Chapter 2
Sono oracoli a buon mercato. Sanno che Fabrizio non è socio del circolo.
ETTORE.
Ah ecco! Fabrizio non è socio. Insomma lei non può dirmi nulla se Fabrizio sia libero.
EMMA.
No.
ETTORE.
Già. Eppure io ho bisogno di conoscere,... perchè non vorrei contrariare i sentimenti di mio figlio. Proverò a domandarne a suo marito.
EMMA.
Ah!
ETTORE.
Chissà che egli non sia informato e ad ogni modo può aiutarmi a cercare.
EMMA, ridendo.
Cercare! Ma dunque lei crede proprio che Fabrizio.... che idea! Io mi domando cos'è che ha potuto mettere in mente.... Basta vederlo. Ha tanto da fare! Tanti pensieri! Giurerei!... E poi si capirebbe.... avrebbe capito anche lei: quando uno è innamorato si capisce, non è vero? Ebbene io lo vedo tutte le sere; viene qui, si fa tardi, si discorre, lui fa la partita con Giulio, io sto lì a lavorare, e le assicuro.... che pazzia! e poi me lo avrebbe detto, sono sicura che mi avrebbe confidata ogni cosa.--Mai più!
ETTORE.
Meglio così. Allora tutto è più facile. Voglio dargli moglie.
EMMA.
Ah!
ETTORE.
Sì. Bisogna finirla con questa vitaccia di espedienti. Non ci siamo nati. Gli ho trovato un partito conveniente sotto ogni aspetto. Una ragazza, giovane, anche bella, allevata modestamente, 200,000 lire lì sulla tavola, senza contare le speranze. Figlia unica. Fabrizio mi farà delle difficoltà, me ne ha già fatte; ma deve finire per accettare: è assolutamente necessario. E si deve far presto. Io non ho tempo di aspettare. Bisogna che tutti quelli che possono agire su di lui, mi vengano in aiuto. Quando ho cercato di parlargliene egli ha troncato il discorso bruscamente, brutalmente, perchè ha preso un tono con me! Ora devo dare una risposta definitiva da cui dipendono molte cose, molte cose gravi.... perdoni se parlo così vibrato, ma glie l'ho detto in principio. Sono un poco agitato. Sono sicuro che lei mi aiuterà a persuaderlo. È necessario.
EMMA da sè.
Ah!
ETTORE.
Perchè, vede--caso mai--tutti questi amori mancini vanno a finire scioccamente e non conchiudono. Da principio tutto riesce.... l'amore, la poesia, le promesse! Si va guardinghi, nessuno scoprirà mai, e un bel giorno tutto si scopre, e allora l'amore bisogna bene che finisca e la poesia e le promesse. Ci sono delle altre promesse che tengono, quelle sancite dalla legge. E intanto l'occasione buona se n'è andata e non torna più, e si rimane colla vita sciupata, collo scorno di una caduta inabile, peggio che quello di una cattiva azione. La gente non vi aiuta più, e vi si accusa di ingratitudine.... bisogna ricominciare la vita con più anni e meno risorse. Ecco tutto!
Piantandosele in faccia.
Non ho ragione?
Lunga pausa.
Suo marito lo metto subito dalla mia, ma deve aiutarmi anche lei, perchè non abbiamo tempo d'andar per le lunghe. Bisogna far presto! nell'interesse stesso di Fabrizio bisogna decidere su due piedi. Tanto vale.--Non sposa per amore, non è vero? Dunque?--Perchè quelli non aspettano più. Hanno un'arma.
Sempre più concitato.
È la figlia di Rubbo l'impresario. Rubbo vuol far contessa sua figlia. Rubbo ha un'arma, quello che vuole, vuole. È venuto da me stamattina--a mezzogiorno vuole la risposta. Bisogna almeno che gli possa dare delle speranze, ma la mia parola non gli basta. È così male educato! Vuol parlare oggi con Fabrizio--se no!--Lei mi aiuta, non è vero? non è vero che mi aiuta?
