Tristano e l'ombra: Commedia romantica in tre atti

Part 3

Chapter 33,670 wordsPublic domain

ELINER.

Ma se c'è uno di noi che vale, che ha studio ed educazione, è il capitano...

ONINONI.

Sì: quello, ecco, noi si direbbe che è sangue di re!

LANGUIS.

Sarete la nostra guardia, che è come dire gli amici nostri più vicini. Andate, figli: e godete del vostro mangiare e del vostro bere...

CARIADO.

È giustizia, dopo che s'è lavorato tanto!

LANGUIS.

E al capitano gli daremo quel che abbiamo...

(I briganti _exeunt_).

Pare che il suo nome sia Tristano e che il suo abito sia nero: ma non è tutto nero quello che noi vediamo? E siamo certi che d'anima egli è grande, e puro di fede, e sicuro di cuore. Che potremmo noi volere di meglio?

(Da opposte parti entrano, silenziosi, _Tristano_ mascherato, e _Isotta_).

Sconosciuto è vero. Ma i fatti parlano per lui, e sono d'oro e di ferro, ha detto. E i briganti, che non sanno mentire, hanno detto, sangue di re...

(Una pausa).

Sarebbe l'ultima letizia della nostra povera vita, saper congiunta, la fragilità bianca d'Isotta alla nera solidità di Tristano. Sarebbe il sole per questi giorni miei di ultimo freddo. Ma non diremo niente: il cuore non patisce timone nè cervello; troppi scogli minacciano nascosti. Possiamo pregare solo e a lui dire, se questo è un dono, ebbene prendilo.

(Re Languis fa per alzarsi, Isotta gli si avvicina).

ISOTTA.

Eccomi, padre, se cercate di me.

LANGUIS.

Sempre cerchiamo di te, e ti troviamo sempre, anche nel silenzio.

ISOTTA.

Io sono dove il cuore mi porta senza che lo vogliano i pensieri.

LANGUIS.

(Avviandosi).

Come ti piace quel Tristano che ci ha liberato?

ISOTTA.

Porta la maschera, padre.

LANGUIS.

Tutti, al mondo, figlia: solo, lassù, saremo noi... Dunque, ti piace?

ISOTTA.

E a voi, padre?

LANGUIS.

A noi piacerebbe molto.

ISOTTA.

Andiamo, padre.

(Re Languis ed Isotta _exeunt_).

TRISTANO.

(Rimanendo immobile).

Al mondo vive dunque chi trama la felicità degli altri? La felicità: un fumo che ha nome domani, o ieri, se rimpiangi un'ora consumata: oggi, mai. Io, felice? Rido: due parole d'assurdo, in croce. O mi diletto io, del mio soffrire? E mi lego alla sofferenza come un amante, e me la serro al cuore? Che faccio per vivere? Ricordo, disperatamente: una donna, un peccato. Ma quella donna dov'è? C'è, sul mondo? L'ho io, davvero conosciuta? O mi sono foggiato, di lei, un fantasma che non voglio ritrovare in vita, perchè ho troppo accarezzato in sogno? Costei anche si chiama Isotta... Isotta! Sognavo ieri, e mi desto oggi? O vivevo laggiù, e sogno qui? La vita, ecco, m'offre un bene: per essere fedele a quel che fuggo lo rifiuterò? Per non deludere il mio sogno? E che so io del vero? E chi sono io per credere che la sventura m'abbia segnato così da reputarmi già morto, quando respiro? E dov'è il ricordo che mi tormenta? Sulla mia carne? No. No. Io non ho segni nè ricordi. Io voglio non aver vissuto. Non avere anima nè carne. O sì, mie, per donarle ancora. Un ideale, sì, l'avevo. Si chiamava Isotta: e l'ho trovato qui. È falso? Ah, quante meschine trame per una mia sciocca curiosità! Sono due nomi eguali, pazzo!... E se fossero due anime, eguali? Se la sorte... E non si può giocare anche la fede come la vita, in battaglia? Tristano, si può dare tutto per niente! E per un filo d'erba, l'eternità! E per una parola, un regno! E per un bacio, il paradiso! E per una goccia d'avvenire, tutto il mare del passato! Ah no, buffone... Guarda... Io vedo un abisso. Mi ci butto. E rido. E canto.

