Un avvocato dell'avvenire Le Commedie, vol. 1

Part 3

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MARC. — E che cosa è un comico, se non l'avvocato che tanto s'immedesima nella sua parte, da farla parere parte sua, causa sua, passione sua? Dunque avvocati e comici professano in fondo una poco dissimile arte magnifica e fuggitiva, colla sola diversità che il comico non recita che in teatro, e non dà mai ad intendere di recitare la parte del patriotta per il bene del popolo e della nazione!

GLI ALTRI. — Bravo, signor avvocato, bravo!

MARC. — Mille sentitissime grazie; ma non sono neanche avvocato.

GIUS. — (Chi diavolo può essere?) Sono ben lieto che Tullio abbia tante disposizioni; ma al mio tempo non si conosceva l'avvocato concertista, attore e che so io!

MARC. — Lo credo io! allora non c'erano i Giurati, e toccar le corde ai magistrati, eh! eh! era tutto un altro par di maniche.

SILV. — Mi scusi; ma dove le ha trattate il signor avvocato Tullio tutte le cause che hanno rivelato il suo straordinario ingegno?

MARC. — Nel suo studio, fra me e l'avvocato Petronio Barbariccia. Io faccio da Giurato e Barbariccia da delinquente. A proposito, eccolo in persona.

SCENA IX.

_PROSPERA e l'avvocato PETRONIO BARBARICCIA dal fondo. DETTI._

PROSP. — _(ironica)_ Un amico intimo del sor Tullio!

GIUS. — Favorisca, signor avvocato.

PETR. — Sono amico di suo nipote, anzi compagno di università. _Ciao_ Marcolini. Tullio mi ha dato _appuntamento_ qui, ed io ci sono venuto senza _géna_.

GIUS. _(a Luigia)_. — Deve essere un francese. — S'accomodi.

PETR. — Dopo due ore di tram? Basta.

GIUS. — Padrone. Fa anche lei l'avvocato?

PETR. — A che? Noi si bada ai principii e non ad arrangiarci. So quello che mi dico.

GIUS. — (È più fortunato di me).

MARC. — Di' loro subito che dirigi un giornale.

PETR. — _La Torpedine_, al loro servizio.

GIUS. — Alla larga! Ma il signore propugna forse la difesa delle nostre coste?

PETR. — Io non difendo nulla, al contrario. _La Torpedine_ sociale.

GIUS. — Allora la rottura! Ma, mi perdoni, non l'ho mai intesa nominare.

PETR. — Non mi meraviglio. So di quali idee lei è _imbibito_...

GIUS. — Finora non capisco di quali sia _imbibito_ lei; ma, ad ogni modo, sappia che le mie non hanno mai escluso nessuna opinione onesta e sincera.

PETR. — Il signor Silvestri potrà dirle quali sono le mie idee.

SILV. — Mi scuserà se in conversazione non ricordo mai quanto ho saputo o detto in correzionale.

PETR. — Tanto meglio; ma vorrà almeno aggiungere in processo di stampa.

SILV. — Se crede che debba dire così, sia.

LUIG. — (Che amici curiosi ha Tullio!)

SCENA X.

_VALORI dal fondo. DETTI._

VAL. _(fuori di scena)_. — Grazie, sora Prospera; ma lei lo sa, in casa Savelli non ho bisogno di essere annunziato. _(in iscena dal fondo)_ Mio egregio amico... Gentile signorina... Signori...

GIUS. — Caro il mio Valori! — Il cavalier Valori, gentiluomo benemerito della nostra industria. — L'avvocato Silvestri, l'avvocato Barbariccia, direttore della _Torpedine sociale_, se ti fa commodo, e il signor...

MARC. — Marco Marcolini, ai suoi comandi.

LUIG. — Cavaliere, io la ringrazio tanto e tanto delle bellissime giunchiglie che ha avuto la gentilezza di mandarmi; ma in compenso le farò vedere la bella stufa che il babbo mi ha fatto fare presso il mio salottino.

