Part 7
L'uomo incredulo si era costituito una specie di servitore di Nadina. Nella dimestichezza della vita del mare, in quel facile comporsi e scomporsi delle relazioni, in quel vivere familiare di tutti, la cosa non destava alcuna critica o maldicenza. Se non era l'uomo dai sandali, erano altri signori e giovani e giovani donne che si accompagnavano a Nadina nelle belle passeggiate o a veleggiare sul mare, giacchè la riserbatezza non voleva dire stranezza, e stranezza sarebbe stato il vivere troppo diversamente dalla vita che tutti facevano. Nadina stessa era sorpresa della confidenza e della familiarità piacevole a cui la induceva quell'uomo semplice e strano, ingenuo e sapiente. Una vena di letizia fraterna le si apriva quando si trovava in sua compagnia.
***
— Uomo incredulo — disse un giorno Nadina (e il sole folgorava nel cielo di mezzogiorno e le diafane campanelle del pergolato non avean la forza nè meno di segnare un'ombra sul terreno) — uomo incredulo, si fermi qui sulla porta e mi dica che profumo ella sente.
— Un profumo di intingolo delizioso.
— Ebbene allora si avanzi ed entri! — e lo guidò nella cucinetta presso i fornelli. — Guardi quest'umido da cui emana un così eccitante profumo.
Non strabili: sono pomidori autentici: il tutto preparato con le mie mani. È persuaso che anche le dee sanno far da cucina?
***
Ma _Mrs._ Evelyne non la pensava così. _Mrs._ Evelyne non potè a meno di dire il suo pensiero a Nadina.
— Io avere dovere di mettere in guardia voi, signorina, così gentile, contro un grave pericolo. Lei è molto amica con uomo dai sandali. Io invece ho dovuto licenziarlo da mia casa.
— Perchè, signora?
— Perchè uomo scandalosissimo. Intanto è più _sale_ di tutti. Senza calze, indecente! E poi bisogna sapere che cosa ha fatto a Venezia, quando io era a Venezia. Io saper tutto.
— Che cosa ha fatto?
— Nientemeno che un libro su l'_affranchissement de la femme_, dove sostiene spudoratamente l'amore libero: un libro da scandalizzare non solo le signorine; ma anche le signore ne sono rimaste indignate. Un uomo, dico, scandalosissimo. — E concluse con un _climax_ di esclamazioni esotiche che in lei valevano ad esprimere il sommo dello sdegno o della meraviglia, secondo i casi.
Nadina sapeva per esperienza che tutti gli _issimi_ della buona signora erano dei pleonasmi: il sole d'Italia glieli faceva dire.
— Molto grave — disse tuttavia Nadina la quale, più che grave, trovava strano che un uomo trattasse tanto risolutamente una materia di cui pareva così poco esperto.
— Oh, gravissimo! — confermò la signora. — Il divorzio va bene. Tutti noi dei paesi civili avere il divorzio; l'Italia non paese civile e perciò non avere mai divorzio. Ma l'amore libero! Pfui!
— Ma come l'ha saputo lei?
— Quando era a _Venise_ è scoppiato questo scandalo: tutto il mondo ne parlava!
***
— Ne sappiamo delle belle sul suo conto, caro signore — disse il dì stesso Nadina all'uomo dai sandali.
Lei si è permesso di scrivere un libro così scandaloso che una fanciulla per bene non potrebbe nè meno pronunciarne il titolo senza vergogna. Questa non me la sarei mai aspettata da un uomo come lei.
L'uomo arrossì e disse:
— Questa viene dalla signora americana.
— Precisamente!
— Ora lei deve sapere che la signora americana ha un odio feroce contro di me; sommi questo odio con le sue esagerazioni e capirà ciò che ci può esser di vero in tutte le infamie che avrà dette sul conto mio.
— E perchè questo odio?
— Nient'altro che per questo perchè: nei primi tempi, prima che lei venisse, eravamo intimi, ed io mi sono permesso di osservarle che nell'insultare Italia e Italiani si poteva avere una onesta misura: questa per esempio: insultare di proposito, direttamente. Non domandavo molto, mi pare. Ma ella non riesce a formare un periodo anche sulle cose più indifferenti e diverse senza innestarvi un'ingiuria atroce, villana, satirica su questo disgraziato paese. La mia pazienza ha tollerato fin che ha potuto, facendo finta di non udire, di non capire. Ma un giorno non ne ho potuto più e le ho osservato che se è vero che la _politesse_ è la più importante delle virtù, la _politesse_ insegna ad avere un poco di riguardo per il paese e per gli abitanti dei quali si è ospiti.