(Canticchiando).

«Così è di noi, nè voi senza di me, nè io senza di voi!» Ah! Ah!

(Ad Isotta, che è comparsa, quasi ironicamente).

Un inchino, principessa. Bella come il sole di vostro padre, e l'ombra mia!

ISOTTA.

Grazie. Mi spiace le parole del re abbiate inteso, vane fantasticherie.

TRISTANO.

No, Isotta... Lasciate vi chiami per nome, io mi lego ad un nome come il cipresso a un cimitero... Il re supera voi e me per saggezza.

ISOTTA.

Ma sogna, e non può vedere.

TRISTANO.

Ma prega, e spera. E non vorreste fargli di sole questi giorni suoi di ultimo freddo, Isotta?

ISOTTA.

Voi dite il mio nome, come se da sempre lo aveste avuto in cuore...

TRISTANO.

Davvero? Oh maraviglia! È tutto quel che so di voi, il nome, e l'amo prodigiosamente.

ISOTTA.

Perchè? Siete bizzarro...

TRISTANO.

Ho forse la coda? Tre mani? Oh! sono banale, banalissimo: credo, principessa, con licenza del sacerdote, vi saprei fare sette figli, e tutti maschi!

ISOTTA.

Amo, signore, d'essere intatta e nelle mie vesti mi chiudo, come dentro un monastero. Ma non vorrei per amor di me, perdere un sorriso di mio padre.

TRISTANO.

Che vi piacerebbe? Mentirgli ancòra? E che io vi fossi complice e falso marito? Sì: mentire so, e tanto bene che illudo anche me stesso, Isotta!

ISOTTA.

Io sono devota d'una religione fredda che mia madre m'apprese, la religione delle stelle, vergini anch'esse, che piangon a volte, o liete parlano meco, e credo a quel che intendo e mi prometto loro e tengo fede alle mie parole.

TRISTANO.

Voi tenete fede? Gloria! gloria! Sarete una sposa modello... Io no, non son fedele... Frantumo le mie parole: ne faccio monili per me, per voi, per tutti!

ISOTTA.

Ho giurato di salvare per sempre la mia castità: sono vestale d'un mio patto puerile ma sacro. Sarei una troppo sterile consorte!

TRISTANO.

Quella ch'io voglio, perfetta! Oh son fatto, io, di musica, non di carne. Casta! Vi amo... La mia virtù compagna sarete, il vostro peccato, io! Ecco, ecco... un anello, no. Dopo. E mi volete, se anche mascherato?

ISOTTA.

Io non per la follìa d'un nome, ma per ubbidire al re.

TRISTANO.

Isotta Isotta!... Allora io posso dire ancora... Isotta! Ti amo... ti amo... Sei mia! Posso chiudere gli occhi e udire il tuo respiro... Taci, taci... non parlare: Isotta! posso ascoltare il ritmo vicino della tua vita profumata, e dire Isotta, finalmente, sei mia moglie, tu!... Non sei più del re, sei mia... solo mia... mia... per sempre... e senza lacrime... Isotta... mia...

ISOTTA.

Tristano!

TRISTANO.

Taci! Ho la febbre, ho il delirio! Vado a nozze con la mia fantasia allucinata. Sono felice, perchè voglio essere così. Vieni, vieni con me.

(_Exeunt ambo_).

(_Marcia nuziale_).

SCENA TERZA.

_Un giardino, di notte. Lampioncini di carta colorata. Una fontana. Lontani, canti d'allegria e suoni striduli di musiche._

(Su un sedile di pietra, HUBBO, vestito da buffone, accovacciato, immobile. Entra ISOTTA, come fuggisse, inseguita da TRISTANO, mascherato).

