Ugo Foscolo (1778-1827) La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero
Part 2
Tornato di Francia, dove pure avea fatto un po' l'Jacopo Ortis con una signora inglese ed una signorina francese, Ugo andò per alcuni mesi a Venezia, a rivedere la madre che adorava, e a riprendere gli amori suoi con l'Albrizzi. Là ebbe, io credo, la prima idea del carme _I sepolcri_. Lo scrisse poi tornato a Milano, e lo stampò a Brescia nell'aprile dell'anno appresso (1807). Non che gli mancasse a Milano il sorriso animatore delle Muse, cioè delle belle signore (ce ne aveva a bizzeffe); ma andando a Brescia, e trattenendovisi a lungo per la edizione delle opere del Montecuccoli, egli s'incontrò in una nuova Musa, Marzia Martinengo Cesaresco (le Muse erano per lui molte più delle nove che registra la Mitologia), e si affezionò ad essa; e sotto la protezione dell'amore di essa diede alla luce il _Carme_, che fu e rimase la più alta espressione del suo ingegno poetico e del suo caldo patriottismo.
Intendiamoci, la signora non ebbe alcun merito nel merito di questa poesia, che germogliò nella mente del poeta per tutt'altro influsso che di bellezze femminili, e ne balzò fuori d'un tratto intera e perfetta. Anzi, le bellezze femminili, troppo idoleggiate dal poeta, furono forse cagione che questo mirabile carme rimanesse unico nella produzione poetica dell'autore.
Egli intorno a quel tempo avea meditati e abbozzati, e in parte scritti, altri carmi; non meno di sei.
Si vede dai titoli, ed è confermato da ciò che il poeta scriveva in quel tempo agli amici suoi, che negli argomenti e nella materia dei carmi c'era assai varietà; ma nessuno di quei carmi ebbe compimento; e gli squarci che l'autore ne compose andarono poi tutti a finire in un carme solo, che fu come il testamento poetico di lui. È questo il carme _Alle Grazie_, nel quale il poeta intendeva fin da principio idoleggiare tutte le idee metafisiche sul bello.
Glie ne venne il pensiero dal gruppo delle Grazie scolpito dal Canova; ne scrisse forse qualche primo frammento sul lago di Como quando conobbe la famiglia Giovio e s'innamorò della Cecchina, una seconda edizione dell'amore per la Roncioni; se non che questa volta il poeta avea lasciato due pezzi del suo cuore a Milano, uno in potere della Lucietta Battaglia, l'altro di Maddalena Bignami. Non so se della prima di queste due donne, che fu amata furiosamente dal poeta, ci sia qualche accenno o allusione nel _Carme_, come una volta sospettai; ma la Bignami rappresenta in esso una delle figure principali. Le altre due donne, che con lei formano il perno intorno al quale si aggira il poema, sono la famosa Cornelia Martinetti, che Ugo corteggiò nel suo passaggio da Bologna per Firenze, nel 1812, e la bella Eleonora Nencini, antica sua conoscenza, ch'era stata la confidente de' giovanili amori di lui per la Roncioni.
A Firenze il poeta, grande ammiratore, e nei suoi primi lavori poetici imitatore dell'Alfieri, si fece assiduo alle conversazioni della contessa d'Albany, dove conveniva il fiore delle bellezze fiorentine, la Rondoni e la Nencini comprese; e qui incantato dalla grazia, dallo spirito, e diciamo anche dalla civetteria delle più belle fra quelle signore (i poeti in ispecie sono molto facili a bever grosso in questa materia e a prendere per grazia e per ingenuità la civetteria), incantato dalla eleganza della città, inebriato dall'aria balsamica dei suoi colli, non respirando, non sognando che grazia ed eleganza, s'innamorò, s'infatuò talmente del suo carme _Alle Grazie_, ch'esso a poco a poco assorbì ogni suo pensiero poetico, e venne prendendo proporzioni così larghe, che d'un inno com'era in principio, diventò nell'ultimo disegno, un poema, diviso in tre inni, e ciascun inno in tre parti.
