Ugo Foscolo (1778-1827) La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero

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LA VITA ITALIANA

DURANTE LA Rivoluzione francese e l'Impero

_Conferenze tenute a Firenze nel 1896_

DA

Cesare Lombroso, Angelo Mosso, Anton Giulio Barrili, Vittorio Fiorini, Guido Pompilj, Francesco Nitti, E. Melchior de Vogüé, Ferdinando Martini, Ernesto Masi, Giuseppe Chiarini, Giovanni Pascoli, Adolfo Venturi, Enrico Panzacchi.

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI

1897.

PROPRIETÀ LETTERARIA

_Riservati tutti i diritti_.

Tip. Fratelli Treves.

UGO FOSCOLO (1778-1827)

CONFERENZA DI

GIUSEPPE CHIARINI.

_Signore, Signori_,

Fatemi grazia, cioè lasciate ch'io faccia grazia a voi, del preambolo, ed entri senz'altro in materia.

Ugo Foscolo canta nel Carme alle Grazie:

Sacra città è Zacinto. Eran suoi templi, Era ne' colli suoi l'ombra de' boschi Sacri al tripudio di Diana e al coro; Nè ancor Nettuno al reo Laomedonte Muniva Ilio di torri inclite in guerra. Bella è Zacinto! A lei versan tesori L'angliche navi, a lei dall'alto manda I più vitali rai l'eterno sole; Limpide nubi a lei Giove concede, E selve ampie d'ulivi, e liberali I colli di Lieo. Rosea salute Spirano l'aure, dal felice arancio Tutte odorate, e dai fiorenti cedri.

Chi scrisse questi versi era nato poeta, avea nelle vene il sangue della greca poesia. L'isola natale che così sonante gli rifioriva nel verso eraglisi trasmutata dal vero in questa splendida visione, per la lettura degli antichi poeti. Il paganesimo, che nella maggior parte degli scrittori contemporanei d'Ugo si componeva di reminiscenze di scuola e di precetti accademici, era in lui un sentimento così vivo e profondo, che egli allorchè, parlando dei suoi colli materni, diceva: “Ivi fanciullo — La Deità di Venere adorai„, diceva una cosa essenzialmente vera; tanto vera, che gli effetti di quella soverchia adorazione lo tormentarono per tutta la vita.

L'isola di Zante, dove egli non vedeva che riso azzurro di cieli, selve d'ulivi e vigneti, dove non sentiva che profumo d'aranci e di cedri, e nei boschi il tumulto e lo strepito delle caccie di Diana, quell'isola di Zante era ai tempi suoi poco più che un nido di selvaggi e di briganti.

Ugo stesso quando, mortogli nel 1788 il padre, si condusse con la madre e il rimanente della famiglia a Venezia, era (e rimase sempre) un po' selvaggio anche lui. Qualche anno innanzi, a Spalatro, dove suo padre era stato ufficiale sanitario dal 1784 in poi, avea fatto la scuola di Umanità. Dove e come proseguisse gli studi a Venezia, s'ignora; ma che quivi la giovinezza sua fosse tutta negli studi, lo mostrano i ricordi ch'egli stesso ne lasciò fra le sue carte, e i versi che compose fra i quattordici e i diciannove anni, dal 1792 al '97.

Da quei ricordi e da quei versi balza fuori, piena di ardore, la figura del greco giovinetto, assetato di gloria, smanioso di farsi conoscere, di far parlare di sè. E Venezia era campo propizio a quelle giovanili ambizioni.

Quando egli arrivò là con la madre, la famiglia era così povera, che andò ad abitare in una delle contrade più sudicie della città, e non si cibava d'altro che di pane e riso.