— Imaginiamoci!
— Oh, sì! credo che anche i crini della perrucca abbiano sibilato di sdegno. E che risposta: Parlò in nome di tutti gli stranieri e di tutti i possessori dei Baedekers con su scritto _Italy_: «Noi ospiti? Noi padroni che veniamo qui a dare a voi nostro danaro.» Ma non se ne è accorta anche lei, signorina, che pur di dir male dell'Italia, ella, evangelica fanatica, si entusiasma persino del papa _ce pauvre grand vieillard_, unico uomo (italiano, si intende) _respectable_?
Nadina sorrise.
— Già noi sorridiamo, ma talvolta l'animo si gonfia di sdegno.
— E il famoso libro? — chiese Nadina.
— Il famoso libro non è che una traduzione di un libretto francese il quale mi è piaciuto per la sua limpidezza e sincerità, e sopratutto per il coraggio con cui tagliava netto questa bizantina questione del matrimonio e del divorzio.
Io non so se la questione dal lato storico e giuridico e, se vuole anche, dal lato sociale sia tata trattata a fondo e bene, ma dal lato naturale, cioè di assicurare all'uomo e alla donna la maggior somma di felicità, era svolto così sicuramente e onestamente che tutte le considerazioni di opportunità e di convenienza passarono in seconda linea.
Certo sono convinto che la legge ferrea del matrimonio è ai dì nostri un ben strano anacronismo storico e sociale. Veda quale immonda fioritura di vizi, di delitti e di malsane passioni — delizia di una letteratura pornografico-sociale — ci fiorisce d'attorno!
— Così che lei, caro signore, mettiamo il caso, pur amando una buona fanciulla, in omaggio ai suoi principi, non domanderebbe mai la sua mano di sposa? — chiese Nadina sorridendo.
Ma non avea nè meno proferite queste parole che vide l'uomo impallidire, mettersi la mano sulla fronte, e poi?
E poi fuggì.
***
Nei giorni seguenti l'uomo dai sandali fu più tosto riservato e contegnoso con Nadina.
— Si può sapere che cosa ha ella con me? sarei io che dovrei averla con lei che ha scritto un libro compromettente.
— Che cosa ho? Ma scusi, ma perchè si piglia ella giuoco di me?
— Io giuoco di lei? Si spieghi.
— Non ha ella detto: «così che lei non domanderebbe mai la mano di sposa ad una fanciulla amata?»
— Sì! e questa domanda è forse un'offesa?
— Non è un'offesa — affermò l'uomo — ma uno scherzo atroce.
— Perchè? Non crede degno ad una buona fanciulla di salire sino all'altare, la vorrebbe sposare alla zingara come dice nel suo libro?
L'uomo fu lì lì per iscappare una seconda volta. Ma Nadina lo fermò:
— Via, si spieghi!
— Io non ho autorità, io non ho autorità — diceva l'uomo miseramente crollando il capo — io finirò con l'impazzire sul serio: io non ho autorità presso nessuno, nè uomini nè donne: tutti si prendono giuoco di me: io potrei accumulare tutta la sapienza di Salomone e tutta la virtù di Socrate, e gli uomini si prenderebbero lo stesso giuoco di me. Lo scherno degli uomini lo sopporto ma quello di una donna bella no, mi pare lo scherno di Dio.
— Ma dice sul serio? — chiese Nadina aggrottando le grandi ciglia.
— Sul serissimo.
— Allora lei deve essere veramente ammalato.
— Ammalatissimo, signorina.
— Pare anche a me, perchè io non ho nessuna intenzione di offenderla: il mio affetto fraterno...