Il numero tre pei poeti, è contagioso. Tre le Grazie, tre gl'inni e tre le sacerdotesse delle Grazie.
Tre vaghissime donne a cui le trecce Infiora di felici itale rose Giovinezza, e per cui splende più bello Sul lor sembiante il giorno, all'ara vostra Sacerdotesse, o care Grazie, io guido.
Così comincia l'Inno secondo.
L'ara è a Bellosguardo, dove il poeta dimora, e dove scrive il suo carme. Le sacerdotesse sono le tre belle signore che sopra ho nominate, ciascuna delle quali ha suoi speciali attributi nel culto che il poeta rende alle amabili Deità.
La Nencini, abile suonatrice d'arpa, rappresenta la _grazia simboleggiata negli effetti della musica_; la Martinetti, piena di spirito e cultissima, _la grazia della fantasia espressa nell'amabilità della parola_; la Bignami, gentile danzatrice, _la grazia apparente al guardo dall'eleganza delle forme nei moti del ballo_.
La descrizione della suonatrice d'arpa è uno dei più bei pezzi del _Carme_, anzi della moderna poesia, denso di pensieri, abbagliante d'immagini, affascinante di suoni come una sinfonia rossiniana. Sentite:
Già del piè delle dita e dell'errante Estro, e degli occhi vigili alle corde Ispirata sollecita le note Che pingon come _l'armonia diè moto_ Agli astri, all'onda eterea e alla natante Terra per l'oceàno, e come franse L'uniforme creato in mille volti Co' raggi e l'ombre e il ricongiunse in uno, E i suoni all'aere, e diè i colori al sole, E l'alterno continuo tenore Alla fortuna agitatrice e al tempo, Sì che le cose dissonanti insieme Rendan concento d'armonia divina E innalzino le menti oltre la terra. Come quando più gajo euro provòca Su l'alba il queto Lario, e a quel sussurro Canta il nocchiero, e allegransi i propinqui Liuti, e molle il flauto si duole D'innamorati giovani e di ninfe Su le gondole erranti; e dalle sponde Risponde il pastorel con la sua piva; Per entro i colli rintronano i corni Terror del cavriol, mentre in cadenza Di Lecco il malleo domator del bronzo Tuona dagli antri ardenti; stupefatto Pende le reti il pescatore, ed ode. Tal dell'arpa diffuso erra il concento Per la nostra convalle; e mentre posa La sonatrice, ancora odono i colli.
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Io fui forse troppo severo con le _Grazie_ e con le belle signore quando una volta, a proposito degli amori del Foscolo, scrissi che natura lo avea creato alla grande poesia di cui son saggio i _Sepolcri_, e ch'egli, per piacere alle amanti, volle essere il poeta delle _Grazie_. Fui troppo severo, forse ingiusto; ma spero parere non immeritevole di perdono anche agli occhi vostri, o gentili signore che mi ascoltate.
Certo la bellezza è nel mondo una benedizione di Dio, e la bellezza femminile è una delle più gentili parvenze che rallegrino la vita dell'uomo: nessuna bella cosa è più bella di un bel volto di donna irradiato dalla bontà e dall'ingegno. Parlano all'anima un linguaggio misterioso, eccitano nel cuore ineffabili godimenti gli infiniti aspetti della natura animata ed inanimata, il sorgere del sole, un cielo stellato, il canto degli uccelli, lo stormir delle frondi, il profumo dei fiori, il fremito della primavera; ma un giovine innamorato ritrova tutti quei godimenti ed altri maggiori nella contemplazione di due begli occhi di donna. La gioventù non è però tutta la vita; nè può tutta la gioventù vivere della sola contemplazione della bellezza. L'uomo non appartiene a sè solo, appartiene alla grande famiglia umana, e la grande famiglia umana ha, oltre quello della bellezza, altri e più alti ideali che debbono guidarla e sorreggerla nel cammino interminato dell'umano perfezionamento. Egli è perciò, o signore, o signori, ch'io, rammentando gli effetti prodotti in me dalla lettura del carme _I sepolcri_, lo preferisco alle _Grazie_, e mi dolgo che il troppo amore di queste distogliesse il poeta dagli altri carmi.
