Part 8
E l'obbligo di rispondere al cicaleccio della compagna! La gran dama e la gran mondana ottenevano da _Mrs._ Evelyne il medesimo tributo di _oh!_ ammirativi.
Le une e le altre formavano una cronaca di vario ma non dispari interesse: cronaca splendente al sole, che non offendeva più.
Ma di ciò che passava nell'animo di Nadina nulla balenò o comprese, nè poteva ella comprendere.
Tutto al più osservava che era molto pallida: che gli uomini la guardavano molto: che l'avrebbero guardata di più se avesse ceduto alle sue esortazioni di vestire qualche abito più appariscente.
In altri tempi e in altre circostanze queste parole avrebbero provocato lo sdegno di Nadina; ora non più! La molla dello sdegno era spezzata, e poi la dama non avrebbe compreso il suo sdegno, e poi le parole di lei erano senza intenzione, corrette, nel modo stesso che la sua vita esteriore era di una correttezza compiuta: nulla che non fosse conforme a dama e a gran dama ella aveva notato nella vita di _Mrs._ Evelyne, e l'altezza delle relazioni che costei aveva in Parigi la confermava in questo pensiero e le acquistava prestigio. Di che dunque sdegnarsi?
Ma nei pochi momenti di raccoglimento nella sua stanza d'albergo, maggiore era il pallore, più orribile il vuoto.
E non solamente la voce della coscienza non reagiva più, ma quella vita febbrile e pazza le parve un po' per volta la vera vita: necessari e belli le parvero quei riti del lusso, e con terrore pensava che domani quelle mille futili e preziose cose sarebbero per lei state altrettanti bisogni.
Sapeva che fra poco avrebbe dovuto riprendere la vita umile, laboriosa, parsimoniosa di prima, e non se ne sentiva più la forza.
Anzi la vita insino allora condotta, virtuosa ed attiva, le parve una vita sciupata.
Sì, vita sciupata!
***
Fu in cotale stato dell'animo che _Mrs._ Evelyne disse a Nadina che quella sera si sarebbe andati _au Gymnase_.
Cleo de Merode, l'_étoile belge_, questa splendida incarnazione della bellezza muliebre, vi si produceva per una delle ultime sere.
Il _Gil Blas_ ne faceva una descrizione meravigliosamente estetica, piena di affascinanti particolari.
Nadina protestò debolmente. Non le pareva conveniente che due signore sole andassero ad una rappresentazione del _demi-monde_, e tentò di dissuadere la signora.
Ma ella rispose con un americano e imperioso _io so_ che, tradotto, voleva dire: _io conosco l'ambiente e non voglio osservazioni!_
Quella sera Nadina attendeva su di una poltroncina, presso il _bureau_ dell'Albergo, che _madame_ finisse una delle sue interminabili toilettes.
Fissava, fra i molti giornali, il _Gil Blas_ che portava lo schizzo della donna che in quei giorni affascinava Parigi.
Avventure di re, fiamme di brillanti turbinavano davanti agli occhi della fanciulla.
E attendendo e guardando, questi versi di un poeta italiano le si fissarono davanti:
Per quella notte don Petro a corte Non ospitò E il giorno dopo, cangiando sorte, Di Spagna al trono Pachita andò.
— Voi andate questa sera _au Gymnase_, _mademoiselle_? — disse una voce dietro di lei.
— Oh, no! — rispose Nadina arrossendo, — noi andiamo questa sera, come il solito, alla _Comédie Française_, almeno io credo.
— Ah! _Madame_ mi avea assicurato il contrario.
Chi aveva interrogato così era un giovane e bellissimo signore, col quale già aveva fatto il viaggio da Alessandria a Marsiglia. Si era legato di amicizia con _Mrs._ Evelyne, anzi vantavano ragioni di reciproca conoscenza e parentele comuni.
Nessuno più discreto e perfetto gentiluomo di costui, ma di nessuno gli occhi avevano chiesto con maggior insistenza: «Insomma, quanto volete?»
Ventura od elezione avevano fatto trovare costui nel medesimo Hôtel dove erano le due donne in Parigi.
L'ossequio del signore era tale che non si poteva essere con lui scortese.
In quella scintillò e strascicò giù per la scalea l'abito di _Mrs._ Evelyne.
La carrozza era pronta.