EMMA.
Sì.
ETTORE.
Parlerà con Fabrizio?
EMMA.
Sì.
ETTORE.
Subito appena torna?
EMMA.
Sì, sì--ma che non ci sia lei.
ETTORE.
Va bene.--Io prima gli dico di che si tratta.
EMMA.
Ecco--e poi dopo....
ETTORE.
Me ne vado.
EMMA.
Sì. Facciamo così: quando Fabrizio ritorna io li lascio.
ETTORE.
Ma poi?
EMMA.
Glie l'ho promesso.
ETTORE.
Capisce bene che dev'essere una cosa grave, se sono qui a pregarla come un'anima disperata.
FABRIZIO dallo studio.
Sono qui.
EMMA.
Ah!
Scatta in piedi.
FABRIZIO entra dallo studio e si avvicina ad Emma.
EMMA piano a Fabrizio.
Non ne potevo più.
Via dal fondo.
SCENA NONA.
ETTORE e FABRIZIO.
FABRIZIO.
Cos'è stato?
ETTORE.
Non so.
FABRIZIO.
Che le hai detto?
ETTORE.
L'ho pregata che mi aiutasse a persuaderti di prender moglie.
FABRIZIO.
Che parole le hai detto?
ETTORE.
Non c'è tempo agli interrogatorii. Rubbo vuole una risposta. Accetti?
FABRIZIO.
No!
ETTORE.
Bada!
FABRIZIO.
Non me ne parlare.--È inutile--vieni via!
ETTORE.
Bada!
FABRIZIO.
Vieni via, vieni via!
ETTORE.
Tu non sai di che si tratta--Fabrizio, ti prego colle mani giunte, non mi ricusare.
FABRIZIO spaventato.
Che cos'è? mi spaventi.
ETTORE.
Vedi bene che non dev'essere un capriccio.
FABRIZIO.
Dimmi la ragione.
ETTORE.
Voglio levarti da questa vita miseranda.
FABRIZIO.
No! Che t'importa di me?
ETTORE.
Oh!
FABRIZIO.
Quanto gli devi?
ETTORE.
Tu credi?
FABRIZIO.
Quanto? vediamo se ci arrivo.
ETTORE.
Come sei acerbo!
FABRIZIO.
Oh ti giuro che vorrei darti tanta tenerezza e tanta riverenza.
ETTORE.
Non si direbbe.--Mi umilii continuamente. Tu soccorri alla mia miseria, ma non sai rispettarla.
FABRIZIO.
Perchè....
ETTORE.
Non è rispettabile, lascialo dire a me. Dovresti capire che delle qualità della mia razza, le più tenaci sono quelle che non servono a nulla. Posso gettare il mio orgoglio e degradarmi colla gente che mi è inferiore, ma non con te.
FABRIZIO.
Non è questione d'orgoglio. Quel poco aiuto che sono in grado di darti non può offendere la tua fierezza e sostiene la mia. Quanto gli devi?
ETTORE.
Non si tratta di denari. Tu non potresti!
FABRIZIO.
Quel Rubbo ti tiene in qualche modo; come?
ETTORE.
Ha la mia parola.
FABRIZIO.
Per queste nozze?
ETTORE.
Ti supplico di acconsentire.
FABRIZIO.
Perchè vuol darmi sua figlia? Non sono un Narciso da innamorare le donne a distanza e quella pupattola non saprebbe innamorarsi.
ETTORE.
Vuol farla contessa.
FABRIZIO.
Sposala tu.
ETTORE.
Che pazzia!
FABRIZIO.
Ma sì. Io ti rinunzio i diritti di primogenitura. Il primo figlio che ne avrai sarà Conte in luogo mio.
ETTORE.
Non scherziamo.
FABRIZIO.
