Ugo: Scene del secolo X

Part 2

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Si schiuse tutto il portone, segno d'arresa, e comparve il garzonotto in nero, e lesse il bando, per cui--al molto glorioso signore di Auriate si calavano le bandiere.--Messere Adalberto galoppò dritto nella rôcca, e ambiziosissimo s'impose:--Prima regoliamo la bisogna del marito! Venga Oldrado, ed oggi stesso riceverò da lui l'omaggio. Questo suo vitupero sarà la più bella gioia per Guidinga!--E, scavalcato, passando per la porticina stretta che da un corritoio dava nella chiesa solitaria, udì dietro le spalle sbattersi irremissibilmente l'antaccia di quercia, si trovò a un tratto separato da' suoi capitani, si volse all'indietro e scorse tutto buio, si volse all'innanzi, ed ecco in capo al corritoio il paggio nero, il quale recava un cuscino nero e s'inchinava rispettoso, dicendo:--Messere Oldrado è pronto a prestarvi l'omaggio.--Adalberto si contorse molto iroso, irosissimo più che del pericolo, d'avere avuto per un momento paura, s'avanzò, e, sotto l'usciale sollevato dal paggio, entrò nella chiesa. Quivi trovò Oldrado solo e ritto, in aria così beffarda che pareva gli dicesse:--Sono il marito di Guidinga: lasciate fare a me! Avete saputo fare voi?--Che in quei tempi non si trovasse neppure schermo alle vendette ai piedi degli altari, si sa, e si sa che gli accorgimenti per condurre allo scopo i giuochi insidiosissimi avevano tutto lo studio delle faccende scrupolose. Adalberto doveva ascoltare quell'araldo bianco, vipera forse del tradimento? Doveva sgozzarlo! Doveva aspettare le tre ore? E rivederlo ancora? Doveva sgozzarlo! E il pronte s'era messo giù, il secondo portone spalancato, i porticati apparivano deserti. I traditori tutti! Ed egli si era lasciato cogliere! Oh il suo furioso amore per Guidinga era di quelli che si spaventano dei mezzi? Ma se lo scopo era già per sè stesso tremendo e ineluttabile!... E quell'arcone che menava al corritoio, e il coirritoio che menata alla chiesa! Che c'era nel corritoio? Una porta inchiovata che valse una muraglia: i suoi cavalieri al di là forse erano scannati: egli al di qua forse con tutta la irrisione di una vendetta pensata e ripensata era tratto all'inganno, e dall'inganno alla morte! O Guidinga! Guidinga!

Messere Oldrado era là nella chiesa solo e ritto. Aveva faccia di quelle che anche nel sonno mostrano aggrottate le sopraciglia, rugosa tenacemente la fronte, aperta la bocca al grido di battaglia, collo da far disperare quelli che, per amore di qualche taglia bandita da alcuno prepotentaccio vicino, dessero ascolto all'inferno, e arrotassero la coltellazza e già preparassero il sacco, come Giuditta la gagliarda; torace che portava tre usberghi e poi chiedeva anche il quarto, braccia da armaiuolo milanese, gambe le quali se inforcavano gli arcioni vi si serravano con tanta saldezza, sì che non ci fosse lancia da cavaliero poderoso da allentarle o farle staffeggiare.

--O conte,--disse per il primo Oldrado:--mi accorgo che la cerimonia poco soddisfa il vostro amor proprio.

E l'altro:--Messere neppure è da scudiero la insidia.

--Voi sbagliate: non sono armato e mi dichiaro vassallo vostro.

--Consento--con questa risoluzione Adalberto richiamò tutto il suo odio;

E Oldrado:--Ed io consento. Udite: un debole cerbiatto tanto fa che un giorno o l'altro debba essere dilaniato da uno sparviero: ma gli può ficcare attraverso la gola un ossicino da mettergli tanto strozzamento da far maledire il pasto.

--Messere, Oldrado, che le azioni vostre mi permettano di chiamarvi cavaliere!

--Vi dissi: non sono armato e mi dichiaro vassallo vostro. Volete ricevere l'omaggio? O fuggite le pompe?

--Voglio.

--Io pure. Bonello, fatti avanti--comandò Oldrado; e il paggio che si era fermato sulla porta, entrò nella chiesa e recò il cuscino. Il padrone lo prese, lo depose ai piedi di uno scanno larghissimo, a seggio baronale, e invitò Adalberto. Il quale con grande dignità s'assise, e le parole furono poche.

--Cavaliero, riconoscete vostro signore Adalberto, conte di Auriate?