In sul salire Nadina tentò un'ultima volta:
— Non si va proprio alla _Comédie_?
— Avere detto andare _au Gymnase_ — rispose la dama e in tuono così esplicativo che voleva significare: «io pago e voi dovete seguirmi».
— _Vous verrez_ — diceva Mrs. Evelyne frattanto in tuono più dolce — _elle est toute couverte de pierreries_. Galleria degli Uffici a _Florence_ valere meno, oh molto!
Nadina non rispose: non avrebbe mai voluto arrivare _au Gymnase_, e invece il trotto dei cavalli quella sera era più rapido che mai. Dai tigli dei _boulevards_ vaporava un caldo profumo di primavera.
I suoi pennelli, la sua arte! Oh, miseria delle miserie! quando avrebbe ella mai guadagnato altrettanto, pur lavorando tutta la vita? quando un raggio di gloria avrebbe cinto la sua fronte come quella che splendeva intorno al nome di Cleo de Merode?
Oh, miseria delle miserie!
Entrarono in un palchetto di primo ordine.
Bastò un'occhiata a Nadina per comprendere il luogo dove era piombata: _Mrs._ Evelyne stessa parve a disagio e sfuggiva l'occhio della fanciulla che nettamente la interrogava: «Signora, perchè avete voluto condurmi qui?»
Evidentemente quell'«io so» era stato pronunciato con troppa fretta; e quella platea splendente, zeppa, magnifica di cortigiane autentiche, osservate nella libera manifestazione dell'arte propria e in casa propria per giunta, offendevano il decoro anglo-sassone di _Mrs._ Evelyne: il color di carota del suo volto assunse una tinta pavonazza: soffocava di bile.
Non di bile, ma di ultime fiamme si accese invece il volto di Nadina; e per il pudore di parer pudica tra quella impudicizia trionfale che la serrava da ogni lato, teneva gli occhi sul programma dello spettacolo, quando uno scoppio di applausi, spontaneo, fragoroso, unanime le fece levar la fronte.
Una prima cantatrice era apparsa, poi una seconda, poi un'altra ancora.
E allora un fatto strano si compì in Nadina.
Quell'applauso solenne, interminabile, da fare invidia alla persona più grande della terra, quel bianco scintillare di nudità e di brillanti, il raccoglimento religioso di quella folla parvero a Nadina come la celebrazione di un rito: anzi del grande antico rito. Quello che prima era sembrato mancanza di rispetto a se stessa, diventò quasi omaggio reso a se stessa.
Breve la lotta tra l'ammirazione e lo sdegno: poi soggiogata, vinta, incatenata al suo posto, con un fermento del sangue entro il corpo immobile, fissò quelle splendenti femine, quasi serafiche e quasi beate nella impudicizia sicura. Poi più nulla, poi null'altro che un'ansia che il sipario si levasse ancora, un'avidità angosciosa di udire, di vedere sempre di più: quando uno scroscio di nuovi applausi la scosse.
Salutavano Cleo de Merode.
Fra lo scintillio dei brillanti di cui era coperta, quasi vestita come le imagini miracolose dei santuari, feriva uno scintillio più forte: quello de' suoi occhi.
E intanto l'applauso, fragoroso, cresceva; saliva sino al delirio. Un fremito, una febbre scuoteva il teatro. Inabissare parea dovesse il teatro: uomini e donne lanciavano fiori, parole, grida: e lei, ieraticamente composta, sorrideva a pena, e danzava.
Sorriso della vita, incarnazione della vera vita parve a Nadina la meravigliosa femina.
Un'ombra proiettava su quella luce, ed era la sua esistenza umile e occulta: e Nadina la maledisse nel cuore e sorrise a quella luce e a quel trionfo: l'una palma della mano cadde sull'altra, inconsciamente. Applaudì!
Era scomparsa Cleo de Merode: qualcosa di nuovo avveniva sulla scena, qualcosa che Nadina non ben comprese: fissava e non comprendeva.
Ma uno scoppiare intorno a lei di risa; di lascive, di sguaiate risa la fecero avvertita di quel che accadeva.
Guardò a torno, e vide la scena rispecchiarsi nel volto di tutte e di tutti: ella solo non rideva, riguardò per un attimo il palcoscenico, e comprese.
Una mima eseguiva laidamente una scena di ciò che «in camera si puote».
