Part 10
«Compatisci, Laura mia, a questo difetto che è in me natura, e perdona se per timore di perderti già pavento di averti perduta.—Io farò ogni possibile per renderti meno penoso il gravame di questo cuore malato che tu pietosamente ti assumesti di consolare; il tuo amore è per me onnipossente, e non diffido di poter mercè tua salvarmi.
«Addio, fanciulla adorata, e questo ardente saluto che parte dallʼanima possa volando sullʼaure giungere a te, e confortarti nella tua mestizia—Scrivimi presto, affinchè se mi e negato di vederti, possa almeno conoscere il tuo pensiero. Non dimenticare giammai che il tuo Ermanno vive qui solo e desolato, che suo unico conforto è la certezza dellʼamor tuo, e la speranza di presto rivederti.
«ERMANNO»
Questa lettera rivela chiaramente lo stato dʼanimo di Ermanno; il disordine e la confusione delle idee vi appariscono ad ogni tratto. In ogni parte di essa vi regna lo sfasciamento, lʼincoerenza, e mal si potrebbe definirne il carattere. Talvolta lo stile è tenero ed appassionato, talor freddo e monotono, e vi sono dei punti in cui vi si scorge una certa ilarità che per poco ancora cadrebbe nel giocoso.
Il senso predominante ma è lʼamore il più puro e casto, che sorride e sospira ad un tempo istesso.
Però Ermanno aveva detta parte della verità; ma non ebbe il coraggio di dirla tutta; per un sentimento di generosità che si può facilmente comprendere, egli tacque in quella lettera su certo proposito che maggiormente lo inquietava, volendo nascondere a Laura una profonda ferita riportata a Milano, e palliandola con alcuni lampi di allegria non al certo addicevoli allo stato dellʼanima sua.
Allorchè nasce un dubbio, non è sì facile dileguarlo, ed Ermanno che dal suo soggiorno a Milano aveva riportata la fede più sicura dellʼamore di Laura, trovò pur colà maggior alimento alle incertezze sullʼavvenire. La lettera che segue diretta a Paolo è lʼespressione fedele del suo stato; collʼamico ei si mostra più sincero che non collʼamante.
ERMANNO A PAOLO—
«Mio buon amico,
«Più tento di attaccarmi allʼalbero della vita per raggiungerne la cima, più sento che i miei sforzi per quanto grandi, diventano inutili—Quindici giorni sono, io era tormentato da unʼardente desiderio che aveva prescritto come meta estrema di tutta la possibile felicità; conseguito quel desiderio, parevami che più nulla mi rimanesse a sperare, perchè tutto avrei ottenuto—Ho realizzato il mio sogno, soddisfeci alla mia brama, e nonpertanto eccomi maggiormente afflitto—A guisa dellʼerrante pellegrino che erpicandosi faticosamente sulla vetta della montagna, già si rallegra seco stesso pensando al momento in cui ne avrà toccata la punta, io credetti che recandomi a Milano, potrei dʼun tratto deporre il fardello delle mie pene... Ma ohimè! Non fu così; il pellegrino giungendo al culmine del monte, scopre altre catene di roccie più erte e malagevoli, ed io di ritorno da Milano, trovai dʼaver arricchito di un nuovo aggravio il peso deʼ miei dolori.
«Con te, mio buon Paolo, il mio cuore si dilata e lascia scorrere la larga vena delle sue amarezze, con te solo ho il coraggio di confessare lʼavvilimento del mio spirito.
«Lʼeleganza, il lusso e tutto ciò che proviene dalle ricchezze, mi destò sempre se non lo sprezzo almeno lʼindifferenza, giammai il fasto impose aʼ miei sensi perchè lʼanima mia aspirò sempre a qualche cosa di migliore che non sono i proventi di un lauto patrimonio.—Nellʼarte mia rinvenni i veri tesori di gioie che scuotono lʼanima esaltandola al culto di un bello soprannaturale, non concepibile che negli slanci della fantasia; ma non avrei mai creduto che dallʼalto dei miei sogni spingendo lo sguardo a terra, venissi abbagliato dalla luce di un poʼ dʼoro accumulato.
«Eppure è così, mio buon amico, e con labbro tremante per vergogna ti confesso che il mio spirito rimane soggiogato e riconosce tacitamente la superiorità esercitata dalle ricchezze.—Non ho mai osato di palesarti a voce questa strana reazione deʼ miei sentimenti, perchè mi avviliva il solo pensarvi; ma ora che sono solo, ora che la mia mente si studia sempre di viemmeglio affliggermi, non so più tacerti questa nuova sventura.