GIUS. — Mi ha quasi finito i quattrini. Ma li ama tanto quei benedetti fiori!

LUIG. _(porgendo a ciascuno un fiore)_. — E chi non li ama?

PETR. — Io.

LUIG. — Dice sul serio?

PETR. — Noi non _faceziamo_ mai.

GIUS. — (Loro si trincerano).

PETR. — Noi odiamo le arti come tutto quello che rompe l'eguaglianza, e così combattiamo i fiori, che sono l'aristocrazia della natura.

LUIG. — Sa che il loro coraggio mi fa paura?

GIUS. — Loro come filosofi umanitari vorrebbero che la natura matrigna, invece di pensare alla poesia dei fiori, si fosse occupata solamente delle frutta, del frumento...

PETR. — Dica pure senza _genarsi_ dei pomi di terra.

GIUS. — Bravissimo! Ma giacchè non ci si deve _genare_, chiamiamoli addirittura patate; è vero che ha la disgrazia di essere italiano, ma si capisce meglio. Luigia, non fai servire del vermouth a questi signori?

LUIG. — Sicuro, nel mio salottino; così ci daranno il loro parere intorno alla stufa. _(ad un suo cenno si avviano tutti alla sinistra)_

SILV. — Volentieri, se un avvocato può parlare di questi lavori.

MARC. — Ma un avvocato parla di tutto, siccome quello che può trasformarsi a suo piacere in tutto quello che vuole, in un giornalista come in un amministratore, in un uomo di Stato come in un banchiere. Pigli invece un medico. Pigliamo anzi un teologo... _(scompare cogli altri dalla sinistra)_

PETR. _(ultimo ad uscire)_. — Ma che teologo! A quest'ora piglierei qualche cosa di più sostanziale. _(via)_

SCENA XI.

_TULLIO, in elegante abito da mattino, seguito da un SERVO che porta una sacchettina da viaggio, dal fondo._

TULLIO. — Zitto, zitto, che preferisco di fare loro una sorpresa!

SERVO. — La stanza destinata a lei è di qua, nel quartiere del signor Commendatore. _(esce dalla destra)_

TULLIO. — Non ho bisogno di nulla per ora. Mi tolgo questi guanti, ne infilo un paio di nuovi, e la mia toeletta è bell'e fatta... Che sorpresa per Luigia! _(si guarda attorno)_ Ma la sua sorpresa non sarà certo maggiore della mia: che fattoria è quella dello zio, che villa, che giardino, che mobili! E come ogni cosa mi sorride! I contadini su per la salita mi salutano, i cani, invece di abbaiarmi, dimenano la coda, e tanto i buoi che gli asini mi danno delle occhiate fraterne... Ci sono delle piante che mi stendono con un fremito d'amore i loro rami fronzuti sul capo, per difendermi dal sole... E quelle poltrone lì non mi stendono forse i loro bracciuoli con un amabile s'accomodi? Grazie tante, più tardi, dopo desinare! Ma io capisco il segreto di così bell'accoglienza! Contadini e asini, cani e servitori, mobili e piante, presentite tutti _(abbassando la voce)_ che il vero padrone qui sono io! _(il servo dalla destra saluta con un profondo inchino Tullio, ed esce dalla sinistra)_ Che cosa dicevo? E se quello lì non è un imbecille, mi manda subito la mia Luigia... Se si fosse fatta più bella, se fosse per giunta allegra e spiritosa, allora io non avrei più nulla a desiderare! Ma perchè tante immeritate grazie di Dio? Perchè io ho la fortuna di essere nipote di uno zio che vale tutti gli zii di America!

SCENA XII.

_LUIGIA dalla sinistra. DETTO._

LUIG. — Tullio?

TULLIO _(aprendo le braccia)_. — Luigia?

LUIG. _(stendendogli la destra)_. — Con quanto piacere ti rivedo!

TULLIO. — E io! Ma non mi dai che una stretta di mano, cuginetta sempre più bella, cara ed elegante?

