Un avvocato dell'avvenire Le Commedie, vol. 1
Part 2
PROSP. — Un momento! _Non ha mai pensato_ è una cosa che non sa che Domineddio, e quanto al domandare, si può far presto, veh! E tuo cugino l'ha forse domandata la tua mano? No. È tuo padre che s'è ficcato in capo di fare questo bel matrimonio. Tuo cugino ti sposerà, bel merito, colla tua dote! ma non potrà mai dire di aver dimostrato di volerti bene: sono de' begli anni che non s'è degnato di lasciarsi vedere! Scommetto che non lo riconosceresti neanche.
LUIG. — Lo vedrò oggi; se mi piacerà la sua persona ed il suo contegno e se mio padre lo vorrà, lo sposerò; altrimenti aspetterò che se ne presenti un altro migliore.
PROSP. — Allora l'avvocato Silvestri?
LUIG. — Fin che non ho veduto e studiato un pochino il cugino, non mi dichiaro per nessuno.
PROSP. — Ma il Silvestri non ti dispiace?
LUIG. — No; sono anzi convinta che è un giovane ammodo...
PROSP. — To' un bacio! Anzi due!
LUIG. — Perchè?
PROSP. — Perchè sarà un ghiribizzo, ma io sarei tanto consolata di vederti sua moglie, tanto persuasa che saresti maritata bene, che non ti dico che questo: se fossi ancora giovane come te, brutta non lo era neanch'io, me lo piglierei io subito subito!
SCENA II.
_GIUSEPPE dal giardino in abito da uscire. DETTE._
GIUS. — Brava la mia Luigia: già tutta in gala!
LUIG. — Per far onore ai tuoi invitati ed al cugino. E dimmi, come sta l'Alessandri?
GIUS. — Pur troppo non c'è più nulla da sperare.
PROSP. — Oh! finchè c'è fiato c'è vita.
GIUS. — Il guaio è che è giusto il fiato che comincia a mancare al nostro deputato. È tutto in ordine, Prospera?
PROSP. — Tutto. Vedrà la tavola. Fiori a bizzeffe. Nel bel mezzo, fra i posti d'onore, il gran trionfo d'argento.
GIUS. — A proposito dei posti d'onore, ti sei ricordata che il nostro vecchio Vicario va matto per lo stufato al Madèra?
PROSP. — Si figuri! Per assicurarmi ho voluto assaggiare il Madèra che ha fatto venire di città: eccellente!
GIUS. — Speriamo che non ti sia ingannata.
PROSP. — No, perchè anche il cuoco ed il cocchiere l'hanno trovato meraviglioso.
GIUS. — L'hanno assaggiato anche loro? E non l'ha assaggiato nessun altro?
PROSP. — Si, un ditino la cameriera che l'ha trovato sublime.
GIUS. — Allora non c'è più da sperare che una cosa: che lo possa assaggiare un pochino anche lo stufato. — Ma avete pensato a quelli che non pranzano mai e desinano di rado?
PROSP. — C'ha pensato lei e basta! Già se lei è rispettato e benedetto da tutti lo deve a questa sua figliuola così cara, bella e buona!
LUIG. — Quando la smetti?
PROSP. — Che ho forse da benedire il giorno in cui qualche omaccio ti porterà via dai piedi?
GIUS. — Nessuno me l'ha da portar via la mia Luigia: sposare, oh questo sì, se la si merita; ma in casa, sempre con me!
LUIG. — Quanto sei buono! _(lo abbraccia)_ Bada, Prospera, che laggiù al cancello c'è un signore e non c'è nessuno ad aprirgli.
PROSP. — Corro io subito. Ma che faccia proibita! Che sia uno degli amici dell'avvocatino Tullio?
GIUS. — Possibile che in tanti anni non ti sia svezzata dal metter fuori quanto ti viene in bocca? Davvero che faresti dubitare della perfettibilità dell'uomo!