«Nel porre il piede per la prima volta nella casa di Laura, io era ben lungi dallʼattendermi un colpo di tal natura; ma quando entrai in quelle sale ricche di quanto si possa immaginare, fra quel miscuglio di tappeti, sete, velluti, mobili, dorature e mille altri fregi, perdetti quel sentimento innato di dignità che ci pareggia a chiunque, e pensai essere ben meschina cosa lʼelevatezza dellʼanima a fronte di tante ricchezze accumulate dalla fortuna.
«Condannami pure, ridi anche se lo potrai, ma io rimasi sorpreso alla vista di quel fasto, rimasi soggiogato; e mi fu forza riconoscere la distanza enorme che mi separa dalla famiglia Ramati.
«Oh mia povera cameretta delizia dei tempi passati, io posi due anni di continue cure per adornarti ed abbellirti, fra le tue mura era felice; ed ora disparve tutto il tuo prestigio! Più ti guardo e più mi sembri squallida. Ove sono le bellezze che io scorgeva altre volte in te? Le tue mura sono aride e disadorne, ed un lembo solo del tappeto che cuopre il pavimento di quelle sale, vale ben più di te e deʼ tuoi miseri arredi.
«E dire che qui, in sì meschino tugurio ho ardito di concepire le più strane follie; ho sperato lʼamore di una donzella che abita un palazzo, e respira in unʼatmosfera di sontuosità, avvezza alla luce dellʼoro come io a quella del lumicino che mi rischiara nelle notti di studio.—Oh il pazzo! Ora solamente comprendo tutta lʼassurdità delle mie speranze, ma troppo tardi perchè io possa approfittare di un ravvedimento che mi getta nella più profonda desolazione; troppo tardi perchè il cuore possa gridarmi: ritirati sciocco, e pensa a lavorare per guadagnare il pane a tua madre!... Mia madre, povera e santa donna; se tu sapessi quante cure si prende di me vedendomi sempre sì malinconico.—Pretende che mi consigli col medico, perchè teme che io possa ricadere in quel malore che mi colpì qualche anno fa; ma conosco troppo bene il mio male, e so che la scienza non vi rimedia.
«Malgrado che la stagione sia poco addicevole, passo intiere giornate studiando i capi–lavori dellʼarte mia; nella ventura settimana, o tuttʼal più fra quindici giorni spero di potermi riposare alquanto evitando la fatica di dar lezioni. Buona parte delle mie allieve sono ite in campagna, le altre non tarderanno molto.—Ebbi incarico da un distinto prelato Bresciano di musicare una messa per funerali; è questo un genere di musica che mi piace sopratutti, e puoi figurartelo ho subito accettato; ma è un lavoro lungo e difficile, e converrà che mi accinga con tutto lʼimpegno.
«E tu che fai a Milano? Per te che sei di tuttʼaltro carattere che non del mio, non vi sono nè pene nè dolori, e col tuo formidabile buon umore, puoi distruggere unʼesercito di dispiaceri.—Oh quanto tʼinvidio, e come di buon grado mi farei potendolo seguace dei tuoi principii!
«Taluni tenderebbero a credere che la malinconia sia unʼaffettazione... no mio caro Paolo; sonvi proprio degli sciagurati, ed io fra quelli, che non sanno mai appagarsi di nulla nè vʼha cosa che ecciti la loro allegria. Te beato le mille volte che sei in Milano e puoi vedere la mia Laura ad ogni giorno!
«Ieri le scrissi una lunga lettera, tuttavia ti prego di salutarla tanto e poi tanto per me; non prenderti soggezioni giacchè ella non ignora che tu sei al fatto di tutto; sollecitala per quanto puoi a scrivermi che ho gran bisogno di una sua lettera in questi giorni di tristezza. Ricordati della copia del suo ritratto che mi promettesti. Lʼattendo ansiosamente; e quando mi sarà dato dʼaverla, non mi sembrerà più dʼesser solo, perchè fissando quella tela, potrò colla mente far rivivere le sembianze di lei, ed in esse consolarmi alquanto.—Se egli è destino che un giorno io debba rinunziare al suo amore, mi sarà caro di poter talvolta mirare lʼimmagine di colei che prima e sola fece battere questo cuore.
