Part 7
--Senti chi vuol parlare da senno!--interruppe lo zio, egli stesso suonando un corno:--Dobbiamo fare una sorpresa, devo farla. So che una congrega di demonii deve passare non lontano di qui, colle fiaccole, per tentare un tradimento al castello di Ugo, so.... Che hai? Orvia, parla.
Oberto voleva che maggiore solennità accompagnasse la rivelazione che aveva a fare, perciò si morse la lingua, dicendo:--A tempo migliore parleremo. L'auguro per me e per voi.
Uscirono, trovarono i nemici e combatterono: nullameno i traditori proseguirono il loro viaggio. Ildebrandino guadagnò una ferita alla gola, leggera, lo credette, una graffiatura, ma con un certo bruciore.... Oberto pensò:--Quella proprio che ci voleva per tenermelo quieto--accompagnò lo zio al castello, lo sdraiò sul suo letto e lo guardò. Quegli si smarriva negli occhi, borbogliava sordamente, dicendo:--Niente!--e cominciava però a contorcersi.
--Messer Ildebrandino,--prese a dire il nipote:--debbo annunziarvi che il vescovo di Saluzzo.... Non mi ascoltate?
Non lo ascoltava davvero.
--Debbo annunziarvi che il vescovo di Saluzzo.... Svegliatevi!... Ma, ma, zio! Che avete?... Non posso pregare per voi, mi spiace.... Svegliatevi! Ah, ma com'è questa scalfittura? Che ei si vada addormentando come un ghiro?... Zio, ditemi, ov'è Imilda?--finì per comandare:--Ditemi!
Ildebrandino era assopito: la ferita, d'arma avvelenata, si faceva livida e gonfia.
Oberto prorompeva:--Ah la mia vendetta! Perchè cadrà a vuoto? Zio, zio! Ho tanto fatto, e sì bene!... Ascoltatemi! per poco.... Che mala fortuna!... S'egli morisse?... Zio!
Per tutta la notte Oberto trepidò, senza chiamare aiuto d'uomo. All'alba tolse su lo zio, lo denudò, lo portò nel corritoio, nella corte, lo pose a terra dinnanzi alle finestre della cappella, e lo coperse del drappo nero dei morti, ma senza croce, senza un ramoscello d'olivo, senza una goccia d'acqua, lasciandogli sporgere i piedi unghiuti e i capegli irti. Poi prese una mazza, e tra una finestra e l'altra inchiodò la pergamena che aveva avuto il giorno prima, gettò sullo zio un po' di cenere, e dicendo:--Almeno è morto scomunicato!--lo stette a guardare un pezzo.
Ad un tratto il drappo nero si mosse, e dalle pieghe sporse una mano che ne ghermì la frangia, la strappò, la strappò: apparì fuori il volto di Ildebrandino, paonazzo, furente, soffogato: gli occhi si ficcarono sulla pergamena segnata di croci e di grossi caratteri: si spalancarono, ma furono accecati dalla cenere che vi cadeva dal drappo sempre più scosso dalle mani febbrili.
--Zio!--disse Oberto:--è inutile che chiamiate il becchino. Gli scomunicati come noi giacciono insepolti.
--Ah sei tu? Oberto!--incominciò Ildebrandino, svegliandosi per poco dal lungo sopore:--Perchè non so leggere, come un frate? La vedo lì la condanna, la vedo! Ma nemmeno tu sai leggere: sono contento!
Oberto si piantò sotto la pergamena, esultando:--Non so leggere, ma io l'ho dettata al vescovo di Saluzzo. Ugo è scomunicato sette volte sette: noi una sola: sarà levato il peso all'anime nostre solo quando un cristiano leale sarà padrone di questo castello.
Ildebrandino si contorse tutto, gettò il drappo, e fece per rizzarsi: ma ricadde:--Perchè sono qui?--domandò, e tacque.
--Voi morite così?
--Ah Oberto!
--Morite scomunicato, insepolto? Pensate qual castigo orrendo! Scomunicato, insepolto!