--Riconosco.

--A quale istituzione?

--Questo tocca a voi.

--Sì: e giacchè avete parlato di sparviero, sia ad instituzione collo sparviero.

--Collo sparviero.

--Giurate.

--Giuro a messere Domineiddio.

Poi spaventoso Adalberto corse per tutto il castello, e, ghignando, entrò nella stanza di madonna Guidinga....

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il signore di Auriate, quando furono introdotti nella sua sala della torre Guidello ed Ingo, si levò impazientissimo, interrogando:--E così, araldo?

--Con la grazia somma--rispose Guidello:--io ho salve l'ossa, voi la onoratezza di cavaliero.

--Come andò?

--Il sagrato ci parve una benedizione del cielo: spiegai il bando e diedi l'avviso.

--Chi accorse? Venne Ugo?

--Messere sì, c'era Ugo.

--Dunque?

--Con Ugo, lo scudiero: c'erano messere Ildebrandino, messere Aginaldo, messer Baldo, con certi uomini di facce così sinistre!... Il chierico bisbigliò un esorcismo di tutto cuore, ed io di tutto cuore risposi.

A questo punto anche mastro Ingo entrò interlocutore:--Cavaliero potentissimo, mio padrone, vi dico che qui ai vostri comandi scrivo quanti malefizi volete, ma quando tirano cert'arie ai quattro venti....

Gridò il signore:--Dì su, Guidello.

E l'araldo:--Vi dico: vidi l'Aimone d'Oldrado, con quel ceffo di cane rabbioso!

--Chi ti parla di scudieri?--interruppe sdegnosamente il signore:--E chi ti dice che quelli siano a sproni d'argento?

--Messere, dico per dire.

--Parla di quei dappochi coi garzoni di falconerìa, e tieni le loro imprese per narrare quando i miei servi stregghiano i somieri.

--Fatemi perdono.

--A un patto, Guidello: che la tua mano un dì o l'altro corregga la scappata della lingua. Hai capito?

--Presto capito, e presto fatto con l'aiuto del mio santo protettore.

--Dunque c'era Ugo. E disse?

--Nessuno dei cavalieri parlò.

--IL bando fu pubblicato a tutte le castella?

--Messere sì.

--Senti, Guidello, tienti bene nutrito e conserva buon petto. Orvìa--e messere prese una borsa dal tavolaccio:--La gola è asciutta: a voi.

--Ecco qui--disse l'araldo e cavò di petto alcune monete di rame, le noverò, poi, dandone una metà al chierico che gli stava serrato alle coste, cupido come un bracco alla ferma:--Che mi rimane?

--Ma c'è il padrone che pensa. Vanne, Guidello, chiedi a Filippuccio, e quegli ti condurrà dove c'è mensa rizzata.

Si mosse con reverenza l'araldo, e si mosse anche il chierico.

--Ingo,--lo trattenne il cavaliero:--restate, chè ho da parlarvi.

Ingo, già stizzito per la paura, per il poco guadagno e per la tolta speranza di una cena, fece visino sorridente, e piegò la persona a un--V'obbedisco.

--Ho d'uopo--disse il messere:--della vostra saggezza e del vostro buon volere.

--Se voi comandate così, mi compiaccio assai: la saggezza a pro di ricco e nobilissimo conte, come voi, deve sempre essere accompagnata dal buon volere di saperla così ben usata.

--L'astrologo m'è diventato un fanciullo.... Nella vostra camera voi avete certi rotoli antichissimi di pergamene.

--Signore sì, certe disquisizioni dei latini.

--L'astrologo non sa suggerirmi.... Erano valenti questi latini?

--Oh pensate, messere, sono i maestri del mondo.

--Sta bene. Che cosa insegnarono?

--Messere, di tutto.

--E a petto di quello che dicono questi maestri nessuno sa schermirsi?

--Ai nostri tempi, no certo. Nell'abbadìa io sentii dire da frate Giocondo che noi siamo più rozzi degli ungari, e so che cinque frati altro non facevano tutto l'anno che copiare certi e certi codici sbiaditi di Cicerone che valevano un archivio e mezzo: e tanto mi raccontò l'abbate, che appresi l'arte della lettura per desiderio, poi quella della scrittura, ed ora vi dico che mi lagno d'avere soli due occhi che bastano a leggere poco, e vorrei che ci fosse un inchiostro d'oro fino stemperato per potere con quello scrivere certe sentenze antiche, le quali sono la magnificenza istessa di Salomone.