«Ti prego inoltre di renderti interprete per me presso i genitori di Laura, ringraziandoli per le tante premure e cortesie usatemi; e tu mio carissimo abbiti una stretta di mano dal tuo
ERMANNO.»
PAOLO AD ERMANNO—
«Se la mia penna fosse abile quanto la tua, se io sapessi dirti in parole tutto ciò che mi destò nellʼanimo la tua lettera, ne avresti una di quelle epistole formidabili al cui confronto le prediche del reverendissimo Fra Paolo Segneri starebbero come Giotto a Raffaello; ma siccome, veh! come sei fortunato, per scrivere qualche pagina di roba, ho duopo di spremere e torturare il mio povero ingegno, evito un prolegomeno troppo fastidioso, e passo subito in materia.
«Da quanto ho potuto finora osservare nel poco tempo che mi trascino in questa _Valle di lacrime_ che si chiama mondo, parmi di aver scoperto le tracce di un fenomeno psicologico molto curioso. Vi sono di quei cotali a cui un filo dʼerba sembra una trave, e scambiano un mucchio di terra per una montagna; fanatici, provani, che vedono nero in pieno sole, intolleranti ad ogni dolore, impazienti ad ogni fastidio, e debolissimi di spirito, si adombrano per nonnulla, si esaltano per unʼinezia; e creano nei voli lirici della loro fantasia tutta quella congerie di spettri che turbano i sonni, e scoprono precipizi fra i ciottoli delle vie.
«Si direbbe che costoro guatano il mondo traverso ad una lente che ingrandisce a dismisura le cose più piccole; e non mi stupirei per niente se scambiassero la marmitta che scalda al fuoco per Sodoma e Gomorra divorate dalle fiamme. Non vʼha pena per quanto lieve che essi non la caratterizzino fra le orribili, e per la puntura dʼuna zanzára, sarebbero capaci di rinnovare le lamentazioni del fatidico Geremia.
«Uno sprizzo di sangue è per essi un torrente senza fine, lʼincostanza di una pettegola, unʼinfamia, unʼabbominio; il sorriso di una donna un raggio di sole, e Dio sa se un giorno o lʼaltro non mi diranno che le lucciole sono aquile di Giove colle loro saette.
«Oh! anime disgraziate, toglietevi gli occhiali che vʼingannano la vista, se non volete che si dica di voi come del bue che si aggioga facilmente per ciò solo che vede grosso. Toglietevi gli occhiali, e guardate moʼ se il mondo è tanto brutto quanto ve lo pinge la vostra malata immaginazione. Risparmierete così la fatica di un compianto inutile sui destini dellʼuomo nato per tuttʼaltro che per crucciarsi di tutte le inezie che gli traversano la via!
«Tu mio buon Ermanno hai la disgrazia di appartenere a quella schiera di predestinati; tu pure negli slanci dʼun febbrile esaltamento studiando la vita traverso a quella malaugurata lente, trovi che tutte le sciagure, tutti glʼinfortuni sono a te solo riserbati, e spingi lʼerrore al punto da invidiare financo quei tapinelli a cui natura più benigna alquanto concesse un bricciolo di senno per distinguere il reale dallʼimmaginario.
«Se la ragione si potesse trangugiare come un farmaco dello speziale, te ne consiglierei lʼuso di buona dose; ma pur troppo non avviene dello spirito come del corpo che si può curare colle risorse della medicina! Però lascia che te lʼ dica questa tua smania di esagerare trasmoda in eccessiva. Mio Dio, io non so vedere tutto il male che tu scorgi in questo amore, e se tutti dovessero crucciarsi tanto per simili cose, il mondo risuonerebbe ovunque di _lamenti, pianti_ ed _alti lai_; e perchè poi?.... In fondo a tutte queste peripezie, non vi si trova altro che la cenere di un poʼ di paglia bruciata rapidamente.
«Bada che ti parlo da vero amico, perchè mʼinteresso vivamente delle cose tue: sii più ragionevole, e non pensar troppo profondamente su ciò che potrà accadere; sii filosofo, e prendi il bene ove lo trovi, senza curarti dʼaltro.—Hai per le mani un romanzetto patetico, interessante, e tu sciagurato già ne predici una spaventevole catastrofe.—A tuo modo mio caro distruggi tutto il prestigio di questo dolce idillio del tuo cuore; già si sa, tutto finisce al mondo, ma se lʼuomo dovesse affliggersi pensando che dopo pranzato perderà lʼappetito, che dopo dormito non avrà più sonno, la sarebbe ben grossa: tal succede di te, non hai ancora colta la rosa, e già pensi che domani sarà appassita; ma allora mio caro rifletti che tu pure un giorno o lʼaltro morrai, e così sarà finita.
