# Ugo: Scene del secolo X

## Part 6

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Ed Ugo? Ugo, chiuso nel suo castello, ad occhi aperti sognava sempre di lanciarsi in una cappella ardente, come una fornace, sognava tutti i supplizi del corpo e dell'anima. Una donna strideva, brancolando, tra il fumo e le vampe: la cappella era lunga lunga, e più egli avanzava, più cresceva il lamento.... Giungeva a lei, l'afferrava, l'alzava: ella chinava il capo sulla spalla, abbandonatissima: egli si sentiva legato alle gambe, inciampava, rompeva potenti lacci: ella supplicava:--Strappami da questo fuoco eterno!--E. da quel fuoco neppure egli poteva uscire. Crescevano gli strazi:--Strappami!--ella lo supplicava:--Pietà! pietà del mio tormento del cuore!--Ah! è così ch'ella domandava pietà? Si! Ugo, che voleva abbandonarla alle fiamme, nulla più vedeva, nulla sentiva, sentiva solo un bacio rovente... un bacio di Imilda!--T'amo, t'amo, Imilda! In qual momento te lo dico! M'hai ascoltata? Sei viva? Chi ti strappò a me? Io ti allentai le mie braccia? Non so quello che accadde! Ma tu non sei morta? Supplico Dio, no, no! Quale incertezza!--Ed Ugo, così torturato, sentiva corrersi per tutte le fibre una potenza di nuova vita: e sorrideva! Allora ecco alla fantasia il padre, in un tratto, che rampognava orrendamente:--Perchè ti diedi speroni d'oro? Perche tu fossi vinto? Già troppo affanno fu nella famiglia di Oldrado per il serpente della donna! Guardati, Ugo, guardati!--Ed Ugo piangeva:--Padre, se ella è viva ancora, come si tormenta! Io non posso odiarla!

Allora Ugo vedeva l'acqua stagnante di un fossato, tutta sozza di sangue, putrefatta e fangosa: alla superfìcie venivano a scoppiare con flaccido gorgoglio e con lentissimi cerchi alcune bolle d'aria: sotto qualcosa si moveva all'insù: ecco una testa coi capegli impegolati sul volto da una melma verdiccia. Che? si chinava salutando. Sulla nuca era aperta e scheggiata: si drizzava e boccheggiava, come quella di un ferito e di un annegato. Era messer Gisalberto! Quel morto affondava: qualcosa ancora si dondolava all'insù. Messer Aginaldo quest'altro! E i due cavalieri a vece di pupille avevano un globo bavoso che colava, il naso pesto, alle labbra cascanti penzolate le irrequiete code dei vermi. E i due borbogliavano:--Traditore tu?--.... Ecco Manfredo e Bello, i figliuoletti di Gisalberto, affamati disperatamente nel pattume di un sotterraneo e disperatamente imprecanti:--Traditore!--E madonna Marzia, la vedova, sbattuta a terra da due sozzi ferocissimi, chiamava la Vergine, e si rannicchiava ululando:--Per te traditore!--E il vecchio Baldo si armava e ringhiava:--Muoverò al tuo castello!--Poi Ildebrandino e Oberto: Oberto era il dimonio della gelosìa; lividissimo, furente, toglieva una ciotola ai cani, in quella sputava, e in quella poneva la testa di Ugo. Il conte d'Auriate ridacchiava....--Madonna di Saluzzo, voto dieci lampade d'oro!--gridava Ugo. Allora di nuovo ecco una cappella ardente, ecco una donna....