— Ah, ecco la parola! — fremette l'uomo quasi lagrimando — Io, perchè sono un uomo onesto, retto, morale, non ho inspirato alla donna che degli affetti fraterni: per me tutte le donne furono caste, pudiche, virtuose. Io quando tradussi quel libro — ingenuo io e l'autore — giudicai come un fatto universale il fatto che accadeva in me, ed ho condannato la legge del matrimonio nel nome della felicità della donna. Ma che legge! La donna anzi vuole la legge per avere la voluttà di poterla infrangere: la donna combatterà sempre la libertà dell'amore naturale per la medesima ragione che combatterebbe la nudità se una legge la imponesse. La donna vuol essere vestita per il piacere di potersi denudare. Eva ha creato la prima _toilette_! Tutti gli impedimenti, i riti, le paure, i giuramenti, le ipocrisie, i veli sono i meravigliosi afrodisiaci di cui dispone la donna per sè e per il maschio. Infrangerli, profanarli i riti, ecco la suprema voluttà! Più dolce è il pane furtivo, più soavi le acque nascoste!
Gli occhi dell'uomo che così parlava, avevano bagliori di pazzo esaltato: ma l'occhio calmo e severo di Nadina, posato su di lui, lo tranquillò un poco.
Erano nella pineta: il sole incendiava lo smeraldo dei gran diademi di verdura.
Nadina, poichè lo vide più calmo, gli prese dolcemente la mano e disse: — Non teniamo conto di tutte le brutte parolacce che le sono a sua insaputa venute fuori di bocca. Mi cavi semplicemente la curiosità, mi dica soltanto perchè lei non mi sposerebbe!
Strana cosa! A Nadina il caso generico si era mutato, così all'improvviso, in un caso personale e, prima ancora di riflettere, aveva detto «_mi_ sposerebbe»; appunto perchè questa idea era nel volto e nelle parole dell'uomo. Se ne pentì; ma troppo tardi! La parola era già pronunciata.
— Sposare! — gemette l'uomo. — Ma io celebrerei tutti i riti, non solo quelli di Madre Chiesa, ma mi adatterei a tutte le consacrazioni dell'amore stabilite dai più remoti popoli: ma ci pensi e troverà che è un assurdo.
Le pare che un uomo di trentacinque anni, che non rappresenta nessun valore sociale e politico, che è affetto dal _tædium philosophorum_ possa contrarre legami di nozze con lei? Lei bellissima, lei che ha così profondo il senso della sua feminilità da farle dire come disse, si ricorda quel giorno? «la donna è la più bella e perfetta cosa della creazione, è la creazione stessa!» Ma per lei, in qualsiasi modo ella si unisca, ci vuole un uomo che rappresenti uno splendido valore umano, riconosciuto dagli altri uomini e che si riverberi poi su di lei. Io, se anche fossi ricco, non le potrei offrire che uno stato umile, appunto perchè umile è l'anima mia. Lei dice «io ho disposizione per la casa, io mi compiaccio delle faccende domestiche.» Sarà anche. Dio tolga che io dubiti della sua sincerità, ma è il fatto che ella non ha ancora la percezione esatta, precisa delle sue potenze muliebri. Imagina lei che è artista, Venere dea che prepara lo stufato in cucina, o concepisce Aspasia ed Elena che fanno il bucatino del bimbo? Non sente l'inverosimile?
Minerva non fa la calza, Cesare non fa il copista, e lei non può, non deve nè meno essere donna di casa, o se lo diventasse sarebbe un sacrificio così inumano da averne poi pentimento.
— Lei, caro signore — disse Nadina freddamente — è molto ammalato.
— Lo so anch'io, signorina, e ho piacere così morrò presto.
— Sì, ma lei non sa quale è la sua malattia. Glielo dirò io: Lei è ammalato di grave esaltazione mentale: lei combina le domande e le risposte tutte da per sè e in una volta e così può sostenere qualunque paradosso perchè è sempre lei che ha tutte le parti nella commedia. Per quel che riguarda la mia umile persona le dirò che nelle sue parole ci può essere qualcosa di vero. Io non sono nata per il matrimonio. Ho domandato così per dire.
***
— Sapete signorin Nadina grande novità di ier sera? — domandò il dì seguente Mrs. Evelyne.
— Io non so niente.
— Allora dirò? io: Quell'orribile uomo è partito.
— Chi? il signor X***?
— Precisamente, partito autenticamente: visto io alla stazione con le scarpe, con il colletto e con la valigia. Partito! _Nous en sommes délivrées._
***
Partito veramente!
E la lettera di commiato fu recapitata a Nadina la sera stessa: lettera assai strana. Confessava la sua passione per lei. Diceva avere ella pieno diritto di tormentare, perchè essere questa una forma di rara e squisita voluttà per la donna. Non poter però egli più resistere e perciò fuggire. Del resto esser pronto ad esserle servitore e ubbidiente ad ogni suo imperio se ella lo avesse richiesto.