L'ingegno poetico del Foscolo fu essenzialmente lirico; direi quasi, esclusivamente. Il poeta scrisse anche satire, ed, oltre il _Tieste_, che ho già nominato, altre due tragedie, l'_Ajace_ e la _Ricciarda_: ma così nelle satire, come nelle tragedie, ciò che v'ha di meglio sono squarci di poesia narrativa e descrittiva appartenenti al genere delle _Grazie_ e dei _Sepolcri_.
L'_Aiace_ rappresentato con grande aspettazione a Milano nel 1811, finì fra le risate del pubblico. Occasione alle risate furono, voi lo sapete, i Salamini (sudditi di Ajace); ma la cagione vera, che la tragedia era mortalmente noiosa: la gente non va al teatro per sentir recitare qualche migliaio di versi, siano pur belli. E non c'è bisogno per ciò nè di palco scenico nè d'attori. Il dolore del poeta per l'insuccesso dovette esser grande. Chi pensò a compensarnelo furono i suoi nemici, ch'erano molti, e tristi e sciocchissimi.
Egli avea sempre tenuto verso Napoleone ed il suo governo in Italia, così al tempo della Repubblica cisalpina come del regno Italico, il libero e fiero contegno assunto fino dal 1799 con la lettera dedicatoria dell'ode _Bonaparte liberatore_. Nell'orazione pei comizi di Lione, più che tessere le lodi dell'Imperatore, avea fatto un'aspra e violenta censura dei mali che per opera del suo governo travagliavano la patria. Quando, nominato professore a Pavia, stava preparando l'orazione inaugurale, fu pregato d'introdurvi qualche parola di lode dell'Imperatore, com'era d'uso; ma egli rispose, no; e no fu. Notisi che lo stipendio di professore, di cui tutti i suoi predecessori si erano contentati, parendo a lui troppo piccolo, avea chiesto ed ottenuto che gli si conservasse metà del soldo militare. Egli era così, e si conservò sempre eguale; chiedeva quasi in tuono di comando, e riserbandosi piena la sua libertà di giudizio e di parola. Ma quanto più i governanti gli si dimostravano benevoli per la stima che facevano del suo ingegno, tanto cresceva l'ira dei suoi nemici contro di lui.
È noto l'epigramma che dopo la recita della tragedia corse per Milano:
Per porre in scena il furibondo Ajace, Il fiero Atride e l'italo fallace, Gran fatica Ugo Foscolo non fe': Copiò sè stesso e si divise in tre.
Questo fu niente: i nemici del poeta andarono spargendo che l'_Ajace_ era una satira dell'Imperatore Napoleone. Non si poteva inventare bugia più sciocca: ma non c'è bugia, tanto sciocca, che a forza di gridare non si riesca a farla credere una verità. Così accadde; la polizia dovè occuparsene, e il poeta dovè esulare dal regno. Egli, che con una parola avrebbe potuto giustificarsi, preferì fare la vittima, poichè così la tragedia acquistava un'importanza politica, che lo compensava dell'insuccesso nel teatro. L'esilio, che gli fu condito di tutte le dolcezze possibili, diventò una specie di viaggio trionfale alla volta di Firenze, dov'egli, già noto e famoso, arrivò più famoso e festeggiato che mai. Un po' di persecuzione, o vera o apparente, aggiunge sempre qualche raggio all'aureola di un uomo illustre.