--S'io non l'avessi veduta--gridava Ugo:--non l'avrei conosciuta, non sarei fuggito per lei! E chi è lei? S'io non l'avessi conosciuta? Cavaliero che combatte senza pensiero di dama è vulgare mercenario! Se io non l'avessi amata? Ma se era destino, se è destino ch'ella riaccenda la vendetta! E la vendetta sarà atrocissima su tutti! S'io non fossi fuggito dal campo? Ma quelli che erano al suo castello non erano nemici, e non volevo io raggruppare la pugna decisiva?... Se non ci fosse stata lei! Ma se così era, chi sarebbe ora dinnanzi alla mia fantasìa orrenda a misurarmi nei deliri dell'affanno? Non la rabbuffata larva del padre! Non la oscena di Guidinga!... No, no, voglio vivere e vivere di guerra! Sono vinto, e ancora voglio sostenere il peso vituperante della vita! Sono disonorato, e non mi schianto per mia volontà d'abbominio! Sono abbandonato da tutti, e voglio meditare fortissimi fatti! E impreco colla voluttà della sfida: "Dammi ancora maggiore tormento!"... Oh se non ci fosse stata lei! Ella mi supplica nel giorno, nella notte: "Vieni, cercami, fammi giurare, precipitati e vinci!" La voglio! La voglio mia fosse pure in mezzo ad un fuoco che per secoli non si spegna! Imilda, dimmi che sei viva! Ti supplico!

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E Imilda? Ritorniamo a Rupemala.

Imilda, in quel momento in cui Ugo aveva riso, senza più una coscienza al mondo, fu afferrata e salvata da Oberto, spinta fuori della cappella. Ildebrandino, a cui le vampe vividissime e sibilanti avevano impedito di vedere gli atti e di ascoltare i gemiti di quelle povere anime disperate, Ildebrandino abbracciò Ugo, uscito lentamente dalle fiamme, e volle che Oberto l'abbracciasse, gridando:--Gran mercè! Nipote mio, questo è un esempio!--Imilda fu trasportata in una camera e soccorsa. Ugo s'involò dal portone: e nulla a Rupemala si seppe di lui.

Il dì dopo, continuando l'incendio, per quanti sforzi si fossero usati a vincerlo, Ildebrandino decise risolutamente di resistere ad Adalberto, contendendogli mattone per mattone dell'irreparabile ruina: e disse ad Oberto:--Qui dobbiamo morire con esempio non unico certo nella nostra famiglia. Avesti gli sproni d'argento: dunque sii contento, e ricordati che la ubbidienza agli esperti è grande virtù di guerra.

Oberto era tetro. E a quelle parole rise amaramente.

--So che vuoi dirmi, Oberto. Ti paiono pochi gli sproni? Sii contento: non a tutti è data l'audacia delle cose fortissime. Hai parlato con Imilda stamattina?

--No.

--No?

--Ha domandato di me?

--Sì: e ringrazia Iddio....

--Ringrazi messer Ugo.

--A tutte l'ore!

--Dannato sia!--imprecò Oberto.

--Come? Come? Quanto fu valente per noi! Sì!--affermò Ildebrandino.

--Per la impresa?--rise Oberto, invelenito: guardando lo zio con degnazione, quasi gli dicesse:--Mi accontenterò io dei vostri giudizi?

--Oberto, l'hai veduto nelle fiamme?

--Troppo ho veduto!

--E per la impresa, tu dici? Ugo ha pugnato, come un forte, e l'amo! Ma Dio ci maledisse.

--Perchè c'era lui!

--Oberto, che hai? La tua ira mi piace! Contro chi?--si accese Ildebrandino.

--Contro di voi--ardì Oberto.

--Ti sono amare queste parole?

--Zio!--rispose Oberto ad un tratto:--Voglio sposare Imilda, anche oggi!

--Quando Ildebrandino consenta--rimproverò lo zio. Allora Oberto con astio e con ironìa:--Ah volete combattere voi? Ugo sarà con noi?--E, meditando una offesa verso Ildebrandino e una vendetta contro Ugo, domandò tra sè stesso:--Venti anni fa, quando Adalberto mosse qui, come combattè lo zio?... Che gloria!... E voi, messer Ugo, perchè avete spezzato l'uscio della cappella sacra? Era meglio che Imilda morisse, là, sola! Volete ch'io parli al vescovo di Saluzzo?--E Oberto, dopo un silenzio beffardo collo zio, si espresse così:--Fate che, morendo voi, io abbia un castello, o la memoria di un castello: e voi le esequie da cristiano.