L'incanto fu rotto. Come nelle fole, il castello magico sfumava, la fata si trasformava in serpe e in orrida strega. Non rito, non amore, non sogno! Commercio anche qui: scienza del dare e dell'avere: domanda ed offerta. Quanto valete, _miss_, _mademoiselle_, _fräulein_? Dite vostro prezzo! E la nausea montò alla gola della fanciulla.
Nadina scattò in piedi: guardò nell'interno del palco. Vide _Mrs._ Evelyne pure in piedi e il cameriere che posava il mantello sulle spalle di lei.
— Questo è _shocking_ — disse _Mrs._ Evelyne che qualche cosa doveva pur dire.
Nadina non rispose; e in quel punto un più nutrito scoppiar di risa, risa ironiche, sarcastiche si levò: balenarono volti, occhi, piume, gioielli, volgendosi dalla lor parte.
Salutavano la fuga delle due donne.
Nell'atrio un uomo attendeva calmo, sorridente.
Era il giovane signore americano.
— Oh, _shocking_! — ripetè a costui la dama, facendo un gesto di orrore.
Il giovane rispose con un sorriso.
Ma Nadina non disse nulla: gli occhi di lui, pur nell'inchino, pur nell'atto servile di aprire lo sportello della vettura, erano fissi su lei, audacemente fissi, ed ella li senti penetrare come pugnali con questa domanda: «Dunque?»
***
— Voi siete molto pallida, mia cara ragazza — disse _Mrs._ Evelyne quando la vide comparire al mattino seguente — ma permettete che ve lo dica: quel pallore e quell'aria truce da giustiziera vi danno un fascino irresistibile. Ah! se fossi nata uomo non so quali follie avrei commesse in vostro onore! (questo insieme all'altro «voi non sembrate nè meno italiana» erano le due supreme espressioni di lode che _Mrs._ Evelyne rivolgeva a Nadina — ambedue non bene accolte). Se non vi dispiace, affrettatevi. Ho dato appuntamento alle undici da _Pasquin_. (Si trattava di uno sfarzosissimo abito in grande scollato che Mrs. Evelyne aveva commesso per una serata di gran ricevimento in casa di una famiglia americana).
Nadina era ben pallida! E in verità solo al mattino aveva velato le pupille. Un senso di nausea avea tenuto agitate le belle membra per tutta la notte tra le insonni coltri. Nausea non per le imagini impure viste la sera. «Impure?» parevano domandare brutalmente gli occhi grifagni dell'uomo, «ma a quale altro ufficio vi ha consacrate Natura quando rivestì di tanto fascino e di tanta bianchezza, di tanta deità le carni miserabili destinate — ultimo tributo fatale — alla terra?»
Miserabili ipocrisie!
Nausea materiale piuttosto, nausea strana di quella vita artificiosa in cui da mesi era trascinata, nausea presso a poco consimile a quella provocata dai cibi che le erano ammaniti sulle splendenti mense, cibi irriconoscibili, disfatti, putrefatti in salse eccitanti, che lasciavano inerte il dente e lo stomaco: nausea per quegli uomini tuffati, sommersi in una gelatina di convenzioni, di cerimonie, di lascivia insieme, senza mai uno scoppio di passione, senza che un grido d'amore redimesse o compensasse quel orribile, nauseabondo, continuo «quanto valete?».
Nausea sopratutto di sè, che pur ripudiando tutto il suo passato di semplicità, di modestia e di lavoro, non avea il coraggio di tuffarsi nel vortice di quella vita che da mesi e mesi le faceva irresistibile invito: nausea del languore e del torpore che la possedeva come un lento e voluttuoso narcotico.
***
Nadina era abituata a far la mula del medico durante le lunghe attese ne' gran magazzini di mode, e talvolta attendendo o rispondendo distrattamente alle domande di _Mrs._ Evelyne, che la consultava sulla scelta de' colori e degli ornamenti degli abiti, scorreva quel suo piccolo Petrarca. Erano le melodiose dolci parole italiche come un richiamo, come un'evocazione che le risvegliava, per effetto dei suoni, il pensiero, l'anima, il colore e il paesaggio d'Italia. Oh, quale voce di inesausta trionfale passione si sprigionava dal riposato, mortificato e sacro verso d'amore di quell'antico e meraviglioso poeta!
