laura tentò di ricusare, ed egli si volse allora a Filippo dicendogli:
—Tocca a lei signore, ella ha più influenza di quanto possa averne io; la sua preghiera vale assai più della mia, e madamigella non oserà rifiutarsi.....
Non cʼera riparo, la crudeltà era troppo raffinata, e Laura non potendo schermirsene si abbandonò alla sorte.—Tutti fecero silenzio, Filippo accompagnava, ed Ermanno fissò gli occhi in volto a Laura che sotto quello sguardo si sentiva oppressa, nullameno; fecesi coraggio, e cantò:
«Ombre amene, amiche piante, Il mio bene, il caro amante Chi mi dice dove andò? Zeffiretto lusinghiero A lui vola messaggiero, Diʼ che torni e che mi renda Quella pace che non ho!»
La musica era buona, ma lʼesecuzione fu pessima; Laura aveva la voce incerta e tremante.—Naturalmente alla fine tutti gli astanti applaudirono, e la sposa si lasciò cadere spossata per la forza che dovette farsi.
—Per buona sorte, sclamò Ermanno sorridendo, per trovare il _suo bene_ madamigella non ha che a fare un passo..... il signor Filippo è qui.....
Paolo riuscì a staccare lʼamico dal pianoforte e conducendolo altrove gli disse:
—Ermanno, tu soffri?
—Io? sei pazzo..... sto benissimo.
—Il tuo pallore è aumentato.
—È la gioia.... lʼallegria!....
—Tu hai la febbre; andiamo a casa.
—Mai no; resterò fino alla fine.
—Ascolta Ermanno, sii caritatevole verso quella povera fanciulla..... sii generoso.
—Non le faccio già del male! rispose egli cinicamente; finora non mi sono che congratulato.....
Il signor Ramati non aveva certo invitato il pianista per lasciarlo ozioso, e ad un punto eccitò nel circolo una specie di sommossa; tutti pregarono Ermanno di suonare, ed egli si arrese, a condizione che madamigella Laura gli voltasse i fogli sul leggio.
Era impossibile rifiutarsi.
Egli si assise al pianoforte, e Laura ritta in piedi alla sua destra sfogliazzava nella musica.—Quale diversità! Una volta allorchè egli disponevasi a suonare, ella si collocava amorosamente a lui dʼaccanto, i loro cuori palpitavano in segreto, e spesso le mani si stringevano furtivamente; ora Laura tremava, Ermanno soffriva, i loro cuori battevano ancora, e più violenti, ma per angoscia.....
Ermanno scielse, non a caso, la GRANDE POLONNAJSE di Herz; è una suonata molto lunga, ed in tal modo rimaneva prolungato quella specie di supplizio imposto a Laura.
Lʼartista aveva in quel momento il concorso di molte passioni che lo ajutavano. Lʼebbrezza della strana vendetta che si prendeva, diede unʼagilità convulsiva alle sue dita, e suonò con quella maestria ed inspirazione data a pochi.—Terminata la prima parte ei fece pausa per asciugarsi la fronte, ed alzo gli occhi a Laura come per dirle: Una volta toccava a te!—Laura comprese ed arrossì.
Incominciò la seconda parte; il signor Salviani prorompeva ad ogni tratto in accenti dʼammirazione e la povera Laura invece sentiva svegliarsele in cuore mille affetti che si urtavano a vicenda causandole unʼindicibile oppressione. Lʼira, la rabbia che animavano Ermanno glie lo fecero apparir più grande, e noi crediamo che in quel momento ella si dimenticasse di esser fidanzata.
Lʼuditorio era sospeso e subiva il fascino di tutte quelle vibrazioni melodiche; la musica di Herz ha questo carattere che allegra, commove e strazia nello stesso tempo. Alcune battute soavi e malinconiche vengono bruscamente rotte dallʼurto di unʼaccordo tetro e misterioso, da cui si sviluppa bene spesso un canto allegro e popolare.—Weber è uniforme, spesso monotono; Herz è sfrenato; la sua musica è come il vento che passa su tutti i punti.
