Tristano e l'ombra: Commedia romantica in tre atti

Part 1

Chapter 13,765 wordsPublic domain

ALESSANDRO DE STEFANI

TRISTANO E L'OMBRA

Commedia romantica in tre atti

MILANO CASA EDITRICE VITAGLIANO

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i Paesi, compresi i regni di Svezia, Norvegia e Olanda.

30-1-20-1

Copyright by Casa Ed. Vitagliano, 1919

Officine Grafiche SAITA & BERTOLA — Milano, Corso Porta Romana, 113.

PERSONAGGI:

TRISTANO RE LANGUIS DUCA ERASMO, _fratello del Re_ ARDEN, _vecchio guerriero_ HUBBO, _nano_ ONINONI } ELINER } _briganti_ CARIADO } GERUSALISTO, _vecchio avaro_ CRISAURO, _giovane triste_.

ISOTTA BIANCAMANO.

_Baroni — Briganti — Gente del séguito._

Nel regno di re Languis, in tempo di fantasia.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA.

_Sulla riva di un mar tranquillo e fosforescente. Scogli e stelle._

Da un oscuro antro Hubbo veglia la notte.

HUBBO.

Hubbo ha fatto l'incantesimo del mare con le sirene ed ha mescolato sale con sangue. Ed aspetta: un gabbiano stride e ride ma non alla tempesta. Ecco; le stelle de' suoi occhi sono in cammino, e tutto questo nero è la sua chioma. Ma quando ella sia qui? Hubbo si celerà... in fondo alla sua miseria, e spierà, piano piano... Che ombra s'avvicina?

(Hubbo si rintana nel buio, mentre TRISTANO, mascherato ed ammantellato, si ferma dinanzi all'antro. Una pausa).

Anche tu, guardi morire la notte su questa fosforescente riva? O temi il candore del giorno? Eh! Eh! Bello sei tu, alto, diritto: ma il viso perchè lo nascondi?

TRISTANO.

(Dopo una pausa).

Perchè non è mio.

HUBBO.

Che nome hai? E che schiavitù ti fa portare viso altrui?

TRISTANO.

Tu chi sei?

HUBBO.

Qui, nella mia ombra, una voce sono che ti vede, ma tu se mi vedessi più risate faresti che l'acqua su gli scogli.

TRISTANO.

Non rido, se anche tu il mare chieda in matrimonio.

HUBBO.

Sotto la maschera, chiudi il segreto d'una vergogna? Od un mostro tu sei, in abito di lutto, per la bellezza che ombra solo t'accompagna?

TRISTANO.

Mangi pesci crudi, tu, qui?

HUBBO.

Hubbo vive. Taluno viene e butta ossi da rodere ed anche monete tintinnanti, pur ch'egli parli con la stella di ciascuno e ripeta quel ch'essa risponde. Eh! Tutti credono d'avere la sua stella.

TRISTANO.

E non v'è più stelle che uomini?

HUBBO.

E più malanni che stelle. Ma le monete, Hubbo le dona alle onde per essere più ricco del re davanti al mare.

TRISTANO.

Vengo a vivere, se mi vuoi, con te.

HUBBO.

No, che Hubbo non ti vuole. Per vivere insieme dovremmo avere invidia od amore, e parliamo invece per sciupare le nostre parole.

TRISTANO.

Ti chiedo la grotta solo per dormire.

HUBBO.

Eh! Ti uccide Hubbo nel sonno, per vederti la faccia e sapere di che male sia nera. Curioso e crudele, l'hanno fatto i marosi.

TRISTANO.

E non puoi leggere, nell'abisso di qualche mia stella, le pagine della mia vita? Anch'io sono curioso della fine.

HUBBO.

Ma dopo fammi il dono d'andar via. Hubbo vede, oh, che vieni di lontano, dopo un affannato addio, vede che sei tagliato in due, e il mare in mezzo respira e piange, e giovine sei, e vecchio di disperazione, e vieni... carogna, contro me. Via! Vattene! Vedo il tuo domani che mi brucia!