Ma Nadina in quel luminoso mattino, mentre il sole faceva scintillare tutte le meraviglie lucenti e preziose, e gli specchi di una riposta saletta di prova, sedeva inerte ed attonita, senza più pensiero.
Venne la commessa che depose sul tavolo la gran veste, con il rispetto degli arredi sacri. Le sete, le trine, i merletti risuonarono nel posare come metalli preziosi.
Con la commessa si accompagnava una di quelle mute e statuarie creature che sono denominate _mannequins_, pupe o fantocci, perchè servono per la prova delle vesti.
Costei già si accingeva a svestirsi, quando _Mrs._ Evelyne, rivolta a Nadina, disse:
— Vi dispiacerebbe, ragazza mia, di provare voi questa _toilette_? la vostra persona mi pare più adatta.
Quelle parole tolsero la giovane dal suo torpore.
Si levò e si appressò allo specchio docilmente.
Le due commesse allora si accinsero a toglierle gli abiti che a' suoi piedi, come antiche spoglie, cadevano l'una dopo l'altra.
E allora l'abito fu sovraposto alle carni con la solennità di una vestizione o di una consacrazione: per un po' le mani delle giovani attesero, posando, adattando; poi si scostarono pianamente, in silenzio per contemplare.
Lievi gridi di ammirazione sorgevano accanto a Nadina.
Passò qualche istante.
Un lampo passò folgorando negli occhi di Nadina.
Aveva visto sè trasfigurata, rinnovata, rinata nella grande specchiera, più grande e, più che bella, terribile quasi in quel grande scollato, con quell'enorme strascico che la ingigantiva sollevandola quasi, come sopra un altare. Un sorriso le germogliava sul labbro.
Sorrideva, dunque!
Era l'anima nuova, di dentro, che rideva: era la calma per l'equilibrio che si veniva alfine formando tra questa anima nuova e il mondo circostante: era il piacere per la fine dell'angoscioso dissidio che durava da mesi: era il bagliore del suo nudo seno, proteso allo specchio, che le ricordava le carni ignude della sera prima, premiate dal mondo con una cappa di diamanti: era la fine della dolorosa coscienza antica, il principio della coscienza nuova. Era il piacere del rinascere!
_Mrs._ Evelyne, l'esperta, aveva ragione: occorreva a Nadina una vesta nuova, un nuovo involucro! E _Mrs._ Evelyne spiava intanto con occhio attento il succedersi di quei sentimenti sul volto della fanciulla, come il medico scruta nell'ammalato gli effetti del male. Quando il sorriso apparve spiegato, disse:
— Quest'abito è per voi, Nadina! — giacchè quel sorriso voleva altresì significare come risposta anticipata all'offerta: «sì, grazie, signora, accetto».
***
Ma questa risposta non venne!
Uno strano cambiamento avvenne:
Un — No! — di paura e di angoscia risuonò nella saletta di prova.
E gli specchi rifletterono quell'angoscia e quella paura: e gli specchi rifletterono le due commesse che accorrevano pronte a difendere la meravigliosa veste perchè le mani di Nadina non la sgualcissero. Con mani febbricitanti, convulse, cercava di togliersela di dosso.
— Ma perchè? ma cos'è questo? — chiese stupefatta a tal mutamento improvviso _Mrs._ Evelyne.
— No! — urlò Nadina.
— Ma vi sta benissimo — insinuò la dama.
— Deliziosamente — dissero in coro le due commesse con voce accorata.
— No!
— Ma voi allora siete impazzita! — concluse _Mrs._ Evelyne.
— No!
Questo era avvenuto: Gli occhi di Nadina, volgendosi da quell'estatica contemplazione, avevano scorto, reietto, buttato in un canto del tappeto, da lei stessa buttato in un canto, il suo abitino nero che portava sempre e, presso, il piccolo Petrarca.
Era l'involucro dell'anima sua, era l'anima sua!
E allora l'anima che doveva morire in Nadina, aveva supplicato: «no! non farmi morire, fammi amare, fammi vivere nella purità a nella luce del sole!»
Si chinò, raccolse quelle lievi vesti reiette che si stringevano in un pugno; raccolse quel piccolo libro, ignoto a quelle genti barbariche, ove tanta gentilezza antica, ove tanto adorno splendore di cieli e di terre si raccoglieva, e tutto strinse in grembo, e se ne coperse il seno.