Non scherzo. Se credi che 200,000 lire valgano il titolo che portiamo, ebbene esso è più tuo che mio, dacchè l'ebbi da te. Tu sei vegeto, elegante, sei più giovane di me, io sarò il nonno de' tuoi figliuoli. Sei più tagliato alla vita che cercano quelli là. Tu sai essere vistoso. Una volta tornato nell'agiatezza saresti nel tuo stato perfetto. Io no. Le gioie che tu potresti sperare dal matrimonio, questo te le darebbe tutte: di quelle che potrei sperare io, non ne avrei nessuna. Perchè tormentarci in tanti, per ottenere essi quello che io non posso dare ed io quello che non cerco? Non è portando i tuoi abiti smessi che potevo avvezzarmi all'eleganza. Mi sento così poco nobile io! Non ho che virtù borghesi! So lavorare, amo il lavoro, non ho ambizione, mi compiaccio della vita intima. Un po' di tranquillità e la sicurezza del domani mi bastano. E vederti contento, e non essere costretto con te alla parte ingrata del mentore, e poterti dare tanta tenerezza figliale e tanto rispetto! non domando altro! Sposala tu!
ETTORE.
Rubbo non vuole.
FABRIZIO ridendo amaramente.
Hai già cercato e vieni da me alla peggio!
ETTORE.
Vedi che hai orgoglio anche tu!
FABRIZIO.
È vero. E non faccio mercati.
ETTORE.
Ma li consigli a tuo padre.
FABRIZIO.
Alla tua età i patti sono chiari; non c'è frode possibile.
ETTORE.
Non saresti il primo a fare un simile matrimonio.
FABRIZIO.
Anche se rubassi, non sarei il primo ladro.
ETTORE.
Quando ti dico....
FABRIZIO.
Basta. Bisogna aver perduto ogni idea di rettitudine per non capire che il mio consenso sarebbe un'azione disonesta.
ETTORE.
Credi che sia più onesto entrare nella casa di un galantuomo, guadagnarne l'amicizia, riceverne i benefici e sedurne la moglie?
FABRIZIO violento.
Questo hai detto alla signora Emma?
ETTORE.
Ora lo dico a te.
FABRIZIO c. s.
Rispondimi, le hai detto questo?
ETTORE.
Non ho ragione?
FABRIZIO.
Nessuno può sospettare.
ETTORE.
Ma tutti sospettano.
FABRIZIO.
Non è vero.
ETTORE.
E tu allora denunzia la calunnia al marito.
FABRIZIO.
Guarda! Non curo difendermi! Ma se tu hai detto una parola di ciò alla signora Emma....
ETTORE.
Lascia stare, ha quasi confessato.
FABRIZIO atterrito.
Essa?
ETTORE.
Qui, or ora.
FABRIZIO abbassa la voce, e si guarda attorno.
Sst! Vieni via. Andiamo a casa tua. Non è possibile che tu abbia fatto questo! Un gentiluomo! Vieni via, vieni via!
ETTORE.
No, tu rimani. La signora Emma ti vuol parlare.
FABRIZIO.
A me?
ETTORE.
Sì.
FABRIZIO.
Ti sei fatto promettere che ti avrebbe aiutato?
ETTORE.
Sì.
FABRIZIO.
E te l'ha promesso! Vedi bene che i tuoi sospetti sono assurdi.
ETTORE.
Tu avresti mezzo di mostrarne anche più chiaramente l'assurdità.
FABRIZIO.
Sposando la figlia di Rubbo? Ho un mezzo migliore. Andarmene!
ETTORE.
Ricusi ancora?
FABRIZIO.
Certo!
ETTORE.
È la tua ultima parola?
FABRIZIO.
Oh! l'ultima!
ETTORE.
Anche se ti dicessi che ne va in parte dell'onore del tuo nome?
FABRIZIO.
Tu ed io intendiamo così diversamente la parola: onore!
ETTORE.
Addio!
Si allontana poi ritorna.
FABRIZIO.
Addio.
ETTORE.