(Gli tira una pietra gridando).

Storpiare ti potessi...

TRISTANO.

Tante pietre butta, da seppellirmi qui, che poi avresti da mangiare, ma carne amara.

HUBBO.

Vattene! Annega! Essa viene! È qui!

(Entra ISOTTA con ARDEN).

ARDEN.

È questa la grotta di Hubbo, astrologo del mare?

HUBBO.

Hubbo è qua! Hubbo è qua!

ARDEN.

Siamo venuti senza lanterna, come vuoi, per interrogare la tua sapienza segreta.

HUBBO.

Benvenuta, gentile signora. Hubbo pesca per te nelle onde del cielo e del mare.

ARDEN.

È una figlia mia...

HUBBO.

Bugia... Bugia...

ARDEN.

Perchè non esci, non vieni più vicino alle nostre domande?

HUBBO.

Hubbo resta qua. Hubbo sa le cose da dire e da ascoltare. Con Hubbo non c'è da mentire, neanche figlia di re.

ISOTTA.

Parla.

HUBBO.

Hubbo da tre notti prepara la verità: egli sapeva che saresti venuta ed ha scrutato in flussi e riflussi, perchè il re Languis malato sia più dei suoi anni, e stanco da non sopportare il peso neanche della sua corona. Non questo domandi figlia del re e della notte?

ISOTTA.

Rispondi. Non interrogare.

HUBBO.

Hubbo ti dice i segreti che sa. Ti guardi mai tu nello specchio, signora dalle bianche mani? E la tua pelle più bianca del latte, l'hai tu veduta, e tremato? E misurati i capelli di tempesta? Eh! Ti deve parlare d'orgoglio lo specchio, nei vostri colloqui. Spezzali tutti i tuoi specchi, e dimentica il tuo volto! Eh! Eh! Ma chi t'ha guardata, non può dimenticare... Maledetto! Maledetto Dicevo, perchè il tuo volto può salvare il re Languis, ma se tu lo veli e custodisci con religione, che nessuno mai lo sorprenda di baci, o se no lo baceranno tante lacrime quante il mare ne ha vedute stillare a Hubbo, che sa mordere anche, ma tutto è cancellato... La vedi, la tua stella, signora dalle bianche mani? Eh! Sta per cadere e spegnersi nel mare: è legata ad un capello solo. La vedi? In mezzo al mare? Consacra ad essa la tua castità e sarai salva in eterno e salvo il padre. Ma giurare devi.

ARDEN.

Principessa, fiabe racconta, tessute di spavento. Il nobile duca Erasmo vi ha chiesta in isposa, ed è ricco di terre e di vassalli!

HUBBO.

Castità! Castità!

ISOTTA.

Mia madre aveva fede in questo invisibile profeta...

HUBBO.

Hubbo le predisse che moriva se non dava una sua ciocca nera alle fiamme di venerdì. Ma essa amò i suoi capelli più della vita. Amerai tu la vita e la tua carne di più?

ISOTTA.

Amo mio padre di più, e gli occhi suoi spenti.

HUBBO.

Giurare devi.

ISOTTA.

Io giuro senza parole, nel mio silenzio.

(Sono comparsi improvvisamente con fiaccole i Briganti. Hubbo si rintana, fuggendo la luce).

ARDEN.

Non è gente della scorta... Che vogliono costoro?

HUBBO.

Spegnete le luci, per carità...

ONINONI.

Dove entriamo noi si fa luce, ed illuminazione di gran gala!

CARIADO.

E se non ti piace, fuoco d'incendio e sangue che fuma!

ARDEN.

Sono briganti. Indietro. Che volete qui? Sapere forse come la mia spada uccida e recida?

HUBBO.

Non siate malvagi; con me foste pietosi di frutta, talvolta.

ONINONI.

Il cuore anche noi l'abbiamo, per la Vergine santissima, e tu ci hai dato spoglie di naufragi.

CARIADO.

