Ugo: Scene del secolo X

Part 4

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Venne il giorno, sì: quello in cui l'araldo bandì doversi prestare l'omaggio al signore. Ugo stava ai piedi della chiesa nella sua _curte_: c'erano pure messer Ildebrandino, Baldo, Aginaldo, e tra gli scudieri Aimone. I cavalieri ascoltarono, diedero mano alle borsucce, poi se ne andarono: Ugo, tenendosi vicino Aimone; gli altri dietro, legati da nessun aperto discorso, pure tacitamente affratellati da un odio solo.

Ugo disse allo scudiere:--Il meno che si sarebbe potuto fare?

--Messere,--rispose questi--dargli a masticare la pergamena.

--Ah! parli dell'araldo?

--In quanto a messere...!

--Ci abbiamo pensato!--attestò Ugo: poi--Aimone, hai conosciuto Unfrido? Sai com'è morto?

--Vostro padre lo fece trascinare dall'istesso puledro morello. Ma perchè dite così?

--Per avvisare i traditori--Ugo disse ad alta voce.

--Per Dio!

Allora, udendo questo, Ildebrandino prese a camminare lesto, in modo da giungere a pari di Ugo, e aggiunse:--Per avvisare i traditori e i traditi.

Ugo, il quale struggevasi nell'ardentissime battaglie dell'anima, e in quel momento più che mai sentiva amaro l'essersi ingozzata la vergogna di quel bando, udendo le parole d'Ildelbrandino e notandone il tono, fu lì lì per gridare ai cavalieri: --Qua la mano e giuriamo vendetta!--E sarebbe stato ascoltato. Egli conosceva Ildebrandino, come Ildebrandino conosceva lui: si salutavano cortesemente quando il raro caso portava che fossero insieme, ma ognuno pensava tra sè:--Se quel valente mi fosse allato!--e l'uno e l'altro nella sommessione al comune signore, trovava, anzichè una spinta ad amicarsi ed operare, un argomento penoso per starsi lontani, sospettando che quegli potesse dire di questi, e questi di quegli: --Perchè ha sopportata tuo padre?--Perchè hai sopportato, come un giumento, finora?--Adunque Ildebrandino fu soddisfatto di aver dato appicco a quella conoscenza che sperava doversi stringere e mutarsi nella sospirata congiura, giacchè di Ugo presagiva molto, sapendolo valoroso e bollente. Ed Ugo fu contentissimo di avere con sua volontà eccitate quelle parole, buon indizio di tempra inflessibile.

Si fecero l'uno appresso all'altro, e il loro esempio fu imitato dagli altri due baroni, messere Baldo e messere Aginaldo: quello un vecchio ringhioso e impaziente; questo un cavaliero poderoso, guerriero quando ci fossero petti da passare fuori, non importa se d'amici o di nemici, cacciatore di lupi audacissimo quando gli mancassero gli uomini.

Si avvicinarono Ildebrandino ed Ugo, e siccome Aimone stette per porsi dietro ad essi, Ildebrandino, cogliendo l'occasione di più chiarire il suo animo e applicando il motto che ci si guadagna ad accarezzare il cane per il padrone:--Scudiero--disse:--avete capegli bianchi e l'essere invecchiato presso messere Oldrado so quanto valga.

Ugo si drizzò tutto, e trovò di concludere così:--O Aimone, imparerai ad aprire i portoni delle castella. Aimone, non farti scrupolo: quando portavi a mio padre la lancia pel combattimento ti facevi forse di dietro? Metti conto che il viaggio può essere lungo. Ma noi ci incamminiamo. Messere Ildebrandino?

--Con la grazia d'Iddio--rispose questi.

--E con la nostra volontà.

E i due cavalieri sporsero simultaneamente la destra e se la strinsero.

Il giorno di Pasqua di Resurrezione già abbiamo veduto come Ugo abbia fatto e Ildebrandino risposto.

