Trionfi di donna (novelle)

Part 9

Chapter 93,763 wordsPublic domain

L'idea era bellissima e la trovata degna del suo amore per la conservazione sociale. Bisogna cioè vincere l'Idra rivoluzionaria col metodo suo stesso. _Ad referendum!_ e il commendatore Fabrizi volse il passo verso la casa del senatore.

Ma proprio sull'angolo della via la giovinetta si era fermata per vedere se era seguita, come a dire: «coraggio!»

Ciò oltrepassava i limiti della libertà e dell'audacia! E allora per mostrare a sè, a colei, al manifesto che aveva in tasca, a tutto il mondo, insomma, che egli non ubbidiva ad eccitamenti peccaminosi, si fermò; anzi avendo a mezzo della via trovata una _buvette_, vi entrò, ed egli, uomo astemio, fu indotto a bere un acerbo ed eccitante liquore. Obbediva forse inconsciamente a quel motto della sapienza popolare: «chiodo scaccia chiodo: un diavolo ne espelle un altro?»

Poichè ebbe bevuto, uscì fiducioso di aver libera la via, e proseguì il cammino verso la casa del senatore. Il feltro chiaro era scomparso dall'orizzonte. «Il divorzio — pensava — disgrega la cellula protoplastica della famiglia. E allora....» ma mentre esaminava entro di sè tutte le terribili conseguenze di questa premessa, proprio sotto il voltone di un palazzo deserto, immobile, sola, lo aspettava al varco il feltro bianco. Ciò si legge anche nelle rime di Francesco Petrarca:

E fecesegli incontro A mezza via come nemico armato!

Era troppo! Il degno magistrato si fermò e si trovò nell'assoluto dovere professionale di inquisire e domandò: «Chi siete voi? Come vi chiamate? Quanti anni avete? Che professione esercitate? Donde venite? Quali sono i vostri mezzi di sussistenza? Da quanto tempo dimorate in questa città? e — finalmente — dove abitate?»

Tutte queste domande che avrebbero offeso qualunque persona, non turbarono che mediocremente la giovinetta: la quale come imputata che non ha nulla da nascondere, nulla da rimproverarsi, rispose a tutto con soavissima voce; e infine da un minuscolo portafogli trasse e porse il suo biglietto di visita con l'annesso recapito: «Sola, orfana, straniera in quella città, anni ventidue, abbandonata dal tutore: commessa viaggiatrice per la casa Band in articoli di mode.» Una vita tersa come uno specchio!

— E allora — replicò il magistrato — che cosa fa lei, qui, sotto questo portone?

— La mia amica — ella rispose — è salita al terzo piano per prendere il suo piccino che oggi fa la prima comunione, ed io ne sono la madrina.

— Va bene: ho piacere di vedere che ella è di principî morali!

— Per fortuna, signore — confermò la giovinetta — in tante mie traversie e vicissitudini infelici la religione non mi ha mai abbandonata. Guai se la Madonna non mi avesse tenuto le sante mani sul capo! Chi sa che cosa sarebbe avvenuto di me, in che abisso sarei caduta, sola, orfana, abbandonata dal tutore, dopo avere egli abusato indegnamente della fiducia che io, povera inesperta fanciulla, riponevo in lui!

Il signor magistrato a queste parole umili e dolenti, al commento che vi facea il pallido volto, si sentì intenerire, onde domandò con voce più mansueta: — Ebbene, cara ragazza, ditemi perchè quell'insistenza nel fissarmi, come facevate in _tram_.

Il sorriso zampillò negli occhi e sulle labbra di lei: poi si confuse, chinò con ritrosia il volto, in fine, col rapido trapasso dal pianto al riso che è virtù della donna, disse:

— Perchè, o signore, i suoi amabili occhi azzurri mi hanno fatto un'impressione sorprendente, strana. Ella, capisco, potrà pensar male di me, ma avrà proprio torto.

(Evidentemente quel _liebig_ del giorno prima voleva dire _amabile_. Oramai ne era sicuro: la spiegazione della signorina escludeva ogni altra indagine filologica).

— Veniamo, veniamo a noi — disse più gravemente l'uomo della legge. — Sono vere tutte le cose esposte, proprio vere?