Ma quando non s'è mangiato da ieri, e qua c'è ricchezza regale, bisogna bene aprire denti ed unghie! Dunque su! facciamo caccia grossa, la figlia del re è piatto d'oro!

ARDEN.

Guai a chi la tocca!

ELINER.

Te vecchio ti demolisco: e la ragazza a me.

(Arden si difende con la spada, ma, vecchio e debole, è presto sopraffatto).

ARDEN.

Aiuta mia fedeltà!

(Arden ferito cade. Hubbo allora si precipita dal suo nascondiglio, disperato e deforme).

HUBBO.

No! Maledetto chi la sfiora! Il mondo crolli se la principessa vien toccata! Hubbo la difende! Hubbo!

ONINONI.

Ah! ah! ah!

CARIADO.

Il rospo paladino!

ELINER.

Non dovevi uscire dal tuo buio...

CARIADO.

Innamorato sei?

ONINONI.

Indietro, buffone!

(Con uno spintone lo scaraventa contro uno scoglio).

HUBBO.

(Piangendo).

M'ha visto! Essa m'ha visto!

ELINER.

Ride anche il morto, se ti guarda.

ONINONI.

Questo vecchio? L'hai ucciso?

ELINER.

Combattendo.

ONINONI.

Non si doveva: era vecchio!

CARIADO.

(Inchinandosi presso Arden).

Non è morto.

ONINONI.

Bisogna curarlo.

ELINER.

Poveraccio, difendeva la sua signora.

ONINONI.

È un bravo guerriero... Quanti anni avrà?

ELINER.

Può esser mio nonno.

ONINONI.

Imbecille: bel coraggio hai avuto di ferirlo!

ELINER.

Stoccheggiava contro me.

ONINONI.

E tu chi sei?

ELINER.

Come te.

ONINONI.

Bene, noi siamo dei cani, ecco tutto.

ELINER.

Cani e canaglie, per grazia del nostro destino.

CARIADO.

(Si segna).

Amen!

ONINONI.

Ecco, si sveglia: ferita da niente. Buon vecchio, perdonaci. È stato, anche il nostro, un dovere. Vorremmo essere briganti con gentilezza, ma come si fa? La vita è piena di pericoli. Su: al bottino, ora. Se ci mettiamo a piangere anche questa volta, non si mangia. Sei nostra prigioniera, principessa Isotta. E il vecchio vada libero e dica al re che ci paghi il tuo riscatto. Non aver paura: a te non faremo alcun male, ma ti canteremo canzoni d'onore, poichè sappiamo anche noi le regole del bel mondo. L'abbiamo abbandonato per disgusto e per protesta contro le ingiustizie che ogni giorno vi si commettono. Uno sputo sul mondo, così. Beh, insieme berremo un coraggioso bicchiere di vino, o due, alla salute di tuo padre, che è un buon re, e per questo ha perduto tutte le sue guerre e gli occhi.

ELINER.

Vero, compagno. Parli da gentiluomo.

CARIADO.

Ma ora basta, e via!

TRISTANO.

Avete detto che si chiama Isotta?

ONINONI.

E chi è questo? Di dove uscite?

ELINER.

L'ombra di qualche morto insepolto...

TRISTANO.

Isotta, dite?

ONINONI.

Sì, la figlia del re Languis, a cui Dio conceda molti anni ancora...

CARIADO.

Amen!

ONINONI.

E tu non sarai un brigante d'oltre tomba che ci voglia portar via quello che è nostro?

ELINER.

Perchè i briganti a noi non ci garbano un fico. E bada quindi a te!

TRISTANO.

Se vengo d'oltre tomba è per un nome, simile al tuo, principessa. Io son tutto una corda che canta se dico Isotta. Briganti, amici, suo padre è vecchio e cieco e buono. Lo sapete. Ed io so che è tanto malato da non poter portare la corona. Con un dolore grande, volete voi spingerlo fuori di vita? Volete questo?

ONINONI.

No, che non vogliamo, perdio!

TRISTANO.