ISOTTA.

Non mi perseguitare: m'hai già crocefissa col mistero de' tuoi occhi, lasciami, ora.

TRISTANO.

No, Isotta, hai cambiato nome: ti chiami moglie! e non sei più di te stessa: mia sei. Con una paroletta hai cancellato la tua persona, la tua volontà, tutto quanto eri! Perchè fuggi? Ti ripiglio. E ti dico: a sedere. E ci stai. E ti sputo negli occhi. E sopporti.

ISOTTA.

Che dici?

TRISTANO.

Canto anch'io, l'inno al matrimonio, in questa notte ilare di nozze! Ora tu non sei più tu: sei me, la mia maschera, la mia scarpa sei. E l'amore, l'amore dov'è? Nessuno t'ha domandato, è vero? E se domani uno venga che piace a te, e tu a lui: e tremate nel guardarvi, oh... follìa... tu non puoi, tu, moglie! Tu non sei più viva, morta sei, mummia! E mi diverte fare il carceriere e chiuderò tutte le porte e spierò le fessure dell'anima tua e digrignando i denti, urlerò di te: mia proprietà, mia proprietà!

ISOTTA.

Ti sei vincolato a lasciarmi casta...

TRISTANO.

E chi t'assicura che manterrò? Sono spergiuro, pazzo, vagabondo. Chi t'ha detto di credere a me?

ISOTTA.

Io ti credo, Tristano.

TRISTANO.

Insensata: ho viso deforme, spellato, arso, tagliato...

ISOTTA.

No.

TRISTANO.

Ed altre virtù non conosco che furia e menzogna...

ISOTTA.

No.

TRISTANO.

E ti forzerò, contro la mia parola e la tua giurata verginità calpesterò...

ISOTTA.

No.

TRISTANO.

E ti segnerò di lividi e di piaghe, e beverò il liquore delle tue lacrime...

ISOTTA.

No.

TRISTANO.

Che sai di me?

ISOTTA.

Tutto... perchè...

TRISTANO.

Perchè? Non aver paura! Ho raccolto le sozzure per la via; puoi buttarmi qualunque bestemmia.

ISOTTA.

Sì. Perchè ti amo...

HUBBO.

(Facendo irruzione).

Ah ah ah... Quanti palloncini verdi, e rossi, e gialli! Che gala nella mia gioia!... Ognuno si può impiccare al colore che vuole e chiamarlo stella! È proprio una festa, signora, da perderne la testa, ed anche il nano di Corte vi bacia la veste, oggi, si può, e fugge via, fugge lontano, tanto lontano che non lo troverete più, e sarà ai piedi vostri...

(Sparisce in un tintinnìo di sonagli, ma ritorna a spiare ed appiattarsi, di lì a poco, dietro la fontana).

ISOTTA.

È il buffone!

TRISTANO.

Ecco il povero mendicante, che vivrà sulla soglia della tua bellezza. e questa volta sarò io marito e geloso cent'occhi e severo cento supplizi! Ah, mi diverto, mi diverto smisuratamente. Ma se tu davvero mi ami, Isotta...

ISOTTA.

Non giocare colla mia vita: taci.

(Una pausa. I due sono seduti sul margine della fontana. E s'avanza ONINONI con passo quasi di danza; lo segue ELINER, cantando; ultimo CARIADO, lugubre. Sono in fila, a distanze uguali, ubriachi tutti e tre, ma contegnosi).

ONINONI.

A me, una festa così, mi fa ringiovanire. Se la musica non fosse fuori di tempo, farei quattro giri di danza, ma è fuori di tempo...

ELINER.

(Cantando).

La vita è una sorpresa... c'è la salita e poi c'è la discesa... Ed oggi tocca a me, domani a te, e finalmente al re! La vita è una sorpresa...

CARIADO.

Ma io la sposa non ce l'ho... e l'avrei voluta anch'io... e l'avrei molto accontentata... ma non ce l'ho... Amen...

ONINONI.