--E che a me?--delirò il moribondo:--Vedi tu questo drappo? Nera è la morte e senza speranza. Nulla sento, nulla ricordo più!
--Voi dunque morite così?
--Solo i frati veggono i demoni, solo le donne veggono gli angioli.
--Le donne? Pensate che Imilda è scomunicata! Dice la pergamena: sarà levato il peso dell'anime appena ch'ella possa sposare un cristiano leale che faccia molta limosina.
--Imilda?--A quel nome Ildebrandino si tirò addosso la coltre col massimo rispetto: e comandò:--Lasciami, Oberto!... Mi manca la lena.... Non gettarmi nel pattume!
--Che bel momento per cercarvi la sposa! È venuto!...
--Lasciami!... Mia figlia non è qui?... Come si muore senza fede!--e il vecchio quasi pianse:--Imilda!... Nulla sentivo, nulla ricordavo più!
--Desiderereste che Imilda fosse qui?
--Tu la vuoi sposa?... Ma no!
--Imilda che dirà di suo padre, che tutti ci volle dannati! Dannati per lui che moriva! Imilda deve vivere.
--E volevo vivesse felice!--Ildebrandino era straziato in modo ineffabile: e pregava:--Dammi la mazza sul capo! No? Dio, fammi morire!... Morire?... Nella morte c'è un mistero che mi pesa! Sento adesso: no, no...! Oberto, lasciami: tristo, vituperato, ingratissimo....
--_De profundis clamavi ad te, Domine_.
Infine Ildebrandino disse:--Va alla casa di Agnese e di Federigo: là è Imilda.... Affrettati, affrettala!... Prima ch'io muoia!... Fa limosina coi gioielli di Adelasia mia, prega, fa pregare! Affrettati! Sposa Imilda, prima ch'io muoia, ah!... O Signore, dammi un po' d'ore di vita, a costo di qualunque spasimo! Carità! Credo nel Signore!... Affrettati!
Oberto corse al monte.
D'Ildebrandino parliamo per l'ultima volta. Prima che Oberto giungesse alla casetta di Agnese, egli moriva supplicando:--Carità! carità!--raggomitolandosi nel drappo, e trascinandosi fino a toccare una pietra della cappella. Come nel castello si svegliarono gli armati e come le sentinelle calarono dalle torri, la novella trista passò di bocca in bocca; tutti si spaventarono orrendamente. Pare che Adalberto tosto sapesse qualcosa, perchè investì il portone, con pochi fanti, e s'impadronì del castello.
Oberto che andava cercando la sposa, perdeva in pochi momenti gli averi. Pure si sentiva contento, e chiamava:--Imilda!
Giunto alla casetta potè chiamarla per un bel pezzo:--Imilda, Imilda! Dov'è Imilda? Voglio!
Nessuno rispondeva. Che nuovo mistero.
CAPITOLO IX.
Come abbiamo detto, Ugo, smarrita ogni traccia di sentiero, errò tutta la notte.
Appena l'alba imbiancò i colmi dei tettucci alle capanne inerpicate su per le saluzzie Alpi, Ugo si trovò, spossatissimo e irrigidito, buttato sotto una grotta formata da una rupe stillante.
Com'egli si era ricovrato là? Non sapeva. Sapeva che intorno c'era una pace, un silenzio, una tranquillità! Che Dio sia benedetto, sulle alte cime, lontano dagli uomini, Dio padre della natura!... A venti passi vedevasi sorgere su uno sfondo di vapori perlacei l'assito posteriore di una casetta dalle gronde ospitali, dalla povera finestra, dal fumo lentissimo sfuggente, quasi incenso mattiniero alla crocetta guardiana del colmo. Chi abitava là dentro?... O gente fortunata, che non conosci i tormenti dell'anima, vivi lieta, e fai che le tue fanciulle si levino sempre, cantando, dai giacigli innocenti! Qual pace, sì, quale silenzio, quale tranquillità!