La povera Quirina Magiotti, la sola donna forse che lo amò veramente, che lo soccorse generosamente (e che non ebbe un solo verso dal poeta delle _Grazie_, poichè i poeti sono spesso ingrati), la povera Quirina si sentì tremar tutta la prima volta che lo vide, arrivato di fresco, passare per ponte vecchio; tanta era la fama che avea preceduto il suo arrivo. E quanto dovette soffrire la povera signora quando tornato Ugo a Milano, dove lo richiamarono, non tanto gli avvenimenti politici, e la recita della _Ricciarda_, quanto il suo furioso amore per la Battaglia, trovò in alcuni frammenti di lettere di lui la conferma dei tradimenti d'amore, che pur troppo avea sospettati. Ciò non pertanto la brava donna rimase amica al poeta, amica affezionata fino alla morte, fin dopo la morte. Ciò fu per lui la Provvidenza.
Tornato a Milano, il Foscolo rivestì la divisa militare, come aiutante del generale Fontanelli. Ma gli avvenimenti precipitavano: caduto Napoleone e con lui il regno Italico, Ugo dovè scegliere fra mettersi a servizio dei nuovi padroni, o andarsene. Ebbe qualche momento d'esitazione, entrò anche in trattative per la fondazione di un giornale in servizio del nuovo Governo: finalmente vinsero i suoi istinti migliori, e fuggì nascostamente in Isvizzera, con piccol bagaglio, con pochi denari, senza saper nemmeno lui troppo bene che cosa avrebbe fatto, e come avrebbe vissuto. Quando fu a corto di denari, si rammentò della sua buona amica di Firenze, e lei fu tutta felice di aiutarlo. Ma anche fra i ghiacci e le nevi di Hottingen il vecchio peccatore ebbe una quantità di avventure stranissime, e s'impigliò nelle reti di un brutto romanzo d'amore, che gli fece commettere quello ch'ei chiamò il secondo delitto della sua vita: e alla povera Quirina toccò di sentirne la confessione. Finalmente, raccapezzati, con l'aiuto del fratello Giulio, un po' di denari, mosse alla volta dell'Inghilterra, e l'11 settembre del 1816 arrivò a Londra.
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La vecchia Britannia, superba di avere abbattuto Napoleone, ammirò ed onorò nel Foscolo, non solo l'autore dell'_Ortis_ e dei _Sepolcri_, ma l'uomo che dinanzi al colosso di Francia, a cui tutti s'inchinavano, avea sempre tenuto alta la testa. Egli fu subito accolto nella migliore società di Londra. La vita che condusse là fino dai primi tempi fu, come quella che avea condotta a Milano, la vita del gran signore, salvo che costavagli molto più cara. Le centinaia di lire che gli dava a Firenze e gli mandava in Isvizzera la buona Magiotti sarebbero state una goccia d'acqua in un bicchiere vuoto; e d'altronde a Firenze e in Lombardia correvano novelle ch'e' fosse arricchito, perchè le persone andate a visitarlo lo avean trovato in un alloggio signorile, con tutte le mostre dell'agiatezza: di che egli scusavasi nelle lettere agli amici d'Italia, dicendo che l'usanza del paese e la necessità di guadagnare lo costringevano a quel lusso apparente, che nascondeva una miseria reale. Se non la scusa, la miseria era vera pur troppo.
Nel 1818 si ritirò in campagna, per economia, diceva lui, e per poter lavorare con più quiete; ma seguitò a tenere il quartiere che aveva affittato in città, spese alcune migliaia di lire per arredare la villa, e mise cavallo e carrozza, per potere andare e venire tutte le volte che gli occorresse. Vi raccomando questa razza d'economia.
Perchè non lo diremo? — Fu proprio l'economia intesa e praticata a questo modo che trasse in rovina il povero Foscolo, al quale non mancò nè anche a Londra l'aiuto largo, generoso e costante degli ammiratori e degli amici.
Una delle famiglie con le quali fino dal 1818 avea stretto più intima relazione era la famiglia Russell. Ugo andava spesso a pranzo da loro, andava in compagnia loro e d'amici comuni a partite di piacere, a feste e conversazioni, mandava e portava loro libri da leggere, e leggeva con le due figlie maggiori, Caterina e Carolina, le poesie del Petrarca. Come con la famiglia Russell, usava familiarmente con altre; ed uno dei suoi piaceri preferiti era spiegare alle signore e alle signorine le più astruse teorie d'amore.