«In quanto poi alle tue idee sulla mia felicità, lascia che io ti disinganni alquanto, ed a quel che sembra tu guardi colla stessa lente tanto il bene quanto il male; non mi stupisco dunque se tu trovi in me alcunchè da muoverti invidia; accade di noi che ci crucciamo poco dei nostri affari come degli infermieri i quali a motivo della loro salute sono costretti al penoso incarico di vigilare sugli ammalati.
«Conti tu per nulla il servizio di _moccolino_ che vado facendo da qualche giorno a questa parte? Se tu mi vedessi in certe occasioni non sono più riconoscibile.—Laura sempre desolata per la tua partenza mi mette a parte di tutte le sue pene, mi confida tutti i suoi dolori, ed io la consolo per quanto posso offrendomi per avallo e garanzia sul conto tuo.—Il da fare che ebbi nei giorni passati mi merita un diploma di Confratello della benemerita Compagnia di Misericordia, e per quanto tu faccia, non potrai restituirmi tutta quella riconoscenza che ho diritto di pretendere per servigi prestati.
«Oltre a ciò aggiungi le piaghe tue che io debbo medicare con cataplasmi e cerotti, e Dio sa con qual frutto! rispondere alle tue lettere che mettono i brividi al solo leggerle, e curare certe malattie di cuore, che non entrano per nulla nel mio comprendonio.—Dà retta a me, e sii più assennato nel giudicar le cose; tutti, qual più, qual meno abbiamo i nostri piccoli fastidii, e bisogna saper tollerare alquanto.
«Io spero che attorno a questa buona lavata di testa, non avrò sciupato ranno e sapone, e che saprai compatire se la mia amicizia, trasmoda forse in rigore; ma voi altri poeti siete come i cavalli capricciosi; più si rallenta loro il morso, e più essi si danno a precipitosa corsa, mentre basterebbe una buona stretta ai fianchi per calmarli.—Se io ti lasciassi sempre dire a tuo modo, proseguendo in questa via esaltata, finiresti poi per crederti davvero un gran martire, ed allora daresti nelle smanie prorompendo in parolone contro la vita, le sue lusinghe, ed i suoi disinganni; come quei tali che si vedono tuttodì passeggiare per le vie con tanto dʼocchialetto e di cravatta, allegri, vivaci che è un piacere il vederli, che hanno poi il coraggio scrivendo ad una qualche signora del bon ton di parlar di torture, di morte; e taluni anzi spingono la cosa al punto da paragonar la loro vita alla passione del Nazareno, e la via dal caffè al teatro allo scosceso calle del Golgota.
«Di tali esaltazioni sono pieni i romanzi, ma pur troppo nella vita reale il tedio dei bisogni materiali scema per gran parte il volo della fantasia, e ne rallenta il corso; ed io compiango di tutto cuore quegli sventurati che colpiti da una specie di mania si abbandonano preda delle idee formando di esse la parte essenziale dellʼesistenza.—Accusami pure, se il credi, di materialismo e pessimismo; ma che vuoi? la Teoria delle Anime, non entra nelle mie competenze.
«Nel mondo fisico vi sono troppe realtà, nel morale troppe illusioni, perchè io debba esitare nella scelta; ed è perciò che una donna, non sarà mai altro per me che una donna, e non mi viene certamente il ticchio di concentrarvi in essa tutte le mie aspirazioni.
«È però ben strana la potenza di questo vostro cuore, o visionarii, che sʼimmischia in tutte le cose vostre; per me ti assicuro che il mio anche funzionando regolarmente, se ne sta ozioso e polveroso in un angolo dello stomaco, e davvero non ho nessun lagno da fare sul suo conto. Il tuo invece mio caro Ermanno, è un repubblicano _sfegatato_, non quieta mai, e ad ogni momento ti scivola sulle labbra. Il cuore e la ragione formano in te due partiti ribelli come i Guelfi e Ghibellini, e finchè non verranno fra loro dʼaccordo, prevedo che il regno del tuo spirito, non avrà mai pace.—Impegnati per quanto puoi in queste trattative di riconciliazione, del resto a te toccherà la peggio. Lʼodio delle fazioni, è la rovina di un paese; procura dunque di porre sulla buona via il cuore e la ragione, ed allora soltanto sarai tranquillo.