Ne sentì il tepore, ne sentì la carezza, sentì una voce lontana che partiva da una tomba: «brava Nadina!»
E non resse più, si piegò su di sè, sul divano, nascondendo fra le mani la testa.
— Piange? — si chiedevano le commesse.
E _Mrs._ Evelyne disse sdegnata:
— È una fanciulla italiana: tutte le fanciulle italiane sono così, molto sentimentali.
***
I signori portalettere assicurano che l'uomo più ragguardevole di una città è colui che riceve maggior quantità di corrispondenza.
Ora l'uomo dai sandali doveva essere pochissimo ragguardevole perchè la sua corrispondenza era così rara che il signor portalettere ignorava persino la sua esistenza.
Grave, quando i portalettere ignorano l'esistenza di una persona! Ciò vuol dire che l'uomo non è più allacciato alla vita!
Ma un giorno, sul finire del dolce maggio giunse all'uomo dai sandali una lettera incognita con un suggello straniero.
Da molto tempo l'uomo dai sandali domandava a sè stesso che ne faceva oramai della sua vita. Nulla! era la risposta.
Ma poichè ebbe scorsa quella ignota lettera, le fiamme della vita furono per nuovo alimento in lui riaccese. Le pupille ritrovarono le lagrime, le membra benedirono e invocarono la forza.
Nadina scriveva all'amico lontano e obliato.
***
Un uomo percorreva nella notte e nel furore di un treno diretto la lunga strada che dall'Italia a Parigi conduce.
Era l'uomo dai sandali francescani a cui Nadina chiedeva, a grande voce, disperatamente soccorso.
SENAPE INGLESE O SENAPE FRANCESE?
Per trovare la ragione per cui il comm. Fabrizi — autorevole magistrato, uomo solidissimo, anzi una specie di cavallo della ditta Gondrand attaccato al _forgone_ del più rigido dovere, uomo che morendo in pieno esercizio delle sue funzioni, avrebbe avuto uno splendido funerale di prima classe e avrebbe costituito uno spontaneo fatto di cronaca ne' giornali — peccasse di pensiero e di azione, bisogna risalire al giorno prima.
Un più sottile osservatore potrebbe eziandio ricercarne le cause nel dolce aprile che blandamente, ma invincibilmente, risveglia le piante e gli uomini senza alcun rispetto alla matura età, al senno maturo, al loro grado sociale; ma accontentiamoci della prima spiegazione: cioè quella del giorno prima.
Ora che cosa era saltato in mente il giorno prima al quasi illustre C*** C*** di fermarlo per la via così? Così, con queste parole:
«_Sapristi_, sapete voi, caro Fabrizi, che voi siete ancora un bell'uomo, un imponente, un gagliardo uomo? I vostri occhi, sì, sono _liebig_! Peccato che portiate quella barba, indizio e rivelatrice del tempo, ahi, inesorabile ed edace!»
***
C*** C*** è un felice letterato mondano, il quale se non declinasse oramai per la inesorabile curva degli anni, avrebbe buona speranza di vedere avverato il suo lungo sogno di gloria. Ma la morte lo gabberà. Egli intanto si oppone per quanto può a questa crudele discesa, e un suo innocente artificio consiste nel ripetere alle dame le eterne, le uguali, le romantiche parole; e siccome tanto elle che lui discendono verso le rughe ed il grigio, così nè elle nè lui si avvedono del dolce inganno.
E fu manifestamente per effetto di questa sua inveterata abitudine di far complimenti che egli disse all'amico: «I vostri occhi sono _liebig_!»
E quel _liebig_ voleva dire «sguardo concentrato come l'estratto omonimo» ovvero «amabile» come _liebig_ significa in tedesco?
Il commendatore Fabrizi non si curò per allora di indagare, ma se ne sentì lusingato: tanto più che l'altro aggiunse enfaticamente: «Noi seguaci delle Muse, abbiamo un continuo ricambio di fosforo, laonde per noi la vecchiezza non è che un involucro apparente. In voi, seguaci della rigida Temi, avviene lo stesso, a quanto pare!»
Queste parole fermentarono nel sistema psiconervoso del commendator Fabrizi, perchè se non si fosse più ricordato che avea gli occhi _liebig_, non avrebbe risposto allo sguardo; se non avesse accettata per buona l'affermazione del ricambio di fosforo e la teoria dell'«involucro apparente», si sarebbe vergognato della sua debolezza, inconcepibile dopo tanti anni di virtuosa astinenza e di nobile esempio della virtù.