Se mai, fino a mezzogiorno sono in casa. Dopo sarebbe troppo tardi.
Via per lo studio.
SCENA DECIMA.
FABRIZIO poi EMMA.
FABRIZIO alla porta del fondo.
Signora Emma!
Silenzio,--poi Emma entra.
EMMA.
È andato via?
FABRIZIO.
Sì.
EMMA.
Ha scoperto ogni cosa!
FABRIZIO.
Lo so.
EMMA.
Non sarà il solo.
FABRIZIO.
Io parto.
EMMA.
Quando?
FABRIZIO.
Appena posso. Stasera.
EMMA.
Che penserà Giulio?
FABRIZIO.
Cercherò una ragione. Non oso guardarlo. Se mi fissasse, capirebbe: non saprei trovare una parola per sviarlo. Ma questo avvertimento viene in tempo. Me partito, i sospetti cadono. Doveva finir così. Che ha detto mio padre?
EMMA.
Non so più. Tante cose! Ho veduto subito che sapeva, subito da principio. Mi guardava--mi guardava! Le parole erano riverenti, ma lo sguardo oltraggioso! Poi deve aver minacciato, ma non so più. Che tortura! Lo sanno tutti eh?
FABRIZIO.
No. Mio padre vede così facilmente il male. È così corrotto!
EMMA.
Che ci ha indovinati!
FABRIZIO.
Per carità non perdiamoci. Dobbiamo farci coraggio, per fingere fino a stasera. Non posso partire senza veder Giulio. Ci troveremo tutti e due nella sua presenza. Egli vorrà dissuadermi. Bisognerà sapere essere forti e fingere. Per lui! per lui! L'unico bene che possiamo fargli è d'ingannarlo.
EMMA.
Non sapremo--siamo vili.--È l'ultima ombra di nobiltà che ci resta.--Ma l'avevamo preveduto eh? Almeno l'avevamo preveduto. Non si può dire che non avessimo coscienza di tutto.
FABRIZIO.
No.--Chi lo sa come si comincia? È un veleno così sottile, così subdolo! Chi lo avverte da principio? Ha tanti nomi! È pietà, è rispetto, è fede! Chi lo teme? Non è che un ardore di bene. Si appiglia a tutte le facoltà buone e forti dell'animo e le esalta per stancarle. Quando avvertiamo l'insidia, è padrone di noi.
EMMA.
Non cerchiamo scuse. Ci siamo amati--sono stata vile--è finito!
FABRIZIO.
Emma!
EMMA.
Partire! E se scopre?
FABRIZIO.
No, troveremo modo.
EMMA.
Che dirgli da un'ora all'altra?
FABRIZIO.
Già lo meditavo. Glie ne avevo parlato. Non potevo più accettare questa parte.
EMMA.
Non pensiamo a noi.
FABRIZIO.
Penso a lui. La scoperta della mia colpa potrebbe ucciderlo; la continuazione dei benefici lo farebbe ridicolo.
EMMA.
Partire così è una fuga--domani....
FABRIZIO.
L'amore è vile, Emma. Se non ci armiamo di questi terrori esso ci ripiglia. È un mese che dico domani e che trascino di giorno in giorno il buon proposito.
Avvicinandosele.
Ti amo tanto, Emma.
EMMA ritraendosi.
No, no, no!
FABRIZIO.
E se domani non ho più coraggio? Se mi addormento un'altra volta nella mia viltà? Tu mi supplicheresti invano, Emma! Quanto non m'hai supplicato! Ti vincerei un'altra volta, povera donna debole! Non fidarti di me! Se volessi portarti via, tu mi seguiresti.
Emma fa un movimento verso di lui.
Lo vedi se ti riprendo? Non fidarti di me. Sono uscito da una razza sfatta. Mio padre è uno scroccone, potrei essere un ladro.
EMMA.
No, Fabrizio!
FABRIZIO.