--Duri la guerra un mese, duri un anno!--rispose Ildebrandino, offeso più che mai e più che mai dignitoso:--Perchè mio nipote parla così? Ch'io non sappia combattere? Ch'io non conosca i valenti? Ebbene, senza messer Ugo io sfiderò Adalberto.

Oberto fu contento.

--Senza Ugo, sì: e mio nipote ascolti:--Ildebrandino andò al fondo di torre dove sapeva che era stato chiuso Guidello: lo trovò rabbioso di fame, lo trasse su, lo fece rifocillare, poi lo accommiatò così:--Va, araldo del malanno, tromba di vergogna. Io ti lascio e ti comando questo: torna al tuo signore e digli che con Ildebrandino c'è Oberto. Digli che Oberto vuole un castello per sè e per i suoi: il castello può essere quello di Adalberto. Madonna Marzia, Manfredo e Bello domandano vendetta. Che pensi Baldo non so: so che i vili e i traditori non sono più sotto il suo tetto. Io ti lascio e ti ho comandato.

E Ildebrandino e Oberto s'apparecchiarono a disperatissima difesa e a furioso conquisto. Oberto un giorno disse:--Zio, lasciate ch'io vada a domandar benedizione al vescovo di Saluzzo.

Ildebrandino crollò la testa: ma Oberto volle proprio uscire dal castello. Tornato di lì a poco tempo, con volto soddisfattissimo, domandò:--Ov'è madonna Imilda?--come se dicesse:--La _mia_! Voglio sposarla oggi, col piacere suo e con quello di Ugo!

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Madonna Imilda non era più con Ildebrandino. Questi, per toglierla dai pericoli dell'armi, l'aveva segretamente affidata alla custodia dei figliuoli del povero Federigo e della vecchia Agnese, e fatta partire per una casetta di boscaiuoli, lontano, su una delle montagne, che, con quelle su cui sorgevano le castella dei cavalieri e del signore Adalberto, formava il contrafforte che si spicca dal Monviso. Questo contrafforte coll'altro staccatosi dal monte Meidassa chiude la valle ove nasce il Po: al di qua la valle di Varaita, di là quella del Pelice, all'apertura Saluzzo.

Là su stette madonna Imilda, un giorno, e due, e tre... Le diceva la vecchia Agnese:--Madonna, oggi si combatte. Preghiamo.

Imilda rispondeva:--C'è un cavaliero che vince sempre e tutto.

Alla sera venivano sulla montagna i figliuoli di Agnese a portare le nuove: e le donne domandavano:--Nessuno sa niente? che Imilda è qui?

--Nessuno.

--E quel cavaliero?

I boscaiuoli intendevano di Oberto e rispondevano:--Coll'usbergo è un san Giorgio. Ma sa niente!

Oh come pregava Imilda in tutti i momenti!--Madonna del cielo, non dovevi mandarmelo! Sarei morta su i tuoi gradini e tu mi avresti dato il paradiso! Non avrei conosciuto l'inferno in questa vita! Amare come amo io! Come volle Dio che amassi!... E non so nulla di lui! E non oso domandare di più.... Ma è questo l'amore?... E che mi disse egli perch'io abbia diritto ad amarlo? Che fece! Vinse il fuoco!... E che era morire a confronto di questo vivere? Ugo, Ugo cavaliero, Ugo infelicissimo! Perchè non vieni? Forse che t'hanno ucciso? Forse che m'hai dimenticata?... Ucciso!... Chi può avere alzato la mano su di te?... L'anima mia non sa combattere l'incertezza tremenda! Così disse: "Sono il figlio di Guidinga!" E chi era Guidinga? Un'innamorata? Ma ella forse fu un angiolo. Io sono condannata in questa vita e nell'altra.! L'amore cominciò tra le fiamme, e tra le fiamme inestinguibili sarà eterno tormento!... Pietà, madre dei pentiti: io non so quello che dico! E tu m'avresti dato il paradiso! Ma se già mi hai condannata, questo è troppo strazio: e lo spezzarmi così è indegno di te che tutto puoi. Puoi volere anche in me la bestemmia.... Non sono io che parlo: è Ugo in me! No, no, Ugo sarebbe perduto, ed io voglio invece la sua eterna salvazione! Non è Ugo, ti giuro, ti scongiuro! È il cuore straziato!

