Ugo: Scene del secolo X

Part 9

Chapter 9 3,468 words Public domain Markdown

--Speranza e fede. Deponi il fardello, pigliati la bimba, ma non farle prender freddo, ve'--e la mamma si spogliò delle pelli con studio d'amore soave, e fra esse avvolse la bimba, e gaiamente scherzando:--Sta qui. La mamma? Sai, è andata a prenderti la nutrice. Tu sei figlia di gran signori e i signori sono allevati da petti venduti. Noi ti diamo una nutrice da imperatori e da regine.... Fammi un bacio, inviziatella, un altro, un altro, un altro. T'ho scaldata a baci?

Ugo da tanto amore si lasciò soggiogare: disse di sì, depose il fardello e la scure: si trovò la bimba sul petto. Quell'alito innocente, tranquillo, purissimo, come l'olezzo dei fiori, parve gli penetrasse al cuore, refrigerando la piaga che v'aveva, più e più squarciata dall'immensa passione: la mente sua che prima in un caos tumultuante rifletteva, per così dire, quel cielo uggioso, quella natura squallida, senza avere un pensiero distinto, tutta presentimenti e tristezze, la mente accolse una idea di pace. Imilda l'aveva guardato negli occhi, e nelle pupille della donna c'era più che lo sguardo della madre e della moglie. Ugo fremette dolcissimamente, e, quasi meravigliato di sè, vezzeggiò la bimba, con garbi fanciulleschi, come nei giorni felici, e sorridendo spiò Imilda che si allontanava.... Quante memorie, sì, ma quante speranze rinate! Quando l'uomo, anche perseguitato dal più perverso destino, ha con sè i suoi tesori, una donna, una creaturina, che gli hanno ridato una pace e una fede gentile! Sì, quali e quante speranze! Ugo in quello sterminato deserto si sentì a un tratto contento....

--Bada al ponte!--Ugo gridò dietro a Imilda. Imilda era al ponte: la si volse, come dicendo:--Sta tranquillo!--si fece il segno della croce, passò al di sopra delle acque fragorose, e lesta lesta fu alla capanna. Quanto avrà pianto e sorriso! Quanto avrà pregato per Ugo, per la figlia, per lei! E, solissima, finalmente avrà supplicato--O padre! o padre, mi perdona!... Padre, ero nata da te, ma ero nata per l'amore!... Non mi guardi più?

Ugo, non trovandosi per un momento Imilda al fianco, provò d'amarla doppiamente.--O mia donna!--proruppe:--La mia grande sventura è la mia ventura! Sì, se gli uomini mi condannarono alla fuga, alla solitudine, all'esiglio, la mia stella mi concesse la ferma, la piena, l'unica vita dell'affetto! Come ho amato! Come amo! Laggiù in mezzo agli uomini, all'armi, alla potenza, avrei provato tutto lo squallore del deserto! Trista era l'anima mia più che l'avello dei morti! Volevo vivere e morivo, volevo morire e vivevo! L'odio e l'amore!... In poco tempo s'era squassata l'anima mia.... Quassù ho dimenticato i miei nemici, i miei più fieri, Oldrado e Guidinga, il mio fìerissimo Ugo ho dimenticato, e sono Silverio.... O mia donna! Che cos'è Dio? l'anima? il bene? Io non so: so che tu sei il mio Dio, l'anima mia, il mio bene! Tu il mio riposo!... Vieni, ch'io ti voglio: e con un ardentissimo bacio voglio sul tuo cuore suggellare le care speranze che ti allietano questi dirupi dell'esiglio!... Quando in me vedi il boscaiuolo, eccomi pronto a sfidare la valanga, fosse pure per coglierti un solo filo d'erba che ami: quando in me ricordi e compiangi e susciti il cavaliere, eccomi, armato come vedesti, audace senza l'elmo, insignito di sproni d'oro, tremendo figlio d'una traditrice e di un tradito, non quale fui, meschino in confronto alla tempesta che mi ruggeva in petto, ma quale avrei voluto essere, eccomi.... come un paggio a' tuoi piedi.... e tu comanda! Tu non comandi mai, Imilda! Tu desideri, tu guardi, tu baci.... Tu mi hai donato una bimba.... O fanciullina mia, non sai come si chiami tuo babbo? Silverio? Ugo? Si chiama felice: e ti basti. E qual vita ebbe? Nessuno mai te lo racconterà, perché andremo in terra straniera: noi taceremo gli strazi di un dì, perchè non turbino le famigliari gioie della nostra povertà!... C'è Bonello? c'è Oberto? c'è Adalberto laggiù? Io, fuggendoli, li oblìo!... O fanciullina, che so del mio ieri, del nostro domani? So che ti amo, ti bacio, e ti supplico:--Tu chiuderai gli occhi a tuo padre!--O mia donna! o mia bimba!... È triste momento questo, ma io non so perché provo nell'anima unicamente l'amore! Perché? Imilda ha fatto un voto. E per quello sento d'amarvi _sette volte sette_, come porta la mia scomunica! Ed ecco il mio premio!