Questo, per Sant'Agata vergine, si chiama giardino? E noi ci spasseggiamo dentro come padroni... Ma, sacramento! questa è acqua... Maledetta sia l'acqua e chi la beve. E quindi anche la pioggia, maledetta. Però ai campi fa bene, la pioggia. Sì, ma noi non siamo campi!

CARIADO.

È deserta la vita, ecco...

ELINER.

(Cantando).

La vita è una sorpresa...

(I tre briganti _exeunt_).

TRISTANO.

Io sono uno dei loro e come loro ubriaco di pensieri. Ma, Isotta, per te devo... Vuoi un poco di veleno e di verità?

ISOTTA.

Nulla voglio, e nulla domando.

TRISTANO.

Se mi ami, devo ben farti soffrire!

ISOTTA.

E tutto ascolto.

TRISTANO.

Non t'ho ancora dato l'anello: eccolo: guarda: trasparente! Biondo come...

ISOTTA.

L'hai gettato nella vasca!

TRISTANO.

Eh sì! Quando tu prendere lo voglia devi affogare...

ISOTTA.

Mi butto.

TRISTANO.

No. Che è un anello? Ombre. Ombre. Ma quello... Sì, Isotta! tu sei mia moglie. Isotta, io t'ho sposato, ridi, è tempo di risate, t'ho sposato perchè amo un'altra donna.

ISOTTA.

Sapevo.

TRISTANO.

Perchè sono infelice, ed ho voluto esserlo di più...

ISOTTA.

Sapevo.

TRISTANO.

Perchè ho voluto potermi disprezzare! Perchè ho voluto avere anch'io quella catena che ha lei, per essere come lei, sotto il peso di un eguale dolore, ed ho scelto te perchè tu mi sia l'aguzzino, il carnefice, l'infamia, e torturandolo, tu faccia più divino quest'amore che io ho tanto dilaniato e che dilania me.

ISOTTA.

Sapevo.

TRISTANO.

T'ho presa come si prende, ecco, la morte, con disperazione, e avevi il nome di lei, dell'assente, della mia Isotta, del mio sogno e l'anello era suo.

ISOTTA.

Puoi piangere, ora, con me.

TRISTANO.

No. Non so piangere. Rido. Ma tu sei come un balsamo sul mio ridere malato... Oh, senti, cantano laggiù:... per chi?

ISOTTA.

Per noi.

TRISTANO.

Sì? E perchè non ci amiamo? Ho ben infranto la mia fedeltà. Sacrifica tu, la castità. Che vogliamo noi, donna? Divoriamoci coi denti, cerchiamo dentro noi il nostro fango! Ah, Isotta, perdona: guariscimi tu! Insegnami a credere ancòra, ed a non ricordare più. Tu hai mani bianche e leggere, di fata: dammele... Costruiscimi una vita tenue, nuova come un sogno nuovo. Chiudi la porta a tutti i pensieri che vengono di lontano o che vogliono volar via... Salvami, salvami tu, pura..

(S'inginocchia — essa gli mette le mani nei capelli).

_La voce di Hubbo._

La bionda Isotta, per gelosia di re Marco, suo marito, mentre tu ridi, soffre, dentro una prigione, cavalier Tristano!

TRISTANO

(Levandosi).

Tu hai parlato? Tu? L'anima mia? L'ombra? Sì. È vero! Una prigione... Voglio una prigione anch'io! Perchè devo io qui solo respirare la libertà, godere la notte, ubriacarmi d'illusione Come lei, come l'amor mio vero! Tu no, non ti conosco. Chi sei? Chi sei? Ti odio! Vattene. Una prigione, voglio! E soffrire anch'io! Sii gelosa, dunque! Sii gelosa, t'ho sposata per questo solo. Fammi male, se mi vuoi bene! E chiudimi in una prigione, ti prego, te ne prego, ti supplico... e dopo, fanciulla, ti benedirò...

_La voce di Eliner._

(Cantando).

La vita è una sorpresa, c'è la salita, e poi c'è la discesa...