Ma questa figlia, che si chiama Isotta, se non gli ritorni con l'alba a casa, certo egli si spegne. E voi ne avreste la colpa e il danno, che non è come uccidere un nemico o un ladro ma terribile delitto uccidere un bravo re.

ONINONI.

Eh... re Languis è un bravo re!

TRISTANO.

Chi verrà dopo di lui? Un re è come la salute: se buona da non la perdere.

ONINONI.

Vero, sangue di Cristo!

CARIADO.

Ma noi abbiamo fame.

TRISTANO.

Anch'io. Mangeremo insieme. E se non amici, nemici miei. Io so far la mia giustizia con le mie mani. Ed è per voi allora che non sorge più il sole.

ELINER.

È un brigante che sa fare il brigante.

CARIADO.

Amen!

TRISTANO.

Dunque lasciate costoro che vadano in pace e di buon mattino troveremo pane. Se ci chiudono le porte, eh, c'è tanti onesti malvagi che rubargli non è peccato per l'anima mia.

ONINONI.

Se agisci come parli, tu mi vai a genio. Chi sei?

HUBBO.

Il diavolo l'ha mandato.

TRISTANO.

Avete nessuno di voi una madre?

ELINER.

La mia è morta quando avevo dodici anni, che se no, non facevo il brigante.

ONINONI.

La mia s'è annegata quattro anni fa, per la Madonna dei Sette Dolori.

CARIADO.

E la mia, poveretta, era vecchia, e son tre giorni che l'ho seppellita, con queste mani sacrileghe. Una croce, una lagrima e un po' di terra. Amen.

TRISTANO.

Ed io peggio di tutti voi: non l'ho veduta mai...

ONINONI.

Mai?

ELINER.

Ohè, dice che la sua, non l'ha veduta mai!

TRISTANO.

Aveva nome Biancofiore. Ed è morta quando io nascevo, anche m'hanno dato un nome triste, e porto il maleficio nel mio sangue. Oh, voi, la ricordate, almeno, la madre... Per essa, che è una sola, sotterra, oramai per tutti, vi prego, lasciate questa principessa Isotta che vada...

ONINONI.

Che vada... se ci preghi.

CARIADO.

Ma tu resti con noi.

ELINER.

Se parli, un po' si illude la fame.

ARDEN.

(Che s'è alzato).

Signore...

TRISTANO.

Va.

(Isotta e Arden _exeunt_).

HUBBO.

(Piano, un po' trascinandosi dietro loro).

Castità! Castità

ONINONI.

Compagno, ma ci mostrerai la faccia che tua madre t'ha dato. Tra amici, è come darsi la mano.

TRISTANO.

No. Io ne ho fatto dono ad altri nella mia povera vita che è stata rossa. E questo che vedete è il tizzone nero dopo l'incendio. Ed il mio è stato gran delitto, che voi brava gente, non avreste osato mai... Ah, il mio viso, laggiù, nei giorni lontani, al di là del mare e del rimorso, tali baci e carezze l'hanno consumato, che ora non patisce vento nè sole.

ONINONI.

Fratello, poveretto, hai perduto un tuo grande amore?

CARIADO.

Hai ucciso la tua fede?

TRISTANO.

La fede del mio re.

ELINER.

Credi a me, non c'è che il vino e il canto, per rimedio.

TRISTANO.

E morire. Andiamo.

ONINONI.

Nasce l'alba.

ELINER.

Non c'è neanche bisogno di nasconderci poichè abbiamo finito santamente la notte: ma, compagno brigante, se triste sei, ti canterò lungo la strada una canzone d'allegria. Tutta roba fatta da me, aria e parole. Passo il tempo così, quando non c'è da trafficare in meglio.

(Tristano, Cariado, Eliner e Oninoni _exeunt_).

_La canzone di Eliner._

Chi senza legge va vive di quel che può non dice mai di no e quel che non sa fare, impara e fa. È brigante ed è re. Oggi qui, diman lì, son trottole i suoi dì; canzoni nella testa ed ali al piè!

HUBBO.