Ora! ora! mentre ho la mente a queste paure, mentre ti parlo di lui, e vorrei morire per non averlo offeso, se ti guardo mi sale al cervello la vampa della pazzia!
SCENA UNDICESIMA.
MARTA e detti.
MARTA.
Signora!
EMMA.
Che!... La bambina?...
MARTA.
È rimasta di sotto a giuocare coi figli del droghiere. C'è la lavandaia che domanda se non ha portato ieri una tovaglia scompagna dalle nostre.
EMMA.
Non so--c'eri tu!
MARTA.
Già, il conto tornava, ma poi piegandola ho visto bene io che ce n'era una non nostra.
Apre la credenza e prende una tovaglia.
Eccola qui.
EMMA.
Dagliela.
MARTA.
Lasci fare.
Via.
SCENA DODICESIMA.
EMMA e FABRIZIO.
EMMA.
Vedi bene! È giusto, va! Non è possibile! È una cosa degradante! Questa intromissione della casa in.... oh!... Ci vogliono gli uomini oziosi, le donne inutili.... Sì.... sì.... stasera parti.... stasera.... troverai un pretesto.... ma.... mai più.... mai più.... mai più!
Lunga pausa.
Dovevo anche parlarti di quello che vuole tuo padre. Lo sai quello che vuole?
FABRIZIO.
Sì.
EMMA.
Ho promesso di persuaderti.
FABRIZIO.
Oh!
con isdegnoso rifiuto.
EMMA con involontaria passione.
No eh?!
FABRIZIO.
Oggi verrò da Giulio. Gli dirò che voglio liberarmi dalle sollecitudini di mio padre.
EMMA.
Sì.
SCENA TREDICESIMA.
MARTA e detti.
MARTA.
Ecco fatto.
FABRIZIO inchinandosi ad Emma.
A rivederla.
EMMA c. s. a Fabrizio.
A rivederlo.
Fabrizio via.
SCENA QUATTORDICESIMA.
MARTA ed EMMA.
MARTA.
Glie l'ho mostrata e le ho detto che quando porterà la nostra, glie la ridaremo.--Vuol prendere i conti?
EMMA.
Ora?
MARTA.
Se no mi passa di memoria.
EMMA va a prendere nel cassetto della mezza luna il libro dei conti e il calamaio, poi siede alla tavola di mezzo.
MARTA.
C'erano già dei carciofi in piazza--ma--salati! L'avvocato n'è ghiotto. Ma strapagarli!
EMMA.
Di' pure.
MARTA.
Filetto venticinque, burro quindici, patate tre....
Cala la tela.
ATTO SECONDO.
La stessa scena dell'atto primo.
Sulla tavola di mezzo c'è una lunga scatola bianca e dentro un taglio d'abito di velluto.
SCENA PRIMA.
GIULIO, GEMMA poi MARTA.
GIULIO tiene Gemma sulle ginocchia e la fa ballare dicendo.
Il cavallo del gradasso Va di passo, va di passo Pian pian pian pian. Il caval del giovinotto Va di trotto, va di trotto Ran ran ran ran. Quando il re sta sulla groppa Si galoppa, si galoppa Vlan vlan vlan vlan. Ma nel giorno della guerra Il cavallo cade a terra. Dan dan dan dan.
Rimette la bambina a terra.
GEMMA.
Ancora.
GIULIO.
Oh sì!
GEMMA.
Allora la storia.
Arrampicandosi sulle sue ginocchia.
GIULIO.
Una volta c'era un Re....
MARTA dal fondo.
Viene subito.
GIULIO.
Cosa fa di là?
MARTA.
Non so, era chiusa in camera. Ha detto che viene subito.
Via.
GEMMA.
C'era un Re....
GIULIO.
Non so altro.
GEMMA.
Che aveva un figlio....
GIULIO.
E una figlia.
GEMMA.
Vedi che la sai?
GIULIO con aria di mistero.
Senti, Gemma, quando viene mamma..... noi non diciamo niente....