“La casa, o per dir meglio catapecchia, scrive Mario Pieri, ove si alluogò, era sì miserabile che nelle finestre non avea vetri, ma bensì le impannate. Quel giovane per altro (è sempre il Pieri che parla) ben lontano dal lasciarsi avvilire a quella intollerabile povertà, scherzava, potrebbesi dire, con essa, e sfidavala, e quasi se ne compiaceva, superbo del proprio talento, e consolato dalla speranza di gloria che i suoi studi gli promettevano.„

“Rossi capelli e ricciuti, ampia fronte, occhi piccoli e affossati ma scintillanti, brutte e irregolari fattezze, color pallido, fisionomia più di scimmia che d'uomo; curvo alquanto, comecchè bene aiutante della persona; andatura sollecita, parlare scilinguato ma pieno di fuoco; mettea meraviglia il vederlo aggirarsi per le vie e pei caffè, vestito di un logoro e rattoppato soprabito verde, ma pieno di ardire, vantando la sua povertà infino a chi non curavasi di saperla, e pur festeggiato da donne segnalate per nobiltà ed avvenenza e dalle maschere più graziose e da tutta la gente.„

Il Pieri scrive ciò riferendosi al 1797, nel quale anno conobbe appunto il Foscolo, ch'era già divenuto famoso, che avea già composto l'ode _Bonaparte liberatore_, che avea già dato al teatro la sua tragedia, _Il Tieste_, accolta da applausi incredibili e recitata ben dieci sere, affinchè tutti i 150.000 abitanti della laguna potessero sentirla.

Com'è che il giovine greco avea penato così poco a conquistarsi la fama?

Al gusto e al giudizio nostro tutto il fardello delle sue poesie giovanili, fino all'_ode_ e alla _tragedia_ inclusive, pesa ben poco; dirò di più, in quei primi versi non c'è affatto la promessa del poeta che pochi anni dopo dovea scrivere alcuni sonetti e le due odi famose. Ma certo noi giudichiamo le poesie giovanili del Foscolo con criteri molto diversi da quelli dei suoi contemporanei, e non abbiamo sotto gli occhi il poeta giovinetto che con la sua singolarità e la sua stessa povertà attirava sopra di sè l'attenzione, destava l'interesse del pubblico.

Al ritratto di lui lasciatoci dal Pieri aggiungiamo qualche pennellata presa alla tavolozza di altri scrittori contemporanei. Odoardo Samueli, che aveva sentito il Foscolo recitare un canto di Dante, scrive di lui:

Quand'io ti vidi rabbuffati i crini Con rauca voce e fiammeggianti sguardi Cantar in suon feroce i sacri ond'ardi Del tuo padre Alighier carmi divini; . . . . . . . . . . . . . . . Cingi, o Italia, gridai, le fulve chiome Del non tuo figlio col natio tuo serto; E ne scolpisci ne' tuoi fasti il nome.

Queste fulve chiome nei versi di un altro scrittore contemporaneo diventano _ignite_; e lo scrittore vede il nome del poeta con le chiome ignite _galleggiare, lucente, altero, su l'addensata notte dei secoli_,

Quasi cometa per nemboso piano.

Si capisce a questi indizi lo stupore che il giovane Jonio avea destato, fino dal suo primo apparire, nel pubblico veneziano. E quello stupore, che non si produce mai durevolmente senza forti qualità dell'ingegno, ci spiega il rapido sorgere della sua fama, alla quale, come dissi, le condizioni di Venezia si porgevano favorevoli.

*

Mentre l'Europa tremava sbigottita sotto il peso degli avvenimenti della rivoluzione francese, che le intimavano giunta l'ora del rinnovarsi, Venezia si divertiva. In una società come quella, in cui il principale scopo della vita era godersi la vita, inutile dire che la libertà dei costumi toccava la licenza. E in una società cosiffatta inutile dire che il regno apparteneva alle belle donne.

Fra le più belle (e bellissima possiamo giudicarla veramente, più che dagli attestati dei suoi adoratori, dal ritratto che di lei rimane, opera di una pittrice insigne) era Isabella Teotochi Marin; la quale, con poco piacere del marito, che pure pizzicava di letterato e di poeta, avea fatto della sua casa il ritrovo di tutti gli uomini più o meno illustri che dimoravano o capitavano a Venezia: notevoli fra i più noti il Cesarotti, il Bettinelli, il Pindemonte, il Bertola. Quando e come vi fosse introdotto il giovine Foscolo non saprei dire; ma è facile intendere ch'egli dovea sentirsi quasi istintivamente attirato verso quella società letterata, e che quella società letterata doveva essere molto curiosa di conoscerlo e desiderosa di attirarlo: alla padrona di casa sopra tutti, greca anche lei, dovea sorridere l'idea di prendere sotto la sua protezione ed allevare con le briciole del suo affetto il greco poeta.