Quella lettura del Petrarca fatta con le due Russell, una delle quali, la Carolina, bellissima e piena di spirito, si porgeva acconcia alle dissertazioni care al poeta, ma anche era, per un uomo come lui, tutto che avesse i suoi quarant'anni suonati, cosa molto pericolosa. Il padre delle ragazze ne lo aveva avvertito, ma invano. Accadde quel che doveva accadere, che cioè il poeta s'innamorò; e benchè la ragazza gli dicesse chiaro e tondo che un poeta di quarant'anni e povero non poteva sperare da lei nient'altro che stima e amicizia, non ci fu verso; seguitò per oltre un anno e mezzo a proseguirla delle sue furie amorose. Tant'è, non sapeva capacitarsi che un uomo come lui, al quale nessuna donna avea detto di no, dovesse trovare proprio a Londra la fenice del genere. Fece e scrisse una quantità di pazzie; minacciò di ammazzarsi; ma il buon senso, la fermezza e la calma della fanciulla finirono, dopo una serie di lezioni abbastanza dure, col richiamarlo alla ragione.
Non tutto il male viene per nuocere.
Dalla lettura del Petrarca fatta in casa Russell, nacquero i _Saggi sul Petrarca_, cioè la migliore opera che Ugo scrivesse a Londra, quella che lo rivelò sotto un aspetto nuovo, l'aspetto del critico. Chi pensi alle condizioni di tempo e di luogo nelle quali il Foscolo scrisse questi saggi, e i discorsi sul testo di Dante e del Boccaccio, non può non restare meravigliato, non dico della dottrina, ma dell'intuito felice col quale egli vide molte cose, che il progresso degli studi critici dovea poi dimostrar vere. E chi pensi alle condizioni domestiche e di salute nelle quali egli dovè attendere a questi ed altri lavori, la sua meraviglia si cambierà in istupore. Il Foscolo, dissi, era nato poeta. Strappato dalle necessità della vita alla poesia, e costretto a scrivere della prosa pe' librai e pei giornalisti, applicò la potente visione poetica allo studio delle opere altrui, e divenne critico nuovo e potente; lasciatemi dire, l'instauratore della critica nella nostra letteratura.
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Un giorno si presentò a lui una vecchia dama in compagnia di una giovinetta, e gli disse: Ecco, signore, questa è vostra figlia; io, sua nonna, la affido a voi, e vi affido insieme la piccola dote che ho potuto assegnarle.
La giovinetta, che poteva avere sedici o diciassette anni, era frutto dell'amore che il poeta, come accennai, ebbe con una signora inglese nel tempo che militò in Francia. Ugo accolse con lieto animo la figlia, e pensò a mettere in luogo sicuro la dote. Così non ci avesse pensato! Gli venne l'idea di fabbricare, di fabbricarsi la casa, che doveva essere l'asilo della sua vecchiezza, e, morto lui, il patrimonio della figlia: ne fece il disegno da sè, e da sè attese a mobiliarla e adornarla con l'eleganza di un artista.
Come andasse non so, il fatto è che prima ancora che la casa fosse finita, si trovò in tali angustie, che dovè ricorrere per aiuto agli amici; e Lady Dacre, una donna d'alto animo e d'ingegno, che gli voleva bene e lo ammirava, promosse una sottoscrizione per un corso di letture, che gli accrebbero riputazione e gli fruttarono circa un migliaio di sterline. Si figurò di potere con queste accomodare tutte le sue faccende e rimanere un signore. Ciò accadeva nel 3 marzo del 1823. Ai primi del 1824 alcuni creditori lanciarono contro di lui un mandato d'arresto; ed egli, per sottrarsi alle loro persecuzioni, dovè abbandonare di nascosto la propria casa, e andare errando dall'uno all'altro dei più poveri quartieri della città.