--L'astrologo non sa suggerirmi.... Ingo, dite, e i greci?

--I greci furono popolo artistico e coltissimo.

--Avete rotoli vecchi di quelli?

--Messere, se vorrei averne! Ci fu Platone che scrisse degli Dei, come se li vedesse, ci fu Aristotele che disse tanto dell'anima, quanto un dottore di santa madre chiesa, ci fu Socrate che morì, bevendo il veleno con tanta filosofia....

--E non sapeva farlo bere agli altri?--interruppe Adalberto, così mostrando la sua intenzione.

--Socrate era filosofo stupendo. Se vorrei averne di quei rotoli! Ho solo un discorso che è un pozzo di sapienza! Se lo vedeste! Un manoscritto che mi costò un anno di lavoro nella cella, ma riuscì così nitido, così corretto, a facciuole di santi e di beati, che sono cose da mettere su un altare, se quel sommo non fosse pagano, e l'anima dannata, com'è!

--Non sapevano farlo bere agli altri!--risolse Adalberto:--Ingo, io vorrei un greco, un latino, o un dimonio che fosse diverso da quel vostro filosofo stupendo.

--Ho capito.

--L'astrologo è diventato un fanciullo. E perchè non vi abbiate a pentire, Ingo, d'avere due soli occhi, vi do di che allegrarli a sazietà: queste le sono monete d'oro: ma l'oro non stemperatelo in inchiostri per onorare di fregi le chiacchere disutili dei morti, tenetelo per, voi che siete vivo. Avete capito?

--Ho capito!

CAPITOLO II.

Pel giorno di Pasqua di Resurrezíone, nella chiesa del castello d'Adalberto, diceva la messa un frate, e ad ascoltarla vi era il signore su un seggio, a destra dell'altare maggiore: a sinistra cinque cavalieri, in piedi, con più di cinque paggi in seconda linea, e di questi chi recava lancia, chi vessillo, chi coppa, e via, a seconda dell'omaggio che doveva rendere il proprio padrone. Messer Adalberto, perchè in quell'ora si gloriasse di tutta la sua dignità, vestiva una maglia lucente, a maniche, cappuccio e falda assai lunga, portava strisce di cuoio rinforzate da piastrelle di acciaio intorno alle gambe a stringergli i panni ruvidissimi e attorcigliati, scarpe acute pure di maglia, e speroni d'oro da combattimento. La spada a croce, col cingolo d'arme, e un cerchio comitale di ferro, gli erano accosto su un tavolaccio di faggio, sul quale anche si vedevano certe collane disusate, gli emblemi della perfetta cavallerìa degli avi, da Brunone suo a Sannuto, l'antichissimo fondatore dalla stirpe dei lupi d'Auriate. I vassalli comparivano quali in quel dì dovevano, cioè spogli di tutte le insegne che accennassero vita guerresca disgiunta dalla obbedienza al signore: avevano tonache succinte, corte, aderenti alle braccia e al busto, calze strette in gamba, di colore oscuro, usatti neri, puntuti, senza calcagni e senza lacciuoli.

Finita la messa, Adalberto si alzò, e fece cenno al maestro Ingo, il quale spiegò una pergamena: Guidello, divisato coi colori del suo signore, entrò, recando bastone e tromba, e su quello legò il bando pubblicato la settimana prima: poi si pose dietro il seggio di Adalberto. E questi, appoggiandosi con fierezza ai bracciuoli, si drizzò in piedi, come per degnazione, levò la destra all'altezza delle teste, quasi per deprimerle, e--Cavalieri,--disse:--quello che lesse il nostro araldo è quanto noi pensammo e pensiamo. La festa fu celebrata nella chiesa a maggior lode di Dio, il quale ci diede il potere.--Queste le parole, ma il pensiero ben diverso.

Il signore sedette, comandò a Guidello, e Guidello gridò i nomi, giusta l'ordine della nobiltà più antica. Venne innanzi Gisalberto, conducendosi allato due paggi, uno che reggeva la lancia, l'altro il vessillo su un'asta ferrata. Poi il cavaliero Ugo....