--Dove sono?--si domandò Ugo, ma non potè rispondersi. Egli non conosceva quel luogo: guardò ancora attorno, e sospirò con invidia quasi religiosa: vide sulla grotta vicino a lui una rozza statuina di Madonna, vide un abbeveratoio coll'acqua traboccante, vide sette od otto agnellini. Da un uscio che si aperse nel fianco della casetta venne sulla gradinata di ciottoloni rotondi una figura di fanciulla, colla foggia montanara, il volto coperto da un panno: guardò giù la montagna, poi, non col passo della massaia che solerte si dà alle bisogne del mattino, andò all'abbeveratoio, cautissima nella rugiada e fastidiosa. Un agnello venne, ritroso e saltellante, bebbe e s'allontanò con graziose tresche: ella si diede ad inseguirlo, corse, venne quasi sotto alla rupe, senza veder Ugo.
Ugo in quel momento proprio pensava:--Che vita incomincia per me?
La montanina guardò ancora giù dalla montagna, stette un pezzo come pensierosa, e, piegando le ginocchia, disse:--Perdonami, madre! Io devo fuggire!--e stava per muovere il piede: si lasciò scappare questo lamento:--Non ho ancora pregato stamattina!--e si volse in due passi alla grotta, verso la statuetta.
Vide Ugo, si avventò su di lui, supplicando ansiosissima e dolorosa:--Siete ferito? Siete salvo?--e buttò via il panno dal capo, lo raccolse per farne una fascia, sollevò la faccia a Dio. Era madonna Imilda! Quella lì vicino la casa di Agnese.
Ugo non credette e lanciò innanzi le mani, come per stracciare una nebbia, gridando:--No! È crudeltà questa illusione! Lasciatemi morire!
--Morire? morire voi!--ruggì Imilda. Così in lei, straziata sul subito la gioia affannosa del riabbraccio dalle parole deliranti di lui, l'amore cupido dell'infinito volle vincere il tempo, soperchiandolo colla intensità dell'anima. Non si può amare tutta una vita? Si impazzisce un'ora nella ebbrezza più prepotente e si muore. L'amore diventa furore.--Ugo! Ugo!--e la vergine se gli gettò in braccio, ammaliandolo con un modo procacissimo che sfidava Dio e gli uomini:--Se sapeste che tormento! E vi trovo quassù! Chi ve lo disse ch'ero qui? E voi volete morire! Ugo mio, io non credevo che tu avessi a dirmi così!
--Ma sei proprio tu?--Ugo si storceva come sotto un incubo.
--Sono io! Non mi senti? Ti bacio, ti mordo, ti voglio!
--Imilda, la tua faccia è fiamma!
--E voglio che bruci la tua. Ti discaccio la morte!
--Io ti strappai al fuoco: tu al fuoco mi rigetti!--E poi, come se Ugo acquistasse coscienza:--Imilda, fuggimi, per carità! Perchè incominciare un nuovo tormento? Va!
--Io fuggivo alla valle--sorrise Imilda:--per te!
--Che ti dissi? Non dobbiamo vederci più! Se muoio, tu non devi saperlo: se vivo, ho un giuramento a compiere! Ti supplico: fuggimi!--Ed Ugo, rizzatosi, spingeva Imilda su quella stessa stradicciuola per cui Oberto doveva venire, e veniva, per condurre a Rupemala la sposa a vedere il padre per l'ultima volta:--Fuggimi! Tu non sai che cosa ho pensato di te!
Ella trepidò.
Ed egli:--Affrettati!
--Non m'ami?
--.... T'amo, sì! Ma tu qui vedresti un grande tormento! Oldrado e Guidinga verranno a ghermirmi tra poco!--ed Ugo barcollò.
--Ugo!--gridò Imilda.
E fu così potente la voce di lei, che il cavaliere si scosse, rattenendola e lamentando:--Questa è voce di paradiso! Imilda, non fuggirmi! Sono nell'affanno immenso! Non fuggirmi dalla terra!
--Ugo, sono qui avvinghiata a te! Nessuno può rompere questo nodo fatale!
--Nessuno? E chi ti dicesse chi io sono?
--Nessuno! E nessuno lo può dire perchè tu sei Ugo!