GEMMA.
Sì.
GIULIO.
Lei vede quella scatola che c'è lì sulla tavola e domanda: Cos'è?
GEMMA.
Sì.
GIULIO.
E noi rispondiamo: mah!
GEMMA.
Mah!
GIULIO.
E lei domanda. Chi l'ha portata?
GEMMA suggerisce la risposta.
Non sappiamo.
GIULIO.
Cara! non sappiamo: sì. E allora la mamma....
GEMMA vedendo Emma.
Sst!
SCENA SECONDA.
EMMA e detti.
GIULIO facendo saltare la bambina.
Il caval del giovinotto....
EMMA.
Mi vuoi?
GIULIO a Gemma.
Sst!
Forte.
Va di trotto, va di trotto! Pian pian....
GEMMA.
No: Ran, ran!
EMMA.
Mi hai fatto chiamare?
GIULIO c. s.
Quando il Re sta sulla groppa....
EMMA è ritta presso la tavola senza avvertire la scatola.
GEMMA piano a Giulio.
Non la vede.
GIULIO.
Aspetta.
GEMMA forte.
Io vedo una cosa sulla tavola.
EMMA.
Dici a me?
GEMMA.
Sulla tavola.
EMMA vede la scatola.
Ah! Cos'è?
GEMMA.
Mah!
EMMA.
Chi l'ha portata?
GIULIO.
Mah! Non sappiamo. N'è vero, Gemma?
GEMMA.
No: guarda, guarda!
EMMA l'apre.
Oh!
GEMMA.
Che cos'è?
EMMA.
Un abito di velluto! Giulio!
GIULIO.
Sono gli spilli per la vendita dei molini. Non lo guardi?
EMMA.
È bello! grazie.
GIULIO.
Sei pallida.
EMMA.
No.
GIULIO.
Sì.
EMMA.
Ho un po' di emicrania. È molto bello questo abito! Ma troppo lusso! è una follia!
GIULIO.
Sono due anni che la medito. L'anno passato avevo cominciato dal primo gennaio a mettere in serbo una lira il giorno. Poi è scappato quel Forgia che mi doveva 800 lire e addio regali. L'altra sera al contratto di nozze della Pianna c'era la signora Sequis con un abito di velluto come questo. Ma lo portava così male, ne spandeva da tutte le parti. Il velluto non dona che alle persone sottili: le grosse le ingrossa. Io pensavo: Ah quando vedrò Emma vestita così! Appena Ranetti mi portò i denari dei molini mi è tornato in mente. Tu sì che starai bene! sì che sarai bella!
EMMA.
Come hai fatto a scegliere da te solo?
GIULIO.
Ho comprato male?
EMMA.
Ma no, benissimo!
GIULIO.
Guarda, esamina pure, è morbido? è fitto, è lucido?
EMMA.
Sì, sì.
GIULIO.
È un pregiudizio il credere che gli uomini non s'intendano di queste cose. I devoti sanno adornare la Madonna. Gli uomini capaci di voler molto bene, cioè di amare fortemente e virilmente, hanno tutti il senso degli ornamenti femminili. Gli è che in fondo di ogni loro pensiero e di ogni loro azione sta l'immagine cara che li fa pensare ed agire. E questa non è una debolezza! Tutti gli uomini forti e buoni amano. Mi credi di quelli?
EMMA.
Sì.
GIULIO.
L'hai forte eh, l'emicrania? Si vede. Hai gli occhi lucenti e stanchi.--Che voleva poi quel conte Arcieri? È lui che ti ha dato il mal di testa.
EMMA sforzandosi a sorridere.
No!
GIULIO.
Che voleva?
EMMA.
Vuol dar moglie a suo figlio.
GIULIO.
E perchè viene da noi?
EMMA.
Perchè lo aiutiamo a persuaderlo. Il figlio non vuole.
GIULIO.
In massima ha torto. Chi sarebbe la sposa?
EMMA.