E la vergine una sera si fece raccontare da Agnese i casi di Guidinga. E Agnese concludeva:--Dite, se la conobbi! Come conosco voi. Giusto, come voi, la piangeva sempre quando il suo Adalberto era lontano. Voi perchè piangete?

--Ho paura!--rispondeva Imilda.

--Conoscete la fantasma fiammante di bianco?

--La _madonna perduta_?

--È l'anima di Guidinga fino al dì del giudizio.

--È così disperato l'amore! Chi ci resiste?--lamentava Imilda.--Come reggerò al rimanermi quassù?

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Ugo da quattro giorni, sempre chiuso nel suo castello, si combatteva atrocemente.

E così:--Ildebrandino ed Oberto ieri vinsero. I servi prigionieri nel castello di Aginaldo l'altra notte uccisero il capitano di Adalberto. Baldo con Manfredo e Bello s'apparecchia a muovere qui per guadagnare la taglia.... E tu che fai, Ugo? Tu capo dell'impresa, tu redentore, tu giovanissimo conte!... Se Dio ci faceva vincere! se i morti di là avessero supplicato coll'ardore delle fiamme! E tu hai pensato ad essi? Oh i morti ora si levano ferocemente ad imprecarti! E la viva sorride!... Il padre già dalla culla ti condannava alla vergogna e al furore, e tu che avresti dovuto maledire la donna, tu per la donna sei maledetto!... Temi la taglia? Ma che vale la tua testa? Vale oro, non onore. Temi la morte? Ma che vale la tua vita? Fu già carica d'onte. Speri la vittoria? Speri l'amore? C'è la morte! Oh questo sì ch'è strazio ineffabile! E anch'io supplico: "Pietà!" come supplicò Imilda. Pietà della mia vita! Ecco la vilissima preghiera! Preghiera di donna!... Sì, ti sogno ancora nella cappella avvampante: giungo a te, ti stringo: e tu chini il capo sulla mia spalla, ed io ti dico: "Ti odio!" Ecco l'anima mia, ecco il mio dovere!... Che faccio ora? Io che mi sento la forza e la ruina dei turbini. Io che voglio uccidere, e crollare le torri, e sghignazzare fra il suono di cento trombe, e morire pur che Dio mi ascolti!... Dio non ascolta mai!... È così muto il sepolcro del padre! È così trista l'ironia del nulla!... Voglio vita, vita strapotente, ed ogni vita è in queste parole: "Ti odio! Femmina, ti odio!" O viva, o morta, sii detestata!

CAPITOLO VIII

Una sera (la quinta dal giorno della rotta) Ugo era nella sua cappella parata a lutto, da tre ore cogli occhi fitti nella croce, colle membra invase da una febbre crudelissima.

Finiva appunto di parlarsi così:--Il martirio m'ha addoppiato! Finalmente! Stanotte istessa vedranno i miei nemici chi è Ugo, quando vuole e dev'essere il figlio di Oldrado!--Ed ecco ad un tratto, nello spessore delle pareti, come un rumore di ferri scossi e di ruote scorrenti: certo indizio che si calava al di fuori il ponte levatoio, senza squillo di corno e senza parola data e ricambiata. Che era mai?