Il pezzo già volgeva al suo fine; ciò sollevava alquanto Laura, che nellʼultima pagina scorgeva il termine di una posizione difficile.—Ad un tratto però Ermanno cedendo allo slancio della fantasia, fece una digressione, ed abbandonò le mani in balìa del pensiero. Come altre volte nei momenti dʼinspirazione, egli si diede ad improvvisar melodie.—Il suo primo incontro con Laura in casa dʼAlfredo lʼaveva salutato con un grido dʼamore tradotto musicalmente.—Ora dopo il volgere di pochi mesi, egli si trovava ancora vicino a Laura forse per lʼultima volta; ora doveva salutarla collo strazio dellʼanima.—Il primo incontro si ebbe unʼinno; lʼultimo una nenia!
E tale fu la musica improvvisata da Ermanno; in quelle note che si succedevano lente, in quegli accenti lugubri, era raccontata tutta la storia di un amore infelice. Le amarezze, i dolori più grandi ebbero un espressione così straziante, che molti avevano le lagrime agli occhi.
Nel tetro susseguirsi di tristi accordi che parevano gemiti profondi, sentivasi tratto tratto un canto confuso e lontano che doveva certamente scuotere lʼanima di Laura: era il canto del Notturno al Chiaro di Luna, che ricordava allʼincostante giovinetta i giorni felici del suo primo amore!
Laura piangeva; sarebbe stato vano celare quelle lagrime che non erano più un mistero per gli astanti; dʼaltronde ella non piangeva sola alcune signore, e specialmente madama Salviani la imitavano.
Anche ad Ermanno illanguidivasi la fantasia, ed accarezzava oziosamente alcune cadenze per pensare al passato che in quel momento gli ricorreva alla memoria. Volse intanto gli sguardi a Laura, che resa più bella per la commozione, stavagli al fianco, seducente quanto sia dato immaginarlo.—Aizzato dalla gelosia, abbandonò dʼun tratto il metro patetico della sua musica, e suonò con rabbia.—Le note incalzavano le note producendo strane dissonanze; le mani volavano agitate da un punto allʼaltro della tastiera, col fremito della convulsione.
Nessuno comprese quella musica infernale, quel delirio del pensiero; ma ogni nota rintronava nel cuore di Laura come una rampogna acerba e sanguinosa. Dal complesso di quel frastuono ella concepì il vero significato, comprese che in quella musica eravi lʼamore, lo sdegno e la disperazione; compreso che quelle note dovevano esser concepite fra gli spasimi di atroci torture.—
Lʼartista si era vendicato..... ma lʼuomo cadde annientato a tanto sforzo di mente; lʼurto di tanti pensieri, la lotta di tanti sentimenti, oppressero talmente il povero Ermanno che si rovesciò allʼindietro quasi svenuto, fra le braccia di Paolo che era accorso a sorreggerlo.
XX
Lʼinverno era trascorso. Ai geli della temperatura, alle nevi che coprivano la campagna, erano succeduti i zeffiri primaverili e le erbette.—Ovʼera il ghiaccio, giù pei burroni ammantati di bianco, spuntavano timidette le viole schiudendo i loro profumati petali alle aure vivificanti.—Le colline avevano perduta la loro squallida apparenza, ed ai tiepidi raggi solari spingevano dal loro seno i primi sbucci del muschio che le rende sì belle.
Le nebbie della notte dileguavansi sul mattino, posando roride stille di rugiada sulle zolle fiorenti, gli alberi già si coronavano della loro verzura nascondendo gli stecchiti rami.—Eppure tanta dovizie di vegetazione, i primi saluti di natura che ritorna al sorriso, segnarono gli ultimi giorni dellʼesistenza di Ermanno.
—A metà della primavera, fra il profumo dei fiori e le carezze dei zeffiri, il povero giovane esalava lʼultimo sospiro sulle labbra dellʼinfelice madre.
Fu una lunga agonia! Durante lʼinverno stette a Brescia; nella primavera i medici gli consigliarono lʼaria pura dei colli, epperciò fu ricondotto alla villa del conte. Ma tutte le cure e le sollecitudini furono vane!.... Un mese dopo, appunto in un bel mattino lieto e ridente, il povero Ermanno morì.....