--Io devo dirlo. Sono vinto e vituperato.
--T'amo!
--Scomunicato e fuggente.
--T'amo, e sono tutta tua!
--Perchè m'ami? Che t'ho fatto per condannarmi così?
--Ed io che t'ho fatto?
--Ricordati Guidinga.
--È così disperato l'amore! Chi ci resiste?
Imilda nascose Ugo nella grotta, andò nella casetta e fu lietissima che mamma Agnese non ci fosse, perchè la stava stendendo dei pannilini in un pratello: i figli di Federigo dormivano ancora, colle membra rotte dal combattimento: Imilda tolse su del pane, dei cibi, delle vesti, e con gran cura involò da un pancone un suo cofanetto prezioso.
Ritornò da Ugo, lo fece rifocillare, lo animò tutto, gli domandò:--Ugo, sei pronto?
--A tutto, purchè tu mi baci!--rispose Ugo.
--Ancora e sempre.
--Ora mi trovo saldissimo.
--Dunque decidi di me.
--Dai morti non ebbi che strazio. Da te viva voglio la felicità! E qual'è? quella degli agi, dell'ambizione, del potere? Tu non sai com'è l'anima mia! come amore, memorie, gelosia, impotenza, strapotenza, come tremendi uragani l'abbiano squassata! Dammi un poco di pace! Io non so dirti...! Prima di tutto, per la salvazione nostra! andiamo dal romito di Malandaggio che non ci conosce....
--E quegli benedica le nostre nozze.
--Poi.... O Imilda, ci abbiamo pensato?--Ugo fu come ghermito da un pensiero.
--E di che temi dopo? Dio sa che tu sei mio, ch'io sono tua. Se così volle per tormentarci, questi istanti audacissimi di vita vincono tutti gli anni!
--Imilda--dubitava fieramente Ugo:--non posso! non devo!
--Come mi ami poco! Ma non vedi? Io fuggo anche da mio padre per te!
--Se vuoi ch'io comandi, comando: fuggiamo!--esultò Ugo.
--Sì, andremo lontano da Adalberto....
--Da Oberto!
--Da tutti! Senti: ho pregato tanto. Oh lo sa la madre mia. Ugo, in questo cofanetto ho i suoi gioielli, fuggiamo lontano.... "Chi siete?" domanderanno. "Siamo esuli." "Di che terra?" E diremo: "Il saracino Alzor disertò le nostre castella sulla riviera ligure." Fuggiamo lontano. O mio Ugo, vivremo lontano da tutti! Ci benedica il romito.
--Affermano i boscaiuoli ch'egli è profeta: ci predirà l'avvenire.
--Ma chi più profeta del mio cuore? Ascolti, Ugo? Morremo d'amore!
Tra le vesti Imilda aveva trafugato anche quelle dei figli di Agnese: Ugo si coperse con quei rozzi panni: Imilda si strinse a lui, dicendo:--Tu hai pane nella bisaccia? Quando sarà finito, lo domanderemo ai boscaiuoli, per pietà d'Iddio.--E s'incamminarono sulla montagna: nel primo torrente in cui s'abbatterono Ugo gettò il suo saio da cavaliero, e le calze, e gli usatti, esclamando:--Mi sento buono!
E montanaro e montanara s'arrampicarono sempre più, sempre più obliando che c'era un mondo basso nel quale la gente viveva in tanta guerra, inconsci affatto che c'era un castello con un morto maledetto e vituperato dai nemici, che c'era una strada sulla quale camminava Oberto, ringhiando:--Che vita sarà la mia con Imilda?
Quella di Imilda con Ugo doveva essere.... felice?
CAPITOLO X.
Dal dì che Imilda è fuggita con Ugo è passato un anno, due.... Nulla più nelle valli, nè a Saluzzo, si seppe di loro....
Solo il romito di Malandaggio ci tramandò su certi foglietti certe notizie, che mi venne fatto rintracciare nell'archivio di Saluzzo. Ma a che pro? Voi non ci credereste. Ebbene?