PROSP. — Scusi, commendatore; ma s'io fossi perfetta sarei troppo noiosa, e poi con sua licenza io non sono un uomo, no davvero! _(corre via dal fondo)_
GIUS. — (E neanche una donna alla tua età: un essere neutro!) Oh! mentre siamo soli, dimmi un po', sei contenta di rivederlo questo cugino che con te forma ora la mia famiglia?
LUIG. — Contentissima, e spero che egli sia degno dell'interesse che gli porti.
GIUS. — Lo deve essere degno, e lo sarà, se il suo cuore è all'altezza del suo ingegno. Ma il tuo cuore è sempre libero?
LUIG. — Liberissimo, te l'ho già detto.
GIUS. — Sì; ma da un giorno all'altro voi altre ragazze...
LUIG. — Sarà; ma io non preferisco nessuno, neanche fra i giovani ammessi in casa. Non c'ho gran merito, veh! poichè nessuno di loro, fuori dei soliti complimenti, dimostrò mai di voler aspirare alla mia mano... E l'avvocato Silvestri non fa neanche i complimenti!
GIUS. — Sfido io: un sostituto Procuratore del Re! Ma è un giovane proprio di proposito, che ha un alto ideale della vita...
LUIG. — Davvero?
GIUS. — Certo. Ho visto più d'una volta che mentre può accendersi per un'impresa generosa, il sentimento del dovere parla in lui sempre più forte dell'entusiasmo... Noi abbiamo molto bisogno di giovani cosiffatti... Anzi, se non ci fosse... (Ma che dico?) Parliamo di Tullio... Vedi, io sarei proprio contento che ti piacesse, e che fosse degno di te, perchè col dono della tua mano riparerei senza farti torto alle ingiustizie della sorte che bersagliò il mio povero fratello.
LUIG. — Tu giudicherai se egli mi convenga; quanto al piacermi o no, non dubitare che te lo dirò presto, sinceramente e senza leggerezza.
GIUS. — Oh brava la mia Luigia, e sta pur sicura che se non ti piace non l'hai da sposare.
SCENA III.
_BOBI dal fondo con PROSPERA. DETTI._
PROSP. _(a Bobi)_. — Ecco il signor avvocato Savelli.
BOBI. — Lui?
LUIG. — Vado ad aspettarti in giardino. Prospera. Signore... _(esce dal fondo)_
PROSP. — Vengo subito. _(a Bobi porgendogli una sedia)_ S'accomodi.
BOBI. — Ma è proprio lei l'avvocato Savelli di cui parla il giornale? Me lo davano per uomo di prima gioventù, e lei...
GIUS. — Si figuri che io sia della seconda, di quella che non finisce più. Con chi ho il piacere di parlare?
BOBI. — Con me e faccio l'accollatario.
GIUS. — Badi che ho smesso giusto ora di fare l'avvocato.
BOBI. — Possibile? Ma se si trattasse d'un affare che le darebbe onore e quattrini?
GIUS. — Quanto a quattrini mi contento di quelli che ho guadagnato in quarant'anni di lavoro assiduo; per l'onore, se n'avessi bisogno, sarebbe un po' tardi.
SCENA IV.
_SILVESTRI dal fondo. DETTI._
PROSP. — L'avvocato Silvestri. Venga, venga!
GIUS. — Benvenuto, signor Silvestri. _(a Bobi)_ Ma se io non posso avere il piacere di servirla e le basta un consiglio, ecco un avvocato che conosce la legge appuntino e che è cortese quanto bravo.
SILV. — Troppo onore, signor commendatore. _(a Bobi)_ Dica liberamente.
BOBI. — (Commendatore? Ma allora non è lui). Ecco, le dirò: io ho avuto una commissione curiosa. Sa lei del processo Valori che si sta per fare?
SILV. — Nessuno lo conosce meglio di me. Farà molto rumore, sebbene non mi sia riescito di mettere le mani addosso al reo.
BOBI _(sbalordito)_. — Lei?
SILV. — Sostituto Procuratore del Re ai suoi comandi.