SCENA QUARTA.

_Una prigione. Attraverso l'inferriata qualche stella._

TRISTANO.

Sono giunto al porto, qui? Ho tanto navigato per questo? No: ancora non è la morte vera. Buio, sì, ma qualche stella vive, lassù: nero, nero voglio: lutto sovrano.

(Togliendosi la maschera).

Mio viso ti sbendo: l'infinito sole è presente, e l'infinito è lei: mia signora che spia: la sento qui, là: Isotta, mi maledici? No, non devi, nessun bacio ha cancellato i tuoi baci: tra qualunque creatura di carne e me, sempre tu, ombra, ho veduto e vedo, ed a questo carcere tu mi condanni! Perchè dovrei, spietata, maledirti, ma folle di sentirmi così tuo, ti dono invece questo viso nudo come un cadavere risorto, e godo delle tue ineffabili carezze e spasmo verso questa tua divina oscurità.

(Entrano dall'inferriata le voci dei briganti).

_La voce di Oninoni._

Oh, capitano, è vero che sei lì dentro?

_La voce di Eliner._

Non risponde!

_La voce di Oninoni._

Siamo venuti via: che si poteva fare più. San Giuda benedetto?

_La voce di Cariado._

Anche i re muoiono, e re Languis è morto...

_La voce di Oninoni._

Il popolo allora ti ha fabbricato qualcosa come una repubblica...

_La voce di Eliner._

E siamo venuti qui, da te.

_La voce di Oninoni._

Ci vuoi non ci vuoi?

_La voce di Cariado._

Si torna a fare il brigantaggio.

(La faccia di ONINONI appare all'inferriata).

ONINONI.

Silenzio!... Oh, olà! Sacripante, è morto anche lui!

(Oninoni sparisce, le voci si perdono).

_La voce di Eliner._

Era un po' strambo, poveretto!

_La voce di Oninoni._

Ma tutto cuore!

_La voce di Cariado._

_Amen!_

TRISTANO.

Resterò dunque solo? Ma se il mondo mi crollasse intorno ed io sopravvivessi, unico, non mi lasceresti ancòra, Isotta, ma dentro me sempre rimani, a divorarmi come fai!

(Una pausa).

C'è un grillo, nella notte. Per tre volte un usignolo era venuto a farmi tacere, poi silenzio. Ora i grilli. Domani i vermi, Tristano, ti sei chiuso, ma cammini, cammini verso di lei e l'ombra ti segue, fedele.

(Due mani bianchissime appaiono tra i ferri della finestrella; e Tristano le vede).

Chi m'offre questi grandi fiori bianchi, virginali? Oh fiori di gelo e di giglio! Mani! O mani senza persona, mani recise. Di chi siete? Mie, mie, e del sogno! No, sue. Mani, mani che hanno più forza che non la fede, che non la fame! Mani esangui e capaci di tanto delitto su me, che m'abbandono! O mani di regina, sì, ma dei burattini! Io mi muovo secondo che voi mi guidate, e io sono il vostro pagliaccio, e mi fate saltare, danzare, giacere, e vi faccio la mia reverenza! E cerco i fili colle dita: e non ci sono... Perchè siete due ragni mostruosi, che avete tessuto la mia perdizione! Ragni: ed io credo... No, vedo... Isotta, sei tu morta? E vieni a darmi l'addio? Devo morire anch'io? Mi chiami? Mi vuoi? Prendimi. Oh sì, donami questa grazia. Ah, immobili siete, quasi spente, ma io sento che voi sentite. E se vi pungessi, nascerebbe il sangue. Coi denti, coi denti!... Ah, delizia... Baci... baci... Che volete? L'anima? Ahi mute e tenaci come due pensieri, lì, come due chiodi. No! Andate via! Via! Sparite! Siete nebbia, lo so. Siete sogno, lo so. Debbo destarmi; voglio destarmi, su, sono in piedi. Vivo. Vedo. E sono lì, bianche come due peccati bianchi! Isotta, sei tu... Che mi asciugavi le lacrime, buona ti conosco. No, tragica, feroce. Rivuoi l'anello? Ah, sì! Ecco! L'anello! Perduto! Annegato! Come una persona viva... Perdona, perdona. Guarda, congiungo le mie mani, e tu perdona! Ah, maledetta! Basta: le prendo, le spezzo... le adoro! Dietro queste mani, nella notte, vive Isotta, la mia divina, e queste, sì, mi portano le più silenziose carezze nate dalla sua pena... O dita fredde qui sulla mia faccia rovente... Adoro le immagini sacre, l'incubo mio, le due lampade bianche per la mia tomba, le due anime vive e disgiunte e gemelle come le nostre due, Isotta, Isotta!... Tu sei qui... È vero? Ah meraviglia, tu sei vera, tu sei viva, tu sei mia! Isotta, lasciami morire, e chiudimi gli occhi tu, divinamente muta, così...