I cavalieri eruppero dal castello d'Auriate, avviandosi dietro ad Ugo, e tale era la furia di voler la pugna che si udiva esclamare:--Messer Aginaldo, che dite?--Dico che vorrà essere ottimo giuoco!--Mandiamo i paggi per le armi!--Era tempo!--E i nostri montanari sono tutti pronti e vogliono le prede.--E quelli di Ugo!--Educati da Oldrado!--Orsù!

Ed Ugo gridava:--Ci vuole unione di consiglio.

--Dove andiamo ora?--interrogava rabbiosamente Baldo.

--Se ci attardiamo all'impresa siamo perduti!--gridavano gli altri.

--Volete combattere oggi?--domandava Ugo.

--Oggi!--Sì, sì, gli facciamo in tal guisa gli omaggi!--Oggi!

--Messeri--disse Ugo:--è giorno di Pasqua.

Aginaldo che non lo ascoltava o non voleva ascoltarlo:--Liberiamo le nostre castella! Gli avi le tennero sì o no? Più bella giustizia non si sarà mai resa! Chi è Adalberto? Chi siamo noi? Noi sì siamo i padroni dei nostri servi, ma noi non siamo servi ad alcuno: egli non può essere signore di gente libera.

--Messeri,--ripeteva Ugo:--vogliamo esser leali!

--C'è tregua fino a che il sole va sotto! Dopo si possono squassare quante lance si vogliono--diceva Aginaldo.

--Vero anche questo.

--E poi che cosa è il combattere? Conseguenza di una sfida che non si poteva fare? No, è difesa--esclamava il Baldo.

Qui parlarono di regole d'armi: gridarono, sempre camminando, per togliersi fuori dalla gittata degli archi saluzzesi, che potevano essere nascosti tra merlo e merlo o alle feritoie del castello.

Alla fine Ugo concluse:--Così non si fa alcuna cosa! Unione di consiglio e d'armi: per quella vuolsi che ognuno esponga recisamente: per questa che ognuno sappia di quali e quante forze può disporre. E per l'una e l'altra richiedesi obbedire a un capo.

Tutti intesero benissimo: Ildebrandino e Aginaldo ardenti di entusiasmo:--Voi!--cominciarono a gridare:--Voi il capo! Sappiamo come avete incominciato! Pensiamo come volete finire!

Egli, a vece di rivolgersi a loro, si volse a Dio, acclamando solennemente:--L'omaggio deve essere reso a Te solo. Noi non siamo torme di ribelli, perchè non erano torme di schiavi gli avi nostri ab antico! Dunque, cavalieri,--strinse Ugo:--dove ci riuniamo?

--Dite voi.--Dite voi.

--Più atto ad esplorare i movimenti che potesse fare il conte parmi il castello di messere Ildebrandino. Assentite, cavaliero?

--Per la spada di Sichelmo mio! Quando, e' saranno venti anni, venne Guidaccio sul mio torrione, avevo tutti gli uomini appestati da un certo pellegrino che ospitai. "Suonate per me: i nostri figli, spero, ricorderanno questi squilli" dissi. Figli maschi non ho: io voglio rispondere, io stesso, e con me il mio Oberto!

--Al castello d'Ildebrandino--disse Ugo.--Mezzogiorno è ancora lontano. Messere Aginaldo, quanto impiegate dal vostro portone a quello di Ildebrandino su un buon corridore?

--Io non ho cavalli grami--morse il cavaliero:--Con qualunque de' miei in due ore vi sono.

--Dunque, messeri,--comandò il capo dell'impresa:--fra quattro ore a Rupemala.

--Non ho cavalli grami!--incioccò i denti Aginaldo.

--Non dico questo: ne è caso vi offendiate. Ad andare al vostro un'ora, a rassegnare le armi e i vassalli un'ora e mezza, un'altra e mezza dal vostro castello a Rupemala, o forse manco, perchè le vostre scuderie hanno tanta rinomanza quanto il vostro valore.--Così fu contento anche messer Aginaldo.