Ugo si accigliò: pure continuando ne' suoi pensieri:--Non è giorno di sabato, nè ora da tregenda.... Giuoco d'imaginazione, via!... Chiamerò Bonello: ch'egli faccia apparecchiare gli uomini, e, questa notte istessa vedranno i miei nemici! Ugo ama ed odia una cosa sola: la sua spada!--e se la cercò al fianco, e non avendola, si morse le labbra. Impazientissimo andò verso la porta: ed ecco si abbattè con Bonello che veniva innanzi lentamente e colle mani nascoste dietro le reni.

--Messere,--disse Bonello:--siete disarmato?

--Debbo temere i traditori nel mio castello?--rispose fieramente Ugo, e comandò:--Bonello, fate alzare subito il ponte.

--Ah voi sapete?--e lo scudiero s'avanzava strisciando sulla parete che la lampadetta dell'altare lasciava al buio, e vedendo sull'altra l'ombra della sua persona barcollare gigante, continuava:--Sapete: tante cose le paiono, ma non sono?

--Come a dire?

--Io fui sempre sicuro e fedele.

--Bonello!

--Ma sapete quanto vale la vostra testa? Oggi fu triplicato il prezzo. E voi sapete com'io sia povero diavolo, ad onta dei servigi che ho fatto ad Oldrado.

--Tu! tu ami l'oro! Bonello, questo è castigo d'Iddio! Tu puoi! Ma io ti risparmio il delitto! Ti amò messer Oldrado!--ed Ugo diedesi a chiamare:--Aimone! Aimone!

--È inutile, messere. Ho preveduto, è spacciato, e non risponde più.

--Io non consento, Bonello, che tu perda l'anima in modo così vile! A me!--e prima che Bonello si muovesse di un passo, Ugo tolse un candelliere dall'altare e lo rotò come una mazza:--Potrei ucciderti! Ma nemmanco voglio!--e lo balestrò sul pavimento.

--Messere, colla taglia che avete sul capo c'è tanto da pagare tutti gli uomini del castello. Avete pensato? Noi abbiamo pensato.

--Bonello! m'ammazzi un ribaldo anche pagato da te, ma tu no, no!

E Bonello, come preso da un rimorso:--Ho giurato a messer Adalberto!

--Morire così? Voglio vivere per combattere! Scellerato!--ruggì il cavaliere, e con un lancio balzò all'uscio della cappella, e furiosamente prese giù per il corritoio:--In questa chiesetta dunque così mi si pagherebbe il tradimento di Oldrado!

L'altro sempre a cinque passi gli era dietro bestemmiando:--Ho giurato!

Ugo venne nella corte. Tutto era buio, e poco mancò non inciampasse e fosse trucidato. L'unico luogo che fosse illuminato da una fiaccola era l'androne della porta: Ugo vi si diresse, cogli occhi invano cercando un'arma qualunque: vide aperto il portone e calato il ponte, come era stato fatto per preparare la fuga a Bonello nel caso di colpo fallito, o per preparare il peggio. Ad un camerotto si affacciarono gridando dieci o dodici uomini, e minacciando. Ugo ne atterrò due in un baleno, ma, mentre stava per strappare loro la spada, eccogli vicinissimo quel grido di condanna:--Ho giurato!--Ugo, abbrividendo, si scagliò contro Bonello, e in un fascio tutt'e due stramazzarono sul ponte, e ruzzolarono innanzi sette od otto passi, sì che dalla tavola di legno vennero al ciglione del fossato. Bonello tentava di adoperare il pugnale, ma sotto la stretta del signore non poteva: la lotta divenne accanita per le percosse menate alla cieca. Alla fine Ugo abbrancò il pugnale. Bonello si svincolò, sorse, e prese a fuggire giù da una stradetta. Ugo corse, corse, giù, a fiaccacollo per balze, giù, perdette la traccia dell'altro, precipitò, e cadde rotoloni.... Non ascoltò più.... Quando si drizzò gridando:--Voglio tornare al mio castello!--ascoltò dietro, all'insù, già, lontano, queste grida ubriache:--Viva messer Adalberto!--Ugo si rivolse e vide moltissime fiaccole che giravano intorno alle sue mura e sparivano a poco a poco entrando nel portone.--Adalberto è padrone del mio castello!... Il tradimento era preparato!--disse Ugo, ed imprecò:--Che mi resta? Il mio odio e il mio amore!--e a vece di scheggiare la testa contro un masso per finire il martirio, l'alzò superbissima al cielo.