La mia notte ha perduto tutte le sue stelle! Hubbo, e tu i sogni! La maledizione su quella maschera nera. Ed Hubbo la seguirà per avvelenargli l'acqua che beve. I briganti, sì, sono brava gente: ed Hubbo è un rospo senza più maschera. Ma, se egli è fatto male, può anche far del male.

(_Exit_).

SCENA SECONDA.

_Una sala nel palazzo di re Languis. Entrano ISOTTA, e il duca ERASMO._

ERASMO.

Il re si va spegnendo, alfine stanco d'errare per le vie della pazzia; Non vive più, vaneggia e si allontana. Se cieco, egli non vede il precipizio, tu lo devi salvare, con il regno. Ecco: t'offro domani la corona ed essere regina dove sei ancora figlia taciturna, ed oggi t'offro la mano mia, ed il mio petto. Dentro questa saldezza la tua bianca fragilità ripari come in torre sicura. Non tacere, chè mi piaci, nipote, ed io ti parlo con negli occhi la verità che vuole la sua preda. Ti spiace questo mio perduto fiore di giovinezza? I frutti di più sugo maturano di su tronchi rugosi. E gli anni a me, m'han dato gagliardia. Guardami. So volere, eppur domando. Vuoi che per farti più sdegnosa, appenda sempre le mie parole al tuo silenzio?

ISOTTA.

Nobile zio, questa notte nel mio silenzio ho fatto voto di castità.

ERASMO.

Per andar salva di quei tre briganti?

ISOTTA.

Solo per consiglio delle stelle.

ERASMO.

Mi beffi. E se davvero hai fatto voto, non è per chiuder la tua porta a' miei desiderî?

ISOTTA.

Non è stata aperta mai.

ERASMO.

Tu infili parole come al gioco delle perle. Ma ventitrè baroni con tutti i loro vassalli sono mia gente giurata: e se non regno ancora è per mia viltà e della sorte.

ISOTTA.

Iddio è con mio padre.

ERASMO.

Iddio non vale il ferro d'una lama! Ed in ogni guerra Iddio contro tuo padre ha combattuto!

ISOTTA.

No. Dio è sempre col vinto. La sconfitta è una divina prova e dentro a chi la sopporti nascono alti pensieri.

ERASMO.

Sei sulla via del chiostro, mia nipote!! Ma non voglio: sei più bella che santa, e calpesto i tuoi voti col mio piede...

ISOTTA.

Bada zio, che sapranno di veleno.

ERASMO.

Queste mani, le tue candide mani...

ISOTTA.

Il re.

(Squilli. Entra il re LANGUIS, ARDEN ed alcuni baroni).

ERASMO.

Bel Sire, la salute rifiorisce oggi, per queste sale, e vien con voi.

LANGUIS.

No. Sentiamo noi la vita andarsene come la sabbia che si spande via da un sacco bucato, piano piano. Voi credevate che fosse pieno di pietre preziose il sacco. No, sudditi nostri; non era che sabbia. Noi la vediamo, anche se ciechi, perdersi nel gran turbine della morte dove danzano tutte le sabbie dell'eternità, come pulviscoli nel sole.

ARDEN.

Sacra Maestà, ricordatevi di essere re.

LANGUIS.

Noi, sovrano sfiorito di questa fiorente contrada, vogliamo secondo le nostre cadenti forze donare quella felicità ch'è possibile ai popoli che ce la domandano. Poichè non siamo seduti su questa sedia che ha nome trono, per nostro piacere, ma per il servizio di tutti. Al timone della nave non sta che un marinaio, di mano franca e d'occhio acuto. Ma la nave non è sua. È del mare. E il mare è di Dio. Or noi non abbiamo più occhi, e la mano trema. Però dobbiamo credere che sia giunta alfine l'ora di guardare al contenuto della nave, poichè, per grazia divina, siamo in tempo di bonaccia. Ma sanguinose guerre hanno devastato questo nostro povero paese, e i nostri anni. Noi vogliamo che il popolo ci perdoni tali guerre, sopportate per la traboccante prepotenza dei vicini, e perdute, come Iddio ha voluto, senza che perduto fosse l'onore. Anche i vincitori s'avvedono, ma tardi, a che poco concluda la favola rossa. La guerra, gente nostra, è un'infelice strada che sembra tutta archi di trionfo, perchè vegliata di cipressi e coronata di stelle, ma non conduce che a un cimitero!...