***
Nadina non conservò: strappò lentamente questa lettera.
E nei dì seguenti la decisione di Nadina era presa.
Molte volte, prima incerta, da poi insistente, noiosa anche, la ricca e bizzarra _Mrs._ Evelyne avea fatto questa proposta a Nadina, e poi che Nadina non ci sentiva da quell'orecchio, alla madre di lei:
«Come sarei felice, mia cara, se vostra figlia volere venire con me, come dama di compagnia.» Non le assegnava verun lavoro od ufficio che avesse sembianza di servitù «basta leggere un poco; vostra bella voce, deliziosa.» E, o fosse sicurezza che non avrebbe accettato o lusinga per indurla al suo volere, aveva offerto una ricompensa vistosa, superiore a tutti i guadagni fatti insino a quel dì col pennello.
— Si viaggerebbe?
— Oh, sì, viaggiare. Quando viaggio aver bisogno dama di compagnia, molto gentile.
La signora soffriva di certi suoi terrori della morte e una dama di compagnia le era o le pareva necessaria per allontanare questo macabro fantasma: dama di compagnia prima di tutto, poi vivaci letture, poi _cognac, tè, cigarettes_ in gran copia: ecco la cura!
Deplorevole! Anche offrendo i suoi cinque milioni (la signora non aveva nessuna vergogna di far sapere che non possedeva di più; capitale irrisorio per far la gran vita nella sua patria dalle stelle gloriose; obbligata quindi per economia a viaggiar di continuo, fermandosi a pena un paio di mesi, Aprile e Maggio, a Parigi, l'estate in qualche stazione climatica), deplorevole, dico, che anche offrendo tutti i cinque milioni non si possa arrestare la morte!
La signora però è convinta che un Edison americano qualsiasi arriverà a tale scoperta.
Pur troppo per lei sarà tardi!
Come Nadina parve accogliere tale idea, la dama ne fu felice, anzi entusiasta e volle in quel dì stesso tutto stabilire e determinare chè tale prontezza è costume d'America.
Dolci terre d'Oriente e di riviera segnavano l'itinerario invernale della signora. L'artista ne era sedotta e la sorella contenta giacchè quel guadagno assicurava gli studi al fratello maggiore.
— Vi pare una stranezza passare sei mesi e più dell'anno viaggiando? Per voi italiani forse, ma noi stranieri facciamo dell'_hôtel_, del transatlantico, dello _sleeping-car_ una specie di abitazione normale, un _home_ in movimento. È piacevolissimo. È un mondo che conoscerete molto volentieri. Tutto dipende dal saper fare. I mezzi sono oggi così perfezionati che saper viaggiare è una vera scienza.
Voi italiani, passata appena la frontiera, siete subito all'estero; noi anglo-sassoni siamo da per tutto in casa nostra. In qualunque luogo del mondo dove sbarchiamo ci attendono i nostri costumi. È un dovere di ospitalità alla nostra razza!
Tali erano le idee se non le parole di _Mrs._ Evelyne nel preparar la giovane compagna alle sue lunghe peregrinazioni.
Questo nuovo genere di vita incominciò per Nadina in sul finire del Settembre: da prima stentò ad abituarsi, poi ne provò soddisfazione e piacere.
***
Se invece di Nadina fosse stato l'uomo dai sandali — che soffriva del grave male dell'osservazione cronica — a condurre quella splendida e variatissima vita, avrebbe notato come essa costituisca una specie di privilegio meraviglioso, appena intravisto dagli immani greggi degli uomini lavoratori, incatenati all'ufficio, all'officina, alla professione, al dovere; i quali, in parte, questa gran vita preparano, elaborano con il mirabile complesso dell'opera singola. Privilegio non condannato in nessun programma rivoluzionario o sociale appunto perchè figlio della civiltà, del progresso e della scienza: vita della vita! Privilegio dove vivono liberi e con speciali leggi i nuovi Re.
I Re anonimi dell'Oro.
L'impressione che ebbe Nadina fu di respirare in un'atmosfera nuova.
Un servizio meravigliosamente organizzato attendeva in qualunque parte del mondo questi anonimi Re. Nessun re di Corona ebbe mai tante regge e palagi, e sotto le palme e fra le lande gelate e fra gli eccelsi monti, quanti attendevano _Mrs._ Evelyne e Nadina.