E si separarono.

Primo a mettere il piede sul ponte di Rupemala fu Ugo. Aveva tanto osato e tanto ottenuto in quel giorno, che per ambizione audace, tentava di cancellarsi dalla mente la memoria del padre e della madre, lanciandosi colla fantasìa in un combattimento vittorioso, per fare tutta sua la gloria dell'impresa. Quei fantasmi gli rubavano! E per Dio! suo l'ardimento, sua la valentìa che gli aveva sottoposti spontanei anche i vecchi cavalieri, suo l'accorgimento, e suo l'esito... E se fosse rotta? Oh rotta no, no! Che vitupero!...

Ugo entrò nel castello, perchè tosto al suo nome si aperse il portone: fu condotto in una sala d'armi, aspettò poco, osservò molto, computando quanti uomini si potessero arnesare subito con piastra e maglia, poi s'inchinò là dove la porta si spalancava. Venne innanzi messer Ildebrandino coll'usbergo sopra l'abito di pelle: e con lui un bellissimo giovane di diciotto in diciannove anni, pallido, aggraziato, più atto, a giudicare dalla sua persona, a toccare il salterio che a reggere il lanciotto del signore, come voleva il suo ufficio, e questo appariva dagli sproni d'argento.

--Oberto,--disse Idebrandino, prendendolo per un braccio:--questi è il cavaliero Ugo, il quale ti farà degno della sua stretta di mano quando tu avrai la fascia sull'armi.

--Non me la faceste promettere?--Oberto interrogò lo zio coraggiosamente. Si trovava di fronte a quell'Ugo che in un ultimo gioco l'aveva soperchiato in tre incontri! E quell'Ugo già aveva gli speroni d'oro! E lo zio, sperimentato cavaliero, s'inchinava a quel venuto del malanno!

--Quando messere Ugo lo creda,--disse Ildebrandino.

--Quando io la meriti!--interruppe Oberto.

Ugo davvero incominciò ad amarlo.

Vennero i cavalieri, e furono presi gli accordi per la dimane Ildebrandino con Oberto sopraintenderebbe alle macchine guerresche: messer Aginaldo darebbe gli arcieri più abili, coi capitani Guelardo ed Irnando: Baldo vi unirebbe i suoi savoiardi con Aldigero e Ugonello, al cavaliero il comando dei cavalli di retroguardia: a Gisalberto il servizio di esplorazione notte e giorno co' suoi, Oddone, Eleardo capo dei saluzzesi armati di scuri: Ugo alla testa di venti valentissime lance regolerebbe le mosse di vanguardia e d'investimento: e via, e via: i castelli non istarebbero sguerniti: si lascerebbero armi ed avvisatori in ognuno di essi.

Come voleva la cortesìa delle usanze, i messeri furono convitati. Entrarono in una sala assai rozza, ma spaziosa, col tavolo fumante di mezzi capretti arrostiti, colle seggiolone coperte di pelli di lupi. Scinsero le spade, rumorosamente gittandole in un mucchio, allentarono le fibbie delle piastre e delle maglie, si lasciarono andare giù sui panconi, pure nessuno mise le mani nel tagliere, perchè un posto, e il più eminente, rimaneva vuoto. Nè attesero a lungo: si sollevò l'usciale della sala, e un paggio, affacciando mezza persona, annunziò:--Madonna Imilda.

Apparve la figliuola di messer Ildebrandino e della morta Adelasia, di vaga persona e di animatissimo viso, in stretta gonna oscura, cinta su da uno scheggiale, e coperta il capo dai lati con un velo appuntato: s'avanzò salutando i convitati, e, al cenno fattole dal padre, s'assise al suo posto. A destra aveva messer Ugo, a sinistra il suo parente Oberto.