BOBI. — Obbligato!... Non s'incomodi!... Mi rincresce di essermi dato tanto disturbo... Cioè!... Basta.
SILV. — Come le piace. _(si riavvicina a Giuseppe)_
PROSP. _(a Giuseppe)_. — Mi dimenticavo di dirle che il cocchiere domanda se ha da andare alla stazione ad aspettare il cavalier Valori.
BOBI. — Valori?!
SILV. — L'industriale di Belmonte, quello che poco mancò non fosse per ogni verso vittima dell'imputato...
GIUS. — Se approfitta del mio legno per recarsi alla stazione, lo vede.
BOBI. — Grazie tante! Non voglio far altre conoscenze io! E poi mi fa meglio andare a piedi... Ma lei non ha un figliuolo che s'è messo soltanto or ora a far l'avvocato?
GIUS. — Il nipote, Tullio Savelli.
BOBI. — Ecco quello che io cerco, quello di cui parla il giornale, Tullio!
GIUS. — Se ritorna fra un'oretta, o va alla stazione lo vede.
BOBI. — Vado alla stazione. (Ma non vorrei imbattermi nel Valori...) _(a Prospera)_ Non c'è altra strada per andare alla stazione?
PROSP. — Sicuro che c'è; il sentiero per i campi in faccia alla porta del giardino, giù dritto fino in fondo alla scesa. Laggiù troverà una bella casa con tanto d'arme sulla porta, la infili sicuro come in chiesa, attraversi l'orto e darà subito del naso nella stazione.
BOBI. — Gli è il fatto mio... Ma che cos'è quella bella casa coll'arme sulla porta in cui devo entrare?
PROSP. — La caserma dei carabinieri.
BOBI. — La caserma dei carabinieri?! _(esce rapidamente dal fondo seguito da Prospera sino alla soglia)_
PROSP. — Ma non di li! Per il sentiero! — Gli dico di qua e lui va di là! _(gli scompare dietro)_
SILV. — Mi permette, signor commendatore, che io approfitti di questo momento in cui siamo soli per dirle due parole?
GIUS. — Volentieri. S'accomodi. (Che mi vorrà dire? Forse del processo...)
SILV. — Comprendo che abuso forse della sua bontà; ma non posso differire la preghiera che sto per farle.
GIUS. — Lei non abusa di nulla, ed io sarò lietissimo di provarle quanta stima ho per lei. Dica adunque liberamente.
SILV. — Ebbene, sappia che io non ho potuto frequentare la sua casa senza rimanere vivamente colpito dalle grazie dello spirito e della persona della sua signorina.
GIUS. — Come? Come? E aspetta a venirmelo a dire adesso che sta per arrivare quel nipote che desidero dare in sposo a mia figlia?
SILV. — Sì, perchè non l'ho saputo che stamane.
GIUS. — E lei, appena saputo che io desidero questo matrimonio, invece di dire: pazienza, dovevo venir prima, sono arrivato troppo tardi, viene a confessarmi il suo amore giusto quando sta per arrivare l'altro! Eh! non c'è che dire, questo si chiama proprio scegliere il momento buono! Ma sa che se io non la conoscessi per giovane educato e modesto, m'avrebbe l'aria di dirmi: non la dia al nipote la sua Luigia, che non la merita, la dia a me che la merito il doppio!
SILV. — Mi perdoni; ma io non posso esser venuto a domandarle la mano della sua figliuola.
GIUS. — E a quale scopo mi viene allora a fare la sua confessione? Dal momento che sa che la ragazza è destinata ad altri, mi pare che l'incidente sia bell'e esaurito! Io l'ho invitata alla piccola festa che faccio in casa per l'inscrizione del nipote nel collegio degli avvocati: se rimane mi fa un piacere; ma se teme di non potersi contenere, io la lascio in libertà, e amici come prima.
SILV. — Mi farò forte, e poi il rispetto che ho per lei basterebbe a ricordarmi il mio dovere.
GIUS. — (Povero giovane!) Ma un momento: Luigia non sa nulla di tutto questo?