Questi aveva vesti nere, affatto nere, lo scudo coi propri colori ricamato sul petto, gli sproni d'oro ai piedi: chi l'avesse osservato bene, come certo notarono i baroni che stavano con lui, avrebbe scorto che il suo ampio giustacuore era stretto fìn sotto alla gola, e non lasciava vedere la striscia bianca del collare, sì bene una gorgera a fìtti anelli d'acciaio, i primi giri della maglia del giaco. Il suo volto aveva certe rughe sulla fronte che di sicuro non vi avevano impresso gli anni, i quali erano pochissimi; capegli rabbuffati, come quelli che di recente si fossero sprigionati di sotto il ferro di un elmo; gli occhi che pareva guardassero innanzi l'adempimento di un disegno, e chi sa quale, a giudicare dalla pertinace contrazione delle labbra. Aveva Ugo uno scudiero, vestito pure di panni neri, un uomo dall'aria più spavalda che irata, il quale, porgendo le braccia in avanti, recava un cuscino coperto da un drappo colore di lutto. Messere Adalberto, durante la messa, aveva bensì cercato di fìggere gli occhi sopra Ugo, e di avvezzarsi tanto alla vista di esso, che, quando colui gli fosso per comparire innanzi, il sospetto e l'ira non trapelassero dalla sua persona, e così potesse accogliere l'omaggio colla stessa autorità con cui voleva ricevere gli altri: ma Ugo col suo scudiero ad arte tenevasi prima dietro ai cavalieri, poi anche dietro ai paggi, nel canto più oscuro, nella posa più dimessa. Aveva pensato Adalberto:--E dov'è il maledetto figlio di Oldrado? Forse che abbia sdegnato di presentarsi all'invito? O che tema qualche agguato? O che invece lo tenda?--e guardava sul tavolaccio la spada, rassicurandosi:--Il filo ne è liscio e lucente, messeri, e pare da gioco? Verrà giorno in cui sarà dentato come una sega, e insanguinato come quello che mi scuoteva innanzi il padre, quando mi disse che le merlature delle rôcche vassalle irridono da beffarde!--e qui Adalberto procellosamente risognava un assedio, come voleva!... O Dio! nel castello di Ugo non c'era più madonna Guidinga!... E messere, soffogando gli antichi strazi dell'amore orrendo nella sua ambizione infrangibile, saettava d'uno sguardo i cavalieri lì soggetti, e--Questo me lo diede il vecchio, e questo, e questo... Oh lasciate fare anche a me!--e si tormentava:--E quell'Ugo?--Guarda, guarda: l'aveva veduto finalmente! Era là, volto all'altare, appoggiato, come stanco, la spalla destra alla parete, tutto in ombra: la quale posizione non permetteva che si svelassero i distintivi che aveva sui talloni e sul petto. Pure lo sguardo acuto, reso acutissimo dall'odio, fece sì che messer Adalberto potesse dal profilo risoluto di Ugo leggere, e tanto e così rabbiosamente, che egli si dicesse:--Tal e quale il padre suo, quando mi invitò all'instituzione!

Allorché adunque Guidello chiamò messer Ugo di Oldrado da Lanciasalda, il cavaliero, tenendosi allato lo scudiere, si fece avanti con un certo passo violento che e' pareva movesse incontro al suo cavallo sellato per la zuffa, s'arrestò davanti al seggio del signore, come se aspettasse clamore di sfida, poi si chinò, e, chinandosi, diede a divedere tutt'altra intenzione che quella per cui era stato chiamato, toccò con rustica noncuranza le corregge degli sproni, quasi ad assicurarsi ch'elle fossero affibbiate. Messer Adalberto intese troppo bene, e, seduto com'era, colla persona appoggiata tutta sul bracciuolo destro, si storse tutto sul sinistro; ebbe un movimento verso il tavolaccio su cui gravava la spada, e guardò lo scudiero. Questi si stette ritto dietro il proprio padrone, e per verità tanto alzava il cuscino che si sarebbe detto scambiava l'atto della offerta con quello consueto di porre l'elmo al cavaliero.

Messer Ugo gli disse:--Offrite, o Bonello.

Adalberto vide il garzonaccio in volto. Ah chi era? Lo sapeva ora! Il giovanetto s'era fatto un uomo. Ecco il paggio stesso che recava lo stesso cuscino nero, colla stessa aria ribalda, con cui gli aveva detto vent'anni prima:--Messer Oldrado è pronto a darvi l'omaggio!--Adalberto fissò il garzonaccio. Costui, come se fosse ufficio suo l'operare sempre con tristizia, buttò giù dal cuscino il drappo, e sporse l'offerta. Intanto Ugo diceva:--Messere, instituzione collo sparviero.

Adalberto, prima di ricevere, guardò. Sul cuscino giaceva uno sparviero stecchito.

--Messere!--ripetè Ugo.