«In altri tempi, forse, erano dʼuso certe abitudini poco lodevoli. Nella dubbiezza delle intelligenze non del tutto incivilite, accadeva talvolta che fra le moltitudini, qualcuno emergesse per una stranezza sua particolare; la storia ci tramanda i nomi di una quantità di donne, che dedite al culto dʼamore, fecero ad esso i più grandi sacrifizii.—Era consuetudine nei paladini del Medio Evo, il farsi ammazzare per gli occhi della loro bella; ma per buona sorte ai tempi che corrono, si ha ben altro a pensare. Il progresso colle sue emanazioni invade la mente degli uomini preoccupandoli di mille e mille cose, per cui ben poco tempo si avanza da sciupare dietro al carro di Cupido; e tu potresti percorrere in lungo e in largo tutta la superficie del globo, senza trovarvi più nè una Penelope, nè una Lucrezia, nè una Didone, nè una Saffo.—Il salto di Leucade, ora lo fanno i banchieri falliti, e gli inglesi affetti di _spléen_ acutissimo.—Persuaditi infine, che Werter e Jacopo Ortis altro non sono che caricature sbagliate di unʼalienazione mentale.
«Se tu fossi con me qui a Milano in questa graziosa città emancipata da ogni pregiudizio, vorrei in breve convertirti e rimetterti a dovere quella parte di cervello che ti scappò fuor deʼ gangheri.
«Ma tu sei lungi, ed altro non mi è dato che sovvenirti di buoni consigli, i quali se a nulla ti giovano, tolgono per altro a me ogni rimorso inquantochè in questi momenti, ebbi il coraggio di dirti la verità schietta e netta.
«Ho finito quasi il ritratto di Laura, e presto te ne manderò copia.—Sentii con vera soddisfazione lʼincarico che avesti per un lavoro di tutto impegno; spero che nelle ore di tue occupazioni tu potrai ritornar padrone assoluto della tua mente. Lʼarte è una grande egoista, e confido che essa potrà, se non guarire, almeno modificare la tua infiammazione di sentimentalismo.
«Te ne faccio augurio di tutto cuore.
PAOLO.»
LAURA AD ERMANNO.
«Amico mio.—Mio caro Ermanno! e non sarà mai che io veda distolta dallʼanima tua quella tristezza crudele che avvizzisce le gioie del nostro amore? Il cielo sì prodigo a me di conforti, ti è tanto avaro da non concederti mai unʼistante di calma.... non è dunque vero che unʼaffetto profondo abbellisce lʼesistenza anche allora che si è lungi da chi si ama, se tu soffri cotanto lontano da me?.... La tua lettera fu uno strazio per il mio cuore, e su quelle pagine improntate dʼamarezza, ho versate molte lagrime.—Oh! quante volte lʼho letta e riletta; fermandomi sopra ogni frase, studiandone ogni accento, cercava di trasfondere nellʼanima mia un riflesso delle tue pene; con ciò mi pareva di alleviare il tuo travaglio.
«Perchè mai, mio buon Ermanno, non puoi tu essere felice quanto io la sono. La certezza, del tuo amore paralizza in me ogni altro pensiero, e non vivo, non respiro che della tua memoria. Guardo ed accarezzo con estrema compiacenza tutto ciò che hai tocco colle tue mani, nella mia stanza serbo gelosamente il tuo bastoncino di giunco che nascosi a tua insaputa; tutto mi parla di te, e sembrami talora di vederti là sulla poltrona ove eri solito a sedere mentre io in piedi a te dʼaccanto, ti contemplava collo sguardo, ed ammirava col cuore....
«Là tu mi sorridevi stendendomi la mano che io premeva fra le mie senza trovare una parola che ti dicesse tutta la mia gioia, tutto lʼamor mio.—Oh! pensa Ermanno, pensa come me a quegli istanti passati così rapidamente, e dimmi se non ti senti nellʼanima un sussulto di felicità pari alla mia.