Ildebrandino così la salutò:--Valenti, udite: la figliuola mia sa assai bene di leuto e canta di Carlomagno e dei paladini: operate in modo che il suo strumento abbia una corda anche per voi; e la sua bocca una voce per le vostre imprese. Amabilissima figlia, abbiateci grazia!

Di poi i convitati presero l'invito non da scherzo, come ai dì nostri, e se da quegli assalti alle vivande dovevasi trarre augurio per la domane, in verità era buonissimo. La sola fanciulla non aveva tagliere dinnanzi e non partecipava all'allegrezza epulona: il che era richiesto dal suo decoro verginale.

Ugo guardava... La smorta faccia di Oberto non era faccia che egli si potesse dipingere incorniciata di maglia, colla bocca che impreca ai nemici, col naso fiutante la polvere del combattimento, cogli occhi dai lustri audacissimi... Imilda, melanconica e dolcissima, aveva l'aureola dei biondi capegli, le labbra dischiuse al canto amoroso, le nari voluttuosamente ebbre come d'alito profumato, le pupille lente nel sopore placido delle visioni insidiose.

Ugo guardava irresistibilmente. Il viso di Imilda gli pareva sfumasse nelle nebbie di un sogno. Che sogno? Oberto toccava il salterio: ella cantava le laudette religiose. No! no! Oberto riprendeva lo strumento e atteggiava la persona al mollissimo abbandono dell'amore.--Per l'inferno, spezzategli le corde!--Ugo con moto improvviso sorse, e si cinse la spada, poi ne morse gli elsi con potentissimo affetto.

--Chi siete?--una e due volte domandò Imilda ad Ugo.

--Sono il figlio di Guidinga.

Imilda lo interrogò con un lungo sguardo. Ed Ugo nuovamente pensando:--Com'è il mare?--si rispose:--Dovrebb'esser come l'anima quando è in tempesta! Come l'anima quando sorge il sole!

E veramente per la prima volta sorrise....

CAPITOLO V.

L'indomani mattina Ugo era capo di un drappelletto di lance in vanguardia, moveva al castello di Adalberto, e così parlava ad Aroldo, un capitano di Gisalberto, che gli era accosto:--Io vi dico che la sorpresa deve riuscire benissimo. Sentite: lo spione che inviammo colà all'alba ne tornò dicendo essere il portone guardato bensì, ma pure aperto per dare accesso ai carri che vanno e vengono da' vassalli per le provvisioni, perocché il messere teme l'assedio. Dunque i pochi balestrieri di Aginaldo girano per di qua e si presentano sotto le torri, alla facciata secondaria; là l'offesa, là pure si concentrerà la difesa, e intanto non vorranno cessare i carri e le carrette di passare col necessario, tanto più che essendo debole l'investimento non darà luogo a soverchie precauzioni. Si penserà, state sicuro, al pericolo avvenire; quello della fame. Quando noi lance avremo il segno di sbucare dalla selvetta, di rovinare giù al portone...

--Sentite o non sentite?--l'interruppe Aroldo:--St, st. Fermate i cavalli. Sentite?

--Per l'anima di Oldrado, se è tromba! E i balestrieri non sono ancora a posto!--meravigliò Ugo.

S'udì ancora uno squillo venire dalla banda del castello, ed ecco poco dopo, alla svolta della strada, di lontano, comparire un gruppo di cavalieri, coi pennoncelli spiegati.

Ugo si drizzò sulle staffe e disse a Aroldo:--Guardate che colori sono quelli.

--Azzurro e bianco.

--Colori amici. I pennoncelli d'Ildebrandino. Ma come...?

--Tre cavalieri e due paggi da piede... cioè tre cavalli e quattro cavalieri. Oh come ci sta a disagio quel messere! Su un animale due cavalcatori! Che quella fosse fuga?

--Ma chi diede ordini così? A chi si obbedisce? Suonò forse il mio trombetto?--e Ugo tormentavasi e già malediva i nomi degli altri capitani.