Morì fra quei colli che lʼavevano ospitato nei giorni di sua felicità.—Povera madre, egli diceva morendo, tu resterai sola, sola al mondo perchè io lo sento, non vivrò più a lungo..... E diffatti due giorni dopo, Ermanno non era più!....
Poco lungi dalla villa del conte, dopo il cammino di una mezzʼora si scorge non molto lontano un modesto cimitero, poetico sempre come tutti i cimiteri di villaggio, ove non vi ha lusso di monumenti, e la natura opera a suo capriccio..... Vi si giunge per una stradicciuola che scende dolcemente; dintorno tutto è bello; da una parte il lago e le colline, dallʼaltra i monti.—La costruzione di quel sacro luogo è di una semplicità elementare; tutto consiste in una cinta di rozza muraglia.
Lʼentrata è chiusa da un cancello di ferro; nel mezzo del campo si erge una gran croce di legno che sembra il trono della morte; indi attorno, fra lʼerba che cresce confusa, spuntano molte croci, talune portanti ghirlande appassite.—
Eppure tutto è bello là dentro. Quella semplicità parla al cuore, e sembra che quei morti riposino sotto la protezione della gran croce che sʼinnalza fra loro.—Accanto al cimitero havvi una chiesuola col campanile quasi in rovina; una piccola campana appare fra quelle macerie; è dessa che chiama i pietosi popolani del dintorno, allorquando qualche anima passa da questa allʼaltra vita.—
Verso sera di un bel giorno di Maggio, una donna vestita a bruno, col dolore più profondo scritto sul volto, si avviava alla volta del campo santo; assorta nè suoi pensieri, procedeva cogli occhi a terra asciugandosi talvolta una lagrima; giunta al cancello lʼaprì, ed entrò nel recinto.—In fondo, allʼombra di un salice, lʼunico che vi fosse colà, eravi una croce nuova piantata nella terra smossa di recente; appiè di quella croce la donna cadde in ginocchio, e pianse a dirotto.
Da tre giorni Ermanno riposava là sotterra!....
Era unʼincantevole dimora degna al tutto dellʼartista che ebbe al mondo vita affannata e tempestosa; là, sotto le povere zolle quel cuore straziato aveva forse trovata la sua pace.
Ermanno non era più! Il soffio di morte spense la sua debole esistenza. Il cuore più nobile, il dolore più grande, il genio più sublime, si compendiavano in quella povera croce che sovrastava mestamente al tumulo.—Ermanno non era più! La sua vita fu breve come lampo..... Passò e sparve, lasciando dietro di sè una traccia luminosa.—
Egli non era nato a tempo; lʼanima sua precorse lʼepoca a cui era destinata, epperciò la sua fase fu una tortura continua, un martirio straziante. Passò rapidamente la corruttela del mondo non ancora pervenuto aʼ suoi alti destini; ovunque trovò seminata la perfidia, ovunque ebbe a soffrire disinganni.—Oppressa e sfinita quellʼanima nobile, sʼinvolò dalle nostre basse regioni per risalire al suo cielo dʼonde erasi dipartita prematuramente, e nascose il corpo che la vestiva in un cimitero deserto e solitario; lo nascose allo sguardo dei profani, affinchè quel frale che non ebbe pace in vita non venisse insultato in morte!....
Ermanno morì lasciando nel più doloroso isolamento la povera madre sua che tanto lo amava.—Se è vero che le vicende di quaggiù sono governate da Dio, bisogna dire che la sapienza divina e talora inesplicabile!—A noi miseri mortali non e certamente dato di confutare e comprendere le sante leggi della creazione; ma bisogna dirlo, noi sortiamo dalla natura un carattere diametralmente opposto e ribelle alle disposizioni sui destini umani!
Quella povera donna aveva sperato che la sua vecchiaia venisse confortata dallʼamore dellʼunico figlio educato con tanto affetto; aveva sperato che egli le chiuderebbe gli occhi nellʼestremo istante della vita; invece..... cosa straziante! toccava ad essa vecchia e cadente, di compiere sì doloroso ufficio sulla sua creatura.