ARDEN.

Sacra Maestà, ricordatevi di essere re.

LANGUIS.

Sì, perdono di tutti i vostri passati mali, popolo, non perchè noi ne siamo la causa, ma perchè non vi abbiamo salvato da tutti. Ed ora godiamo una vecchiaia onestamente povera. Siamo un re che per sua guardia tiene solo un guerriero vecchio quanto lui. Siamo un re che in elemosina ha speso il suo e quel degli avi, e d'oro gli è rimasta quest'unica corona... E si è donata a quei briganti che stanotte, ci ha detto nostra figlia, avevano fame, e quindi tramavano il male.

ERASMO.

Sire, re...

LANGUIS.

Ordiniamo e vogliamo che così sia. E la terra del nostro regno vada interamente divisa e in parti uguali fra tutti gli uomini cittadini nostri sudditi dai venticinque ai sessant'anni, con l'obbligo ciascuno di lavorare alla coltivazione del proprio avere. Nella terra e nell'amor della terra è la via del cielo. Non avranno diritto a questa legge tutti coloro che sian cresciuti senza voler famiglia nè figli, rinnegando così la posterità ch'è sacra. Costoro potranno essere giustamente mendicanti!

ARDEN.

Sacra Maestà...

LANGUIS.

Lo siamo, re. E crediamo di saggiamente ancorare in porto la nave dello Stato così facendo, e di raccomandare onestamente a Dio il gregge di cui siamo stati per tanti anni il pastore. Pertanto ordiniamo e vogliamo che così sia. Sian bandite queste ultime nostre leggi, come d'usanza, dal balcone al popolo.

ERASMO.

(Dal balcone).

Cittadini, per ordine e volontà del re Languis, queste sono le sue ultime leggi. Il re fa dono della sua corona ai briganti!

(Mormorìo di dentro).

E dona tutta la terra del regno ai contadini!

(Mormorìo di dentro).

LANGUIS.

Che risponde, il popolo, laggiù?

ERASMO.

Che la vostra saggezza, Maestà, i limiti oltrepassa dell'umano onde non è compresa e non ne siete lodato.

LANGUIS.

Non è lodi che aspettiamo.

E aggiunto sia che a nostro successore designamo, non te, od altri di sangue nostro. Ma dalla voce del popolo sia scelto, e vorremmo un popolano. Conoscerebbe meglio il cuore de' suoi compagni. Così, Erasmo, ti salviamo dal peso di regnare, ed è il solo dono paterno che ti possiamo largire... Ordiniamo e vogliamo che così sia.

(Il Re, Isotta e Arden _exeunt_).

ERASMO.

La sua demenza è tanto manifesta che, avete udito? il popolo gli grida ch'è pazzo ed alle leggi si ribella...

I BARONI.

Le sue parole tradiscono il regno! La patria ne pericola! C'è più veleno ne' suoi pazzi sogni che nelle spade de' nostri nemici!

ERASMO.

Voglio dimenticar ch'è mio fratello ed agire o morire.

(Entrano altri baroni).

Ebbene, il popolo?

I BARONI.

Borbotta e maledice. La vecchiaia solo difende ancora il re... Ma troppo si lamenta il buon senso della gente!

ERASMO.

Ma della terra data ai contadini, che dicono?

I BARONI.

Diffidano. Non è beneficio, ma trappola, commentano i saputi. E costui, dicono tutti, è un re che non è re.

ERASMO.

L'avranno, il re. Voi, propagate, intanto, la mia causa fra la gente. Ma è buona, e basteranno poche parole. E voi, con me, vicini.