Imilda dall'orticello tornava colla capretta. Quali erano i suoi pensieri? La capretta le era dinnanzi irrequieta di contentezza: lei dietro tenendole fanciullescamente una funicella al collare e canterellando, quasi per dire al suo Ugo:--Ho veduto quelle pareti: senti, ma non soffro! Sii contento, Mio Ugo, ti voglio tanto bene!--e quasi ancora per dire alla bimba:--Odi la mia canzone? Ti voglio tutto il mio amore!--

Imilda giungeva al torrente. Ugo guardò sorridendo.... Imilda e la bestiuola erano a mezzo del ponte: Imilda si fece il segno dì croce: la capretta in quel momento, ravvisando la bimba, per molta gioia diede un lancio all'innanzi, saltando sul ciglione diruto. La donna fu trascinata da quella con troppa furia su quel tronco stretto e vacillante. Ugo vide due braccia agitarsi, rinculare la capra, poi sollevarsi un turbinìo di schiuma.... E il ponte era deserto!

In quell'attimo Ugo tese spaventosamente le mani, sforzo d'aiuto inutile e pericolo per la bimba, la quale poco stette gli sfuggisse e cadesse: poi s'avventò, rugghiando, al torrente.... La capra e la donna erano scomparse per sempre!

Giù, giù, al basso, là dove le acque sbalzate a piombo si travolgevano, diguazzandosi nella spuma occhiuta, là i massi rattenevano come un fascio sanguinoso. L'ingorgo avvenuto in quella orrenda chiusura faceva rigurgitare le nuove acque cadenti, finché queste ebbero forza di spazzare: allora quel fascio, trafitto, affondato, aggirato fu spinto sull'orlo, straziato, poi di nuovo giù di balza in balza, di scheggione in scheggione, ora per diritto, ora per traverso.... Avrà avuto la mollissima quiete del galleggiare addormentata solo alla valle, dove il torrente si spiana e bisbiglia d'amore prima di mescersi all'ondoso Chiusone. Imilda!

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L'immensa pietà fece sì che Ugo avesse l'immensa ferocia della belva.

Perché la capra con lei? Perché non la bimba? Non era sua madre quella? Ugo fu per travoltolarsi furiosamente nella forra imprecando--Sia con suo padre!--ma in quel momento il dimonio dello scherno costrinse le pupille del tormentato a guardare la santissima casetta dell'amore....

--Che mi resta?--domandò Ugo con disperazione atroce.

Ugo credeva d'avere in vita sua già sorriso e già sghignazzato! Ma verissimamente allora per la prima volta sorrise e sghignazzò....

Sotto alle sue strette feroci la bimba vagì rabbiosamente. Erano due mesi che Ugo e Imilda dalle labbra di lei aspettavano con ansia d'amore quei primi suoni balbettati con cui s'invoca la mamma. In quel momento, amorosissima tra i goccioloni di pianto che venivano giù per le guance a pozzettine, la boccuccia farfogliò:--Mem.... mme....