Avvicinandosi la compagnia, poterono meglio vedere. Aroldo notava e riferiva:--Conosco il cavaliero: è Oberto.

--Oberto?--e Ugo diede una rabbiosa strappata di redini al cavallo: poi, per non farsi scorgere, accarezzò la criniera dell'animale, dicendo:--Con questa furia atterreresti un portone!

--È Oberto con Bonifacio ed Eustachio.

Venivano, venivano: erano a pochi passi: s'arrestarono. Oberto trionfalmente scosse la lancia, dicendo ad Ugo:--S'incomincia bene. Facciamo suonare la vittoria nostra dalla bocca del nemico! Bonifacio, mostrate che caccia si è fatta.

Il nominato saltò d'arcioni, e fece grandi sforzi per trascinare giù dalla groppa del suo cavallo quel secondo cavalcatore, un uomo a sarcotta discinta, a capo scoperto, il quale colle braccia piegate dinnanzi si celava la faccia per vergogna, ed aveva al collo una tromba. E dalli e dalli, pesta e ricevi, a conti fatti, il prigioniero rotolò giù e fu messo tra due cavalli, intanto che Eustachio dal sacco della sella apparecchiava una fune gagliarda... Era Guidello l'araldo!

--Messere,--disse, Oberto ad Ugo coll'aria di chi finalmente parla da pari a pari:--lo zio voleva ch'io mi rimanessi alla scorta degli artífici militari. I trabuchi e le manganelle li ho anch'io!--e diedesi a muovere le braccia, come se rotasse uno spadone.--Mettete i tardi e i vecchi alla guardia, i giovani alla battaglia! Dunque mi cacciai giù al castello con due cavalieri, venni al ponte: il portone era spalancato, e mi spinsi dentro! Trovo l'araldo che voleva dare l'avviso dell'agguato: eh!

Ugo non lo lasciò finire è domandò:--Dov'è vostro zio?

--Dunque, Guidello lo afferro alla gola...

--Andate da vostro zio e ditegli che, facendo come fate voi, non si guadagnano più gli speroni d'oro. Croce di Dio! chi diede ordini così? A chi si obbedisce?

Oberto sbuffò tra i denti:--E messere Ildebrandino non sapeva e non doveva essere capo?--e in cuor suo diede tante bestemmie ad Ugo che a volersi questi redimere non bastavano le limosine di tutta cristianità al santo sepolcro. L'irrequietudine dell'età, la baldanza di affrettare quel giorno in cui comandasse a vece d'Ildebrandino, la brama di cose nuove, l'inferiorità sua in confronto di Ugo, erano dardi fitti nell'anima di Oberto. E l'amore! Messeri sì, l'amore per Imilda! E ad Imilda doveva comparire innanzi come uno scudiere frustato! allo zio come un traditore dell'impresa! ai duci come indegno di cavallerìa! Oh messere Ugo! Ma Ildebrandino non sapeva e non doveva essere capo!

--Conducete il prigioniero a Rupemala--aggiunse Ugo:--e fatelo guardare.

Il quale Ugo, dopo che ebbe detto ad Aroldo e alle lance che lo seguivano:--Corriamo ad avvisare i balestrieri--stringendosi fieramente sul cavallo, alla tempesta della corsa per la montagna associò una furia di pensieri giù per il precipizio della gelosìa. Se un indovino gli avesse detto:--Messere, c'è una donna!--Ugo avrebbe risposto:--Quante tratte di corda vuoi per metterti a luogo la testaccia?--Eppure! Così bolliva sordamente:--E dire, o giovinettino, ch'io ti facevo solo buono a toccare il salterio e a startene sul cuscino ai piedi del seggiolone! E mi giuochi di quelle imprese arrischiate! Rompi i comandi, ti cacci a dirotta sul terreno nemico, con due lance!... Eh se t'avessero chiuso dentro al castello e squartato come un traditore? Il tuo coraggio deve piacere! Con due lance? E non ti acconci ad ungere le ruote delle manganelle? Altro che leuto! Ma sei bello, e suonavi bene lo strumento e t'atteggiavi ai piedi del seggiolone! Morte dell'anima mia!--Fremeva Ugo, sentendosi addoppiare il cuore da un nuovo tormento:--Madonna Imilda ti guarda e canta al tuo suono.... Galoppa, galoppa, o mio morello: stringetemi a sangue, o maglie! Perché non si combatte?... Che voglio dirmi? Che voglio scoprire in me? Ugo non deve saperlo!... Padre, Guidinga, supplicate voi ch'io sia ferito a morte! Suona, Aimone!... Ci sarà fragore, pugna, sangue, ma in me sempre una colpa, un rimorso, un tristo serpente!... Ugo non deve saperlo! O solo quando Ugo ne rida!