— Verissime, signore, dall'_a_ alla _z_, e poi, dopo mezzogiorno, finita la comunione, se ha la bontà di venire da me, potrà sincerarsene; vedrà il campionario.

— Perchè no? Se le mie occupazioni me lo permetteranno.

— Come crede, signore. Per mio conto già tutt'oggi bisogna che rimanga in casa.

***

Il degno magistrato salutò severamente, si allontanò e, riscontrando nel suo cammino una seconda _buvette_, sentì il bisogno di entrarvi. La sua gola, per le poche parole dette, era arsa come dopo un'intera concione.

Un raggio di sole faceva scintillare tutta la bottega e tutti i veleni opalini, verdi, amaranto, che occhieggiavano nelle fiale.

Le commesse del collarino e dai polsini candidi, occhieggiavano anch'elle: ed egli bevve e non provò affatto quel senso nobile di sdegno che lo accompagnava da anni, e per cui tutti i luoghi in cui belle donne fanno da richiamo, gli pareano turpissimi lenocini. Anzi, centellinando, ebbe questa idea: «E se tali luoghi sono lenocinio, come chiameremmo noi gli spettacoli di gala al teatro, i grandi balli ufficiali, ove noi pure, uomini della legge, siamo chiamati ad intervenire? E pure ci intervengono le compite dame, in grande scollato, che mi rivolgono questa prudente e saggia domanda:

«Non teme Ella, commendatore, che dalla adozione del divorzio possa risultare un crescente dissolversi della famiglia?»

«No, signora, non temo, non temo niente,» fu la risposta che allora diede il commendatore.

La famiglia! Il papà al posto d'onore, la mamma di fronte col naso lungo acerbo, la signorina e il signorino ai lati: la domestica ogni giorno col solito piatto di bollito e la solita domanda: «La senape francese o la senape inglese?»

Ciò evidentemente era troppo pel signor magistrato: era un rifare a precipizio in un giorno solo il cammino lento e progressivo di trent'anni per la via della virtù. Se ne accorse anche lui. «Certamente — seguitava pensando — i confini del diritto sono incerti, esistono delle conflagrazioni fra diritto e diritto: ma egli è pur vero che se si dovesse chiudere questo negozio qui in nome della morale e dei santi principî, bisognerebbe chiudere anche quello là: insomma chiudere tutto. Insomma una clausura universale.

No! così la faccenda non va: i conti non vengono. Bisognerebbe cominciare da capo: tutto libero, tutto aperto, tutto permesso! Qui l'orizzonte gli si allargò in una visione mirabile _ancorchè fosse tardi_, come disse Dante.

Ma poi sopravvenne un'idea che chiuse tutto quell'orizzonte sconfinato di libertà perchè si ricordò del motto di quel famoso filosofo che disse: Cosa disse? Se fosse stato un filosofo antico, un Aristotele, un San Tommaso, un beato Lattanzio, il commendatore Fabrizi se ne sarebbe riso davvero della sentenza di quel filosofo!

Ma si trattava di un filosofo moderno, positivista celebre: egli in quel punto non si ricordava del nome, ma probabilmente si trattava di parecchi filosofi che dissero tutti, press'a poco, la stessa cosa, cioè questa: _La civiltà non è stata altro che una continua vittoria contro gli impulsi del senso._

E allora?

Allora non rimane che un rimedio: «abbasso la civiltà e torniamo alla barbarie!»

A questo punto il commendatore ebbe paura delle sue idee e retrocesse, in altri termini uscì dal negozio ove occhieggiavano le fiale velenose in fondo alle quali cova un Asmodeo, loico e demoniaco. Non però che prima non consegnasse ad una di quelle banchiere tutto l'incartamento sul divorzio, pel quale e sul quale doveva conferire col senatore X***. Quell'incartamento anzi tutto gli usciva dalle tasche del soprabito e stava male, inoltre lo sapeva tutto a memoria.

«_Crede Ella_ (domanda ottava) _che in un popolo pervenuto ad un alto grado di civiltà dove è ammessa la indissolubilità del coniugio, l'introduzione del divorzio rappresenti un progresso?_»

Cosa posso credere io? Io credo, io credo, io credo che far da salice piangente sull'argine del fiume dove corre il torrente dell'umanità sia professione infelice fra le infelicissime! Questo io fermamente credo: — Tenga, signorina, questo pacco di carte: passerò a riprenderlo.