Sulle cime che dominano le valli di Fenestrelle, in cui si sbalza il torrente Chiusone, il rovaio, spezzandosi nelle forre dagli acuti ciglioni, dalle frementi profondità, stride cogli spiriti della mezzanotte, abbattendo, indiavolando, storcendo. È nero il tempo.... Una donna appare! Chi è?... Ella rompe il lenzuolo nei vepri: ecco svolazzano i brandelli sibilando. Si squarcia i piedi nei radiconi: vaporano le pozzette di sangue col verde fumoso delle meteore. Cade: ghignano le cortecce degli abeti colle boccacce rugose. Si lamenta collo strido della lupa trafitta: l'alito suo, uscendo dalle labbra, fuma come torcia di funerale notturno. Fanno tresca allo spettacolo spirti glauchi, spirti bigi, spirti scialbi. I brandelli sono lacerati, il vapore turbinato, le cortecce agghiacciate, l'alito diffuso in nebbia inargentata. Ecco la tormenta!
Ecco la valanga! La donna ancora rompe il lenzuolo e si scopre l'oscenissimo fianco.... Chi è? È Guidinga, la morta senza croce fra le mani. Guidinga rotola le valanghe al Monviso, sghignazza al Meidassa, le rotola al Glaisa, sghignazza al Genèvre, le rotola al Chalierton, sghignazza al colle dell'Assietta.... Fanno tresca gli spirti.
Prega il buon romito di Malandaggio che veglia tutte le notti e tutte, perchè sono l'ultime di sua vita, ed a ogni parola di lui ecco un castigo inflitto da Dio agli spiriti del male: quello colle aliuzze crepitanti fu impegolato alla resina gocciante da un troncono, quello punzecchiato colle foglie aghiformi di un pino, l'altro legato colla coda ad un roveto, l'altro propagginato in una buca di calabroni.... O Guidinga, o _madonna perduta_, se tu fischi verso qualche casetta di montanari, è indizio di sventura!
Su, su, su: là nell'opaca foresta, che si distende a falde scendenti, come un calderotto di pece riversato dalla montagna su si vede un lumicino. Pare una favilla minutissima addormentata sull'immensa fuliggine di una cappa ne' castelli. Può essere un fuoco acceso dai folletti colle pergamene rubate al vecchio di Malandaggio, o un voto fatto alla Madonna santissima, da qualche pastore: lume di finestretta no, perchè le cime dei monti già sono nevose e i boscaiuoli già sono calati nelle valli: eppure!
Giù tra i dirupi d'una frana s'ode una voce che dice:--Com'è lontano!
È voce d'uomo: non è grido di fiera, nè fragore d'acqua travolta, nè rotta, nè corsìa di vento.
Chi può essere?... Oh vedi, un pellegrino!
O pellegrino della notte nera, ove t'inerpichi? Quegli cammina, cammina. O pellegrino che cammini, perchè t'inerpichi e dove? Forre, di qua, spaccate boscaglie di là, sentieri taglienti, tempo da lupi, ora da spiriti: ritorna alla valle. O pellegrino che non ritorni alla valle, dimmi chi sei?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Cammina e cammina. Il pellegrino è arrivato ad una capanna, su, nell'opaca foresta.
La finestretta quadra gli sbatte addosso un po' di luce e lo mostra qual'è, un alpigiano inferraiolato: la portella si apre sollecitamente: ma oh! questa che spinge la robusta tavola di quercia non è mano di montanara!... Qua nella stanzuccia di legno ecco appese le scuri del boscaiuolo, qua due giacigli, una culla di poverissime lane e nella culla un bambolino, qua entro quattro lastre di pietra ecco un focolare vampeggiante.
L'uomo e la donna sfogano nei cupidissimi baci e negli abbracci potenti la desolazione delle lunghe ore già deserte.
--Lodato Pio e i santi! O Silverio!
--Sono qui, o Maria!
--Tu non venivi mai!
Egli, pigliando a ciocche i capegli della donna e con quelli facendo fascia maliarda d'amore al volto irrigidito, egli esclama:--Perchè così sorridi?