L'audacia di Oberto danneggiò le operazioni militari divisate. I balestrieri, i quali con Guelardo s'incamminavano a disporsi, vedute le lance con Ugo che movevano verso di loro, credendo che quelle avessero dei nemici alle spalle, si diedero alla fuga, precedendole nella direzione che quelle avevano preso nel corso, e così oltrepassarono la facciata secondaria del castello, poi, trovato il terreno scosceso, mutarono cammino e presero a salire la montagna per nascondersi nelle macchie, e per quanto le lance gridassero ad avvertire Guelardo di ritornare, continuarono scompigliati. Dal rumore delle trombe e dalla voce tremenda di Ugo avvisati gli arcieri di Adalberto, salirono sulle torri o incominciarono un formidabile saettamento.

--È così!--diceva Ugo:--A chi dobbiamo gratitudine per questo cominciamento di pessimo augurio?--E fu contento di rispondersi:--Vituperato le mille volte quell'Oberto!

CAPITOLO VI.

Due dì dopo, di buonissima ora, era incominciato il combattimento sotto le mura di Adalberto. Si erano mandati innanzi i balestrieri, i valentissimi di messer Aginaldo, con Irnando, coll'ordine di principiare l'offesa su un lato per ingannare il nemico, facendogli su quello concentrare la difesa: poi venivano le torri e le macchine balistiche con robuste travi, e queste dovevano investire dai fianchi più deboli: poi cento saluzzesi, forniti di scale e armati di scuri, con Eleardo, i quali avevano comando di starsi appiattati nelle boscaglie per correre ad un segnale al ponte e al portone: poi i cavalli e i fanti: c'erano Ildebrandino con Oberto, Ugo, Aginaldo, Gisalberto, Baldo.

Ildebrandino e Oberto stavano colle macchine da un lato verso la valle. Ugo dal lato seguente, in direzione del castello d'Ildebrandino, e con lui c'erano Gisalberto e Aginaldo. Baldo doveva guidare le lance e i fanti.

Ugo, legato il cavallo a un troncone delle moltissime piante, tenevasi dietro ad una torre di legno, e badava a rotolare i massi che si spaccavano dalla montagna sotto la tempesta di certe azze montanare: li rotolava verso la maggiore petriera, e dava loro l'augurio:--Tu pari fatto apposta per piombare sull'elmo di Adalberto. Tu se colpisci come so io, vali tant'oro quanto pesi!--E via, e via, aiutava, più come fante, gli armati d'Ildebrandino, che come capitano della spedizione, faceva cuore ad essi:--Da valenti, assestate la trave, tirate la fune! Da valenti, giù, giù, giù!--E il colpo partiva. Dopo messere levava il volto su ai battifredi, si toglieva l'elmo e lo buttava a terra, dicendo:--Sbalestrate anche questo, chè io non temo le frecciate!--rialzava la faccia e chiamava:--Vedeste? Più a dritta o più a mancina? Quando siamo a tempo! Voglio balzare con voi sul battuto! Dite, Aginaldo!