LUIG. — Zitto, zitto, e basti anche per l'avvenire.

TULLIO. — Tu vuoi far star zitto un avvocato e un avvocato che ti vuol bene? Ma non sai che quando pensavo a te non c'era più verso di studiare?

LUIG. — Dimmi, pensavi spesso a me?

TULLIO. — Ma ogni ora, ogni momento!

LUIG. — E allora devi aver studiato benino.

TULLIO. — Ma che studiare: avvocato si nasce.

LUIG. — E tu sei di quelli nati apposta?

TULLIO. — Mi lusingo che sì; ma non c'è merito, come a nascer sani, belli e spiritosi..... Parlo degli uomini che lo sono!

LUIG. — Ho capito, si nasce avvocati come si nasce modesti. Ma lascia che avverta lo zio del tuo arrivo, e faccia servire il vermouth agli amici tuoi e suoi.

TULLIO. — Senti: non ho il piacere di conoscere gli amici di tuo padre; ma se, in fatto d'appetito, somigliano ai miei, ti assicuro che non hanno bisogno di stuzzicanti per farsi onore. Siccome poi tuo padre mi rimanda in città, lascia che io approfitti di questo momento per assicurarti che nessuna delle tante cose belle e preziose che possiede m'è più cara del tuo affetto.

LUIG. — Del mio affetto? Ma tu parli di cosa che ancora non hai.

TULLIO _(stupito)_. — Tu non mi vuoi più bene?

LUIG. — Come cugino, sempre. Ma, come aspirante alla mia mano...

TULLIO. — Poco?

LUIG. — Nulla.

TULLIO. — È meno che poco... Oh! Anche tuo padre mi ha detto che tocca a me a conquistarti; ebbene, io ti farò vicino e lontano una corte così assidua ed insistente, che se anche tu avessi il cuore freddo e duro... come quello d'un Pubblico Ministero, bisogna tuttavia che tu venga a quelle conclusioni che debbono formare la felicità della mia vita.

LUIG. — Ed io ti dico subito che ho tanta stima di mio padre, che, senza rinunziare al diritto di dire la mia opinione, lascio fin d'ora al suo criterio il giudizio definitivo.

TULLIO. — Ho capito. Egli farà da tribunale, e senza appello; qualcheduno si incaricherà certo di contrastarmi la vittoria, e questo farà da Procuratore del Re...

LUIG. — Può essere!

TULLIO. — Ma tu sola sei la Giurìa! E io so come si fa coi Giurati. Io ho la mano leggera, delicata e svelta che fa bisogno per toccare i tasti più commoventi!

LUIG. — Tu parli della Giurìa come d'un pianoforte?

TULLIO. — Già, mentre non è che un piano debole! Mi sentirai; sono così sicuro di me, che ti dico subito che la sinfonia che io suonerò ha tre parti: prima, la parte seria, andante maestoso, per persuaderti che sono un giovane ammodo, serio quando occorre, con qualche cosa qui in mezzo alle ciglia; parte seconda, mi bemol minore, violini colle sordine, clarini e viole d'amore, indirizzata al cuore... prepara molte pezzuole; parte terza, _(con un gesto)_ la stretta finale, con un prestissimo e una corona, per te sola, invocata da tutti e due!

LUIG. — Ebbene, io sentirò la sinfonia, e, se mi commoverà, se mi convincerà che tu sei veramente l'uomo che corrisponde al mio ideale, lo dirò al babbo.

TULLIO. — (Ha un ideale!)

SCENA XIII.

_GIUSEPPE, VALORI, PETRONIO, MARCOLINI e SILVESTRI dalla sinistra. DETTI._

GIUS. — Ma Luigia, quel vermouth? Tullio?! Qua! _(aprendogli le braccia)_ «Dignus es intrare!» _(agli altri)_ Mio nipote Tullio. _(a Tullio)_ L'avvocato Silvestri, sostituito Procuratore del Re...

TULLIO. — (Mi è già antipatico). Fortunatissimo della sua conoscenza.