Che minuto di paradiso per un padre! per uno sposo!--Bonello! Bonello! vieni e uccidila sotto i miei occhi, e uccidi me!--supplicava il cavaliero, più che pazzo, andando incontro a un invisibile supplizio, e, più che indemoniato, retrocedendo, fuggendo, tentando divincolarsi disperatamente e ruggendo contro i lividi dirupi e per le selve desolate:--Imilda! Imilda!--e più supplicava:--Venite! O Bonello! o Dio! o il dimenio!.. Datemi la mia donna!--e dieci volte lasciò la bimba sugli scheggioni, e, come uno spettro, piombò di spaccatura in spaccatura al torrente, ma invano, sdrucciolando sui fianchi gelati dei massi e cadendo a precipizio: e di là dalle profondità sorde e strepitanti, violastro, insanguinato, inzuppato, s'inerpicava con ogni tormento a ricercare la bimba.... Non glie l'avevano rubata? Sì o no?.. E perdendo le tracce della sua _via crucis_ nell'inestricabile labirinto degli orridi ciglioni gemeva come una lupa trafitta lungi dal covo, e s'aunghiava, s'inerpicava, s'inerpicava, e giù avventavasi ancora....

Intorno c'era il deserto. Stette per più di un'ora avvinghiato a un arbusto a spini, tormentando i piedi nel fondo scheggioso di un'acqua ghiacciata, sporgendo il capo da una caverna nerissima su un abisso senza misura e senza colore, e speculò giù la valle, le valli, implorando da quell'ultimo lembo di cielo che vedeva all'orizzonte, e diceva il cielo della sua patria, implorando il Dio tristissimo del suo castello e la ferocia de' suoi nemici vivi.... Nessuno veniva, nè Adalberto, nè Oberto, nè Baldo, nè i vili prezzolati!

Tornò su alla bimba. Intorno c'era il deserto. In quel cielo caliginoso sentiva il vuoto e non osava guardare: dalla immensa natura gli si stringeva intorno formidabile il regno del silenzio e della morte.... Nessuno veniva. Chi doveva accorgersi di lui? Chi poteva ascoltarlo da una vetta eccelsa? Ugo impugnò la scure, e volle simulare il fragore della bufera, spaccando i massi, a trarne scintille di sotto il ghiaccio, a farne volare le scheggie agli abissi e al cielo, spaccando, indiavolando, ululando, rotolandosi e piangendo....--Ho squarciato l'uscio della cappella! Così sono entrato in paradiso! Così mi spalancassi il baratro!

Infine Ugo sghignazzò con un subito pensiero:--Ah! vedrò se i morti, almanco i morti sono ancora in ispirito, e se hanno pietà, quanto strazio essi ebbero dai vivi!--strinse la bimba, stette un pezzo ancora aspettando dalla valle e dalle cime, poi d'improvviso scagliò lungi la scure e il fardello, e s'inerpicò sulla montagna.... Per dove?

Ugo camminò, e camminò, e camminò....

Al morire del giorno egli vagolava in mezzo alle nevi crepitanti sotto i suoi passi incalzati, senza più sentiero, insanguinato e fradicio le mille volte, lui e la bimba: a tratto gittandosi carpone, a tratto balzando sulle rocce.... Ove c'era una vallicella, la appariva squarciata e striata da una grande ruina di macigni rotolati: le boscaglie divelte, il terreno sommosso, trascinato, franato: non un filo d'erba: qua e là enormi solchi, nuovi torrenti deviati, fra gli scheggioni e le zolle ferrigne. Nell'aria rombava sempre come il fragore d'un diluvio, la nebbia a strappi turbinava sui picchi, il cielo sembrava quello che i dannati debbono vedere dallo inferno. Calava la sera. Ugo giungeva ove quella valle castigata s'addentrava in una piegatura rocciosa del monte. Vide quelle mostruose tracce di distruzione, respirò quell'aria, odorò quelle brume, e ritto, stupendo, supplicatore e sfidatore, prese la bambina sotto le ascelle, alzò le braccia quanto potè, come chi faccia offerta a un grande altare.... Era venuto a luogo di salvamento, oh sì! Intese dov'era.--Udite!--quasi cantò, sinistramente, come l'araldo di una sfida a quel deserto portentoso:--Udite, udite il giullare che si chiamò Ugo conte di Lanciasalda!... Laggiù alla valle il torrente mette nel Chiusone, oltre ancora il Chiusone nel Pelice, oltre ancora il Pelice nel Po. Verrai al Po nativo, o Imilda! Oh non scendi cullata tra le foglie di rose! Non attorci le bionde trecce ai fiori tremolanti alla superficie delle acque, nè sveli le bellissime membra addormite di voluttà, come una dolce suicida!--e ai vagiti della bimba, aspro come una tromba di guerra:--Chi vedendoti, o Imilda, dica: "Questa è sventura" ascolti una voce d'uragano, così: "L'odio dell'uomo prepara ben altre vendette che quelle del destino!" Chi, vedendoti, si faccia segno di croce, preghi per sè e per i suoi, non per te...! Verrai al Po nativo, o Imilda! Un giorno anch'io scenderò per quelle valli e il boscaiuolo Silverio sarà ridiventato Ugo il cavaliero! Ugo il cavaliero!--e squassò la testa, e si chinò al destino che gli sghignazzava dalle punte dell'Assietta.

