Tristano e l'ombra: Commedia romantica in tre atti

Part 2

Chapter 23,692 wordsPublic domain

Ora, padre, vorrei condurvi e condurvi via nel verde della campagna o presso il buono azzurro del mare.

LANGUIS.

Non ti piacciono più le dolci cose, che la gente dice, se ti vede?

ISOTTA.

No.

LANGUIS.

Ma qui abbiamo i nostri fedeli baroni e il nostro pio fratello, tante care persone che amiamo.

ISOTTA.

Meglio il silenzio e le dolci cose delle cicale e degli usignoli.

LANGUIS.

Come ti piace: viviamo nella tua giovinezza e non in noi.

ISOTTA.

Andiamo, padre: ho fretta. E il vostro pio fratello ci prepara una quieta dimora, lontano.

LANGUIS.

Egli ci vuole bene... E viene con noi?

ISOTTA.

Rimane senza di noi. Arden, sarete la nostra sola compagnia.

(Fanno per andare).

LANGUIS.

Dimenticavamo... questa corona...: per i briganti.

(Isotta prende la corona del Re e la dà silenziosamente a un barone. Quindi re Languis, Arden e Isotta _exeunt_).

IL BARONE.

(Porgendo la corona al re Erasmo).

Per voi, Sire!

SCENA TERZA.

_Un viottolo di campagna. Alberi. Nel fondo una torre, con una finestra chiusa da inferriate, all'altezza di un uomo. Ai piedi della torre uno stagno ed erbacce._

(Eliner, Oninoni e Cariado stanno giocando a carte, seduti su di un sasso, e vociano).

ELINER.

Come rispondi a questa mazzata?

ONINONI.

Ecco, la paro. E ti frantumo. A te!

ELINER.

Un basilisco. E sei morto e putrefatto.

CARIADO.

Ragazzi, fermi. Un omiciattolo vien dalla città. Porta un sacco: forse c'è dentro pane per i nostri denti.

ONINONI.

Ma il capitano non vuole, senza suo comando.

CARIADO.

Poi gli diremo tutto: questo è un colpo che s'è buono, non ritorna.

ONINONI.

Be', vediamo.

(S'appiattano. Entra il vecchio avaro GERUSALISTO; si ferma).

GERUSALISTO.

Tremila seicento a casa... E settecento, fanno quattro mila trecento...

ELINER.

. . . . giorni che passerai in purgatorio, a cominciare da domani, per ivi scontare i tuoi peccati!

GERUSALISTO

Ahi... me misero! Ah, chi siete? No. Aiuto, aiuto!

ONINONI.

Silenzio. La vedi quell'acqua verde? Se non ti taci, dentro a dormire!

GERUSALISTO.

Ma... per carità!

CARIADO.

Quel sacco a noi.

GERUSALISTO.

No... Non fatemi questo delitto... È tutta la mia vita... Ho tredici figliuoli...

ONINONI.

Donde vieni?

CARIADO.

(Che ha aperto il sacco).

Eh... oh... ah...

ELINER.

Oro!

GERUSALISTO.

Sì... ma... oro non mio... dei miei quindici figliuoli...

ONINONI.

Come ti chiami?

GERUSALISTO.

Sono il povero Gerusalisto... ho a casa venti figliuoli...

ONINONI.

Per la coda di Sant'Anna, hai cambiato faccia!

GERUSALISTO.

Mi son lasciato crescere la barba.

ONINONI.

Dieci anni fa eri usuraio, mi ricordo.

GERUSALISTO.

No... così... aiutavo gli amici con qualche soldarello, per grazia di Dio.

ONINONI.

E facevi la spia...

GERUSALISTO.

Oh... calunnie... calunnie...

ONINONI.

E vendevi di nascosto veleni che non lasciavano traccia.

GERUSALISTO.

Calunnie, calunnie.

ELINER.

E quest'oro, chi te l'ha dato?

GERUSALISTO.

La giustizia, brav'uomo. Ieri è finita una lite che il giudice ha concluso a mio favore. Oh, c'era un coniglietto senza denti, un tal Crisauro che pretendeva di non darmi quest'oro... Ma c'erano carte scritte. E si è fatta giustizia. È frutto di giustizia, brava gente. Volete che vi doni un ducato per l'anima dei poveri defunti?