La figlia di Rubbo.
GIULIO.
Ah! Fabrizio ha ragione. Rubbo è un cattivo soggetto. Come te la sei cavata?
EMMA.
Insisteva tanto.
GIULIO.
M'immagino. Hai promesso di parlare a Fabrizio?
EMMA.
Ho fatto male?
GIULIO.
Hai fatto benissimo. E ne hai parlato?
EMMA.
No. È stato qui due minuti appena.
Ha chiusa la scatola, la prende e si avvia.
GIULIO.
Vai via?
EMMA.
Vado a riporre....
GIULIO.
E a me?
EMMA.
Cosa?
GIULIO.
Gli spilli.--Sei tu che me li devi dare.
EMMA.
Che posso darti io?
GIULIO.
Oh!
La prende per le mani e fa per attirarla a sè.
Qua!
EMMA fa un involontario moto di resistenza.
GIULIO.
No?
Sorpreso.
EMMA rimettendosi gli porge le fronte.
GIULIO la bacia.
EMMA prende la bimba e la copre di baci.
GIULIO.
Rendimeli pure a quel modo. Ne sono contento.--Sai cosa si dovrebbe fare? Prendiamo Gemma con noi e andiamo a fare una passeggiata fuori all'aperto. Ti va?
EMMA.
Come vuoi.
GIULIO.
Gemma, va' da Marta e dille che ti vesta.
GEMMA.
Sì, sì.
Via dal fondo.
GIULIO.
Un po' d'aria ti farà bene: sei sempre qui chiusa a dar punti.
EMMA.
Già mi passa.
GIULIO.
Oggi mi do vacanza. Sai che stamattina ho fatto il conto che da due mesi ho incassato, incassato, nota, quasi 1000 lire! E a registro sono più di 2000. E vero che sono i mesi buoni, ma 9000 lire all'anno escono. Siamo a posto; siamo quasi ricchi, Emma! Domani porto 10,000 lire alla banca! E otto anni fa non avevo un soldo. Va' là che hai avuto coraggio a sposarmi. Il nostro bilancio era presto fatto: zero via zero.... Come fa piacere voltarsi indietro! Posso dire di avere sgobbato come un facchino, ma tu mi aiutavi tanto! La vita mi è stata facile. Sorridi!
EMMA.
Giulio!
GIULIO.
Ne abbiamo passate delle ore a sospirare i clienti. Ti ricordi? che ti mettevi alla finestra a vedere se ne entrava nel portone? E non ne veniva mai. Ti ricordi quella volta che sei entrata nello studio con un gran velo che ti nascondeva la faccia, a domandare un consulto? Che risate! Che pazza che eri! Come ridevi tutta quanta! Ci tornerei guarda! E la casa! Che povera casa avevamo!
EMMA.
Ora l'hanno demolita.
GIULIO.
È vero: per farci il quartiere degli alpini. Ci sono capitato un giorno quando l'abbattevano. Ho riconosciuta la nostra camera là in alto, tappezzata di quella brutta carta olivastra a fiori turchini: c'erano ancora tre pareti ritte, la quarta era caduta con mezzo il soffitto. Ricordavo tante cose! Ti rattristo? Va' là che le gioie buone sono con noi: le abbiamo portate via tutte! E nessuno le abbatte quelle.--Che hai?
EMMA.
Nulla.
GIULIO.
Vatti a vestire.
EMMA.
Sì.
Si avvia.
GIULIO.
Marta sta in casa, eh?
EMMA.
Ti occorre?
GIULIO.
Oh! se viene Fabrizio che gli dica di trattenersi a pranzo.
EMMA.
No!
GIULIO.
Perchè?
Scampanellata di dentro.
EMMA.
Non ci ho pensato. Ora il pranzo è combinato!
GIULIO.
Fabrizio non dà soggezione.
EMMA.
No: lascia stare.
GIULIO.
Perchè? oggi sono contento.
EMMA.