Le fatiche e i dispiaceri gli avevano rovinato la salute. Non visse più che quattro anni non interi; e furono quattro anni di patimenti inauditi, materiali e morali. Più d'una volta, mal reggendosi in piedi, dovè andare attorno vendendo qualcuno dei suoi libri, per potersi sfamare. Tanto sentiva di non essere più lui, che nascose il proprio nome sotto quello della figlia.
Se furono grandi i suoi errori, fu anche grande l'espiazione; e sopportata eroicamente.
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Quella che ho tentato di adombrarvi non è certamente, o signore, o signori, la vita di un uomo savio, nel significato che si dà usualmente a questa parola; ma se è bene che la grande maggioranza della società sia di uomini savi, non è male che di tratto in tratto sorga fra essi qualche pazzo, chiamiamolo pure così, cioè no, diamogli il suo vero nome, qualche eroe, qualche poeta, capace di scrivere dei versi come quelli dei _Sepolcri_; versi che una volta letti vi si conficcano nella memoria e diventano parte dei vostri pensieri, che vi ricercano le intime fibre, che vi trasportano in un mondo ignoto, che vi fanno maggiori e migliori di voi stessi, risvegliando le più nobili energie che dormivano nascoste nell'intimo dell'essere vostro.
Che importa che il Foscolo avesse come uomo delle debolezze? Quando noi le abbiamo sapute, i suoi _Sepolcri_ non rimangono egualmente belli, non rimangono la prima voce più altamente e liricamente patriottica dell'Italia moderna? È solo speciosa quella trita sentenza che _pel cameriere non ci sono eroi_. Sapete perchè il cameriere non vede l'eroe? Non già perchè l'eroe non ci sia, ma perchè il cameriere è un cameriere.
La critica moderna, che scruta le vite de' grandi uomini, ci abbassa pur troppo spesse volte a quell'umile ufficio. Facciamone onorevole ammenda, lasciando la parola al poeta.
Io lo so bene, i versi che vi leggerò voi li avete letti chi sa quante volte; forse, anzi senza forse, li sapete a memoria; ma la bella poesia è come la bella musica, quanto più si risente tanto più piace. Ad ogni modo io non saprei trovare scongiuro migliore per farmi perdonare da voi la noia di questa conferenza.
A egregie cose il forte animo accendono L'urne de' forti, o Pindemonte; e bella E santa fanno al peregrin la terra Che le ricetta. Io quando il monumento Vidi ove posa il corpo di quel grande Che temprando lo scettro a' regnatori Gli allôr ne sfronda, ed alle genti svela Di che lagrime grondi e di che sangue; E l'arca di colui che nuovo Olimpo Alzò in Roma a' celesti, e di chi vide Sotto l'etereo padiglion rotarsi Più mondi, e il sole irradiarli immoto, Onde all'Anglo che tanta ala vi stese Sgombrò primo le vie del firmamento; Te beata, gridai, per le felici Aure pregne di vita, e pe' lavacri Che da' tuoi gioghi a te versa Appennino! Lieta dell'aer tuo veste la luna Di luce limpidissima i tuoi colli Per vendemmia festanti; e le convalli Popolate di case e d'oliveti Mille di fiori al ciel mandano incensi. E tu prima, Firenze, udivi il carme Che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco; E tu i cari parenti e l'idïoma Desti a quel dolce di Calliope labbro, Che Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma, D'un velo candidissimo adornando, Rendea nel grembo a Venere celeste. Ma più beata che in un tempio accolte Serbi l'itale glorie, uniche forse, Da che le mal vietate Alpi e l'alterna Onnipotenza delle umane sorti Armi e sostanze t'invadeano, ed are, E patria, e, tranne la memoria, tutto.
Questi versi, composti novant'anni fa infiammarono di santo sdegno i cuori di quelli uomini gloriosi (ora ahimè, tutti scomparsi) che ci crearono la patria. La santa ombra del poeta ci assista, ed ispiri a quelli che restano le virtù necessarie per conservarla.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Ugo Foscolo (1778-1827), by Giuseppe Chiarini