Un bel sogno

Part 11

Chapter 114,039 wordsPublic domain

«Ho tanti saluti da porgerti per la signora Salviani. Ieri fummo a trovarla, ed in confidenza, se io non fossi più che certa dellʼamor tuo diverrei gelosa per gli elogi che essa ti fece.—Ricordati che ti aspettiamo in campagna, verrai bene a passare qualche giorno alla mia villa? La mamma incaricò il signor Paolo di rinnovartene invito, e conta su te. Partiremo alla fine del mese, vale a dire fra qualche giorno.

«Non vedo lʼora di abbandonare questa nojosa Milano per recarmi in campagna. Sono certa che colà passerò vita felice, perchè fra quella solitudine beata, mi sarà dato di pensare sempre a te, mio caro Ermanno.

«Scrivimi subito per dirmi quando verrai a trovarmi; noi ci fermeremo sin verso la fine di ottobre. Anche il signor Paolo sarà dei nostri; che bravo giovinotto! io lo amo come un fratello, è tanto compiacente, tanto caro! Figurati che viene quasi tutti i giorni a trovarci. Il mio ritratto è finito, per quello di papà abbiamo deciso di aspettare.—Io so che il signor Paolo, farà due copie del mio; una per te. Egli me lo ha detto, egli che con una delicatezza veramente squisita, mi parla sempre di cose che mi danno gran piacere.

«Quando mi ricordo del giorno della tua partenza, mi viene ancora un sospiro.—Figurati che in tutta la notte precedente non mi fu dato di dormire unʼora. Parevami ad ogni tratto che spuntasse lʼalba, e per accertarmene scendeva dal letto onde scrutare il cielo, ma desso era ancora coperto di stelle.—Lʼultima volta che mi destai, la mia camera era tutta inondata della luce del mattino; temetti che fosse tardi, e mi vestii in fretta per venirti a dare lʼultimo saluto.

«Credo al tuo dolore nellʼabbandonarmi, perchè il mio era pur grande; e non vʼha parola che possa dirti tutto quello che mi veniva alla mente.—Oh quanto ho desiderato di stringerti la mano! Potendolo avrei avuto il coraggio di scendere nella via, giacchè non sapeva più reggere allʼaffanno; in quel momento dolce e terribile sentii quanto grande fosse lʼamor mio, e se tu mi avessi letto in cuore, mai più ti verrebbe il minimo dubbio sulla mia costanza.—Nellʼatto che tu salisti in carrozza, poco mancò che non mi sfogassi in dirotto pianto, ma mi feci forza, e cercai un sorriso per rivolgere a te mio povero amico; un falso sorriso che ti consolasse alquanto. Partisti, la carrozza si allontanò rapidamente, ed il fragore delle ruote mi piombò amaro nellʼanima. Un minuto dopo tu non eri più in vista, ed angosciata, oppressa, mi ritirai nella mia camera per lasciar libero sfogo al pianto che mi soffocava.

«Oh! Ermanno, cattivo amico; dopo tutto ciò, potrai ancora dubitare di me, potrai tu credere che io debba dimenticare quel dolore che nella stessa sua intensità serbava alcunchè di soave al punto, che desidero talvolta di piangere come allora? Non ci voleva meno di una tua lettera per calmarmi, e Dio sa quanto ansiosamente lʼattendeva; ti seguii col pensiero durante il viaggio, ti accompagnai a casa tua ove credetti che appena giunto tu mi avresti subito scritto. Ma non fu così, perchè il domani tanto desiderato mi portò nessuna novella. Nelle ore che per solito mi giungono le lettere, io era tutta sconvolta, ed appena sentiva suonare alla porta, correva io stessa ad aprire... ma nulla, nulla affatto!—Quando mi pervenne finalmente la tua carissima lettera, poco mancò che non venissi meno per la gioia.

«Perchè non sei tu qui, mio Ermanno per comprendere ciò che non so dirti con parole!.... Perchè non sei qui vicino a me a vedere le mie lagrime che sono emanazioni di pensieri che non posso esprimere, ma che sento nascere dal cuore ed attraversarmi la mente come lampi di fuoco.—Ah! è vero pur troppo che io sono una bambina, se non so tradurre su questa carta una sola di quelle emozioni che si agitano nellʼanima mia per farti credere che per tutta la vita io non potrò mai altro che amarti, e sempre amarti.