_Fine del secondo atto._

ATTO TERZO

SCENA PRIMA.

_L'interno di un casolare, nudo, da pescatori._

HUBBO.

(Entrando).

Ecco il frutto della mattinata: due scombri-cavalli, carne dura per i tuoi denti di neve, ma di meglio non c'è. Poi tre uova di gabbiano.

ISOTTA.

Siamo poveri poveri. E noi che ti possiamo dare?

HUBBO.

Niente!... È mio dovere. Puoi usarmi come arnese di cucina come cane, come coltello, [_lacuna nel testo_] mi buttare via, signora.

ISOTTA.

Triste un buffone, in tanta nudità! Ma egli è malato, io donna: ci puoi servire.

HUBBO.

Grazie.

(Tra sè).

Idolo bianco, ti ha difesa perchè sei bella e sua, Hubbo, lo scorpione. E non t'abbandona. Ma pazzo, anzi meschino, lotta, con quel pazzo vero e nero, che ti fiuti, sì, ma non ti morda. E Hubbo vincerà. Qui c'è il suo veleno che una goccia sola potrà fare giustizia.

(Rimescola un barattolo e lo ripone).

ISOTTA.

(Fra sè).

Quanta luce in questo casolare e non ci libera dall'ombra.

(Hubbo _exit_).

La trasparenza delle cose, ahimè, avvilisce le nostre anime opache!

TRISTANO.

(Entrando cauto).

Non c'è nessuno? Tu? Ssst! Un segreto... Non lo dire poi. Vieni qui. In punta di piedi. Piano. E... grazie! Io credo di non essere più io. Siamo tanto soli qui... taci, non ti muovere, non respirare, penso che lei non sappia il luogo, questo luogo. Sfuggiti le siamo! E starà frugando ancòra, nei palazzi, chissà dove... Gliel'abbiamo fatta! Qui, dove si potrebbe nascondere, l'ombra? Non c'è ombra. Tutto sole. Intendi? E credo che ti posso baciare finalmente senza che _lei_...

ISOTTA.

Non far peccato contro il tuo Dio.

TRISTANO.

Dio? Quale? L'abbiamo perduto. Siamo in esilio, in libertà. Il mare solo colle sue bianche braccia e il suo fragore copre le nostre parole. Grazie, mare, anche a te.

ISOTTA.

Ed hai paura, se parli piano.

TRISTANO.

Sono stato in agonia... Non oso sventolare la salute, ma la fascio, la carezzo... Per essere diverso e non più riconoscibile, ho seppellito là, nella sabbia, la maschera, stanotte. Neanche la luna mi ha veduto. Ora sono bianco, un altro sono! Mi siedo e chiamo: Psst, psst, i miei pensieri che mi vengono a dormire stanchi nel cuore, dopo tante corse, e me li sento, un po' sudati, amici, respirare...

ISOTTA.

I tuoi pensieri, rondini, un attimo ferme, son pronte a ripigliar volo e garrito.

TRISTANO.