Due o tre fiaccole venivano giù dalla porta verso la stradetta, e una voce gridava:--Bonello! Bonello!--e poi:--Si accresce la taglia di due mucchietti d'oro.... O vivo messer Ugo o morto....

Ugo scese senza una direzione per la valle, nella notte oscurissima, poi s'arrampicò ad un monte, sempre alla cieca, percuotendosi nelle piante, molte volte cadendo, affondando, squarciandosi i piedi e legando le gambe nei rovai, e spiando cogli occhi intentissimi, coll'odorato, colle mani....

Camminò, camminò. Ad un tratto gli parve che qualcuno parlasse di lontano. Egli si protese a terra, ficcò gli occhi nella tenebra, e scorse tra il nero degli abeti una striscia più chiara che montava, montava, si perdeva: era una stradetta. Dio sa per dove! Ugo nulla conosceva. Concentrò tutta l'anima nel senso dell'orecchio: capì che due uomini armati venivano su parlando tra loro.

Ugo incominciò ad afferrare queste sole parole:--.... quello che dite voi è un cavaliere valoroso. Ma l'altro è da sgozzare.

Avvicinandosi i due interlocutori, Ugo rattenne il fiato: e sentì distintamente il colloquio: ed eccolo:

--Chi disse che Ugo era morto per ferro, chi per sasso. E compare a menar così la scure, rompendo l'uscio della cappella, una cosa sacra.

--Perdono d'Iddio!

Ugo, per tacere, si cacciò un pugno in bocca.

Diceva l'uno:--Adesso c'è su scomunica per tutti. Ohe, non ditelo, fratello, a mamma Agnese, se no ci troviamo giuntati anche di quel po' di cena, dopo una giornata d'arme come questa.

E l'altro:--Messer Oberto non parlò con noi? Si è spento l'incendio, per grazia della Vergine: perciò fu pubblicato un bando dal duomo di Saluzzo: con cui Ugo è scomunicato, sette volte sette, noi solo una.... ed è di troppo! Ma lodiamo Dio! sarà levato il peso dell'anime nostre solo quando madonna potrà sposare un cristiano leale che paghi il papa.

--Dicono d'Oberto.

Ugo quasi si sgangherò le mascelle.

Continuava l'uno:--Ed ha di già fatto sacramento al vescovo messer Oberto. Hai veduto la croce sulla pergamena?

Diceva l'altro:--Oberto è un cavaliero valoroso.

E i due si allontanavano. Ugo guardava ed ascoltava. Solo tenebra e silenzio. Ugo fece per alzarsi e seguire i due uomini, ma non potè! Così disteso a terra com'era, si cercò alle reni il pugnale per appuntarselo al petto e poi pregare con religiosi e suicidi contorcimenti: l'atto della supplicazione, credeva, avrebbe celato a Dio il delitto. Non trovò l'arma: allora disse:--È volere del cielo ch'io non muoia così orrendo!--e potè rizzarsi, e salire la montagna.--O Signore--scongiurava:--fammi capitare a Malandaggio! C'è un buon romito nella grotta.... Ch'egli mi ribattezzi coll'acqua del Chiusone!... Nella valle giù.... c'è.... Imilda.... Imilda!... E voglio fuggirla!... Su, su, su, t'arrampica!... Imilda!--e vaneggiando:--Su, su!... È pur triste la strada al paradiso!... Sulla cima m'attende la morte!...

L'eremita era lontanissimo, oltre la valle del Pelice, nella valle del Chiusone, sul Malandaggio, tra le Porte e il Villaro.

In questi pensieri, smarrita ogni traccia di sentiero, errò tutta la notte....

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Torniamo a Rupemala.