«Che io non le senta più quelle tue parole di desolazione che mi straziano; se tu sapessi quanto male esse mi fanno, ne saresti assai più avaro.—Deh! fa che non sia troppo lontano il giorno in cui noi ci rivedremo: ricordati che la tua Laura ti aspetta ansiosamente per piangere sul tuo seno e dirti con quelle lagrime tutto lʼamore che ti porta.

«Vieni, vieni presto

LAURA».

ERMANNO A PAOLO.

26 Luglio

«Mio caro, io debbo prima di tutto ringraziarti per i tuoi buoni consigli che vorrei poter accettare se entrassero nel mio modo di vedere.—I tuoi sforzi però, ottimo amico, sono come quelli del medico che cerca di combattere un male sconosciuto. Ciò nonpertanto non deve scemare a me la riconoscenza; ora però sono in condizione da abbisognare più dellʼopera tua che deʼ tuoi consigli. Ti prego di ringraziare Laura per la sua carissima lettera, e dille che le sue parole mi fecero un gran bene.

«Il conte S.... uno deʼ miei più affezionati protettori, vuole ad ogni costo che mi ritiri per qualche tempo nella sua villa onde lavorare attorno alla Messa Funebre.—Ciò mi torna molto giovevole, perchè come sai in campagna si è assai più concentrati; mia madre verrà con me, e ci fermeremo colà finchè avrò terminato il mio lavoro.

«Esitai molto prima di accettare, ma il conte mi sollecitò con tanta premura, che infine dovetti accondiscendere.—Tu conosci quel bravʼuomo, e sai quanto mi ami, lʼinteresse e le cure che ei si prende a mio riguardo sono tali che per quanto io faccia, non potrò mai sdebitarmene.—Partirò dopo domani, e ti prego di notificarlo a Laura. Dimmi pure quandʼè che la famiglia Ramati lascierà Milano per recarsi in villa, e mandamene lʼindirizzo affinchè io possa sapere ove dirigere le mie lettere.

«Attendo sempre quel ritratto.—Ti scriverò poi più a lungo; per ora una stretta di mano, e credimi tuo

ERMANNO».

ERMANNO A LAURA.

12 Agosto

«Sono le quattro del mattino.—Il cielo è serenissimo, azzurro e limpido come immenso oceano, e dalla finestra ove ti scrivo abbraccio collo sguardo il grandioso panorama di uno dei più ridevoli paesaggi.—Dallʼalto di questo colle sulla cui vetta sorge la villa che mi ospita, vedo sotto di me un lago tranquillo che giace fra i colli verdeggianti, terso e trasparente come puro cristallo, increspato appena dalla brezza mattutina.—Spingendo più oltre lo sguardo, veggo spiegarsi una bella corona di graziose colline fresche e ridenti, popolate di case e paeselli che spiccano come rose sopra un tappeto verde e cupo. Più in là chiudono lʼorizzonte le cime delle Alpi illuminate con tinte dʼoro dal nascente sole, e fra quei dirupi io discerno ancora qualche striscia di neve che perdura ostinata malgrado i calori della stagione. Al di là del lago sorpassando i colli ed i monti ritrovo gli estremi lembi del cielo sfumati a mille colori che si perdono nella nebbia dellʼinfinito.

«Rivolgendo lo sguardo ad occidente, vedo un caos interminato di pianure e colli che si alternano bizzarramente, confondendosi in lontananza collʼorizzonte; il sole che sʼinnalza lentamente, spande i suoi raggi luminosi su quella striscia di terra, che irrorata dalle rugiade della notte, si presenta come unʼimmenso piano lucente di mille colori a guisa di un vasto campo di perle.

«Le gemme della natura, sono ben più modeste e più belle di quelle che sortono lavorate dalle officine; bastano un raggio di sole ed una goccia dʼacqua per formare i più brillanti rubini.

«Oltre al limite che lʼimperfezione dello sguardo non può varcare, oltre alle sfumature dellʼorizzonte, havvi una terra benedetta come questa dal sorriso della natura; dessa è la Brianza, ed io senza poterla scorgere mi figuro di vederla segnata nei confini del cielo come un punto quasi impercettibile, mi figuro che appena al di là di quel velo sottile ed impenetrabile che mi sbarra la via dello sguardo, debba trovarsi quellʼEden delizioso che non ha nulla da invidiare a tutto quanto mi sta innanzi.—A quel punto immaginario, sono costantemente rivolti i miei sguardi, se potessi raggiungerlo lo farei con tutta lʼanima; ma pur troppo malgrado i miei ardenti desiderii, quel punto vagheggiato, serba la sua desolante distanza.