SILV. — Oh, senza il suo consenso!
GIUS. — Bravo! Bravo davvero! (Lo fa apposta a condursi così bene!) Mi duole, sa, che m'abbia fatto questa sua confessione, mi duole davvero e tanto più quanto è grande la stima e la simpatia che ho per lei... Si, e non esito a dirle chiaramente che se non avessi il nipote, se il nipote non convenisse, sarei ben contento di avere per genero un giovane come lei. _(si alza)_
SILV. _(con calore, alzandosi)_. — Dice davvero?
GIUS. — Ho sempre detto quello che penso in casa, in tribunale, in Parlamento.
SILV. — Allora io la ringrazio di gran cuore di concedermi quanto sono venuto a domandarle, una speranza.
GIUS. — Ma che speranza dal momento che la dò al nipote?
SILV. — Perdoni; ma lei ha detto che se il nipote per qualche verso non convenisse...
GIUS. — Sì che l'ho detto; ma perchè non ha da convenire? Crede forse che Tullio sia brutto come uno scarabocchio e scipito come una testa di rapa?
SILV. — No; ma se per caso non piacesse alla signorina o non contentasse lei...
GIUS. — Piacerà! Contenterà!
SILV. — Può essere, ma io non rinunzio alla speranza che possa non piacere e non contentare...
GIUS. — Ma guarda che chiodo s'è fitto in capo! Quasi quasi darei subito subito la figlia al nipote senza condizione!
SILV. _(ridendo)_. — Di questo non ho punto timore.
GIUS. — Oh sta a vedere che mi mette in puntiglio! E chi le dice che io non sia capace di farlo?
SILV. — Tutto quanto il suo passato.
GIUS. — Ha ragione.
SILV. — E poi me l'ha già permesso di sperare!
GIUS. — Ebbene speri, speri pure; ma mi lasci dire che se non ha altri moccoli, dovrà andare a letto al buio... e solo!
SILV. — Solo, no... colla mia speranza!
GIUS. — Padrone! Padronissimo!
SILV. — E io la ringrazio nuovamente di questo altro permesso.
GIUS. — To', ora gliel'ho già permesso due volte! Ma ad ogni modo rimane fra di noi due, eh?
SILV. — Sul mio onore.
GIUS. _(porgendogli la destra)_. — Bravo! Io al suo posto dispererei; ma dal momento che a lei fa piacere sperare, che gli ho da dire? Tutti i gusti sono gusti!
SCENA V.
_PROSPERA e GEREMIA GEREMEI dal fondo. DETTI._
PROSP. — C'è questo signore che desidera un consiglio, signor Giuseppe.
GIUS. — Veramente non farei più l'avvocato; ma poichè s'è disturbato a venire quassù, e non si tratta che di un consiglio...
SILV. — Mi permette di accompagnare la signora Prospera in giardino?
GIUS. — Non mi lasci, pigli un giornale. (È vero che si contenta di sperare; ma non vorrei che sperassero in due).
PROSP. — Allora sarà per un'altra volta. _(esce dal fondo)_
GIUS. — Con chi ho il piacere di parlare?
GER. — Geremia Geremei, fabbricante di antichità e di _decorazioni_ a scelta... Solamente a guardarmi lei capisce subito che non ho ammazzato nessuno, e che non vengo a disturbarla per cercare il modo di farla liscia colla giustizia. Amo anch'io la libertà, sebbene sotto certi aspetti si stesse meglio prima, e non c'è nessuno che mi valga nel far la guerra ai preti e nel sostenere i fondi pubblici... Ah! non ho superstizioni io: mangio salame e prosciutto tutti i venerdì...
GIUS. — Un bel coraggio.
GER. — Non lo dico per imbottirmi, sono un buon patriotta; e quando c'era la guardia nazionale buon'anima sua, non ero di quelli che pagavano cinque lire per sottrarsi al servizio! Piuttosto l'avrei fatto io per gli altri, se non mi avessero creduto degno del grado di caporale...