Ugo dovette fare la conoscenza dell'Isabella fra il 1794 e il '96, quando essa, già divisa dal marito, stava per ottenere, o avea ottenuto il divorzio.

Vi figurate, o signore, o signori, questo brutto e ardente giovinetto di pelo rosso, ostentante con aria di superiorità il suo logoro e rattoppato soprabito verde, entrare ardito nelle aristocratiche sale, dove la greca bellezza esponevasi all'ammirazione dei suoi adoratori? E la greca bellezza accoglierlo con un sorriso pieno di grazia, che fece, io credo, balzare con violenza nuova il cuore del selvaggio isolano? A lui che fin da fanciullo adorava Venere nei materni suoi colli, dovette sembrar di vedere la Dea in persona, salvo che un po' più vestita. — E che cosa pensate voi, che avvenisse per questo incontro? — Io penso che il poeta s'innamorò senz'altro della bella signora; nè mi fa ostacolo ch'egli avesse diciassette o diciotto anni, e lei trentaquattro o trentacinque.

Amori di questo genere sono comunissimi nei poeti; ed anche nei non poeti. Nè la signora, io penso, per quanto vicina a passare a seconde nozze col nobile uomo Giuseppe Albrizzi, si adontò dell'amorosa offerta che il giovine poeta le fece del suo cuore.

Se questo ch'io penso è vero, la saggia Isabella sarebbe probabilmente la Laura cantata dal poeta nelle _Rimembranze_, e fors'anche la celeste Temira del romanzo autobiografico. Comunque sia di ciò, in questo amore del poeta per Laura è indubbiamente il germe primo del _Jacopo Ortis_.

Venezia, ho detto, si divertiva; ma, fra mezzo al tripudio dei giuochi, delle mascherate e dei balli, l'eco delle magiche parole _liberté, égalité, fraternité_, con le quali la Francia rivoluzionaria avea chiamato alla riscossa i popoli, e il suono delle vittoriose armi francesi, avevano anche a Venezia smosso qualche cosa. Anche in Venezia, come nelle altre parti d'Italia, era venuto sorgendo un partito democratico, e s'era formato un comitato rivoluzionario, in corrispondenza coi repubblicani di fuori. Ugo fece parte dell'uno, e forse anche dell'altro, spiegando nell'opera di agitatore politico tutto l'impeto della sua ardente giovinezza e della sua bollente natura; onde, sospettato e perseguitato dal Governo, dovè nell'aprile del 1797 abbandonare Venezia. Riparò nella Cispadana, e si arruolò cacciatore volontario in uno squadrone che si andava formando a Bologna.

Di lì a poco (12 maggio 1797) il Governo di Venezia cadde ignominiosamente abdicando. Gli successe un Governo provvisorio democratico; ed Ugo, appena avutane notizia, si affrettò a tornare. Furono, per lui, e per gli altri come lui amanti sinceri della libertà, giorni pieni d'illusioni; ma giorni soltanto. Si fecero feste e luminarie, si fecero sciocchezze e pazzie per celebrare la _rigenerazione_ della patria; si piantò nella piazza di San Marco (6 giugno) l'albero della libertà; e intorno ad esso ballarono, cantando il canto della democrazia, vecchi, donne, fanciulli, sacerdoti, magistrati. Il Foscolo ebbe un ufficio presso il Governo provvisorio, e pubblicò la sua ode _Bonaparte liberatore_.

Intanto Bonaparte liberatore stava cedendo Venezia agli Austriaci.

Inutile dire lo scoppio d'indignazione dei liberali sinceri alla dolorosa notizia.

Nell'animo d'Ugo essa fece una ferita immedicabile. Quando stavano per entrare i nuovi padroni, egli capì che quella di Venezia non era più aria per lui, e scappò a Milano, dove nei primi del 1798 diresse il _Monitore italiano_ (giornale ch'ebbe pochi mesi di vita), e vi pubblicò alcuni frammenti sullo stato d'Italia, i quali poi ricomparvero nell'_Ortis_.