Quel poco che le rimaneva dʼavvenire doveva attaccarlo alle speranze dʼuna tomba.—Sola, abbandonata con un dolore inestinguibile che solo una madre può comprendere, quella sventurata doveva ancora vivere..... e vivere forse per anni ed anni, fra una moltitudine che le era indifferente.—Vivere della memoria del suo Ermanno estinto! ......................... ......................... .........................
—Per di qua, per di qua, gridava un ragazzino precedendo una comitiva di cittadini giù del pendio.—Ecco la chiesa, essa è là sicuramente, aggiunse additando la chiesuola del cimitero.
—Va bene, rispose un signore elegantemente vestito,—va abbasso e bada ai cavalli; e volgendosi agli altri sclamò: da brave signorine si diano coraggio. E tu poltrone ajutale. Questa rampogna era diretta ad un altro giovane di aspetto distinto che dava il braccio a due giovani donne. Una era vispa ed allegra, e durante tutta la salita, non aveva fatto altro che chiaccherare..... e lʼaltra, sebbene pure giovanissima, aveva unʼaria più grave, e col suo pallore dava segni dʼinterna sofferenza.—Era infine Laura. Il giovane che le dava il braccio era suo cugino Alfredo; negli altri il lettore avrà già riconosciuto Paolo e Letizia; tutti buoni amici di Ermanno.
Laura da qualche mese si chiamava madama Salviani; ma in vederla sembrava che le gioie del matrimonio valessero poco a consolarla.—
Paolo seppe subito della ricaduta di Ermanno, la notificò a Laura che ne ebbe grave rimorso.—Al momento di partire per la campagna secondo il consiglio deʼ medici, Ermanno ne fece avvisato lʼamico.
Dʼallora in poi non vi fu più scambio di novelle, per cui Paolo decise di recarsi in Brescia e passare alla villa del conte, onde saperne qualche cosa.—Nessune nuove, buone nuove, pensava egli, tuttavia volle assicurarsene.
Giunto a Brescia, trovò facilmente un compagno in Alfredo. Laura in quei giorni era appunto in casa dello zio, e parte per desiderio di rivedere colui che aveva amato..... e che forse amava ancora; parte per tentare una riconciliazione che la coscienza le imponeva, decise di unirsi essa pure con Letizia alla gita di Paolo.
Partirono dunque in carrozza, il pittore faceva da auriga, ed in brevʼora giunsero ai piedi del colle per cui si sale alla villa del conte.—Discesero e presero la salita. Nessuno si trovava alla villa, ed un ragazzino richiesto da Paolo, disse che madama Alvise era andata alla chiesa.
Paolo persuaso che Ermanno fosse colla madre non chiese altro, e si fece guidare sul luogo.
—Faremo una bella sorpresa ad Ermanno, sclamò egli entrando per il primo nella chiesuola. Ma subito dopo ne uscì dicendo: non cʼè anima viva..... Eppure quel ragazzo assicurò dʼaverla vista.
—Sarà nel giardino, osservò Alfredo.
—Dovʼè questo giardino?
—Eccolo qui.
—È un cimitero, non ne vedi la croce.
—Allora sarà un cimitero..... entriamo.
—No, no signor Paolo, sclamò Laura, io non vado volontieri in questi luoghi, mi attristano troppo..... piuttosto ripassiamo alla villa del conte.
—Cʼè un cancello, disse Alfredo, si può vedere senza entrarvi; in così dire si liberò dal braccio delle due donne appressandosi allʼentrata del recinto.—
In quel mentre una donna vestita a bruno, comparve fra le sbarre del cancello, lʼaperse, e senza nemmeno alzare lo sguardo sugli astanti, sʼincamminò via.
Un senso di terrore gelò le fibre dʼognuno; Paolo, Alfredo e Letizia, riconobbero in quellʼinfelice la madre di Ermanno; Laura non la conosceva di persona, ma fu pur colta dalla stessa pietà, ed il di lei cuore provò una stretta dolorosa, perchè su quel volto addolorato, vi trovò una rassomiglianza che le fece tutto palese.—Le gramaglie ondʼera vestita suscitarono un dubbio crudele nellʼanimo di tutti, e Paolo con passo incerto, senza poter profferir parola, mosse incontro a quella donna, e lʼarrestò per il braccio.