GIUS. — Due tuoi amici, l'avvocato Barbariccia e il signor Marcolini...

TULLIO _(con una stretta di mano a ciascuno)_. — La fenice dei giovani di studio, il mio fido consigliere! — Bravo Petronio, sei stato di parola. _(a Giuseppe)_ Penna scultoria e indipendenza a tutta prova...

GIUS. — (Dalla grammatica...) L'ho sentito.

TULLIO. — Un po' amico dei paradossi, ma profondo.

PETR. — Grazie di questa giustizia.

GIUS. — (Allora profondo quanto modesto).

TULLIO _(a Gius.)_. — Il Marcolini colla sua esperienza mi insegnerà le scorciatoie e lui col giornale mi farà un po' di strombettatura: non potrei essere più fortunato.

GIUS. — Scorciatoie? Strombettature sui giornali? Ma io ho fatto la mia carriera senza tutta questa roba!

TULLIO. — Lo credo io! La scuola classica italiana, la scuola antica, severa, dignitosa, aristocratica. Ma allora eravate in pochi, e si capisce, chi mi vuole, mi meriti. Ma ora che gli avvocati sono numerosi quanto i _tram_, i tabaccai ed i liquoristi; adesso che per ogni birba ci sono almeno due avvocati, non sono più i clienti che debbono cercare umilmente gli avvocati, ma sono gli avvocati che debbono dar la caccia ai clienti, battere la gran cassa per attirare l'attenzione sopra di sè, ed arrivare a chiappare qualche merlotto!

GIUS. — Non pigliamo le cose così alla leggera, caro Tullio. Ci sono dei principii intorno a cui giova intenderci e subito...

TULLIO. — Sicuro, perchè dopo desinare i principii non sanno più di nulla.

GIUS. — Tu hai troppo spirito, quando non dici delle freddure, per credere che in te mi basti l'essere nipote ed avvocato.

TULLIO. — Oh! Farei torto a lei, a Luigia ed a me stesso.

GIUS. — Bravo; ma senti e ricorda queste poche parole che io credo di poterti dire dinnanzi ai tuoi amici, ai nostri amici, perchè sono sicuro che qualunque sia la loro opinione, le approveranno tutti. Noi, poveri vecchi della generazione passata, tramontiamo in uno splendido periodo di luce; ma non è che l'aurora di un giorno più fecondo e senza tramonto per la gloria della patria, se voi altri giovani, invece di atteggiarvi ad _esprits forts_, che, senza aver fatto nulla, trattano di rettorica le virtù ed i fatti che hanno giovato a fare l'Italia, avrete ereditato anche i nostri entusiasmi per ogni cosa che ci faccia veramente civili, onorati e forti; se voi altri, invece di addormentarvi su glorie non vostre, saprete preparare un avvenire, se non più glorioso, più virtuoso e sapiente. A te che porti il mio nome, io non domando quale scuola seguirai, ma carattere; non fortuna, ma costanza, e sopra ogni cosa quella che nel nostro paese è ancora tenuta in pregio più dell'ingegno e della fortuna, l'onestà: ora a te il convincermi del valore e della virtù dell'avvocato, anche ad una prima causa, a te il meritare colla mia la stima e l'affetto della mia Luigia! _(lo abbraccia)_

GLI ALTRI _(meno Luigia)_. — Bene! Bravo!

SCENA XIV.

_PROSPERA dal fondo. DETTI._

VAL. — Le sue parole le vorrei scritte sulle pareti delle scuole, delle officine, delle caserme, come sui muri delle piazze!

GIUS. — Tu sei un adulatore!

PROSP. — Scusi se interrompo, quel signore che è venuto stamattina, quello che cercava di suo nipote, vorrebbe dire una parola all'avvocato Barbariccia.

PETR. — Eccomi. _(esce con Prospera dal fondo)_

GIUS. _(a Tullio)_. — Riparo ad una dimenticanza grave: il signore, uno dei miei migliori amici, è il cavaliere Valori, un soldato valoroso ed un industriale modello...