E quelli dall'alto:--La muraglia cede. Dalle balestriere vien giù l'inferno, ma i nostri arcieri non indietreggiano di un passo. Santa Maria! Seguitate! Su una torre è sbucato Adalberto! Fate avanzare le macchine!--E gli armati che erano sul battifredo, si precipitarono giù dalle interne scale di esso, perchè fosse più leggiero; e, attaccatigli cavalli dai lati, e dietro spinto da Ugo, Aginaldo, Gisalberto e da molti fanti, quello si avanzò, tentennando maestosamente, fino a dieci passi dal fossato. Arrestatosi, gli armati s'incalzarono per salirlo, gridando:-Calate il ponte!--Era il ponte una lunghissima tavola, sostenuta da catenoni, la quale si abbassava, precisamente come i levatoi, a mettere in comunicazione la piattaforma del battifredo colle mura nemiche.

--Calate il ponte!--gridavano ancora Gisalberto e Aginaldo, correndo sulle strette scale.

--Maestro Sega, mettete i contrappesi!--comandava Ugo con poderosa voce:--Girate le ruote e tendete le corde!--Ma non vedeva il maestro.

Gli armati nell'ardore dell'assalto udirono quel comando, e credendo fosse ubbidito, o, a meglio dire, fremendo unicamente per menare le mani, erano giunti all'alto. Aginaldo liberò un catenone, poi l'altro, nè tenne la fune del ponte perché abbassasse a poco a poco, ma lasciò andare. Gisalberto esultava:--Investiamo con impeto!

Al basso Ugo ancora affannosamente minacciava:--I contrappesi o la dannazione eterna!--ed ecco ficcando intorno gli occhi, gli venne veduto il maestro orrendamente schiacciato nel terreno e dimezzato il corpo da una rotaia sanguinosa: una freccia gli era confitta al petto.

--Cavalieri!--ebbe ancora cuore di urlare Ugo:--tenete i catenoni!--ma non aveva ancora detto, che ecco la torre barcollò verso la fossa.... Egli che si stava attaccato ai congegni delle ruote posteriori fu balzato a cinque passi sul terreno: la torre con fragore di ruina schiantò il ponte contro le mura nemiche, e precipitò nel fossato Gisalberto, Aginaldo e quanti armati v'aveva. Nel castello suonarono i pifferi a scorno e dalle feritoie i balestrieri levarono grida di vittoria... Si scosse Ugo, dolorosissimo, e ancora incerto di quanto era accaduto, ancora imprecava:--Maestro, v'hanno pagato per tradirci?--Si volse su un fianco e vide gli uomini che, abbandonate le petriere e le manganelle, accorrevano animosissimi, giungevano alla torre, vi s'arrampicavano come gatti, tentavano di unghiarsi alla muraglia: ma la muraglia restava troppo alta e non dava appicco; piovevano gli olii e la pece, guizzavano d'alto in basso le punte: e chi degli assalitori rifaceva il cammino: chi era incalzato: chi incontrato: e chi piombava nella fossa: e chi, avvinghiato al legname, si spenzolava!... Intanto sopraggiunsero i fanti e i cavalli che erano indietro.

--Avanzate le manganelle! Se il ponte c'è, per Dio! fate la breccia!--tuonava Ugo, tentando di rizzarsi dal terreno sul quale lo inchiodavano le doglie.

Cominciarono poco più di dodici uomini, incontro alle frecce nemiche, a trascinare le macchine e a caricarle di sassi, e a porle da assestare i colpi. Presero a farle giuocare: un proietto percuoteva nelle mura, l'altro nella torre, sconquassandola e facendola sempre più piegare, e i nemici ridacchiavano e ululavano i troppo presti assalitori così sfracellati dagli amici.

Ugo, non sapendosi persuadere che fosse desto, così com'era senza l'elmo, si tormentò fortemente la faccia, poi si rotolò davanti a una pozza d'acqua, e in essa tuffò il capo per averne refrigerio.