— Si figuri, signor commendatore! — rispose colei inchinando. — Ciò fu un colpo di stile. Anche lì era conosciuto, lì, dovunque, lì come da per tutto la sua barba e la sua dignità sono note: tutta gente che trema, che allibisce davanti a lui: tutti lo riconoscono per il temuto, il rigido custode della legge, a cui nessuno osa dire di _no_! Cioè, v'è una persona che non solamente osa dire, ma dice sempre di no: La marchesa sua moglie.

Il commendatore uscì molto avvilito.

***

Eppure tutto in quella magnifica mattinata di aprile scintillava superbamente, allegramente, liberamente. E il commendatore Fabrizi pensò che se gli occhi erano ancora _liebig_, la barba era fatalmente grigia.

Date le idee radicali che gli lampeggiavano in quella mattina, egli ebbe questa prima e felice idea: recarsi dal barbiere e sopprimere interamente il fatale grigio della barba. Ma dopo? No, non si poteva. Tutt'al più si poteva correggerla, appuntirla, ringiovanirla, fare una barba da cavaliere di grazia. E si recò dal suo barbiere. Ma poi, no! Lì si incontrano i soliti gravi e benpensanti amici e conoscenti.

Egli, quella mattina, non era in vena di fare da tutore della società....

«Andremo da un barbiere eccentrico, fuori dazio: dove non sono conosciuto» pensò e salì in _tram_. Il _tram_ correva nel sole con un'allegria insolita di movimento. Evidentemente le correnti elettriche in quella mattina si risentivano della primavera.

Era appena salito che una mano piatta gli si posò sul panciotto e una voce ben vibrata disse: — Caro Commendatore, che fortuna! — Allora guardò: avea davanti a sè qualcosa di eccelso, di nero, di rosso, di argenteo. Era il signor colonnello della legione dei carabinieri, il quale con un gentiluomo suo amico ragionava calorosamente; e avea interrotto vedendo salire lui.

Però anche lui, l'egregio colonnello, ragionava al vanvera quella mattinata. Almeno così parve al commendatore Fabrizi.

— Avanti di questo passo, caro Commendatore — seguitava il detto colonnello rivolgendo anche a lui l'interrotto discorso — si va a rotta di collo. L'immoralità dilaga, le licenze della stampa e delle cartoline pornografiche non conoscono più limiti; noi siamo in un treno lanciato a tutto vapore senza più forza di freni. Se ne accorge lei di questo? Il principio d'autorità è sconvolto! Qui bisogna provvedere, pensare il rimedio...

— Già il rimedio... — ripetè balordamente il commendatore.

— Semplicissimo! Volere!

— Sarebbe a dire?

— Come? E me lo domanda? — Sì anche lui, il colonnello, ragionava a vanvera. Si vede che avea fatto un'eccellente colazione e si era attaccato ad un'idea fissa proprio come il sigaro verginia si era attaccato ai folti baffi grigi.

— Volere! volere! — sentenziò il colonnello. — _Sic volo, sic jubeo, stat pro ratione voluntas!_ Ecco la massima! Nel medio evo vi fu la superstizione del diavolo; oggi c'è la superstizione della libertà! Come si rimedia? Semplicissimo! Volere! Si stampa un avviso in cui si dice che i signori deputati non saranno più eletti dal popolo sovrano, ma dalla sorte. Si mettono i nomi in un bussolotto e si estraggono a sorte. È questione, creda, di vincere il punto morto della superstizione, dopo la ruota va da sè. Veda le nostre reclute! Ve n'è d'ogni sorta, buoni e cattivi, docili e ribelli, _pelandroni_ e svelti, ascritti alle sette, anarchici..., e pure quando vestono questa qui — indicava la lucente, nero-rossa assisa — diventano uguali. I bisogni del popolo? Ma certamente! Tutti hanno diritto di mangiar bene, vestir bene, lavorare quel tanto che è giusto e basta: nessuno deve più fare da bestia da soma. Crede che anche noi non siamo all'altezza dei tempi? È vero, amici miei?

E pronunciando queste parole il signor colonnello si rivolse non al commendatore, non al suo amico ma al conduttore del _tram_ e ad un altro personaggio, tipo d'operaio e di sovversivo; i quali due stavano pur essi ad ascoltare con tanto d'occhi fissi.