VAL. — Ora sei tu l'adulatore!

TULLIO. — Lo zio ha ragione: mi ricordo quanto dissero di lei i giornali allora che fu ad un pelo di essere ucciso, dopo di essere derubato, senza contare il pericolo di bruciare colla sua officina! Che birbone, che fior di canaglia quel mascalzone che s'era preso fra i suoi lavoranti!

VAL. — La ringrazio del suo interesse; ma a che questo processo, dal momento che l'imputato si è reso contumace?

TULLIO. — Contumace? (O che bell'asino!)

VAL. — Mi darà un grave disturbo, nient'altro. E se anche il reo sedesse sul banco degli accusati, non mi meraviglierei di essere fatto segno a qualche pubblica insolenza, visto lo abuso del diritto di difesa che si fa da qualche avvocato.

SCENA XV.

_Un SERVO dalla sinistra. DETTI._

IL SERVO. — Se vogliono intanto restare serviti del vermouth, è preparato in sala, dove ho fatto accomodare gli altri invitati. Fra dieci minuti si darà in tavola.

GIUS. — Signori... Tullio, porgi il braccio a Luigia... A proposito, l'abuso della difesa spero non apparterrà alla scuola dell'avvenire?

TULLIO. — Oh! Scuola vecchia o scuola nuova, se l'avvocato non s'inspira alla coscienza...

SILV. — Può magari servire tutte le ambizioni, diventare deputato e ministro...

TULLIO. — _(fissando Silvestri)_ Sicuro; ma la sua eloquenza non sarà che la civetteria della menzogna...

SILV. — Il trionfo della ciarla.

TULLIO. — Bravo e grazie di questo compimento delle mie idee... (Quanto mi è antipatico!)

SCENA XVI.

_PROSPERA, PETRONIO e BOBI dal fondo. DETTI._

PETR. — Un momento, Tullio, un minuto solo per un affare urgentissimo.

TULLIO. — Ma non si potrebbe differire dopo pranzo?

PETR. — No; si tratta probabilissimamente di un cliente coi fiocchi.

SILV. — Posso offrire il mio braccio alla signorina?

GIUS. — Certamente... _(a Tullio)_ Ma spicciati... _(agli altri, avviandosi)_ Mi duole che non possa essere fra noi anche il nostro bravo deputato Alessandri, e che pur troppo non ci sia oramai più speranza..... _(a Tullio)_ Non perder tempo..... _(esce con Valori, dopo Silvestri e Luigia, dalla sinistra)_.

PROSP. — Il deputato Alessandri, ma non lo dicano a tavola, è morto in questo momento. _(si avvia verso la sinistra)_

TULLIO. — Allora questo collegio è vacante!

PROSP. _(volgendosi agli altri)_. — Per poco! Per poco!

PETR. — Lei sa chi vi si porterà?

PROSP. — Altro che lo so! Lo si dice da tutti: dall'avvocato Silvestri, un giovane proprio per la quale, a cui tutti vogliono un bene dell'anima!

TULLIO _(ridendo)_. — Pensiamo: il sostituto Procuratore del Re!!

PROSP. — E con questo? Se mai ci fosse qualcheduno che volesse farsi sotto, gli dicano che perderà il tempo e le spese, perchè l'avvocatino piace agli uomini e alle donne; e quando si piace anche alle donne, significa che s'ha dalla sua tanto i santi lassù... che i diavoli laggiù. _(esce dalla sinistra ridendo)_

TULLIO. — Io temo di capire!

PETR. — E io ho bell'e capito. Il Silvestri si farà facilmente un onorone nel processo Valori, e sarà eletto.

TULLIO. — Ma se io contassi sull'influenza di mio zio?...

PETR. — Per approfittarne bisognerebbe passare armi e bagaglio nel suo campo, che è il campo conservatore, il campo del Silvestri; ma allora io ti pianto e ti combatto, e ad ogni modo la tua carriera è bell'e suonata. Se tu invece potessi stargli a fronte nel _débat_ Valori, _debutteresti_ clamorosamente, ed io ti sosterrei, tanto attaccando ogni giorno il Silvestri, quanto facendo la tua apologia, e così il nostro rivale, sia in tribunale, quanto in collegio elettorale, finirebbe per essere completamente _ecrasato_!