«Io non so se tu mia Laura mi abbia già compreso. Non è la Brianza per sè stessa che mi attiri tanto ardentemente, ma sei tu fanciulla mia, tu mia Laura che soggiorni in cotesti luoghi; tu che io cerco col pensiero fra i ridenti colli e le balsamiche aurette.—Ti cerco in quel punto lontano che brilla come un faro luminoso.... La tratta non è lunga, io penso che una rondinella, un passero, una mosca potrebbero in brevʼora trasvolare su quel tratto di spazio che mi allontana da te, e raggiungerti; ed io che agisco sotto lʼimpulso di unʼintelligenza, io che ho il coraggio di concepire i più strani desideri, non ho la forza di conseguirne un solo.

«Egli è ben meschina creatura lʼuomo! Fu detto che volere è potere, ma se ciò fosse, a questʼora non sarei qui ma in Brianza nel tuo colle, nel tuo giardino, aʼ tuoi piedi per dirti che ti amo tanto!.... Ma ohimè pur troppo quellʼardito aforisma chiude nel suo concetto unʼidea inconseguibile, ed altro non posso che mandarti un saluto da lungi.

«Da quindici giorni, mi trovo qui fra queste allegre collinette con un cielo calmo e delizioso, unʼaura soave come carezza di piuma; e sento che il mio spirito abbattuto si rialza, che lʼanima mia penetrata dallo sconforto, riprende la via di una fede sublime.

«Tutto qui è placido, affettuoso, tutto ha lʼimpronta di un ingenuo sorriso, tutto sembra armonico, ed il sibilo dellʼaria che striscia fra i fogliami dei vigneti, racchiude in sè le modulazioni di un canto pastorale che mi commuove le più recondite fibre del cuore. In questi pochi giorni ho tanto bene dimenticato il mondo, che mi ricordo solamente di quelli che amo.

«Io non so dirti, mia Laura, quale soave mestizia trasfonda in me questo patetico soggiorno, ma egli è certo che qui mi trovo cambiato, e solo fra il riposo di una sì placida esistenza posso concepire una felicità possibile allʼuomo che sa contentarsi delle scarse gioie che presenta la vita.

«Oh quante belle speranze mi si ridestano in seno fra le mollezze di questa dolce solitudine, quanti bei sogni!.... Ma non senza dolore mi accorgo che anchʼessi sono baleni di luce artificiale che spariranno colla mia partenza da questi luoghi.—Ho lavorato molto, ma più di tutto ho pensato a te mia bella Laura, alle gioie del nostro amore, e stamane non seppi resistere al desiderio di mandarti un saluto dallʼalto di questi colli.

«Addio dunque, fanciulla mia, in queste parole si comprendono unʼinfinità di dolcezze che io stesso non so dirti. Addio, possa questo mio saluto trascorrendo il tratto di cielo che mi separa da te, giungerti nellʼistante del tuo risveglio, sicchè il primo pensiero ed il primo sospiro che ti partono dal cuore siano per il tuo

ERMANNO».

ERMANNO A LAURA.

18 Agosto

«Grazie, mille volte grazie, la tua cara lettera fece completa la mia felicità; io non so dirti quante volte lʼabbia letta e riletta, ed ancora mentre ti scrivo, tengo spiegato innanzi a me quel piccolo foglio di carta, che mi fece tanto bene.—Le rugiade della sera, il sole del mattino non sono sì benefichi al fiore come lo furono per lʼanima mia le tue dolci espressioni che mi rimasero impresse nella mente a caratteri indelebili.—Dunque mia cara Laura, tu pensi sempre al tuo povero Ermanno? tu mi ami sempre come prima, e lascia che prostrato a te dinnanzi, angelo mio, io te ne renda grazie, lasciami dire che le tue care parole operarono in me la più santa delle rigenerazioni.

«Oh! io non so descrivere la mia felicità, ma tu devi comprenderla; fra i nostri cuori esiste una tal relazione, per cui si svela ogni mistero dei nostri affetti, direi quasi che tutto ciò che mi hai scritto, io lʼho già ascoltato altre volte dal tuo labbro. Dove.... quando? Non lo so.—Forse i nostri pensieri sprigionandosi dallʼangusta cerchia in cui sono costretti, per librarsi ai voli dellʼinfinito, si incontrano talora per via, si confondono scambiandosi il loro secreto. Le tue idee sono allora le mie, ed unificati mercè di questa corrente misteriosa, ci parliamo spesso quel linguaggio che va diritto al cuore, agitandolo dolcemente.