CARIADO.

Tu ci lasci il sacco.

GERUSALISTO.

Ah no... Le leggi lo vieteranno... Il cielo! I miei venticinque figli!

ONINONI.

Troppi. Mettetelo nel fosso!

GERUSALISTO.

No. No. Per Giacobbe e Geremia!

ONINONI.

E allora vattene a piangere altrove i tuoi ducati.

GERUSALISTO.

Ma reclamerò alla nazione, alla giustizia...

CARIADO.

Nel fosso!

GERUSALISTO.

No. Non reclamerò... ma...

ELINER.

Via.

GERUSALISTO.

Vado... vado... Oh disgraziato me... oh infelice me... o tapino me...

(_Exit_).

CARIADO.

Un sacco d'oro... Un sacco...

ELINER.

E il capitano che dirà?

ONINONI.

Che siamo furfanti, per la croce di Dio. Ma quel vecchio è più furfante di noi. Quindi non ho rimorsi.

(Entra CRISAURO, giovane triste).

ELINER.

Oh... siamo spiati!

ONINONI.

Dove vai, compagno?

CRISAURO.

Per il mondo!

ONINONI.

E, così solo, non hai paura dei briganti?

CRISAURO.

Non saranno mai peggio di quelli di città, che han nome di giudici, e di gente onesta.

ELINER.

Che t'hanno rubato, passerotto?

CRISAURO.

Il mio. Quattr'anni fa avevo fatto un debituccio con un vecchio avaro. Oh, pochi ducati per mio padre ch'era povero e malato, e poi è morto. Non ho potuto pagare il debito, ma l'ho rinnovato, moltiplicato, ingigantito. Tre mesi fa, l'usuraio viene ed esige la somma che non avevo. S'infuria, mi minaccia. Alfine vuole ch'io gli firmi una carta, l'aveva pronta, per cui gli cedevo l'eredità d'uno zio, se mi fosse toccata. Muore lo zio, sono l'erede di settecento ducati, che la giustizia mi condanna a pagare a quel Gerusalisto per un debito di tre ducati. Ora andrò per l'elemosina, finchè non trovo lavoro.

ONINONI.

Ti chiami Crisauro, tu?

CRISAURO.

Sì, Crisauro.

ONINONI.

Ah!!

CARIADO.

Eh?

ELINER.

Ma!

ONINONI.

Compagni... avete inteso?

CARIADO.

Abbiamo inteso.

ELINER.

Sono dei porci, in città.

ONINONI.

E che si fa?

CARIADO.

Aspettiamo il capitano.

ONINONI.

Io, credo che il capitano farebbe così, e faccio così, corpo del diavolo! Passerotto, vien qua: eccoti i tuoi seicento ducati.

CRISAURO.

Come?

ONINONI.

Ssst! Noi siamo un'altra giustizia vagabonda e senza parole nè avvocati. Piglia e va. Solo non dire d'aver avuto quest'oro da noi, nè da nessuno. Quell'altra giustizia potrebbe venire e ripigliarsi il tuo.

CRISAURO.

Oh... ma... voi siete gente di Dio.

ONINONI.

Siamo...

CARIADO.

. . . . . disgraziati. Ecco, cosa siamo!

CRISAURO.

(Offrendo dell'oro).

Per voi, non volete?

CARIADO.

Eh...

CRISAURO.

Prendete!

ONINONI.

No... Così, basta... Tre ducati: il tuo debito vero. Per mangiare oggi, domani, e forse anche doman l'altro. Grazie, coniglietto. Buona fortuna.

(Crisauro _exit_).

CARIADO.

Però... sempre così. Siamo dei poveri briganti!

ONINONI.

Ricchissimi, ed abbiamo fatto quel che doveva fare il re, sangue di Giuda!

CARIADO.

Dunque siamo come il re, amen!

(Entra Tristano mascherato).

TRISTANO.

Ho lasciato di là quattro salici ed il vento, abbiamo lungamente sussurrato insieme e lacrimato.