TULLIO. — Ma che _ecrasato_, se l'imputato è contumace e sarà difeso di ufficio! E sai che cosa temo io dopo le parole di quella donna? Che il Silvestri aspiri anche lui alla mano di mia cugina, sì; e così io corro il pericolo di perdere, non solo l'elezione a deputato, ma anche la mano di Luigia, colla eredità dello zio... E l'imputato è contumace! Oh il malfattore volgare! Oh lo stupido brigante cretino!!

PETR. — O la triplice quintessenza d'imbecille che perde l'occasione di scapolarsela con una miseria di condanna!

BOBI _(facendosi in mezzo a loro, guardingo, sottovoce)_. — E se andasse invece a costituirsi?

TULLIO. e PETR. _(sbalorditi)_. — Lei lo conosce?

BOBI. — Un momento. Sanno che ha fatto Bobi Lascifare?

TULLIO. — È imputato di incendio, furto e tentato omicidio: una stupenda causa.

BOBI. — E se non si presenta al _divertimento_, sarebbe condannato?

TULLIO. — Con tutto il rigore della legge, tanto che se scampa alla pena di morte, non scampa certo alla reclusione a vita.

BOBI. — Mondo... bello! Il gioco è grosso...

PETR. — Ma se si presenta, assistito da un avvocato come lui, una miseria, seppure non è l'assoluzione, il trionfo della innocenza!

BOBI. — Innocenza? Troppo lusso! E costa troppo!

TULLIO. — Che costare d'Egitto! Ma neanche un soldo! Non ha capito che, a premio della mia vittoria, ci sarebbe la mano d'una ricca e bella fanciulla, l'elezione a deputato, e una pingue eredità? Ma che cosa vuole che io faccia di qualche centinaio di lire?

PETR. — Fa meglio: se egli conosce Bobi, sa dove pigliarlo e lo induce a costituirsi senza perder tempo, fagli un bel regalo.

TULLIO. — Giusto: io darò a lei quanto avrei domandato a Bobi se la sua sorte non fosse legata alla mia ambizione ed alla mia felicità.

BOBI. — Allora qui, due parole all'ufficiale dei carabinieri quassotto, per raccomandare... che mi trattino bene.

TULLIO. e PETR. — È lei?!

BOBI. — Si dice!

PETR. — Scrivi!

TULLIO. — Subito! _(scrive)_

BOBI. — E rimane inteso, in tribunale negherò tutto.

TULLIO. — No; confessa tutto, o sei perduto! Ma ti rivedrò in prigione domani... Ecco la lettera... Un momento... Quando mi vedrai trarre di tasca la pezzuola per soffiarmi il naso, secondami in tutto e per tutto!

BOBI. — Inteso. Vado giù... al fresco. Mi piace quella caserma... È ariosa e allegra... E poi per pochi giorni!... Mi figurerò di essere all'ospedale.

TULLIO _(sentendo venir gente)_. — Via subito!

BOBI. — _(Saluta, si mette il cappello sulle ventiquattro..... finta uscita)_ Scusino, che c'hanno dei sigari loro?

TULLIO. — Ecco i miei, eccoli tutti.

PETR. — Ed ecco anche la scatoletta dei zolfini.

TULLIO. — Non ti occorre altro?

BOBI. — Quello che m'ha promesso, il trionfo, niente altro.

TULLIO. — Nient 'altro!.. Ma non perder tempo.

BOBI. — Vado! _(acceso il sigaro, li saluta confidenzialmente, e s'avvia al fondo colle mani in tasca, come se andasse a festa — e poi, dal fondo, rivolgendosi)_ — Oh! Che parleranno di me i giornali?

TULLIO. — Tutti!

PETR. — Ti farò fare anche il ritratto!