Tacque, poi, come aspettando una risposta, più alzò la bimba, gridando:--O Guidinga, rotola la valanga per me! Come un giorno dallo scalone hai rotolato il tuo corpo per te!

E camminò ancora, ancora:--O Guidinga, guardate per cui vi chiamo! Una bambina che stride!

Ancora:--O _madonna perduta_, ho gli sproni d'oro!

Al passo dell'Assietta, erto, lugubre di vastissimo silenzio, desolato da un cielo implacabile, irto di spettrali pinete, Ugo aspettò la morte. Neve, deserto, immobilità: tanto ascoltano i vivi, come i trapassati.

Ugo, gettatosi sul terreno, sdrucciolando sui ghiacci, senza più pregare, si strinse furiosamente la bimba: strisciò: venne innanzi a battere allo spiraglio di un gran masso spaccato e guardò giù per quella balestriera.... Al di là vide l'altro versante del monte: giù le capanne mostravano i tettucci di pietra allineati sul ciglio di un torrentello: giù un paese, giù la valle con in fondo incertissimamente due macchie di borgate sulla striscia fumosa di un fiume. Il paese era Meana: e le borgate Susa e Bussoleno.

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Ugo stette senza più coscienza, percosso e rannicchiato contro il macigno. Si svegliò e gemette: scosse la bimba: era morta? Ugo giacque ancora, e sognò la ghiacciata requie dell'avello, sognò il regno pallido dei morti, e vide come un grande cimitero coperto da un unico lenzuolo funerario. Solo il cuore gli dava tormento: e si diceva:--Ecco i vermi lo forano: i vermi? Questi che martellano così sono avoltoi di rapina!--Sentiva un che di tepido sul volto; al petto si stringeva qualcosa, e andava susurrando:--I morti almeno credono all'angiolo della resurrezione! Ecco che coll'ala mi scalda la fronte! Ma com'è penetrato nell'avello? Qui sono alla _curte_, con mio padre.... Lui si sfa, ma è tutto freddo e orrendo.... Che cos'ho al petto?... La mia fascia dell'armi?... Vorrei sapere che sarà scritto su questa pietra.... Pietra? Ma io non giaccio sotto! io sono portato dall'acque di un fiume che va alla valle, al mare. Chi mi scalda? Sono quelle ciocche di capegli di donna che ho tanto baciate!...--Infine provò un freddo solo: sparvero le visioni: e fu come sepolto....

Ugo si svegliò. Egli aveva ficcato la persona nella spaccatura della rupe: nel togliersi di là, ancora guardò giù e alla prima luna, che splendeva bugiarda di lontano, vide proprio Susa e Bussoleno....

Ma che? Santa Maria! lungo la Dora strisciavano sì e no nel vapore denso e radente certi e certi fuochi.... Di sopra al suo capo il cielo era sempre livido e brumoso e freddissimo.

--Se là ci fosse guerra!--ringhiò Ugo, e si rizzò, scosse la bimba, con grand'ansia e con grande tormento vide ch'ella era viva: allora prese a discendere dal colle dell'Assietta verso quella valle.