Ma per Dio! Se uno deve cadere in tentazione dopo venti o trent'anni di esercizio stoico dell'_abstine-sustine_, dopo tante rinunzie, tanto vale che ci cada prima!
Il vero è che questo grave magistrato si era così assuefatto all'_abstine-sustine_ che se avesse dovuto rispondere perchè Iddio ha messo al mondo le belle, le folli, le amabili, le incoscienti, le seducenti donnine, si sarebbe trovato assai impacciato. La donna è il lievito primo delle passioni e dei delitti: ciò risultava evidentemente al commendatore Fabrizi. Se dunque si potessero abolire le incoscienti e seducenti donne come si potrebbero abolire le cartoline pornografiche, sarebbe abolito anche il delitto. Questo pure risultava evidente.
Ma in questo caso anche i magistrati, lui compreso, sarebbero stati aboliti: la vita stessa subirebbe un'abolizione! Manifestamente nel mondo ci sono delle questioni complesse e il miglior modo per comprenderle è di pensarci il meno possibile e lasciar da parte la logica.
La verità, anzi tutta la verità, è che, proprio in quella mattina, gliene capitò una seducentissima di donnine, di fronte a lui, in _tram_.
E, cosa inverosimile, costei guardava lui, proprio lui, negli occhi _liebig_.
Ma era verosimile, ripeto, che una donna guardasse lui? Verosimile come se il buon diavolo Asmodeo comparisse nel nostro studiolo e ci dicesse: «Pronto, signore, a trasportarvi per l'aria!» così pareva verosimile al commendatore Fabrizi di esser guardato a quel modo da una bella donna.
Il commendatore sbirciò a destra e a sinistra: nessuno! Dunque la causa della fissazione di quelle due maliarde pupille non era che lui. Cosa più che inverosimile!
La donna che lo guardava non era dama ma neanche cortigiana; non crestaina vestita da festa; non di quelle femmine che imparano bensì per istinto in poche prove l'arte dell'eleganza, ma, apriti o cielo se schiudon la bocca! colei invece non solo la apriva e mostrava una boccuccia fresca ed odorosa con una doppia fila di denti madidi e perlacei, ma parlava vezzosamente, finamente alla sua compagna; sempre però fissando lui negli occhi _liebig_.
Un feltro alla studentesca, due sbuffi di capelli castani in su le tempie, un ovale di giovanetta ventenne, pallido e fresco che dava l'idea della giunchiglia d'aprile! Ricordava quei tipi di ragazze che si attaccano con predilezione ai seguaci di Minerva, cioè agli studenti, e che erano in uso un trent'anni fa. Lui — il fiero magistrato — in trent'anni era mutato moltissimo, ma quel tipo di ragazze, spensierate e gaie, modeste di prezzo e di peso, rimaneva tuttora a conforto dell'umana specie! Quella lì ne faceva fede.
Il solenne magistrato da prima si seccò di quello sguardo insistente, poi si irrigidì in tutta la sua dignità, infine concentrò tutto il fuoco di cui era capace negli occhi _liebig_, imponendo alla fanciulla di smettere. Macchè! quegli occhi maliardi non subirono alcuna perturbazione. Che fare? Il magistrato, di scatto, fece fermare il _tram_ e scese.
Ma appunto, approfittando della fermata, scese anche lei con la compagna.
Ciò era soverchio!
Il commendatore Fabrizi aveva gravi cure in quel dì. E non solo il presidente della Corte d'Appello lo attendeva nel suo studio, ma si trattava anche di conferire col senatore X*** e col marchese C*** e con altri valentuomini intorno ad un fiero proclama da lanciare al paese contro la nefasta propaganda del divorzio.
***
Perchè in quella mattina il commendator Fabrizi, sorbendo il caffè, in veste da camera, si era sentito brillare la splendida idea di rivolgere a tutte le persone, note e notorie, un formulario in proposito di questo tenore:
«Crede Ella che in un popolo pervenuto ad un alto grado di civiltà, dove è ammessa la indissolubilità del coniugio, l'introduzione del divorzio rappresenti un progresso?
«Non teme Ella che dalla adozione del divorzio possa risultare un crescente dissolversi della famiglia?» Queste le domande.