L'anno appresso (1799), Ugo, ristampando l'ode, vi premetteva la famosa lettera dedicatoria, con la quale, invitando il conquistatore a tornare in Italia, gli diceva, fra le altre cose: “tu sei in dovere di soccorrerci, non solo perchè partecipi del sangue italiano, e la rivoluzione d'Italia è opera tua, ma per fare che i secoli tacciano di quel trattato che trafficò la mia patria, insospettì le nazioni e scemò dignità al tuo nome.„

Un giovinotto di ventun anni, povero e quasi sconosciuto fuori del veneto, che cercava un impiego dal Governo della repubblica cisalpina, parlare così al conquistatore francese, che era il fondatore di quella repubblica, che stava per toccare l'apogeo della sua fortuna e della sua gloria, fu certo ardimento non piccolo. In questo contrasto fra il bisogno che lo costringeva a importunare di domande i potenti e la fierezza della sua natura che lo induceva a rimproverar loro arditamente le loro colpe e i loro vizi, sta una parte notevole della vita e del carattere del Foscolo.

*

Io vi ho abbozzato, o signori, la giovinezza di quella vita; ora dobbiamo vedere l'uomo, e nell'uomo considerare tre persone, il soldato, il poeta, l'uomo propriamente detto.

Del soldato ci sbrigheremo brevemente; basterà ch'io vi legga il suo stato di servizio, uno stato di servizio veramente onorevole.

Lo tolgo da un rapporto del Ministro della guerra al Vice Presidente della Repubblica cisalpina, che porta la data del 30 ottobre 1802. “Dalle carte presentate, dice il rapporto, risulta che il Foscolo fu cacciatore a cavallo fino dall'anno 1797, e che ebbe un brevetto onorario di tenente dalla Giunta di difesa generale Cispadana; che combattè valorosamente a Cento, e fu ferito; che a Forte Urbano fu prigioniero; che combattè alla Trebbia e a Genova, dove per attestati, e per testimonianza del generale Massena (che lo nomina nel suo rapporto stampato), ebbe gran parte nella importante vittoria, dei _due fratelli_, e che fu nuovamente ferito; che fece le campagne della Romagna e della Toscana, e che ha sempre dimostrato negli stati maggiori dove ha servito per tre anni consecutivi tutto il coraggio ed i lumi che caratterizzano un uffiziale. La sua nomina di Capitano aggiunto ha origine da un ordine del generale in capo Massena, che a Genova lo impiegò a richiesta dell'aiutante generale Fantuzzi.„

Nei cinque anni dei quali parla il rapporto (1798-1802), è la parte più considerevole della vita militare del Foscolo. Dopo il 1802, egli non si trovò più a nessun fatto d'armi. Dalla primavera del 1804 ai primi di marzo del 1806 appartenne alla Divisione italiana mandata in Francia al Campo di Saint-Omer; poi tornò a Milano, dove rimase a disposizione del Ministero della guerra.

E qui, si può dire, finisce la vita militare del Foscolo; nella quale se non andò più avanti del grado di capitano, se anzi questo grado gli fu sempre contestato, e se non dimostrò le migliori attitudini come ufficiale amministrativo, dimostrò però ampiamente di possedere ciò che più importa nel soldato, il coraggio e il valore.

Ma cessando nel fatto dalla milizia, il Foscolo ne conservò gli stipendi e la divisa, che di tratto in tratto indossava in qualche importante occasione. Cotesti stipendi gli furono sempre pagati dal governo, perchè potesse attendere ai suoi lavori letterari. E pure le sue lettere di cotesto tempo ai superiori e agli amici son piene di lamenti perchè non era abbastanza pagato.

La spiegazione di questi lamenti sta in ciò che narra di lui Mario Pieri. Il Pieri che, come sappiamo, avea conosciuto il Foscolo a Venezia povero in canna e superbo della sua povertà, narra che, rivedendolo qualche anno dopo a Milano, lo trovò _tutto attillato e pulito_, che abitava _un ricco quartiere_, che si faceva _abbigliare da capo a piedi dal suo servitore, che frequentava le mense dei grandi, e veniva predicando i comodi della vita_. Accostandosi alle mense dei grandi, Ugo ne contrasse la malattia del voler parere grande, pur seguitando di tratto in tratto a protestarsi povero; le quali proteste, chi guardi bene addentro, erano anch'esse un effetto della sua megalomania; funesto morbo, che gli guastò il carattere e gli contristò miseramente la vita.