Navi meravigliose; alberghi splendenti come castelli incantati; eserciti muti e pronti di servi; fiori preziosi nell'aspro inverno adornanti la mensa del treno che fugge, attendevano Nadina e _Mrs._ Evelyne.
Quale enorme somma di umano e immane lavoro per rendere facile la vita a questi privilegiati Re dell'Oro!
E come si otteneva questo privilegio? quale eroica preparazione, quale veglia d'armi conveniva fare?
Nessuna veglia d'armi, nessun diploma o emblema: bastava fare semplicemente, come faceva _Mrs._ Evelyne con molta grazia e pratica, cioè mettere in movimento il massimo degli accumulatori umani — accumulatore non contemplato nei testi di fisica: l'oro! e siccome l'oro è pesante e ingombrante, esibire volta a volta alcuni esilissimi foglietti di carta.
L'umanità che vive nei cupi sotterranei del lavoro e che mette in moto tutta questa splendente macchina di piacere e di bellezza, ha qualche volta delle convulsioni di ribellione e di odio.
Ma i Re anonimi, i Re inafferrabili dell'oro ridono, come potrebbe ridere il micròbo a chi lo inseguisse con la spada. Buttano alquanto più di oro nella bolgia sotterranea.
E l'oro, cadendo, stride e ride come olio su le fiamme.
L'umanità incatenata bestemmia, odia più e più, e lavora più che mai per dar libertà e agevolezza di moto a questi pochi felici.
E l'oro, per fatal legge, ritorna nelle mani d'onde era partito!
Per qualche tempo a Nadina soccorse la memoria di questa _umile_ Italia lontana, della sua stanzetta dove il ritratto del babbo pendeva dalla parete, e le labbra di lui dicevano: «brava Nadina!»
Poi un po' per volta queste imagini perdettero di forza e finì per trovar bello, anzi magnifico, trionfale quel genere di vita sempre in moto, ma un moto che si compiva così dolcemente come quello di una cuna che ninna o si muove sui tappeti silenziosi.
Avea appreso anch'ella a spregiare il minuscolo pane plebeo delle vertiginose abbaglianti mense, a trovar logici i costumi esotici, a trovar supremamente belli i pranzi ne' grandi alberghi, ne' suntuosi piroscafi tra fasci di luce, scintillar di brillanti, spalle ignude.
Oh, semplici e lieti pini dell'Italia lontana, come eravate lontani oramai dal cuore di Nadina!
Aveva finito per trovar naturale quello strano amalgama di audace e di cauto, di inverecondo e di correttissimo che era nei costumi di quella gente eterogenea. Eterogenea ed eteroclita, eppure uguale e alla pari.
Non dite che l'uguaglianza l'ha creata Prudhomme, che l'internazionale è figlia della mente di Carlo Marx!
In quella gran vita che Nadina viveva, tutti erano uguali, internazionali, cosmopoliti.
Il re delle carni porcine si trovava gomito a gomito alle splendenti mense col re della Borsa e del tappeto verde. I brillanti della gran mondana scintillavano all'unisono coi brillanti della _lady_ aristocraticissima.
Il fumo della sigaretta dell'avventuriero si intrecciava nella stessa sala con le spire della sigaretta dell'erede di un trono.
La _politesse_, la suprema delle virtù, uguagliava e amalgamava quel mondo eteroclito.
E così pure Nadina non provava più disgusto alle letture che doveva fare a _Mrs._ Evelyne. Le subiva.
Letture bizzarre appartenenti ad un'arte così diversa da quella del piccolo Petrarca che aveva portato con sè, letture di cui la strana donna meravigliosamente si compiaceva. E a Nadina conveniva leggere!
Una sete insaziabile di godimento possedeva _Mrs._ Evelyne. Un bell'abito, un bel colpo d'occhio, un bel gesto, uno scandalo del gran mondo, un avvenimento fuor del normale la eccitavano come un liquore prezioso. I casi più miserandi della vita erano da lei riguardati con calma addirittura ieratica. Capace di profondere oro per un capriccio puerile, incapace di spendere un centesimo per asciugare una lagrima.