«Tutto ciò è follia mʼavveggo, le mie parole sanno di eccessivo romanticismo, ma io non ho nessuna colpa, o mia Laura, se tutte le volte che penso a te, mʼinebbria un profumo tale di poesia, che mi trae fuori della realtà.—Io non ho nessuna colpa, se ovunque nel cielo, nel lago, nei colli, nei fiori, ed in tutta natura veggo la mia Laura.

«Spesso mʼassale una vaga inquietudine, una stanchezza morale che mi opprime e sconforta; anche la natura nel suo grandioso assieme, inspira talora la malinconia più desolante.—Nel contemplare questʼimmenso tratto di colli, valli, e pianure che si spiegano agli occhi miei, penso fra me stesso che questo soggiorno può essere un cielo di delizie per coloro ai quali arride la felicità; alla vista di tanta maravigliosa creazione assorta nel riposo, vergine da ogni corruttela del mondo, il cuore si dilata, e pregusta le gioie di una fortunata calma.

«Io pure cerco dʼinebbriarmi nellʼabbracciare avidamente questo immenso giardino che perdesi lontanamente in un roseo orizzonte, mi trasporto col pensiero su pei ciglioni delle Alpi, ed allorchè il giorno sta sul cadere, allorchè la natura, tutta sʼimbruna dei morenti colori del tramonto, e la brezza vespertina mi aleggia in viso, fissando lo sguardo sul tranquillo specchio del lago solcato in lontananza da una barca che si discerne appena per un punto nero ed una lunga striscia sullʼonda, mi figuro che quella navicella sia lʼimagine della speranza.—Costringo lʼocchio a seguirla finchè il punto nero rimpicciolendosi sempre più perdesi in una vaga sfumatura, e quando tutto è scomparso, me ne resto immobile, fisso a quella volta.—Le tenebre della notte, celano il punto delle mie illusioni, e sospirando ritraggo lo sguardo.

«Tal è la vita mia buona Laura.—Una memoria, una speranza e un punto.—Jeri nel silenzio della notte allorchè tutto era tranquillamente sepolto nelle tenebre, mi affacciai alla finestra; il cielo era bruno e tempestato di stelle, la luna era nel suo primo quarto, e già tendeva a celarsi, dietro le Alpi. Ecco unʼaltra immagine della fugacità della vita, pensai fra me, e fissando lo sguardo su quellʼarco lucente e sottile come lama di pugnale, stetti contemplandolo finchè lo vidi scomparire, e quando lʼestrema punta fece capolino dalla vetta del monte, la salutai sospirando!—Non vi rimase che unʼaureola di luce biancastra, che lentamente andava dileguandosi; indi a poco, più nulla, oscurità completa....

«La notte regnava tranquilla, il lugubre silenzio, era rotto solamente dai monotoni strilli delle cicale; queste allegre colline verdi e fiorite apparivano come unʼammasso di ombre cupe, ed il lago riflettendo i pochi raggi luminosi sparsi nellʼaria, sembrava simile a vasta palude, ornata dʼuna corona di tenebre.—Oh quante volte cercai nello straziante spettacolo della notte per trovarvi il secreto dellʼesistenza! La natura muore tutti i giorni, lʼestremo saluto del sole che si spegne, non precede di molto il sorriso del sole che rinasce, ma lʼuomo non gode di questʼalternativa regolare di luce e tenebre; pur troppo nella vita, al dolore sussegue spesso lo sconforto, allo sconforto la desolazione, senza che mai lʼalba di una speranza, apparisca anco da lontano!.... Ma io vaneggio, e tu mia Laura, puoi con tutte le ragioni, tacciarmi di oscuro ed ipocondriaco. Tu sei appena sullʼaurora della vita, ed io crudele cerco di sconfortarti colla pittura del tramonto.

«Perdonami sai fanciulla mia, perdona a questo povero pazzo che si trascina per un mare di deliri. È tanto strano ciò che succede in me da rendermi incerto sulla realtà del mio stato. Parmi di esser felice, e di non esserlo, nè so spiegare come ciò avvenga; ma già la colpa è tutta tua se questo cervello si esalta.

«Le ombre della sera che si avanzano, mʼimpediscono di più oltre estendermi; ho promesso meco stesso di dirti tuttociò che mi passerebbe per la mente prima che sopraggiungesse la notte, ed ecco adempita la mia promessa; ci vedo appena, e non mi rimane che il tempo di farti un saluto.