ONINONI.

Male: Hubbo, lo stregone, m'ha detto che il pianto è l'essenza della vita, e noi la sciupiamo troppo. Ma chi non piange, non muore, ha detto.

TRISTANO.

Chi non piange, non vive. Ma voi che facevate, intanto?

ELINER.

T'aspettavamo, pescando la fortuna a caso.

ONINONI.

Di qua, prendere, di là dare. C'è rimasto tal piccolo rimedio, per la fame.

TRISTANO.

Avete rubato con onestà?

ONINONI.

Per l'anima di San Bartolomeo, con piena onestà!

TRISTANO.

Vi credo: non voglio sapere.

ELINER.

Che uomo, eh! Di noi, si fida!

CARIADO.

Ma ora si vorrebbe, in premio di virtù...

ONINONI.

Una storiella: Lo sai, compagno: viviamo delle tue favole, da quando ci hai vietato il solo mestiere che sapessimo: briganteggiare!

TRISTANO.

Ed io ve la dico, una storiella d'amore e di peccato. Sedete, brava gente, ed ascoltate.

C'era una volta un re che volea prender moglie ed un nipote manda a scegliere la sposa. Biondi i capelli e fini come quelli che volando una rondine al castello avea recato un dì. Ei la voleva così.

La trova e la conduce il cavaliere al re. Ma navigando insieme la sposa ed il nipote, un filtro gli vien dato di magìa e dissennati non san più che sia dovere e fede e Dio; bevuto hanno l'oblìo. Si bevono la bocca, veleno e voluttà, e il mare non li annega, oh, mar senza pietà! Il re sospetta, spia l'anime mute di quelle due creature perdute. Alfine triste il sire piange del suo soffrire.

Ed il nipote allora quel pianto non sopporta ma dice, e sa volere, che andar bisogna in bando. Ma prima veder vuole il suo peccato e mormorare l'ultimo commiato.

Amore, io parto. Taci. Ci resteranno i baci che il vento piglia e porta. La vita ci divise: la morte ci unirà. Guardate gli occhi e il pianto, Anima bella, così è di noi, nè voi senza di me, nè io senza di voi. E fugge e piange e va e sempre piangerà. Amici, questo è tutto quel che so.

ONINONI.

Nè voi senza di me nè io senza di voi...

ELINER.

Ma questa è la regina Isotta e il cavalier Tristano...

TRISTANO.

Ssst: quel nome è maledetto.

_La voce d'Isotta._

(Cantando).

Nè voi senza di me nè io senza di voi!

TRISTANO.

Dentro quella torre, chi c'è?

ONINONI.

Tristezze, tristezze, capitano. C'è... la figlia del re, col suo padre. C'è stata la rivoluzione nel palazzo. E l'usurpatore li ha chiusi là dentro, ad aspettar la morte. Questa, capitano, è la giustizia degli uomini.

TRISTANO.

Allora, la principessa Isotta...

ELINER.

Canta, come me, per malinconia. Oh, non ha perduto il suo Tristano, come l'altra, ma, peggio, ha perduto quella libertà che almeno, noi, l'abbiamo e la godiamo.

ONINONI.

Capitano, hai sentito? Pareva che ti rispondesse.

TRISTANO.

Su quanti uomini sicuri potete voi contare, nel paese?

ONINONI.

Eh, bisogna far la lista e far la somma.

(Oninoni, Eliner e Cariado rimangono a ragionar contando, mentre Tristano si avvicina alla torre).

_La voce d'Isotta._

La vita ci divise La morte ci unirà.

(Quando Tristano è vicino alla torre, Hubbo salta fuori dalle erbacce, minacciosamente).

HUBBO.

Non si passa, non si passa per di qua. Hubbo veglia giorno e notte.

TRISTANO.

So che nessuno passerà...

HUBBO.

Neanche tu.

TRISTANO.

O piccolo guardiano d'un tesoro, hai sentito, tremavo raccontando una mia canzone e da questa torre m'è venuta la risposta d'un tremito gemello d'un dolore simile al mio. Lascia ch'io lo veda.

HUBBO.

E non vedrai.

TRISTANO.