(Qualche barone _exit_. Il duca Erasmo va al balcone).

Cittadini, il re Languis troppo d'anni carico e di follie, come vedeste, lascia il governo della patria a me, che accetto, se vi piace, di salire al trono, e giuro con più sacre leggi di rimediare a' suoi senili errori, e di risollevare l'avvilita gloria delle armi nostre. Rispondete!

VOCI.

Evviva Erasmo re! Evviva Erasmo!

ERASMO.

Noi vi benediciamo, figli nostri, e vi invitiamo all'incoronazione, domani, qui.

(Venendo in scena).

L'esilio per il vecchio! Non per le colpe sue che perdoniamo; ma il popolo potrebbe, è come il vento, ripentirsi di noi, e rivolerlo.

(Rientra Isotta).

ISOTTA.

Il re...

ERASMO.

Non è più quello, principessa! Il popolo ha saputo usar la legge proclamata dal nostro pio fratello. Ed ha scelto che noi fossimo re.

ISOTTA.

E mio padre?

ERASMO.

La sicurezza e l'ordine del regno ci forzano ch'ei parta per l'esilio.

ISOTTA.

Questo comanda il popolo e lo Stato?

ERASMO.

Ed ora vuoi dividere non più le speranze ma il regno, principessa?

ISOTTA.

Voglio col mio padre e re dividere l'esilio, se qui nessuno sorge a dire che tal legge è menzogna.

ERASMO.

Avrete buona scorta ed un palazzo per dimora.

ISOTTA.

(Dopo una pausa).

Una grazia vi domando, e se anche figlia di re scacciato, conto mi sia concessa. Il mio padre nulla sappia della verità, che me stupisce, ma poco, lui, avvelenerebbe. Possa, egli ancora essere illuso, credere buona la gente, fedele il popolo, giusto il fratello, saggio il destino. È cieco. Ed è sereno. Se intorno regni il silenzio, egli riposerà beato.

(Tutti chinano i volti, intorno, silenziosi.

Entra il re LANGUIS con ARDEN).

LANGUIS.

Abbiamo inteso come un clamor di festa, su cui galleggiava il grido di re. È forse il popolo che si rallegra del nostro paterno amore? Non c'è nessuno qui?

ISOTTA.

Sì, padre: io.

LANGUIS.

Ed era la gioia del popolo, è vero?

ISOTTA.

Sì, padre.

LANGUIS.

Figlia nostra, quant'è buona la gente! È tutta una famiglia l'umanità. Ed è come la terra, il cuore... Se bene semini, bene ti rende...

ISOTTA.

Sì, padre: ti rende...

LANGUIS.

Oh, il nostro povero merito non vuole tante lodi, ma ci è pur di conforto la riconoscenza: è come il tepore di una primavera sulla stanchezza del nostro inverno. Ahimè, non possiamo vedere i volti beneficati dalla nostra umile saggezza, ma sentiamo intorno sorridere le anime...

ISOTTA.

Sì, padre... intorno a voi c'è solo amore e fede...

LANGUIS.

L'aver creduto, in ogni ora, in ogni evento, nella bontà del mondo, questa lieta conferma ci dona suggello della nostra vita d'uomo e di re.

ISOTTA.

Sì, padre...

LANGUIS.

Ma tu sembri, lontana da noi, tremare. E ti conosciamo ferma e forte.

ISOTTA.

Di commozione, tremo.

LANGUIS.

Ah, la felicità degli altri, se ha le radici in noi, è come un premio dolce e caro... Ne piangiamo anche noi... Sono le sole luci de' nostri occhi, queste lacrime calde... popolo nostro, per te...

ISOTTA.

Padre... se le cure del regno oramai lasciate a chi il popolo vuole suo capo...

LANGUIS.

Non gli sarà fatto violenza, al popolo nostro?

ISOTTA.

No, padre. Si prenderà chi gli somigli e chi gli convenga.

LANGUIS.

È ingenuo come un bambino, facile ad essere ingannato.

ISOTTA.