Divenendo la capitale della repubblica cisalpina, Milano si era d'un tratto trasformata come per incanto. Alla inerzia e al torpore degli anni precedenti era succeduta una meravigliosa esuberanza di vita: da tutte le parti d'Italia, quanto v'era d'uomini ingegnosi, arditi, operosi, intraprendenti, accorreva a Milano.

La medaglia aveva, s'intende, il suo rovescio. Insieme agli uomini di valore ed onesti erano accorsi d'ogni parte gl'intriganti, i quali cercano sempre trar profitto da ogni mutazione di governo: l'antica rilassatezza del costume non trovava certo nel nuovo ordine di cose un freno salutare; tutt'altro.

Ugo, nella sua duplice qualità di soldato e di poeta, avea subito trovata a Milano buona accoglienza fra i militari e fra i letterati. D'uomini illustri nelle lettere e nelle scienze c'erano già, quando egli arrivò, o giunsero poco dopo, il Monti, il Paradisi, Giovanni Pindemonte, il Giordani, il Gioia, il Rasori e parecchi altri.

*

Una delle prime amicizie che Ugo contrasse fu quella del Monti, una delle prime cose che fece fu innamorarsi della moglie di lui. Non era nuovo agli amori. Avea già avuto a Venezia i primi ammaestramenti dalla celeste Temira. “Cogli i favori delle belle donne, come i fiori delle stagioni, essa gli avea detto; ma bada, non innamorarti„: e lui avea subito cercato di mettere in pratica il primo precetto. Quanto al secondo, preso letteralmente, esso non era di attuazione possibile per un uomo che già stava tramutandosi in Jacopo Ortis. Tanto non era possibile, che la vita del Foscolo nelle sue relazioni col sesso gentile fu da indi in poi un continuo succedersi, anzi intrecciarsi, d'amori, per modo che prima che maturasse l'uno era spuntato già l'altro; nè era vietato ai morti amori di rinascere, nè ai viventi di fare a pugni o accomodarsi alla meglio l'uno accanto all'altro dentro il cuore del poeta.

Se nell'amore per la Monti il Foscolo trovasse corrispondenza, non si può nè affermare nè negare. Il Pecchio lo crede, io non lo credo. Comunque, Ugo lasciò scritto che si voleva ammazzare per lei, e lei raccontò al Pieri che veramente egli tentò d'ammazzarsi: ma per fortuna non ne fu nulla; e così potè invece cercare conforto in un amore nuovo, nell'amore della giovine Isabella Roncioni, che conobbe passando da Firenze nelle sue escursioni militari, e che ahimè era già fidanzata ad un marchese Bartolomei, al quale poi andò sposa.

Che cosa fosse il Foscolo innamorato, chi in Firenze conobbe il Niccolini, può averlo saputo da lui. Chi non lo conobbe può leggere ciò che ne dice il Pecchio, che torna lo stesso. “Egli era, dice il Pecchio, un oggetto per alcuni di terrore, per altri di riso.... diveniva mutolo, accigliato, cupo, guardando con pupille sbarrate, immote, come quelle d'un frenetico; e se rompeva quella terribile taciturnità, non era che per brontolare alcune sentenze sul suicidio, o per ripetere le cento volte a guisa d'un rosario alcuni versi allusivi al suo stato.„

Un amatore così fatto sembrerebbe dover fare paura alle belle signore: invece, almeno a quel tempo, pare di no. Tanto che della perduta Isabella potè ben presto consolarsi a Milano nell'amore della contessa Fagnani Arese, una superba bellezza, alla quale piacque aggiungere nella lunga lista dei suoi trionfi quello sul singolare poeta.

Ed egli allora (nel 1802) era veramente divenuto poeta, non solo singolare, ma grande. Singolare piuttosto è, cioè può parere, che egli diventasse gran poeta in quei cinque anni, che furono i più tumultuosi della sua vita, e i meno acconci agli studi; nè solamente poeta, ma anche prosatore. Egli andava correndo su e giù per l'Italia, da Milano a Bologna, da Bologna a Modena, da Modena a Lugo, a Firenze, a Pistoia, incaricato di commissioni militari, incaricato di dare la caccia ai briganti; e intanto dall'ingegno suo sbocciavano quei tre sonetti d'amore che il Carducci disse “mirabili di novità, di purità, di movimento, vera lirica dell'affetto superiore ed intenso trasformato ed idealizzato nel fantasma„. E intanto componeva l'ode alla Pallavicini, che se nella combinazione dei versi rammenta il Parini, lo supera nella eccellenza della esecuzione, e l'altra all'amica risanata, le cui ultime strofe sono di una purezza antica quale fino allora non s'era veduta nella nostra poesia. E intanto veniva elaborando le _Ultime lettere di Jacopo Ortis_, e scriveva l'_Orazione a Bonaparte_ pel congresso di Lione.