Ma è un dolore che ha nome Isotta!

HUBBO.

Non è la Isotta tua, non è la bionda, la spergiura, è la mia, è la mia!

TRISTANO.

Maledetto... non bestemmiare!

HUBBO.

Sì... cavaliere senza fede... Hubbo dirà...

TRISTANO.

(Soffocando quasi, mentre i briganti ascoltano, incuriositi).

Niente. Non è degna la tua bocca.

HUBBO.

(Balbettando).

No. Va via. Hubbo ha paura, ha paura di te.

TRISTANO.

Sì. Porto sventura. Ma tu, là dentro, rinchiusa, anima che non conosco, ma che nome hai d'Isotta, non mi temere. Ma credi che il tuo soffrire sarà redento da un altro soffrire, poichè nella notte del mondo i vagabondi si dicono una parola sola quando al lume della luna s'incontrano spauriti. E quella parola è il nome. Il tuo, donna, fa ch'io ti consacri questa nuda mia disperazione. E per il mio viso ch'è già sepolto ti giuro...

_La voce d'Isotta._

(Cantando).

E fugge e piange e va e sempre piangerà.

TRISTANO.

Sì... Piango e vivo e m'inginocchio ai miei ricordi... Ah Isotta... mia vera Isotta!

(Rialzandosi, risoluto, ai briganti).

Dunque, siete?

ONINONI.

Più di mille, capitano!

TRISTANO.

Comando il convegno di tutti. Ragazzi, e volete anche il mio nome? Tristano.

ONINONI.

Il cavaliere?

TRISTANO.

No. L'ombra.

ELINER.

Ti bacio le mani.

ONINONI.

Sei davvero un principe nel sangue e nel cuore, per San Luca e San Matteo. E noi ti siamo fedeli. E lo saremo, oggi, domani, e fin che stiamo in piedi.

CARIADO.

_Amen._

_Fine del primo atto._

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA.

_L'interno di una prigione; una porta: una finestra chiusa da inferriate._

(Su una poltrona sta seduto il re LANGUIS; in piedi, presso la porta, Arden, e presso la finestra, ISOTTA).

ISOTTA.

Oggi come vi pesa la stanchezza, padre?

LANGUIS.

Placidamente: aspettiamo sempre la visita del sole.

ISOTTA.

Che tarda ancòra...

LANGUIS.

Non abbiamo mai vissuto tanti giorni senza la sua tiepida consolazione...

(Una pausa).

E perchè tutta la gente che viene, tu dici, figlia, come in pellegrinaggio qui, è gente silenziosa?

ISOTTA.

Temono d'essere importuni parlando.

ARDEN.

(Contraffacendo voci diverse).

Maestà, vi rendiamo omaggio d'anima... Io non vorrei confondere i pensieri di Vostra Maestà... Io son felice di vedervi... Anch'io...

LANGUIS.

E le nostre terre sono felici?

ARDEN.

(Con la sua voce).

Ecco un vecchio contadino che vi può dire novelle di ciò...

LANGUIS.

Avanti, figlio nostro, vieni avanti.

ARDEN.

(Avvicinandosi, con altra voce).

Mio buon re... son venuto a scaricare la mia felicità ai tuoi piedi: pago così i miei debiti. La terra che tu m'hai dato...

LANGUIS.

L'ami ora di più?

ARDEN.

Eh, signor re, è mia, ora... E amo di più il mio re.

LANGUIS.

Chiamalo padre... Date qua la mano, figlio.

ARDEN.

(Con la sua voce).

Sacra Maestà, ricordatevi di essere re.

LANGUIS.

E se ce ne vogliamo dimenticare, un giorno?

ARDEN.

(Con la sua voce).

Io son qui, per vostro comando, a raccattarvelo in mente.

LANGUIS.

Bene: la mano, contadino!...

(Prende la mano di Arden).

Non è callosa?

ARDEN.

(Contraffacendo la voce).

È poco tempo, Sire, che me la faccio colla terra e i suoi arnesi.

LANGUIS.

E prima?

ARDEN.

Ero servo, in un palazzo...

LANGUIS.

Va... E nell'ampia libertà de' tuoi campi...