Ed ella:--Perchè sospiri così?
--Mia Imilda!
--Ugo, ti aspettavo tanto!
Ecco adunque, come racconta il vecchio di Malandaggio, uniti il cavaliero ardente e la promessa sposa di Oberto, un boscaiuolo e una montanara, Silverio e Maria.
Ugo in due anni era cresciuto di corpo, dimagrato di volto, ma sempre contento, come marito, come padre, senza più gli ardentissimi tormenti pei deliri d'amante e di figlio. Ugo si volgeva al suo passato, come tentava di specchiarsi nei rapidi torrenti dell'Alpi: un gran tumulto che si perdeva, ecco il passato. Imilda a tutte l'ore ringraziava Iddio: dalla cappella ardente era venuta alla placidissima casetta della massaia! Imilda attendeva alla sua creaturina, alla capretta, alla bisogna del pranzo e della cena, cantava sempre fissando il cielo: e alla sera aspettava il suo Ugo che tornasse dai boschi. Due anni erano scorsi in pace'.
--Ugo--dice Imilda, cambiando tutta quella, festa in una scena placidamente dolorosa:--Dio sa come, anche oggi, fu affannato il tuo viaggio, con questo gelo, sulle scoscese rive del torrente, senza di me! Ma la mia solitudine! Oh sei qui: non voglio saper altro, tra le mie braccia tenaci! Ugo!--E ad un tratto:--Perché dunque stasera sospiri così? E perché non mi domandi della bimba?
--Perché non me ne parli?--Ugo tenta quasi schermirsi da tanto amore. Ugo è triste e combatte per infingersi.
--Oh come io ti aspettavo, e come t'aspettava anche lei! Non voleva chiudere gli occhi senza il bacio del babbo.--Imilda, gentile e sagace interprete, vuole snebbiar la fronte del suo Ugo colle sante labbra dell'angiolo custode.
--Dorme?
--Meglio che se posasse in culla d'oro. Non dici il tuo scherzo d'ogni sera?
--Sì....--Ugo sorride, beato e tormentato da quella soave violenza:--Lascia ch'io la baci, la mia castellanina.
--Messere, non siate scortese colle belle. Voi la svegliereste a bacioni....--dice Imilda col tono di una gran dama, regina di venti damigelle e cento paggetti, sporgendo il labbro inferiore, facendo un inchino alla culla di legno e porgendo al cavaliero, perchè lo baci, un lembo della sua gonna di pelli cucite: gioca fanciullescamente e amorosissamente deridendo il passato: ma poi, fissando Ugo che non l'asseconda, o l'asseconda come smemorato, poi con dispiacere e quasi offesa:--A bacioni? No: è lo scherzo d'ogni sera, ma non l'abbiamo detto.... Tu non l'hai detto celiando, come sempre....--Infine incertissima:--Che cos'hai, Ugo?
Ugo con voce addolorata:--Baciala tu per me!
--Ugo?
--Imilda, prega il tuo angiolo che nel sonno dica a Dio una parola per me!--Ugo, pentito di quel lamento che gli è prorotto, piomba in un silenzio desolato.
E Imilda meravigliata e trepidante:--Ugo, che c'è? Tu guardi la cuna e non sorridi? Tu sei pensieroso? Tu m'hai stretto a te, celandomi un dolore--E con stringicore ineffabile, quasi a scongiurare un pericolo:--Non sono la tua sposa? E perché l'angiolo nostro preghi per noi, forse vuoi dire che le nostre orazioni non sono più quelle?
Ed Ugo affannato, ma sempre più facendosi forza, quasi per non tradire un segreto:--Le tue sì, le mie....
--Che vuoi nascondermi?
--Lo sai.... Da un pezzo.... Sempre: c'è nelle mie orazioni un rimorso!
--C'è nelle mie una dolcezza ineffabile!
--Imilda, rammenti quel giorno, dopo quello in cui ci sposò il romito?
--E non ci vedeva Iddio?