I tre sonetti sono scritti per la Roncioni, nel 1799. L'amore per la Roncioni fu pure quello che fissò nell'ultima sua forma il romanzo. Il primo germe di esso furono, come dissi, le _lettere a Laura_; le quali, dopo l'amore per la Monti, si trasformarono ed allargarono _nella vera storia di due amanti infelici_, cominciata a stampare dall'autore a Bologna nel 1798, finita e pubblicata dal Sassoli, e dal Foscolo rifiutata.

Ma non si può pensare senza disgusto che all'ultima elaborazione dell'_Ortis_ partecipasse l'amore per la bella Signora milanese, che il poeta celebrò nell'ode _all'amica risanata_.

Così quattro amori e quattro donne contribuirono alla formazione del famoso romanzo, che fece versare tante lacrime a tante innocenti fanciulle, che fece girare la debole testa a tante giovani spose, che fece, come il _Werther_ in Germania, venir di moda il suicidio; che fu, lasciatemi dire, la catena del forzato che Ugo si trascinò dietro per tutta la vita. Meditando il suo romanzo, egli si era immedesimato siffattamente col protagonista, che di fronte alle molte donne che incontrò nel suo breve cammino non seppe recitare mai altra parte che quella di Jacopo Ortis, salvo, s'intende, il suicidio. Ma in quel libro malsano il poeta si rivelò prosatore nuovo, originale, efficace; meglio che nella _Orazione_ pei Comizi di Lione, dove non seppe, o non volle, liberarsi dell'antico paludamento.

Egli non aveva allora che ventiquattro anni,

*

La rimanente sua vita può dividersi in due grandi atti, separati, o meglio legati insieme, da un breve intermezzo. L'atto primo comprende il tempo della piena espansione di tutte le forze intellettuali ed affettive del poeta, alle quali una sola cosa mancò, il freno di una forte volontà che contenendole sapesse guidarle a mèta sicura. È il tempo dei _Sepolcri_ e delle _Grazie_, dell'_Aiace_ e della _Ricciarda_, della traduzione d'Omero e delle lezioni d'eloquenza a Pavia; il tempo degli amori per la Giovio, per la Bignami e per la Battaglia, a cui servono come di contorno gli amori in Francia, gli amori con la saggia Isabella e la Marzia, e gli amori bolognesi e fiorentini con la Martinetti, con la Magiotti e con altre donne.

L'intermezzo comprende la breve dimora del poeta in Isvizzera (1815-1816).

Nell'atto secondo è la catastrofe, cioè la vita dell'esule a Londra, dal 1816 alla morte, avvenuta nel 1827. Sono gli anni nei quali il poeta è morto alla poesia, e la poesia è morta al poeta, gli anni dei faticosi lavori d'erudizione e di critica, gli anni dei progetti di imprese letterarie, sempre falliti e sempre rinnovati; sono gli anni della vita galante nella gran società di Londra, gli anni dell'amore per la Russell, gli anni delle spese pazze e della miseria.

Tutto l'uomo è nel giovane. Questa sentenza del Giordani, verissima per molti scrittori, vera per tutti, per nessuno è di una verità così lampante come per il Foscolo. Perciò io mi sono trattenuto a parlare della giovinezza di lui forse più che non paiano comportare i limiti di una conferenza.

Quel sentimento, tutto pagano, di ammirazione e adorazione della bellezza plastica femminile, misto ad una tetra malinconia, che avea bisogno di alimentarsi nella infelicità dell'amore e nelle sciagure della patria; quel sentimento e quella malinconia, che nella vita del Foscolo giovine produssero gli amori per la Roncioni e per l'Arese, e nell'arte le due odi, alcuni sonetti e l'_Jacopo Ortis_; quel sentimento e quella malinconia governano tutta la posteriore vita dell'uomo e dello scrittore.