ARDEN.

Sì: pregherò per tutti coloro che sono senza libertà!

LANGUIS.

Tutti i cari sudditi venuti a salutarci, noi salutiamo, e ci lascino con nostra figlia.

(Arden imita lo scalpiccìo di molte persone, ed _exit_).

Isotta, vorremmo anche noi risentire l'odore della terra... E non è mai nato il sole?

ISOTTA.

Sì, ora sta liberandosi dalle nubi, padre.

LANGUIS.

Oh, andiamogli incontro... È un ospite da fargli festa, dopo tanto oblìo. Non è l'ora della nostra passeggiata d'ogni giorno?

ISOTTA.

Sì, padre: venite al mio braccio.

(Languis, al braccio d'Isotta, cammina per dove essa lo conduce: e son giri e rigiri che nella prigione i due fanno. Dalla finestra ora scende un raggio di sole. Rientra Arden, s'inginocchia, e si fingerà mendicante, quando il Re crederà d'incontrarlo).

LANGUIS.

Dove siamo, qui?

ISOTTA.

Nel corridoio che dà sull'androne... Ecco i vostri arcieri...

LANGUIS.

Buon giorno, brava gente...

ISOTTA.

Ed ecco la porta... Ed ecco il verde, i prati...

LANGUIS.

Vorremmo un poco camminar sull'erba.

ISOTTA.

I contadini dicono che non cresce bene l'erba calpestata, ma s'avvilisce.

LANGUIS.

Hai ragione... E lì v'è il monte, è vero?

ISOTTA.

Sì, padre... E questa è una pietra ove sedere.

LANGUIS.

No. Andiamo avanti; verso il sole.

ISOTTA.

E qui c'è il faggio che vi piace.

LANGUIS.

Ieri ci pareva più lontano.

ISOTTA.

È che oggi camminate con più fretta.

LANGUIS.

Sì, fretta di sole.

ISOTTA.

Ed ecco il vostro mendicante.

ARDEN.

(Contraffacendo la voce).

Mio benefattore... per carità... non vi dimenticate...

LANGUIS.

Noi non abbiamo niente... Ma tu, figlia...

ISOTTA.

Sì, gli do io.

ARDEN.

Che Iddio vi benedica... e v'aiuti... e vi salvi...

LANGUIS.

Ma il sole...

ISOTTA.

Eccolo.

(Essa ha collocato il padre nel raggio di sole che entra nella prigione).

LANGUIS.

Ah, com'è tiepido... e bello. Ma ce n'è poco, poco. Perchè? Qui non c'è più. Solo qui, su noi.

ISOTTA.

È tutto annuvolato il cielo, con piccoli spiragli.

LANGUIS.

Ma questo che muro è?

ISOTTA.

È...

ARDEN.

Mio Sire!

LANGUIS.

(Toccando l'inferriata).

E questi ferri? Isotta! Isotta!

(Grida e tumulto di dentro).

E questo tumulto? Dove siamo?

ISOTTA.

Non so... Dio!

LANGUIS.

Si grida... Si combatte... E noi chiusi forse... Isotta va, corri...

(Entra TRISTANO seguito da una banda di briganti vocianti e rissosi).

I BRIGANTI.

Largo! Siamo noi! La difesa del re! Ferro e fuoco! Evviva la libertà!

TRISTANO.

Fermi e silenzio! Non paura, voi. Siamo gente poverissima ed abbiamo una sola regina, l'amicizia, ed un vecchio re, il dolore. Tu gli somigli, e siamo venuti, re.

LANGUIS.

Chi sei che parli?

TRISTANO

Anche tu? Volete tutti sapere chi sono? Un pazzo, un morto, un vagabondo. E se dico Tristano, che sapete? Tristano significa forse onesto? O buono? O caro? Posso aver nome Tristano ed essere principe ed essere ladro ed aver violata una sorella ieri, e portare oggi le mani in croce e parlare di preghiere e di bestemmie! Al cavallo che nuovo trovate non domandate chi sia, ma gli salite in groppa e se ubbidisce e vola siete contenti. E coll'uomo anche fate così: le parole son chiavi false per tutte le porte ma i fatti son d'oro e di ferro. Vorreste vedere la mia faccia? Il suo colore? Maschera, maschera è la carne: l'anima dovreste volere, e non si vede. E allora, per gli altri, e per me lasciami tutto nero, mio bianco re. Ti servo con la spada che non porto più, col cuore che non porto più e con la morte che sempre mi accompagna.