--Senti: quel giorno io spiai i tuoi piedi insanguinati nella corsa ruinosa, il delicatissimo petto ansante di fatica, gli occhi spossati, più che d'amore, di travaglio! Io ero vinto, vituperato, scomunicato, fuggente, e potevo io dirti mia? Ecco il mio rimorso!
--E sapevo io resistere? Ecco la mia gioia!
Ed Ugo, titubando:--Ahi da quel giorno ad oggi!--e combattuto:--Non posso dirti, e come! Mi tormento!--Poi ad una stretta di lei:--T'ho detto.... il mio rimorso!
Ma Imilda:--No, no! Tu mi celi qualcosa! È un altro il segreto. E lo so: stamane sei partito più presto, con un pensiero....--e pregando:--Dimmi! Fu tanta la pace, che anche il dolore ci giunge benedetto!
Ed Ugo risoluto e tremante:--Ebbene ti dirò. Sì, stamane sono partito prestissimo, sì con un pensiero, una febbre, che mi tormentavano da due notti. In questi mesi ho obliato, lo sai, ma l'anima talora mi rigurgitava in petto, e volevo sapere qualcosa! Ressi a lungo, penai, penai, poi non ressi più. Stamane, scendendo giù per le valli coi boscaiuoli, boscaiuolo io pure, volli richiedere novelle di coloro che abbiamo lasciato giù... Dopo due anni!
--Ah! perchè?--freme Imilda con rimprovero grave:--Perchè? Non ti bastava il mio amore?
--O mia donna! passai il Chiusone, venni a Inverso, a san Germano, a Torre di Luserna.--Ed Ugo rimane, palpitando dolorosamente.
Sospira Imilda:--La valle del Pelice ov'è il castello di mia madre!--e china la testa, come pronta a subire il castigo della disubbidienza del suo Ugo.
--A Luserna. Più oltre non osai! E come un rozzo villano, indifferente, per il solo amore di un po' di pane, feci questa domanda: "O buona gente, volete braccia? Vi è un signore potente, non lontano di qui, il quale abbisogni di scuri per apparecchiare le travi alle macchine di guerra? C'è forse quel signore? E come si chiama?" Oh lo strazio di quella simulazione!
A questo punto gli accenti divengono procellosi,
--Hai saputo dunque d'Adalberto? di mio padre!
--Adalberto è vinto: Oberto è vincitore: Ildebrandino è morto.
--Morto?--così domandando, Imilda rompe in uno scoppio di pianto.
--Di altri non seppi. So che il mio tormento è grande, e tu piangi. E so che Oberto....--Ugo ripete astiosamente, quasi aizzato dalle memorie:--Oberto!
--Ebbene?
--Rizzi il capo a sentire il nome di colui? Oberto è nel mio castello.... signore potentissimo!--Ed Ugo è straziato dalle sante lagrime d'Imilda:--E la sposa? mi domandai. Non ha sposa. O Imilda, s'io non ero il tuo dimonio, tu ora saresti madonna di grande stato, moglie di Oberto, in belle sale, fra gentile corteo di damigelle. Ma sei qui, con me!... Perche ho valicato oggi il Chiusone?--e con forza gioiosa:--Ugo ritorna in me!
--Ugo!--rimprovera solennemente la donna:.--Dovevi lasciarmi nel fuoco quel giorno! Non avrei oggi ascoltato questo!... Ugo!... Mio padre!
--Questo ti grava?--minaccia tristamente Ugo: poi sogghignando:--E sei serbata ad ascoltare di più! Sappi dunque: che i traditori giungono dappertutto: e Bonello che un dì fu pagato da Adalberto contro di me, contro di noi può essere pagato da Oberto....
--Oh quel valente, no! Voi che dite così non siete cavaliere!--Imilda pavida e sdegnosa dell'immenso pericolo ribatte il dubbio col cuore:--No, no, Ugo!
E a quest'altro punto la procella si scatena tremenda, e Ugo si percuote il petto, si rizza furiosissimo, immenso nell'amore e nell'odio. Imilda si spaventa, e più è spaventata, più subisce il fascino di lui.