Oberto e Ildebrandino erano divenuti nemici, come si vide, e i nemici in casa sono peggiori di quelli coll'armi alla mano. Ildebrandino pensava:--L'ho colmato di benefizi, come se fosse mio figlio, e speravo tanto d'Oberto! L'avevo bene cresciuto! "Voglio Imilda!" Dopo ch'io gliela avevo concessa' Non doveva, non poteva dire così.... Ma v'è un'offesa maggiore!--Sì, Ildebrandino aveva udito amarissimamente rinfacciarsi la sua mala fortuna di un tempo, e fu trafitto da quel dubbio villano: "Fate che, morendo voi, io abbia un castello o la memoria...." E che aveva soggiunto Oberto? Le esequie? Ildebrandino aveva capegli grigi: pensò e ripensò, e si sentì come maledetto.... Quel giorno in cui Oberto tornò da Saluzzo chiedendo d'Imilda, Ildebrandino rispose:--È _mia_ figlia!--e veramente provò addoppiato l'amore per lei, già lontana, ma sicura. Oberta domandò a tutti per sapere qualcosa, ma invano. Allora lodò lo zio, finse di volersi pacificare con lui, forse per acconciargli più traditora una certa sorpresa che meditava pel dimane, escì con lui a cavallo per vedere dove fossero appiattati i nemici; si rappattumarono un poco, ma sulle loro labbra c'era sempre un'ironia velenosa, sempre quell'espressione--Lascia fare a me--che si mostrava più e più, quand'essi volevano ricacciarla.

All'indomani entrò un frate nel castello e parlò con Oberto, perchè lo zio era uscito coi balestrieri ad apparecchiare una offesa contro Adalberto, che continuamente faceva scorrazzare della cavalleria. Oberto parve assai dimesso, ricevette un rotolo di pergamena dal frate, e lo accommiatò:--Che messere il vescovo ne faccia grazia! Speriamo nella Vergine di Saluzzo. Sì, farò ancora limosina al convento, copiosissima....--Poi tra sè:--Se il papa mi sapesse dire dov'è Imilda?

Ad Ildebrandino nulla fu detto. E quel giorno il cavaliero volle combattere, combattè fino a sera, cessò, e, meditando una certa impresa per la notte, tornò al suo castello, e sembrò riconciliato con Oberto, perchè questi gli fu allato sempre, come un prode. Ildebrandino, cogliendo il momento che Oberto non vedesse, chiamò a sè, in una torre, i figli del vecchio Federigo e di Agnese, e loro disse:--Ritornate su alla montagna e portatemi per domani le nuove di Imilda.

Oberto che era nella corte, da un pezzo meditabondo, vedendo partire i due fratelli, credette che si recassero dai vassalli cogli ordini per la notte: domandò loro:--Dove andate?

E quelli:--Dove vuole messere.

--Vuole lui? Non sempre si è obbligati a obbedire noi--istigò Oberto:--Vuole?

--Come?

Oberto mostrò loro la pergamena che aveva in petto, parlò sommessamente, rivelando una gran cosa accaduta, e concludendo:--Siete sciolti da ogni giuramento verso lo zio. Obbedite a me che posso salvar tutti! Ditelo ai soldati. Io voglio comandare a tutti loro, se ad essi preme il nome di cristiani e la salute dell'anima.

--Che mistero!--disse uno dei fratelli, avviandosi.

E l'altro:--Non ditelo a mamma Agnese. E se stanotte il dimonio ci gioca!--e fece l'atto di segnarsi colla croce, ma si arrestò lamentando:--Non si può più, e mi trema la mano!

--Che cosa! Quando gli altri la sapranno!

I due uscirono dalla porticella di soccorso, e s'incamminarono, taciti e compunti, alla montagna: e furono proprio quegli armati che Ugo ascoltò con tanto amore.

Quella sera, appena Oberto vide Ildebrandino:--Zio--gli disse:--Ho da parlarvi e da senno.