Il signor Commendatore paventò da parte di costoro una risposta insolente. Macchè! Il colonnello battè allegramente sulle spalle del conduttore e dell'operaio che si posero in posizione d'attenti. — Bravi figliuoli! Il principio d'autorità, ecco tutto!

Disse allora lo scamiciato: — Non sono, signor colonnello, le giacchette sporche quelle che fanno la ribellione; sono le giacchette pulite come quelle di questi signori. Se le giacchette pulite si scalmanano per domandare cento, come si fa? per forza noi dobbiamo domandare cento e uno. Non è così? A noi, come noi, basterebbe quello che ha detto lei prima, aver da mangiare, aver la giustizia in casa! Già che questo non c'è, noi si va dietro l'onda sicuri di non sbagliare mai.

— Vedete — esclamò trionfante il colonnello volto ai due gentiluomini — quale è il posto nostro! dobbiamo noi entrare in mezzo al popolo, vivere con lui! altro che reprimere, reprimere, null'altro che reprimere, null'altro che applicare gli articoli del codice!

E mentre quegli così dicea, al commendatore a cui le idee si confondevano più che mai, parve sentire un peso nella tasca sinistra: il codice. Vi mise la mano e, in quel punto, il colonnello senza far fermare nè arrestare il _tram_, balzò giù, piombò dritto, risuonò con la dragona, con la sciabola, con gli sproni come un corazziere della guardia napoleonica. Ma il verginia non pencolò!

— Addio, cari! — e il _tram_ fuggiva fuor della barriera nello scintillante mattino.

Il negozio del barbiere — un gran negozio del ventino — che lì si apriva, prometteva alla vista la desiata garanzia dell'incognito.

Entrò, dunque, e quando il giovane gli ebbe fasciato il collo coll'accappatoio, il comm. Fabrizi notò che gli altri giovani e alcuni clienti pendevano dalla bocca di un narratore tranquillo ed acuto.

— Il signore desidera?

— Appuntire un poco questa barba, raggentilendola.

La domanda del barbiere era molto logica _attesochè_ il comm. Fabrizio Fabrizi non offriva nel capo valida presa al pettine e molto meno alle forbici: d'altronde la barba di color misto, quadrata come quella di Enrico di Navarra, con tutti i peli per isquadra, una barba magistrale in tutti i sensi, incuteva un giusto senso di rispetto anche alle forbici di un parrucchiere. Da ciò la dubitosa domanda, a cui fu aggiunto: — Solo un pochino, in fondo, è vero, signore?

— Oh, anche più che un pochino!

Il parrucchiere mise la sordina a questo pensiero: «che peccato profanare una così bella barba!» e brandì l'arma.

E mentre i peli cadevano sotto il prudente taglio, non il savio pensiero che in quei peli or dalla forbice recisi era molta parte della dignità del suo ufficio, balenò alla mente: invece balenò alla mente questo pensiero, degno di ogni biasimo:

«Come inutilmente la folta mia chioma è caduta, come inutilmente questa barba si è fatta grigia, anzi bianca!»

E allora una nuova luce si formò nella sua mente, giacchè se il liquore contiene nelle sue intime cellule un demonio, non è detto che cotestui sia un demonio stupido e sonnolento: anzi è un demonio vigile, dalla vista acuta, che ampiamente scopre le cose passate e le future, anche là, dove il tempo, procedendo, opera nella memoria come il male della cateratta nella pupilla: cioè chiude lento, ma inesorabile.

Ora ecco quello che egli scoprì: «Omero (ricordo di infanzia) Omero immutabile ed alato (mentre il codice delle leggi è mutabile e pesante) Omero dove fa parlare quel tale, o Ulisse o Agamennone o Achille divino!... Certo qualcuno di costoro parla con alate parole e fa giuramento per il suo scettro, e come è vero che fu strappato dalla selva e più non metterà fiore nè fronda..., così... ah, così i suoi capelli più non fioriranno sulla lucida, convessa superficie di quel perfetto cranio che niuno appiglio dava oramai più alle forbici: nel modo istesso che il suo esemplare e rotondissimo cranio nessuna presa offriva nè meno alle sottili chiose degli antropologi criminalisti, suoi ottimi amici, ed avversari, secondo i casi.

Non fiorirà più, mai più, inesorabilmente mai più!