Il signore allungò la mano, ma la trattenne dal percuotere sul capo di Ugo, o dal venire dal sotto in su a gettare il cuscino ed ammaccare la faccia dello scudiero: contrasse i pugni ed urlò--Messere, pei falconieri disattenti ci sono le verghe dei servi!

--Oh conte, no!--rise allora Ugo colla sicurezza la più aizzante:--Non ti apponi bene. Lo sparviero era montano: si trovò di becco forte e volle divorarsi un cerbiatto: un ossicino se gli pose attraverso la gola, e tanto gli fece male che dovette morirne. Ti ho reso l'omaggio mio!--e si levò animoso.

Quando l'araldo chiamò messer Ildebrandino, messer Aginaldo, messer Baldo, nè Ildebrandino, nè Aginaldo, nè Baldo, si mossero: si strinsero accanto ad Ugo: e davvero fu ventura che essi dovevano presentare solo un guanto da astori, una coppa d'oro e gli sproni, perchè se si fosse trattato di spada, lancia e vessillo, attesto che quelle avrebbero lavorato come il loro uso comporta, e questa avrebbe potuto servire di ultima coltre per messere l'infeudante. Pure qualcosa di gagliardo, si vide: il guanto cadde sfidatore sulle gambe di Adalberto: questi si drizzò come una biscia, l'araldo suonò dalla porta nel cortile. Allora i cavalieri non badarono all'altare, e si urtarono verso quello per toglierne le due armi già presentate all'omaggio: gli scudieri si rimescolarono urlando. Si sarebbe potuto fare, ma non si fece, perchè autorevolmente messer Ugo gridò:--Il segno è dato da noi: ma l'araldo avvertì di chiuder il portone e di chiamare le azze mercenarie!--E Gisalberto e Ildebrandino affermarono:--Qui ne vieta di colpire l'onore della cavalleria!--e uscirono tutti, frettolosi e tumultuanti, cercando scampo...

E, colle due armi e col pugnale d'Ugo, l'ebbero.

CAPITOLO III.

Oldrado di Lanciasalda è conte sconosciuto nelle istorie. Solo qualche poeta solitario, il quale si abbia posto tra mano il bordone e in testa il cappellaccio da pellegrino, e su per la valle di Po siasi arrampicato ad un mestissimo santuario dell'alpi, può aver letto quell'unico nome _Oldradus_, su un avello di granito: solo i bimbi del sagrestano, innanzi a quella chiesetta, s'inginocchiano vicino al luogo della requie... fra le poche ruine di un castello! Il poeta nell'impeto della fantasìa avrà interrogato quello squallore, avrà evocato la vita, e la polvere giacente inerte si sarà levata a potentissimo corpo, e l'anima sarà scesa in quello, come vento d'uragano!... Oh recate l'armatura, portate la lancia! Venite, vassalli, e inchinatevi all'omaggio, siate corteo alle mense giulive, fate ala per le uscite fragorosissime alla caccia! Arrendetevi, o nemici: le vostre bandiere serviranno di gualdrappe ai ronzini, i vostri nomi suoneranno infimi tra quelli de' servi... Che?... Porgete il salterio e cantatemi, o paggi, l'amore del cavaliero!... Era bella? Era fastosa? Era tripudiante nella vita delle castella?... Silenzio... I puttini del sacrestano s'inginocchiano davanti quell'avello. Perchè ancora il mesto e pietoso pensiero?... O bimbi, perchè il suolo è erboso lì davanti, perchè l'attenzione al vostro giuochetto infantile vuole che stiate sui ginocchi a spiare se la pietruzza, che uno di voi getta in alto, cade nelle manine o cade sul terreno... Forse a te, fanciulla, a te, maschietto, a voi che apprendeste l'alfabeto sul grembo della mamma, forse in quei giorni d'autunno in cui la scuola del paese è chiusa, e voi tutto il dì su vi state all'ozio, forse capitò sott'occhio quell'_Oldradus_, e voi raccoglieste a stizza ed a cattivo augurio, perchè vi rammentò una lettera dimenticata del libricciuolo, e un inverno che verrà, e una bacchetta minacciante, sempre a stizza ed a cattivo augurio!...

Oldrado fu cavaliero a sperone d'oro. Io non so quando nascesse, nè come crescesse. Me lo presento al suo castello, appoggiato ad una colonna nella stalla dei cavalli, rivolto ad Ugo, il quale fa porre la sella d'arme al suo puledro membruto.

--Tu sai quanto abbisogna ad un conte.