«Addio, mia Laura, scrivimi presto, dimmi tante cose, ma sopratutto ripetimi che mi ami. Il pianoforte è a pochi passi da me.... vado a mandarti un saluto melodico suonando quel _Notturno_ che ti piace tanto «_Al chiaro di luna_».

«Addio, adorata

ERMANNO».

LAURA AD ERMANNO.

29 Agosto.

«Mancando da alcuni giorni di tue novelle, io era assai inquieta, tanto più che non ebbi ancora risposta allʼultima lettera che ti scrissi. Questo ritardo straordinario mi sorprese non poco, giacchè se è vero che tu ricevi con gioia le mie lettere, le tue io le attendo ansiosamente, e non so darmi pace allorchè vengono deluse le mie aspettazioni.

«Jeri il signor Paolo mi scrisse da Milano, dicendomi che tu sei ammalato. Ed è vero mio Ermanno? Pur troppo così devʼessere, perchè diversamente come potresti lasciar correre tanto tempo senza mandare una lettera alla tua Laura che aspetta sempre.—Povero amico, povero Ermanno!.... e dire che io fui tanto ingiusta da dubitare unʼistante che tu mi avessi dimenticata.—Oh! perdonami sai, non era la tua Laura che pensava così, no, il mio cuore era troppo sicuro; fu una stranezza crudele della mente.

«Pensai molto sulle cause che potevano trattenerti dallo scrivermi, ma infine non ne trovai una plausibile sembrandomi che non vi possa essere giustificazione alcuna per tale dimenticanza. Sapeva che hai molto lavoro, cercai di persuadermi che le occupazioni ti togliessero il tempo di scrivermi, ma che vuoi? Sono tanto egoista da non voler cedere davanti a qualunque ostacolo.

«Vedi come si corre nel pensar male! Mentre io mʼinsospettiva, tu mio povero Ermanno eri malato e sofferente.—Mio Dio questʼidea mi dà rimorso; lʼhai detto tante volte che sono una bambina, e finisco col persuadermene.

«Frattanto tu mio buon amico, sei oppresso dal male; il signor Paolo, mi disse non esser cosa tanto seria, ed aggiunse che tu stavi meglio, ma io non ci credo, potrebbe essere una pietosa bugia, e non presterò fede al tuo miglioramento, finchè tu stesso non ne darai prova scrivendomi appena ti sarà possibile.

«Jeri lʼaltro la signora Salviani venne a farci visita accompagnata da un giovinotto milanese suo cugino; le prime parole di quella buona signora, furono per te; ella ti aspetta sempre.—Domani andremo con papà alla sua villa che dista pochi passi dalla nostra; mi fermerò fino a sera, e ciò mi fa lieta perchè almeno potrò parlare di te con qualcuno che ti conosce.—Quanto sarei felice, se al mio ritorno trovassi una tua lettera! oso appena sperarla, e tu mio Ermanno fa di non tardarmi troppo questa gioia.

«Povero amico, è ben crudele il nostro destino! Nel dolore della lontananza eraci non lieve conforto lo scambio di lettere, ed ecco che subito la fatalità ci perseguita, e ti fa cadere ammalato. È una barbarie.—Intanto, finchè tu non sia guarito, ti scriverò tutti i giorni; sono certa che ciò ti farà piacere, perchè ogni mattina, svegliandoti, tu troverai una mia lettera al tuo capezzale che ti porterà il primo saluto.

«Così potessi venir io a surrogare la tua povera mamma! Con quanto amore ti assisterei vegliando le notti, e prestandoti tutte quelle cure che io sola saprei immaginare. Stamane iʼ era in giardino con questʼidea per la mente, e parevami di vederti nella tua camera più pallido dellʼusato; io era al tuo fianco, ti parlava del nostro amore e di tutte quelle cose che tu solo sai comprendere; tu mi guardavi sorridendo, stendendomi spesso la mano come per ringraziarmi... Oh! sono certa che tu a questo modo, guariresti presto, perchè tanto farei, tanto pregherei la Santa Vergine, che infine tu saresti salvo.—Ma ohimè, ciò non è possibile, ed io debbo starmene lontana da te che amo tanto, e che soffri forse per causa mia; questo pensiero mi eccita al pianto; perchè mio buon Ermanno, io sento che per quanto faccia, non riuscirò mai a renderti felice!