— Che uso avete fatto dei miei doni? — domanda il diavolo.

Invece come di biscie nere, come di serpentelli accesi e di ceraste (il diavolo gli ricordava anche Dante) fioriva il capo meraviglioso dell'umile commessa in passamanterie, fatta diserta ed infelice per l'abbandono del suo tutore. Ella, la giovanetta dal volto di perla era ben umile; ma le sue gagliarde chiome ventenni erano ben orgogliose e superbe! Sfidavano la miseria ed il mondo.

— O Fabrizio — disse a se stesso il commendatore Fabrizi — proverai tu nel profondo del tuo cuore rimorso alcuno nel distruggere, come stai per fare e come hai intendimento, una di quelle cellule del Consorzio Civile che tu sei chiamato a difendere?

Ed attese la risposta della coscienza.

È cosa nota: i liquori eccitano e deprimono nel tempo stesso: ora la coscienza del commendator Fabrizi, già fatta inferma per le libazioni soverchie, dormiva di un profondo sonno come sogliono i tre giudici dei tribunali, specie nelle udienze estive: invece i demoni erano desti ed avanzarono superbamente con pifferi e trombette, ed uno gridò: «No! Nessun rimorso, avanti!»

Quando il rumore dei tamburi e delle trombette dei demoni cessò, il comm. Fabrizio Fabrizi potè porgere ascolto alle parole di quel cotal narratore che non aveva ancor finito di parlare. A rigor di termini il Commendatore avrebbe dovuto capir subito dalle prime parole perchè si trattava di un delitto a lui bensì noto come fatto, del pari che ignoto nelle sue vere cause.

Ecco di che si trattava: un terribile _lôcch_, o masnadiero cittadino, di quelli che in Milano infestano quadrivi e sobborghi (e _lôcch_ deriva da _loco_ spagnuolo che significa _stupido_: i quali _lôcch_ fioriscono stupendamente sotto le nebbie di Milano come fiorivano stupendamente i _bravi_ al tempo di Don Gonzalez Fernandez de Cordova) dunque un terribile _lôcch_, anzi il più terribile fra i terribili, era stato trovato fuori di via X*** steso morto a terra, morto sul serio — giacchè i _lôcch_ — chi sa mai perchè? — quando anche ricevano un paio di pallottole di rivoltella nei fianchi, ritornano dopo pochi giorni d'ospedale sani e gagliardi alle loro occupazioni quasi che la divina Angelica fosse passata con le sue erbe magiche come avvenne pel fante Medoro — cosa che ai galantuomini feriti non accadrà mai.

La giustizia aveva fatto arresti sopra arresti, aveva smosso tutto il sottosuolo putrido di Milano, ma non aveva scoperto nulla. Il giudice istruttore aveva collegato con acutissima fantasia quell'omicidio ad altri fatti altrettanto gravi quanto rimasti ignoti, e non aveva scoperto niente.

La stampa eccitava il troppo lento passo burocratico della giustizia con articoli giornalieri.

Ora quel narratore lì, nella bottega del barbiere, spiegava la cosa con una semplicità stupenda; così: «Lui, il morto, con i suoi compagni erano fermi all'appostamento per quando passano i _fittavoli_ che tornano alle loro campagne.

Vengono costoro dal mercato ed hanno la borsa piena pe' traffici e pe' baratti compiuti nel dì. Di questi colpi dieci vanno bene, uno va male: questo era andato male. Il _fittavolo_, assalito nel buio, si vede che aveva con sè il _revolver_ ed ha fatto fuoco a bruciapelo e lo ha colpito nella nuca.» Se non lo colpiva lì, in modo da lasciarlo sul colpo, garantisco — dicea il narratore — che colui non moriva: lui le palle della questura che ha preso in corpo le ha sempre digerite, come fossero state delle prugne, un po' acerbe, ma le ha digerite!

— All'Osteria _del Bianco_ — confermò uno degli ascoltatori con sincera espressione di rimpianto e di rispetto — era capace di mangiarsi da solo un tacchino, e sempre in piedi, povero diavolo, sempre con quella benedetta paura di essere sorpreso dalla visita dalla questura.

Disse un terzo ammirando — E la forza che aveva? Per lui rompere un mazzo di carte era conto di ridere! Una volta che gli avevano messo le manette, non ebbe il coraggio di farle saltare spezzandole sopra un paracarro? E quanti anni poteva avere?