--Messere sì. Conoscere la propria lancia, conoscere il cavallo, non conoscere una cosa sola, la paura.

--Ad un cavaliero per farsi con onore porre la propria spada accanto, quando venga calato nella buca dei maggiori?

--Avere molti nemici, come diceste voi.

--Basta?

--Averli vinti, come voglio fare io.

--Ricordati che sei di messere Oldrado!--e il padre si strinse con amore guerriero il giovane, ed io affermo che vi ponesse la istessa forza e la istessa intenzione, che usava, serrandosi al suo cavallo, per inseguire un nemico.

Ugo moveva ad un armeggiamento ad armi cortesi, per il che il padre lo domandò con scienza sperimentata:--Sai come si chiama il rischio a cui tu corri?

--Giuoco.

--Si chiama giuoco, perchè, per quanto tu faccia, non potrai mai forare da banda a banda il tuo avversario. Conosci la tua lancia?

--O messer sì. L'asta è fatta col legno folto sulle nostre rupi, e il ferro si chiama _da passafuora_: quella è tre volte di lunghezza la persona, per attestare che tre virtù sono necessarie a chi la maneggia, fortezza nel pensare, fortezza nel fare, perseveranza sempre: quello è assicurato da quattro chiovi, per dichiarare che quattro sono i nemici da vincere, quelli dell'onore, quelli del nome, quelli del potere, quelli della religione.

--Conosci il tuo cavallo?

--Meglio che se fosse mio fratello: è baio sanguigno, balzano della staffa, sulla testa segnato di cometa.

--Conosci la paura?

--Voi pure non me la dipingeste, conte, ed io dico che ho troppo bene appreso alla scuola vostra.

Ugo, afferrata la criniera dell'animale, stava per saltare in arcioni, se non che Oldrado:--Sei pure impaziente! Non vedi che tu, uscendo a cavallo di qui, ti romperesti la fronte nell'arco della porta? Chi t'ha insegnato a metterti in sella come un indiavolato?

Il giovane superbissimo di questo rimproccio che tornava a tanta sua esaltazione, ripose il piede in terra, si fece portare la sua maglia e il piastrone del petto, indossò l'una, si affibbiò l'altro, cinse la spada che era appiccata alla colonna, e, come si provò saldo, disse:--Avete ragione, padre, messer Adalberto non ci viene incontro di certo.

E il padre:--Conviene esser leali: neppure fuggo.

L'armeggiamento fu vinto con assai gloria da Ugo, e, quando questi, alla sera, stava nello stanzone dell'arme, Oldrado, ruvidamente passandogli la mano tra i capegli per disbrogliargli certe ciocche grommate di sangue, Oldrado gli parlava:--Ti ho avvertito: figliuolo, andavi a giuoco: pure se da quello che tu hai operato devo presagire di te e del mio casato, fatti cuore e pensa che il giuoco fu buono. Dimmi: chi ti diede questa?--e il padre gli toccava la scalfittura del capo.

--Oberto, nipote d'Ildebrandino!

--Oberto, mi dicono lavori assai bene di spada.

--Ed io di lancia! Lo pagai a mille doppi, facendolo staffeggiare al primo incontro, ruinandolo giù dalla sella al secondo, schiodandogli il piastrone al terzo.

--In oggi sei degno di tuo padre! Ed oggi è deciso che io ti parli assai gravemente, e tu mi ascolti con quella reverenza che si conviene a chi si accinge a prestare un giuramento. Ti ripeto: figliuolo, andavi a giuoco, ma fatti cuore, e pensa che fra poco devi cambiare gli speroni d'argento in altri d'oro, e saranno quelli del padre.

Ugo, che per sentirsi dire tali parole avrebbe voluto ritornare dalla lizza anche col petto squarciato o la testa fessa, si toccò la scalfittura, con atto così rozzo e spietato, che il padre gli domandò:--Ugo, che fai?

--Voi mi concedete troppo onore: io ho sofferto poco e non lo merito!

--Oh pensa! pensa, figliuolo mio: non darti cura se l'operato ti pare così inferiore al guiderdone: questo, sta sicuro, ti offrirà da fare più che tu non creda e più che non comporti il tuo debito. Io condanno il tuo capo ad ogni sorta d'affanno, e tu, pronunciando il giuramento, avvelenerai le tue labbra con tutta l'amarezza della maledizione e ti dilanierai il cuore con lo strazio della vendetta!--lamentò Oldrado.

--Accetto il tormento del corpo e dell'anima, se voi mi credete capace di fortissimi fatti!--esultò Ugo.