«Non dubitare di me, mio caro, non reputarmi tanto leggera da credere che al primo volger di vento io possa menomamente obliarti. Chi ti conosce come io ti conosco, non potrà a meno di amarti, e per sempre.—Feci più volte lʼesame della mia coscienza, ed alla notte quando lʼimmagine di te viene a carezzarmi la mente, penso aʼ tuoi dubbi sulla mia costanza, e ponendomi la mano sul cuore come per interrogarlo sulla durata del mio affetto, egli mi risponde palpitando: Sempre. Sì mio amato, sempre, nè accadrà mai che per un solo istante io possa dimenticare che tu sei per me la persona più cara di questo mondo.
«Ed è vero che vi siano donne capaci di mutar sentimenti ad ogni tratto?.... Non lo credere, è una calunnia: le donne che tradiscono la fede non possono amare.—Io guardo il cielo, il sole, le stelle, e dovunque incontro il tuo mesto sorriso; ogni alitar del vento, ogni folata dellʼaria, mi porta allʼorecchio il tuo nome.
«Talora passeggiando in giardino, vedo un fiore che si dondola leggermente agitato dallo zeffiro; lo guardo, lo fisso, e sembra chʼei mʼinviti a coglierlo dicendomi: vieni Laura, vieni a recidermi per lui, ed allora corro, schianto il fiore, e lo bacio.—Tuttociò che faccio e dico, parmi che sia a te diretto; alla sera prima di mettermi al riposo, mi aggiusto i capelli senza saperne il perchè, mi alzo alla mattina ed indosso quella veste bianca che ti piace tanto.
«Non sai tu che facesti di me una gran vanerella? Figurati che tormento di continuo lo specchio per vedere se sono tale da poter realmente piacerti; non sempre rimango contenta dellʼesame, e vorrei persuadermi dʼesser proprio tale da farmi amare sempre più dal mio adorato Ermanno.
«Come ci trasforma lʼamore! Non mi riconosco più, e parmi di mutar carattere ogni giorno. Se tu sapessi quanto buona sono diventata da che ti amo! Le cose più piccole mʼinteressano vivamente, e talora sono trascinata a certe idee, che sembrano follie.—Ieri per esempio, mentre metteva il solito zuccaro nella gabbiuola del mio cardellino, mi venne un triste pensiero che quasi quasi mi forzava al pianto.
«Ho pensato fra me che quella povera bestiolina tenuta prigioniera poteva avere la sua famiglia altrove, e che in cuor suo dovesse dolersi amaramente di me che lo privai della libertà per mio diletto. Pensai che quella povera creaturina dovesse soffrire e piangere perchè separato e lontano daʼ suoi piccini, e mi pareva che fissando in me i suoi occhietti mi dicesse: Madamigella, mi lasci in libertà, mi lasci volare al mio nido; ho dei piccini da nutrire, una compagna fedele che mi aspetta, che mi ama e piange la mia perdita....
«Mi venne voglia di fare la sua felicità, parevami che tu fossi dietro di me a mormorarmi: lascialo fuggire, lascia che scorrendo le libere aure del cielo ei possa raggiungere colei che lo attende tanto ansiosamente.... lascialo per amor nostro!—Aprii la gabbia e mi staccai dʼun passo per osservare.
«Il cardellino sulle prime non si accorse di aver la prigione aperta; quando se ne avvide, discese con tanta precauzione, lento lento come se fosse colto dallo stupore.... salì sullo sportellino, guardò parecchie volte allʼintorno come se cercasse di persuadersi della realtà; volgendo la sua graziosa testolina verso di me stette a fissarmi alquanto, mandò un leggiero gorgheggio, battè le ali, e via di volo nel libero cielo.
«In un baleno egli scomparve dagli occhi miei, ma io stetti lungamente rivolta a quella parte donde era sparito, e quando rinvenni in me, mi accorsi di avere gli occhi umidi di pianto.—Or non è più quella cara bestiolina che mi rallegrava coʼ suoi melodiosi gorgheggi, non sarà più necessario che io sciolga fra le erbe del mio giardino quei fuscellini a lui sì graditi; il piccolo prigioniero non è più, partì salutandomi e dimenticando persino lo zuccaro di cui era sì ghiotto.
«Non ho agito bene, mio Ermanno? Perchè fare lʼinfelicità di cotesti esseri per soddisfare un semplice capriccio? io vorrei poter beneficare tutto il mondo, e ciò perchè ti amo tanto, e penso che tutto quello che faccio possa meritarmi sempre più il tuo affetto.