— Ventidue, ventitrè anni! — disse il primo raccontatore — un fegato da leone!

***

Al comm. Fabrizi quella gente faceva un effetto nuovo e curioso, in questo senso: gli pareva cioè che in tutti coloro che lì erano, fosse questo convincimento filosofico della vita, il quale può essere espresso in queste brevi considerazioni:

I _lôcch_ quando rubano, percuotono, uccidono, non fanno altro che il loro mestiere! nel che sta la ragione della loro esistenza.

Ma per la stessa causa fanno bene i questurini ed i carabinieri a perseguitarli perchè tale è, alla lor volta, il loro mestiere e vivono di quello.

Se le parti fossero invertite, i _lôcch_ sarebbero questurini e i questurini sarebbero i _lôcch_. E così estendendo sempre, gli apparivano di cotale strana natura formate tutte le azioni del mondo, e le basi del diritto, del premio e della pena, gli apparivano sconvolte; giacchè il demonio è un estensore meraviglioso di argomenti e basta dargli un grano di sabbia perchè edifichi una casa, basta dargli un filo solo perchè intessa una tela, basta fargli una concessione perchè vi annodi da capo a piedi nella sua implacabile logica.

O buon angelo custode, e voi impotenti spiriti del bene, vigilate, vigilate voi alle porte della abbandonata fortezza del mio cuore, affinchè il demone non penetri! Nell'animo del commendator Fabrizi era già penetrato e proseguiva estendendo e facendo sue chiose. Ecco: La donna pudica preferisce morire che mostrar le sue carni. La donna impudica esulta nel contemplare la sua statua fremente! L'uomo virtuoso, ancorchè ragione gli consigli il male, ne teme il contatto peggio che toccare il viscido colùbro: l'uomo invece, chiamato malvagio, soffre se non può operare il male; e come l'assetato desidera l'acqua, come chi ha freddo sospira la fiamma, così l'anima dell'uomo malvagio sospira il male, la frode, il vizio, l'inversione, la degenerazione dove tuffarsi come per entro un bagno delizioso. Oh, comm. Fabrizi, giudice virtuosissimo, di' tu se così non è come io, demone saggio, affermo e dico. Fra i molti casi, anzi moltissimi che passarono sotto il tuo esame, ricordane uno recente, quello di Flavio Equini. A Flavio Equini che cosa mancava per esser felice? A lui nobiltà di natali, a lui ricco censo, bella moglie, acuto ingegno, eloquio piacevole e lieto, onori, potenza, bellezza. Poteva non frodare. Ebbene, no! Quell'uomo aveva bisogno di frodare, rovinare, distruggere, far del male! anche a se stesso, se mancava l'opportunità di far male altrui! Nel modo medesimo che ai buoni intenditori di arte culinaria e valenti gastronomi piace assai la carne quando essa è sanguinolenta e sopra con grandissima cura vi spargono alcune stille di acerbo limone, così a molti umani il piatto della vita non piace nè altrimenti diletta se esso non è cosparso di molto sangue e di molte rodenti lagrime. E mancando l'altrui, bevesi il proprio sangue: bevonsi le proprie lagrime! E come vi è colui che fa piangere, così vi è colui che dedica la sua vita alla missione di asciugare le lagrime; nel modo medesimo che vi è chi insudicia la via e chi la scopa: che vi è l'inventore dei proiettili avvelenati e vi è l'inventore dell'antisepsi: che vi è il microbo infame che uccide e il microbo che guarisce: e l'uno e l'altro hanno ragione, perchè l'uno e l'altro fanno il loro dovere e mestiere, e dall'insieme risulta questa che noi, in mancanza di una definizione più precisa e scientifica, chiamiamo «Vita». E benchè paia contraddizione, non è: o almeno il giorno in cui gli uomini si avvedessero di questa meravigliosa contraddizione, essi cesserebbero dal vivere!

A queste sublimi considerazioni filosofiche si può arrivare tanto col grande studio quanto con la grande ignoranza, come era il caso di quella rozza gente in quella bottega.

Il comm. Fabrizi ci arrivava un po' in ritardo, ma ci era arrivato a questa perfetta cognizione del meccanismo recondito della vita!