GIUS. — Favorisca di venire al concreto.
GER. — Subito. Il concreto è che m'hanno ficcato nei Giurati.
GIUS. — Poichè è così buon patriotta...
GER. — Sicuro; ma c'è un ma! Anzi ce ne sono parecchi dei ma! Prima di tutto sono abituato a fare tre piccoli pasti al giorno e non posso in coscienza espormi a farne uno solo, in un ambiente troppo caldo, col pericolo di essere preso dal sonno dinnanzi alla Corte mentre un tal peso gravita sul mio stomaco e sulla mia responsabilità. E poi come potrei espormi a firmare una sentenza di morte, io che ho letto _Le ventiquattr'ore di Vittor Ugo condannato a morte_? Mandare in prigione un disgraziato, io che so a memoria _Le sue prigioni_ di Silvio Pellico? Non è possibile, sulla fede ch'io giuro! E per tutto l'oro del mondo... o almeno per una bella somma, non voglio espormi al pericolo di una vendetta per punire un uomo che a me non mi ha fatto proprio nulla. Ah! per difendere la società? Bellina la società! Ognuno per sè e Dio per tutti, dico io. E poi c'è dell'altro. Io ho preso moglie da poco.... Chi non fa la sua corbelleria? E mia moglie, non faccio per dire, è giovane e belloccia; lo sa e non le dispiace che glielo dicano. Ora lei mi capisce, colla bottega aperta al primo cavaliere venuto, con tutti i mosconi che ronzano attorno alla donna degli altri, lei converrà con me che non posso occuparmi delle birbonate fatte agli altri, mentre sono sicuro che tirano di farne una a me delle più solenni! Le _decorazioni_, venderle, questo sì... ma lasciare che gli altri _decorino_ me, no! E poi, e poi che Giurati d'Egitto! Facciano i magistrati, li paghiamo per questo! E che dibattimento, dal momento che hanno potuto coglierli! Che reclusione, che galera! Costa troppo! E se non scappano dura così poco ora anche la galera a vita! Quattro palle nello stomaco ai ladri, dico io, e gli omicida, se non li vogliono impiccare, via, lontano lontano, in un'isola sotto la canicola e che sia tutta tutta ben circondata dal mare!
GIUS. _(che durante lo sproloquio di Geremia ha scambiato qualche sguardo col Silvestri)_. — Lo sono anch'io Giurato nel prossimo processo per l'affare Valori. Conosco poi le condizioni che possono esimere da quest'obbligo, che una volta parve il diritto più solenne e prezioso che ci abbia conferito la libertà!...
GER. — Eh! già, me lo immagino; ma ora le sono quarantottate.
GIUS. — Non le domando se sia elettore politico...
GER. — Credo; ma non ho tempo da perdere.
GIUS. — Se abbia compiuto i trent'anni e sappia leggere...
GER. — Basta che non sia dinnanzi a molta gente.
GIUS. — Se abbia subito delle condanne...
GER. — Un po' di prigione per la guardia nazionale, prima dello scioglimento; nient'altro _(ridendo)_ finora!
GIUS. — Se non sia stato Segretario, Direttore o Ministro...
GER. — Prima d'essere padrone, ero ministro, lo dico senza rossore.
GIUS. — Questo sentimento lo onora; ma io parlo di Ministri di Stato.
GER. — Eh! allora non le venderei le _decorazioni_!
GIUS. — (Le porterebbe tutte lui!) E la salute è eccellente, mi pare?
GER. — Per uno sposo non c'è male, mi contento.
GIUS. — Allora bisogna rassegnarsi a fare il suo dovere, altrimenti incorre in una multa da lire trecento a mille con sentenza della Corte d'Assise, la quale porta con sè il rifacimento di ogni danno e spesa al tribunale, all'imputato ed ai testimoni che nel processo Valori sono oltre al centinaio.
GER. _(scattando in piedi)_. — E questa si chiama libertà? Alla fin fine non l'ho domandato io di fare il Giurato, e se anche ci fossi stato obbligato, mai per farlo per forza!