BOBI. — Allora bisogna dire che l'ho proprio trovato il mio avvocato, mondo cane! _(esce dal fondo zufolando)_

TULLIO. — Bada che, se non corri, ti morde!

PETR. — Tullio?

TULLIO. — Petronio?

PETR. _e_ TULLIO _(fuori di sè dalla gioia, abbracciandosi, con uno scoppio di sonore risate)_. — Ah! Ah!

SCENA XVII.

_GIUSEPPE, MARCOLINI, VALORI, SILVESTRI, LUIGIA e PROSPERA dalla sinistra. DETTI._

GIUS. — Quel signore è forse un cliente?

TULLIO. — Sì, un cliente che debbo all'amico, il migliore dei clienti: quello che mi aprirà ad un tempo il tribunale, il Parlamento _(con galanteria a Luigia, pigliandola a braccetto)_ e il paradiso!

GIUS., MARC., VAL. — Bene! Bravi!

(Suono di campana dalla sinistra: si avviano tutti a sinistra per uscire)

PROSP. — A tavola! A tavola! _(cala il sipario)_

FINE DEL PRIMO ATTO.

ATTO SECONDO

Gran sala della Corte d'Assise, di aspetto maestoso ed imponente, con galleria accessibile al pubblico, a destra. In fondo il banco dei giudici, alquanto più elevato del banco dei giurati che sta a sinistra. — A filo di sipario: a sinistra il banco del Pubblico Ministero: a destra, di faccia al Pubblico Ministero, quello della difesa; pure a destra, ma più verso il proscenio e accosto alla prima quinta, siede l'accusato. A sinistra, dietro la difesa, seggiole per Valori, Prospera e Luigia. — Sui banchi l'occorrente per iscrivere, bottiglie d'acqua e bicchieri. — Un campanello e alcuni libri su quello del Presidente. — È giorno.

SCENA I.

_Il PRESIDENTE, QUATTRO GIUDICI, ed il CANCELLIERE al banco di prospetto, l'USCIERE fra i Magistrati e la galleria; i GIURATI fra cui GIUSEPPE e GEREMIA al loro posto; PROSPERA e LUIGIA sedute fra i Giurati e il Pubblico Ministero; SILVESTRI al suo posto; VALORI seduto fra Silvestri ed il centro della scena alla ribalta; TULLIO al suo posto di avvocato della difesa; BOBI sulla scranna dell'accusato fra due CARABINIERI; MARCOLINI e PETRONIO nella galleria affollata di curiosi._

SILV. _(in piedi, continuando il discorso)_. — Signori Giurati, la concorde unanimità delle testimonianze rende breve e facile il mio compito. — La sorte ha dato all'accusato quanto è necessario per rendere la vita felice ed onorata, poichè egli ebbe dalla famiglia quell'educazione del buon esempio che possono dare ricchi e poveri, dalla società tutti gli agi d'istruirsi che la civiltà diffonde ora nelle classi meno agiate, e dalla natura infine quella robustezza che dopo la volontà del lavoro è il più prezioso tesoro del popolo. Dalle informazioni raccolte dalla Sezione d'accusa noi vediamo invece che l'obbligo della coscrizione lo trova a vent'anni nemico della casa, della scuola, del lavoro. Ma la scuola del soldato potrebbe forse avere qualche effetto sopra un essere che il vizio e la beffa triviale di ogni cosa rese insensibile ai sentimenti della famiglia e della patria? Non c'è quindi da fare le meraviglie se la sua vita militare passa quasi tutta fra l'ospedale e la sala di disciplina; se appena congedato egli cerca subito in uno dei cento mestieri senza fatica con cui si maschera presso di noi la mendicità, un pretesto al suo beato non far nulla. Vivere in istrada equivale ad avviarsi al banco di un tribunale, e noi ve lo abbiamo già trovato sotto l'accusa di essersi appropriato un oggetto prezioso.

BOBI. — L'aveva trovato!

PRES. — Aspettate a parlare che siate interrogato.