Ti prego, lascia stare.
GIULIO.
Come vuoi, ma non capisco.
SCENA TERZA.
MARTA, RANETTI e detti.
MARTA.
C'è il signor Ranetti.
GIULIO.
Avanti.
RANETTI.
E seconda apparizione!
Ad Emma.
La faccio scappare?
EMMA.
No, andava già.
RANETTI.
Un momento. Vuole che le dica cosa c'è lì dentro?
Le mostra la scatola.
Ci sono 18 metri di velluto in seta, nero, alto 60 centimetri, fabbrica di Lione. Giulio ha fatto la spacconata oggi uscendo di Tribunale. È entrato nel negozio del Biondo con un'aria risoluta e grandiosa: ha messo sossopra tutta la mercanzia, ha pagato come un banchiere, ed è venuto a casa tirandosi dietro il figlio del Biondo che portava la scatola. La gente si fermava sulle botteghe a guardarlo.
GIULIO.
E poi?
RANETTI.
E poi se ne parla al Caffè Vasco. I tarocchisti hanno mandato Mutria in missione dal Biondo per sapere. Devo dire anche il prezzo?
GIULIO.
Ti prego di no.
RANETTI ad Emma.
Faccia vedere.
EMMA scopre la scatola.
RANETTI.
Magnifico!
GIULIO.
Sono i molini, vedi? Tu sei un diavolo che li hai venduti così bene!
RANETTI.
Bada, la farina del diavolo va in crusca.
GIULIO.
Non c'è pericolo. Dunque cosa vuoi?
RANETTI.
Indovina!
GIULIO.
Eh sì! Guarda, vogliamo andare a passeggio con mia moglie.
RANETTI.
Ah mi rincresce tanto per madama, ma tu non potrai.
GIULIO.
Perchè?
RANETTI.
Perchè ho bisogno di te.
EMMA.
Vado dalla bambina.
Via dal fondo.
RANETTI.
Mi hanno sfidato.
GIULIO.
Chi?
RANETTI.
Gli ufficiali, due ufficiali. Sono venuti da me, due ufficiali da parte del tenente Rovi.
GIULIO.
Quello del cotillon?
RANETTI.
Bravo!
GIULIO.
E vieni qui e discorri d'altro come se niente fosse?!...
RANETTI.
Dovevo arrivare affannato per una inezia? Casca il mondo? Bella cosa! Dunque ho bisogno di te; e vorrei pregare anche l'avvocato Fabrizio.
GIULIO.
Va bene.
RANETTI.
Sai dove si può vedere adesso?
GIULIO.
Fabrizio? Ma dovrebbe venire.
RANETTI.
Perchè dovete essere in due eh?
GIULIO.
Già, per le forme. Si può mandare a vedere in casa se c'è.
RANETTI.
Vado io.
GIULIO.
No, mando Marta.
Chiama dal fondo.
MARTA.
Torna a Ranetti.
Sei tranquillo!
RANETTI.
Ti fa meraviglia?
GIULIO.
Meraviglia! Sì, sono cose che agitano.
RANETTI.
Oh non li aspettavo, ma una volta presa una decisione....
GIULIO.
Se te la lasciamo prendere. Come li hai accolti quei due?
RANETTI.
Benissimo.
GIULIO.
Sono stati cortesi?
RANETTI.
Compitissimi. Mi hanno domandato se riconoscevo di aver preso per un braccio il tenente Rovi.
GIULIO.
E tu?
RANETTI.
Ed io ho risposto che riconoscevo benissimo.
GIULIO.
Marta!
RANETTI.
Inutile negare, tanto più che....
SCENA QUARTA.
MARTA e detti.
MARTA.
Cosa vuole?
GIULIO.
Sai dove sta l'avvocato Fabrizio?
MARTA.
Io no.
GIULIO.
In casa del signor Peirone, il cancelliere della Pretura, lo conosci?
MARTA.
Quello che ha quella serva gobba, rossa?