CARIADO.

_Amen._

LANGUIS.

Ma che vieni a far qui? E dove siamo qui?

TRISTANO.

Eh, sul mondo siamo, e fra gli uomini! E questa che reggia credevi, è prigione! Una figlia con voce di menzogna, ti scaldava di luce, la tenebra. Eri chiuso, vigilato, illuso. Non sapevi? Bene. Non eri più re. Sì: l'anima tua era sempre re! Ma ti libero; ed io che non possiedo nulla ti dono il cielo colle sue nuvole e il vento, e la corona che t'aspetta, e l'amore. E il popolo tuo questa prigione non riconosce, che tu non conoscevi. Fuori! Fuori! Ed obbedisci al tuo dovere, anche tu, re! !

(Una pausa. Il re piange in silenzio. — I briganti gli si avvicinano, bruschi e commossi, ma reverenti).

ELINER.

Guarda: non parla perchè piange, povero re!

ONINONI.

No, no, non bisogna. Un re, piangere, cuore di Dio!

CARIADO.

Dopo tutto, siete ancora re!

ELINER.

E, che diamine, molta gente vi vuol bene.

ONINONI.

Noi, perdio: abbiamo molto pelo sul petto e pochi stracci indosso, ma una parola sola in bocca.

CARIADO.

E siamo uno stormo.

ELINER.

Eh, capisco: è stata una solenne porcheria, di vostro fratello canaglia...

ONINONI.

Ma ora l'avranno a che fare con noi, quei malandrini vestiti di broccato!

ELINER.

E rideremo. Hanno da ballare, hanno...

ONINONI.

Accidenti, se rideremo! Su, ridete, bravo re, sarà una festa, per tutti i cristiani, e lo giuro sulla mia miseria e su Sant'Agostino, mio protettore!

ELINER.

E voi, principessa, un giro di furlana: c'è la reggia vera per lui, e per voi... abbiamo un capitano mascherato...

ONINONI.

Sangue nelle vene, ce n'ha... Com'è buon capitano, può diventare ottimo consorte...

TRISTANO.

Ciarloni, che fate qui? il parlamento? A palazzo, a palazzo! Questa torre è caduta come pomo maturo, ed ora la capitale! Il re con noi, e per istrada cresceremo gente come la valanga. Principessa, la mano vi porgo in pegno della voce che v'ha giurato per un nome, libertà: oggi venite al sole.

LANGUIS.

Il sole?

TRISTANO.

Oh splende, buono. E splende per tutti, il sole. Ma per me, no. Solo me non posso liberare! Ed amo le spade, i colpi, e l'andare, e il fracasso del mare per disperdere un poco i miei pensieri che sono, sì, catene e prigionia... Ma sù, ragazzi, per me e per il re!

I BRIGANTI.

(Con un urlo).

Per te e per il re!

(_Exeunt omnes_).

SCENA SECONDA.

_Una sala nel palazzo di re Languis._

(I briganti stanno intorno al Duca ERASMO legato).

ELINER.

Ora sì che mi piaci davvero, capponcino mio!

ONINONI.

Quanta gioia ti sei bevuta abitando sul trono rubato? Hai da sputarla tutta.

CARIADO.

Ti credevi forse d'essere diventato re, perchè ti chiamavano re?

ELINER.

Eh, barbagianni caro, puoi sgranare gli occhi, e noi si ride!

CARIADO.

Te l'abbiamo tagliata, la barba!

ONINONI.

E, corpo di San Lazzaro resuscitato, ti abbiamo insegnato a tacere: e toccherà questa volta a te far la muffa dentro una cantina, e noi che siamo furfanti abbiamo schifo di un furfante come te!

ERASMO.

Siete pidocchi, siete! E vi diverte sputare sopra me che sono in terra, ma i denti in bocca mi restano ancòra.