GIUS. — Signor Geremia, non ho altro consiglio da darle.
GER. _(simulando di essere in collera)_. — E dal momento che con cinque lire si faceva montar la guardia da un altro, perchè non si può incaricarlo anche di fare il Giurato?
GIUS. — Signor Geremei, se desidera anche la mia opinione su questo, le dirò gratuitamente che pretendere una patria senza leggi ed una libertà senza doveri equivale ad essere indegni della patria e della libertà.
GER. — Avvocato, lei mi manca di rispetto!
GIUS. — Sa, con me quest'artifizio non serve: sono venticinque lire che la invito a pagare il mio disturbo.
GER. _(mutando subito tono)_. — Venticinque lire un semplice consiglio, caro signore?
GIUS. — Quando non è cento.
GER. — Ma per un padre di famiglia?
GIUS. — Se non ha preso moglie che ora!
GER. — Sì; ma nella mia parentela siamo un po' come i conigli... Mettiamo quindici lire, via!
GIUS. — Non mercanteggio. _(suona il campanello)_
GER. _(colla borsa in mano)_. — Gli affari vanno così male... Eccole un bel biglietto da venti lire, bell'e nuovo...
SCENA VI.
_Un SERVO dalla destra. DETTI._
GER. — Neanche venti lire? _(aspro)_ Bene, tenga, tenga le sue venticinque lire... Ma io sono molto più discreto nei miei affari.
GIUS. — Piglia quel denaro, Bernardo; lo darai al Vicario per i poveri a nome di questo signore.
GER. _(furioso)_. — Non ci mancherebbe altro che si sapesse che regalo cinque scudi ai loro preti! _(al servo)_ Dite che è lui il donatore e vi crederà: il Vicario sa probabilmente come il signore fa presto a guadagnarli. _(via dal fondo senza salutare, col cappello in capo)_
GIUS. — Ha sentito?
SILV. — Valeva proprio la pena che tanta brava gente consumasse la vita nell'esilio e sui campi di battaglia per avere di cotesti cittadini!
SCENA VII.
_PROSPERA e MARCOLINI dal fondo. DETTI._
MARC. _(parola spedita e volubile, interrotta da frequenti risatine)_. — Mille grazie, signora, ma non mi sono ignote le nobilissime sembianze dell'illustre avvocato commendatore Savelli. _(a Giuseppe)_ Mi scusi, mi perdoni se premendomi di vedere suo nipote mi sono fatto lecito di accettare l'invito fatto senza distinzione agli amici di Tullio, prima di avere l'alto onore di esserle presentato.
GIUS. — Non dica di più e s'accomodi. L'avvocato Silvestri, sostituto Procuratore del Re.
MARC. — L'ho già visto in tribunale; visto, sentito ed ammirato. _(s'inchina a Silvestri e a Prospera, la quale lo ricambia e poi esce dal fondo)_ Dopo lei... Dopo lei, se non disturbo. _(siede)_ Ma se per caso disturbo... _(si rialza)_
GIUS. — Ma la prego... (Che sia già un cliente di Tullio?) Ella conosce adunque mio nipote?
MARC. — Moltissimo, illustre signor avvocato commendatore!
GIUS. — Mi chiami semplicemente come desidero, signor Giuseppe.
MARC. — Modestia antica! Virtù perduta! Non per nulla lei è onore e decoro d'Astrea, degno rivale del Bastiani, il maestro di suo nipote, valoroso criminalista, ma meno di lei forte nel civile quanto nel criminale!
GIUS. — Lei mi confonde... (Deve essere un pezzo grosso). E lei che ne dice di mio nipote, signor commendatore?
MARC. _(si alza, s'inchina e risiede)_. — Grazie, ma non lo sono ancora. Di suo nipote non dico che una cosa, un pensiero, una frase: tutto dimostra in lui che è nato esclusivamente per il foro!
GIUS. _(a Silvestri)_. — Sente?