In quella febbre di sensazioni anormali trovava nei libri il massimo eccitamento. Una mostruosa passione la commoveva sino alle lagrime: gli affetti comuni e santi la lasciavano indifferente. «Saltate — diceva alla sua leggitrice — questi sentimentalismi europei». Ella, insomma, apparteneva naturalmente a quel gran publico per cui esteti e psicologi si affaticano ad elaborare la loro mostruosa arte novella.
No, Nadina non poteva essere così! E nel non essere più quello che era e nel non poter divenire ciò che era _Mrs._ Evelyne consisteva il suo martirio segreto.
Ma sempre e dovunque Nadina si trovasse, e nel vestire e negli atti, faceva capire quale era la sua condizione: ella era e voleva essere domestica, dama di compagnia, nulla più.
Ciò indispettiva la dama. — Fra noi va bene — costei dicea — ma davanti al publico fate male: voi avete graziosissimi abiti, ma non avete _toilettes_. Permettete che ve ne acquisti.
Nadina rifiutò sempre questa offerta.
— Non parete nè meno giovane italiana — concludeva _Mrs._ Evelyne.
***
Era il tempo in cui Amore, il buon statuario, ha compito l'opera sua. Era il tempo che la donna sente il bisogno di far sè devota e sottomessa all'imperio dell'uomo.
Se ciò non avviene cadono in breve le corolle della bellezza, chè questa è la legge del buon statuario.
Ma vi era qualcosa per cui Nadina era invincibile e si irrigidiva.
Se una parola ardente di amore fosse in quel tempo caduta su lei, ella sentiva che si sarebbe trovata miseramente indifesa.
Ma quella gente non amava. Tutte le sensazioni erano a loro possibili, non l'Amore!
No! Mai nessuna parola d'amore, nessuna dolce, timida, cara parola fremente, ma sempre quegli occhi dei re dell'oro fissi invariabilmente su lei come a dire: «Vostro prezzo, _miss_, _mademoiselle_, _fräulein_?» secondo i casi.
Oh, l'ossequio, la cerimonia, la _politesse_!
Un manto di ermellino intatto, ma quegli occhi grifagni e freddi dicevano pur sempre «Vostro prezzo?» E ciò la irrigidiva.
***
Questa vita vertiginosa durò tutto l'inverno.
Quando venne l'aprile _Mrs._ Evelyne trasportò le sue tende a Parigi.
Legata come era alla dama, vi conveniva condurre la vita che a lei piaceva e conoscere quello che ella gradiva di conoscere.
La mattina, in giro pei gran magazzini a provar vestiti e a fare acquisti: dopo colazione la solita passeggiata ai Campi Elisi o al Bosco di _Boulogne_ o talora alle Corse o visite a famiglie della colonia americana: la sera al teatro e, di solito, alla _Comédie Française_.
Gran vita signorile insomma che colse Nadina in un periodo in cui l'anima sua era presso che annientata, la molla della volontà, infranta.
_Mrs._ Evelyne invece era nel suo centro, nel colmo della sua gaiezza; Nadina vinta da una melanconia senza nome.
— Cosa avete, amica mia? — domandava talora la dama — la vita di Parigi vi annoia? — e cercava di distrarla quanto più poteva.
Un brivido, uno sconforto senza nome dominavano Nadina nel trovarsi al contatto di quella enorme fiumana elegante, mentre la carrozza s'incrociava, fendeva, vi s'aggirava per entro: dentro le fiamme di un alito caldo, che non era quello del sole!
Ed era sopratutto oggetto del suo stupore quell'immane accozzaglia di donne, splendenti di rara bellezza, adorne de' più strani abbigliamenti; erano le deturpazioni provocanti del trucco, l'abbagliante scintillio di tanto oro e di tanto orpello sotto quel bel sole di maggio; era quella ridda infernale dei colori più strani, quegli atteggiamenti provocanti e decorosi nel tempo stesso che offendevano voluttuosamente la sua vista, sconvolgevano la sua mente, annichilivano il suo essere. E con gli occhi incantati guardava ma non vedeva.
Chi erano quelle donne? L'Idolo. Perchè cercare o scoprire chi fossero: la virtù o la colpa? il Bene o il Male? Era l'immane Idolo.
Cercava Nadina, con un ultimo sforzo, di frugare in fondo al suo animo per ritrovarvi qualcosa di buono, di santo, di antico. Nulla! Tutto era svanito, come un aroma prezioso di cui si è obliato di otturare il coperchio.