Cammina, e cammina.... Aveva fame. Se egli avesse avuto quello sparviero stecchito presentato all'omaggio! Picchia a una capanna, è deserta: a un'altra, è deserta: a un'altra, è deserta: tutte deserte. Nemmanco la provvidenza ha pietà, perchè sul monte comincia la neve a cadere a fiocca a fiocca, e s'addensa il nebbione: di lontano sparisce la luna.

Ugo si precipita giù, giù, giù....

Giunge a Meana. Là vi è una cappelletta dei poveri morti, un arcuccio soffogato in un pattume con cinque o sei crani grotteschi. Ugo, per la nessuna pietà che i morti ebbero per lui, insulta quegli avanzi, imbrattandoli coll'istessa poltiglia che loro serve di guanciale: raschia la terra e trova una mano ricisa di fresco. La mano ha le dita volte al basso, verso Susa.

--Accetto l'augurio!--dice Ugo, inconscio di ciò che lo aspetti, e si leva: svoltando dietro la cappella con troppa furia poco sta che non ischiacci la bambina: ed ecco trova raccosciati sulla roccia consacrata un uomo e una donna. Sono vivi? sono morti? Che fanno?... L'aria è buia.

--Chi siete?-domanda Ugo.

I due sobbalzano spaventati, lo guardano, poi sembrano rassicurarsi, piangendo.

--Chi siete?

E l'uomo:--Fuggite, o cristiano, se avete lena! Fuggite! Non cercate di nessuno! Noi abbiamo fallato il cammino.... e ci siamo rassegnati a morire qui!

--Come? Che vi accadde?--ridomanda Ugo, già fiutando l'odore del combattimento. Ma con chi c'era guerra? perchè? Qual rumore era giunto agli alti picchi del suo nascondiglio?

E la donna:--Ah! voi siete di quelli scampati già da ieri e non sapete! Ben faceste. O Signore!--e col massimo affanno, ripiombando e facendosi segno di croce:--Oggi Alzor è alla Dora!

--Alzor?--meraviglia spaventosamente Ugo. Ugo sapeva che da tempo il padre gli aveva detto che quel Saracino era calato di Provenza per ghermire la lontana, lontanissìma Genova: poi i casi di Ugo e il rumore della guerra contro Adalberto avevano fatto tacere nelle valli ogni altra novella d'armi. In due anni, da due o tre boscaiuoli, romiti come lui che non varcavano le loro selve, Ugo aveva udito che Casale era minacciata, e suonava un gran nome di dimonio, Alzor: ma Casale era lontano, eh! Poi più nulla. Solamente il giorno prima, quando aveva passato celeremente il Chiusone, spinto da un sogno inquieto che aveva fatto, quando aveva chiesto:--C'è forse un signore potente, il quale abbisogni di braccia per apparecchiare le travi alle macchine di guerra?--aveva saputo che Adalberto s'armava. Aveva sfuggito ogni casa, pure aveva chiesto, tormentosamente simulando, ad alcuni valligiani le novelle della sua rocca e di quella di Imilda, ma, ingozzandole amare, nulla più aveva potuto né chiedere troppo attento, né ascoltare da quei disattenti. Solo per caso udì, sul piazzaletto di una tavernaccia, un ribaldo bandire una nuova taglia di sei in sei mesi sulla testa di Ugo, per comando di Oberto, promettendo i tre mucchietti d'oro di prammatica. La gente quasi rideva. Ugo? Andatelo a prendere! Dove sarà? Solo il banditore aveva detto:--Bonello ci penserà: sa tutto: domani Bonello giura che guadagna la taglia. Ai monti!--e tant'altre cose.--Ugo era fuggito, aveva rivalicato il Chiusone, s'arrampicava alla capanna. Adalberto s'armava ancora? Contro chi? Certo contro i vassalli ancora. Ugo nulla sapeva: quindi quasi domandò a se stesso:--Alzor? il saraceno? Come? Egli già qui?

E l'uomo alla cappelletta:--Mi difesi! Ho sette ferite! All'ultimo m'ebbi mozza la mano. Venni qui a seppellirla in luogo consacrato. Laggiù in oggi ogni misfatto è permesso: è divenuta terra di saracini la nostra. Perché siete fuggito voi, ieri, al momento del supremo pericolo?