SILV. — Non mi fa meraviglia; è suo nipote.
GIUS. — E dica, dica, signor cavaliere...
MARC. _(come sopra, alzandosi, ecc.)_. — Grazie, ma non lo sono ancora.
GIUS. — Possibile?
SILV. — Qualche eccezione a cercar bene c'è ancora.
GIUS. — Ma scomparirà, scomparirà presto!
MARC. _(come sopra)_. — Troppo gentile. Suo nipote farà una riescita splendida, fenomenale, direi quasi piramidale, così che eclisserà tutti quanti gli avvocati, e sa perchè? Perchè è nato avvocato come altri nasce poeta, vate, profeta.
SCENA VIII.
_LUIGIA con un mazzo di fiori slegati che depone sul tavolo, dal fondo. DETTI._
SILV. — A meraviglia! Ma lei ha una ricchezza di sinonimi e di aggettivi che sbalordisce.
MARC. — Eh! se toglie l'aggettivo alla letteratura e all'arte oratoria, che cosa resta? E poi due, tre martellate conficcano meglio un chiodo che una sola!
SILV. _(scherzando)_. — È vero che lei piglia così il nostro cervello per un pezzo di legno, ma la spiegazione è evidente.
GIUS. — Senti, Luigia, che cosa dice il signore di Tullio. _(a Marcolini alzatosi)_ Mia figlia, stia commodo, signor..... professore.
MARC. — Non sono professore, grazie. Dicevo che Tullio è avvocato nato. Ma quale meraviglia se il destino lo faceva nascere di famiglia già famosa nell'arte oratoria? Quale meraviglia se sua madre, quasi presàga del futuro, bene vi auspicava battezzandolo col nome del più grande oratore romano, sebbene non fosse veramente un romano _de_ Roma ma Arpinate, l'immortale più che divino Marco Tullio Cicerone?
GIUS. — (Dev'essere un giudice di tribunale). È vero, signor magistrato, è vero.
MARC. — Grazie, non sono magistrato. La sua è adunque una vera consacrazione naturale, originale, direi fatale, sopratutto per le grandi cause criminali, perchè egli ha il segreto del nuovo e dell'impreveduto che intontisce il pubblico; il torrente di filippiche e il fuoco d'artifizio che annichila il Pubblico Ministero...
SILV. — Mille grazie dell'avvertimento.
MARC. _(con un inchino)_. — Era un dovere per me. _(seguitando)_ E infine l'arte superlativa, indispensabile per vincere; l'ineffabile arte di toccar le corde ai Giurati! — La parola essendo un fatto — _for faris_ parlare ed agire — chi disse che il silenzio è d'oro non era certo un avvocato: la parola è un suono, è un'idea, ma forse più giova suono che idea, ed è perciò che Tullio ha una voce e due polmoni che possono lavorare tre, quattro ore come tutto il giorno, vale a dire finchè la parte avversaria non sia rimasta senza fiato. Che armonia in tanta forza! Che varietà di gamme dalle basse per parlare ai giudici, alle medie per i Giurati, alle acutissime per trafiggere il Pubblico Ministero! E a sentirlo vi par sempre che sia uno specialista, lo specialista del soggetto che tratta... _(con sdegno)_ Il mio Tullio un miserabile specialista? Ma allora il concertista meraviglioso non saprebbe suonare che un pezzo, il comico potente non saprebbe recitar bene che una commedia! Tullio invece è tutta un'orchestra, tutta una compagnia di comici impareggiabili!
GIUS. — Senza dubbio, il signore è un artista?
MARC. — Sarebbe troppo onore; ma a lei pare forse che paragonando Tullio ad un attore, gli faccia torto. No, illustre signore, perchè comico ed avvocato sono, in fondo, una cosa sola!
GIUS. e SILV. — Oh via!
MARC. — E glie lo provo subito. Un avvocato non è forse tanto più bravo, quanto più fa valere la parte che si è assunto di rappresentare in Tribunale?
GLI ALTRI. — Senza dubbio.