«Sopportiamo, o caro, lʼamarezza del nostro destino; non può essere che il nostro amore debba recarci per unico frutto una lunga serie di dolori.... Chissà, un presentimento secreto, mi dice che un giorno forse, saremo felici.—Spera, mio buon Ermanno, spera con me nellʼavvenire; esso è incerto, ma non potrà essere ingiusto.

«Il signor Paolo, mi scrisse che fra pochi giorni verrebbe a trovarci; se tu fossi allora guarito, sono certa che non mancheresti di venire; la sarebbe pure una grande fortuna!

«Jeri ho detto per te una grossa bugia, della quale spero non ne terrà calcolo il cielo. La mamma mi vide al collo la tua medaglietta: chi te lʼha data, mi chiese—io era davanti allo specchio, e mi vidi venir rossa per la confusione, perchè fui colta troppo di sorpresa. Non mi passava in mente neanche il nome di una qualche amica; infine mormorai: Letizia, ma colla timidezza di chi è persuaso di non essere creduto.

«Il cuore mi batteva tanto forte da togliermi financo il respiro; e perchè poi? Se anche avessi detto alla mamma che quella medaglia era una tua memoria, sono certa che non le avrei fatto dispiacere, ed in confidenza, credo che ella sospetti alcunchè del nostro amore.—Non me ne tenne mai parola, ma io indovino tanto bene dal suo volto ciò che le passa nellʼanimo, che giurerei di non errare.

«Ti assicuro, mio Ermanno, che non mi preoccuperei per niente, se il nostro secreto venisse scoperto; il tuo amore mʼinfonde tanto coraggio, che mi sento orgogliosa di possederlo, e colla massima compiacenza volgendo uno sguardo alla turba dei giovinotti eleganti, non ne trovo uno che sʼuguagli menomamente a te....

«Ma io parlo, parlo e forse troppo, perchè tu avrai bisogno di calma.... Oh la cattiva ciarliera che io sono! Per dirti tutte queste fanciullaggini, scordava quasi il tuo male, e comincio a credere che se fossi al tuo capezzale ti sarei poco giovevole. Compatiscimi mio caro, e procura di guarir presto.—Ricordati che io conterò i giorni, lʼore, i minuti sempre anelando ad una tua parola apportatrice di buone nuove, e che non avrò più pace finchè non mi verrà una tua lettera.

«Addio, a domani.

LAURA».

PAOLO AD ERMANNO.

10 Settembre.

«Da due giorni mi trovo qui alla villa Ramati, ove appena giunto mi colmò di gioia la notizia che mi diede Laura della tua guarigione. Ti assicuro che ero assai inquieto per la mancanza di tue lettere, e se Laura non avesse saputo qualche cosa del tuo stato, non avrei indugiato a venirti a trovare. Fortunatamente ciò non è necessario, e ne sia lode al cielo; ora sapendomi qui non ti costerà gran fatica lʼindovinare lo scopo di questa mia lettera, della quale prima di tutto, dichiaro che intendo essere assolto.

«Se ti scrivo, non è tutto per mio volere, giacchè in questi giorni passai sotto gli ordini di madamigella Laura che mi comanda di rivolgerti la parola, mettendomi a forza la penna fra le dita.

«Laura adunque mi ordina di dirti, che noi siamo felicissimi per la tua guarigione, e ne rendiamo grazie al Signore; ma siccome tu hai la smania di occuparti di soverchio e facilitare così una ripresa al male, noi ti preghiamo, e se fa duopo ti comandiamo di dar passo per ora agli impegni, e goderti la convalescenza. Per ciò, al solo scopo di prevenire i funesti effetti di una ricaduta, ti dichiariamo che sei atteso qui senza fallo entro domani, od al più tardi per il giorno dopo.

«Questʼordine è scritto sotto gli occhi di Laura che in questo punto mi dice averti già ella tenuto parola in proposito, perciò credo che non ti farai di troppo desiderare, e.... volerai ad appagare le nostre brame.—È inutile che io ti aggiunga preghiere dopo quanto ti avrà scritto questo angioletto che mi sta alle spalle sorridendo ad ogni parola che mi sfugge dalla penna.—Ho meco la copia di quel certo ritratto, e ti giuro che se non vieni tu stesso a prenderla, perderai sovrʼessa ogni diritto.

«A me parrebbe di averti detto tutto, ma il consigliere che mi sta ai fianchi, non la pensa così, e mi ordina di scrivere sotto il suo dettato.