E la donna:--Fuggite nella valle del Chiusone! Fuggite, se avete un bambino, e se quello è ancora vivo tra le vostre braccia. Io fui madre!

Ugo ridomanda:--Ma come?

E l'uomo:--Che giorno d'estrema ruina! Ma il sire di Saluzzo e quello di Susa resisteranno ancora! Io sarò con essi! Donna, lasciami! Io voglio essere con essi!

E la donna:--O Signore, perchè non mi avete uccisa insieme al mio bambino?

Ugo, ancora chiedendo:--Ma come?--e non avendo risposta da quegli impazzati dal dolore, che continuavano a crederlo un fuggitivo, Ugo muove il passo innanzi, dicendo:--V'è battaglia dunque?

E l'uomo:--Alzor ci piombò con un lancio da liopardo! O Signore nostro Jesù, per la fede sacratissima del tuo vangelo, ti supplico, ti supplichiamo! Ora ti veggo, o montanaro. Sei pronto tu? Ma non hai la scure neanche tu? Su, istessamente: adopreremo scheggioni di rupi! Su! su, su, tutti alla riscossa, da Susa con messer Oberto capitano e con Adalberto!--e l'uomo si alzò, barcollando.

--Oberto? Adalberto? Ancora sono vivi? Non li straziò oggi il saracino?--imprecò terribilmente Ugo.

--La Iddio mercè, tanta sventura non è ancora avvenuta!--lamentò l'uomo, e fraintendendolo, s'accese nel furore di Ugo:--Da Susa a Saluzzo cogli altri migliori duci, Taizzone, Agobardo, Fulberto, insomma da Susa a Saluzzo si vuol resistere, per la gloria di Maria santissima! Su, su, su! Una spada!... Se non avessi mozza la destra! Se non avessi la donna che mi trascina alla viltà!

E la donna:--Non eravamo rassegnati a morire qui?

--E Oberto, Adalberto?--ridomanda Ugo potentemente.

E l'uomo:--Sapranno resistere! Oh se sapranno!...--e dopo una tremenda pausa:--Se pure un traditore non schiude al saracino i passi delle valli, girando dietro l'alpi e abbattendo ad una ad una le castella vassalle a quei valorosi!

--Ah!--geme Ugo con suono ineffabile.

L'uomo si caccia a piangere, lasciandosi andar giù sul terreno fino ad insozzarsi di mota la fronte.

Ugo fatale invidia quella posizione di massimo avvilimento, ma i suoi muscoli s'inturgidano, la persona si leva audace: egli è invaso da un tremito spaventoso e inciocca i denti pel ribrezzo della febbre.

Succede un momento di terribile ansia.

Poi Ugo, guardando giù, oltre la valle, quei fuochi di guerra, interroga cupamente:--Messere, o barone o boscaiuolo, che cercate voi?

--Io la vendetta!--esulta l'uomo e rizza la testa.

--E la vorreste?

--A qualunque costo!--ma l'uomo ricade agonizzando. Ed Ugo con spasimo satanico di gioia:--Sono straziato io più di voi! Io voglio la vendetta, a qualunque costo! Diceste che laggiù in oggi è terra di pagani ed ogni misfatto è permesso? Vi auguro di morire! Morite, qui, subito! Non ascolterete l'atrocissimo delitto!

Ugo precipita dalla montagna, e alla bambina famelica dà a suggere le proprie labbra lorde di sangue e di bava....

CAPITOLO XII.

Alzor, nato dalla stirpe di Maometto, fremebondo di sterminata ambizione di conquista, audace per giovanissima anima e crudele e insaziato, era uscito profeticamente da' suoi deserti di sabbia e di sole, aveva predato l'Egitto, la Numidia, il regno de' Mauri, e, tragittato il mare, co' suoi tigri di soldati aveva rotti i Goti e i confratelli Arabi di Spagna. Dalla Spagna era piombato in Provenza, di Provenza, per sommo castigo di Dio, in Italia. Qui giurò nel nome di Maometto di piantare il suo seggio fatale.