No, mentre dormono, tu li ucciderai. Ti spaventa? Cattivi pensieri, mi hanno fatto soffrire tanto!

ISOTTA.

Se io sapessi, come si può fare!

TRISTANO.

Guarda. Sì. Sì. Così. Buona... Poi ti siederai qui, e filerai. Come una moglie di pescatori! Eh, non siamo più niente... Dobbiamo guadagnarci la vita. Ecco: filare. E io farò il falegname. Un onorevole mestiere. Anche il padre di Gesù non se ne vergognava, ed il figlio era re. Noi avemmo il padre re. E qui legheremo un cane che abbaierà alla sua ombra... No; niente ombra, niente cane. Silenzio! Un gatto grigio. Ed il buffone ci farà da sguattero, e Giuseppe lo chiameremo. Sì, sì, una vita come gli altri, nascosta, ogni giorno monotona, eguale e lei forse non ci troverà più, e noi moriremo, colla barba bianca, tu con cento rughe... Isotta... Ma perchè ti chiami... Isotta? Cambia nome: vuoi che seppelliamo anche il tuo nome, sotto la sabbia?

ISOTTA.

È l'unico dono che m'è rimasto di mio padre, il nome.

TRISTANO.

Beato, in pace con sè stesso!

ISOTTA.

Non mi ha giovato il voto...

TRISTANO.

E perchè non te ne sciogli? Se tu m'aiuti... Posso io?

ISOTTA.

Ma devi me cercare dentro le mie braccia, non l'assente: solo me, e mi conoscerai allora, se pallida, marmo no, malata di languore, come notte di maggio e di luna, e s'aprirà la mia chiusa forza, come un altro mare...

TRISTANO.

Chi sei? Guardo la tua bocca dir queste parole, e guardo la tua gola vivere, e queste mani... Le mani... Erano tue?

ISOTTA.

Le riconosci vive, qui?

TRISTANO.

Le tue! Dunque sei tu? Tu! Ecco: ti accarezzo... E ti abbraccio... Nessun velo fra te e me... Nessun'ombra! Posso... Sì. Posso dire forte, Isotta! Più forte, Isotta... Più forte, Isotta! Libero sono... Salvo per queste mani mie, che erano te, che sono te, Isotta cara...

(Entra HUBBO con in mano la maschera di Tristano).

ISOTTA.

Che c'è?

HUBBO.

Questo, c'è...

TRISTANO.

(Cupo tra sè).

L'ombra?...

HUBBO.

Il mare ha scavato la sabbia ed è venuta su questa pezzuola del signor Tristano...

TRISTANO.

(Delirando).

L'ombra! M'ha ritrovato! Ecco: sorridevo! Ho parlato forte... troppo forte... M'ha udito... M'ha ripreso, è qui...

ISOTTA.

No... Non è che la tua maschera...

TRISTANO.

Ma _lei_ me la rimanda! Oh, conosco i suoi segni... i suoi gesti senza parole... le sue pause d'agonia... e d'ironia! Mi dice: ricopri quel viso ch'è mio. Tuo? Perchè? Ti rispondo: no! E guarda... le calpesto la maschera... le sputo su... le ballo su... ballo...

HUBBO.

Signor mio...

TRISTANO.

Ballo... ballo...

HUBBO.

Dentro un barcone ora approdato c'è un prete, barba così, che racconta d'Isotta...

TRISTANO.

Di chi?

HUBBO.

Racconta che Isotta regina, la moglie di re Marco, è stata da re Marco ferita per furore, ed essa langue ora, e par che dica: Muoio... Tristano...

TRISTANO.

Maledetto! Tu muori... tu! No. Hai ragione... Per questo la maschera m'ha spedito... La bacio. Sa di sale! Sì. È come un'anima avvilita e lagrimosa. Ma lei ferita hai detto? E muore? Per furore... per gelosia! Isotta, hai capito? Ebbene voglio essere ferito anch'io.

ISOTTA.

Non divagare... Ritorna alla tua vita nuova...

TRISTANO.