CARIADO.

E te li caveremo!

ELINER.

Dopo, per mangiare, ti daremo, come ai porci, acqua sporca e bucce di patate!

ONINONI.

Ti vestiremo da buffone, e ci divertiremo anche noi come tanti re.

(Squilli. Entra re LANGUIS. Silenzio).

LANGUIS.

Quel nostro fratello che ci tocca perdere, è qui?

ERASMO.

Oh, non fuggo, m'hai fatto legar bene!

LANGUIS.

Legato? Sia subito sciolto!

ONINONI.

Sciolto? Dalle corde? E la giustizia?

LANGUIS.

Nessuno può difendersi serenamente, se libero non sia.

(Erasmo viene slegato).

ERASMO.

Ma non voglio difendermi di niente.

LANGUIS.

Erasmo, e perchè non chiedere che ti dessimo la corona e tutto?

ERASMO.

Perchè chiedere è vile, ma pigliare piace, e forza significa, di sè.

LANGUIS.

E si perde, lo vedi? anche l'amore, di tutti.

ERASMO.

Quello d'Isotta non l'ho mai avuto. Degli altri, che mi fa? O comandare e mi devono tutti essere schiavi, o sono vinto, e se anche mi si pesta non udrai un lamento uscir da me.

LANGUIS.

È forza la tua, ferocia forse, ma solidità...

ERASMO.

Ambizione! E con me la patria sale, per obbedienza, e mi diventa forte. E tu buono, la snervi e per amore la fai tutta di latte e di cuscini!

LANGUIS.

E se davvero fosse così? Erasmo, noi non possiamo condannarti: quand'uno agisce per sua necessità, l'uomo non ha potere alcuno contro di lui, perchè l'uomo non è Dio, e, dentro, non può vedere. Onde, senza dire se la tua forza sia virtù o peccato, ti assolviamo, per umiltà e povertà dinnanzi ai misteri delle anime.

ONINONI.

Assolvere? Ah, lingua di Giuda! Ma la è ingiustizia da far gridare le pietre!

ELINER.

Io ragionare non so, ma ti dico: è una canaglia, ecco, e basta!

CARIADO.

E se tu lo assolvi, gli è come condannare noi, che abbiamo rifatto l'ordine del regno.

ONINONI.

E se tu lo assolvi, non ti dice grazie, questo Caino, ma ti rimanda nella tua prigione, e noi sulle forche!

LANGUIS.

Nella prigione credevamo di star bene, quindi stavamo bene.

CARIADO.

Ma il popolo stava male e non lo puoi, ora, tradire!

LANGUIS.

Ordiniamo pertanto e vogliamo che il fratello nostro Erasmo libero vada, ma fuori del regno, perchè la gente abbia la nostra pace, ed a lui sia aperta la via del cielo, dove il giorno che avremo riacquistata tutti la vista, ci ritroveremo.

ERASMO.

Ed io, fratello troppo buono e cieco, ti perdono di avermi perdonato. O brigante mi faccio, od eremita.

ONINONI.

Eremita! Brigante, con noi, non ti vogliamo!

CARIADO.

Evvia, signor Duca, in esilio!

(Erasmo _exit_).

LANGUIS.

A voi, mia gente della terra e semplici di cuore, che vi possiamo dare o dire? Oh, siamo troppo al di sotto della vostra trasparenza...

ONINONI.

Re, nostro re... tu ci parli difficile e noi non si arriva mica a capirti, ma se un poco siamo arrivati, a capire, a me pare che tu ti credi debitore... ed è una cosa che ci confonde e non ha senso, per la testa del gigante Golia!... Tu non devi dirlo più, parola di gentiluomo, e pensarlo neanche, perchè noi si è fatto, io e gli altri, così per fare, e tu sei un padre che bisogna bene aiutare, e lui non deve mica dire grazie, ma siamo noi a dirgli grazie... è un onore insomma... e non c'è merito... anzi ho detto... no, non ho detto, perchè io a scuola, e neanche gli altri, non ci siamo andati, dove s'impara a parlare con i re... e allora, tu, re, capisci... e...

CARIADO.

_Amen._