Part 5
Nel prolisso racconto si erano dilungati in luogo solitario, sotto i tigli dove sul vespero vanno a spasso gli innamorati.
Il vento era calato; e le chiome dei tigli riposavano nella dolcezza della notte primaverile.
E Leo fu sorpreso di trovarsi solo a quell'ora tarda con quella donna presso di lui, che gli camminava a canto assai dolcemente, senza interrogare: con quella parola materna, soave come un balsamo sopra una ferita, con quella mano che fasciava di morbidezza pietosa la sua rozza mano: «Povero piccino!»
Sentiva anch'egli il turbamento e la passione del suo dolore insieme alla pietà per se stesso ora che con la parola aveva animate le memorie delle piccole, irrevocabili cose.
Piccole sì, se la lunghezza della vita si misurasse alla stregua che il geometra usa per la materia: e non fosse vero cioè il contrario, cioè che il giorno, il mese e l'anno hanno valore di misura se non in quanto tu li combini con le fasi del vivere, col piacere e col dolore: vere misure della vita!
Come al mattino di estate, se ti levi quando rifulge ancora la Stella, ti sorprende il lento procedere della luce, così è del salire degli anni della giovinezza: e la materia stessa del cervello ritiene soave, come in tabernacolo, solamente quelle memorie: il resto è cronaca che si compone e si scompone ogni dì!
Così Leo rivide la camerata dei compagni crudeli sotto il gaz al mattino, le sentenze del prete Rettore, le ricottine della mamma, le scarpe del babbo, la scatola dei dolci del babbo, rivide anche le speranze del babbo fiorite più del grappolo delle sue viti, più del grano del suo campo amoroso!
Aveva richiamate queste memorie, ed esse erano vive davanti a lui.
Or dunque perchè odiare così gli uomini se essi sono fatti così? Tutto al più sdegnarsi: ma il sole non tramonti sopra la nostra ira, ma i fantasmi dell'odio non turbino il sonno e la notte; piuttosto cerchiamo alcun bene.
«Alcun bene, riposto e lontano!» diceva il piccolo piede di Regina che avanzava agile e sciolto, come a terra lontana. «E la purità delle opere buone discenda sulla vita come l'olio scende sulle onde in procella e le acqueta» diceva la mano di Regina che stringea la sua mano al modo che i piccoli bambini si tengono e si sorreggono quando camminano avanti.
Ad un tratto la mano di lei si staccò da lui, e l'indice si tese indicando davanti a sè: disse:
— Quello è il lumino di una bara!
Il viale dei tigli corre presso l'ospedale, da cui portano via i morti di notte, che così quivi è costume.
Il viale dei tigli era buio: in fondo un lumicino si accostava.
Quando il lumino fu da presso, apparve quello che era realmente.
Cioè una bara.
I due becchini la reggevano e avanzavano con quel loro largo e greve passo che oscilla or da una parte ora dall'altra.
Parve venire addosso la bara: Leo si tolse il cappello, Regina si segnò, della croce di Cristo.
Nessuno avanti, nessuno dietro: il fanale era infisso sopra la bara. Il lume si allontanò.
Quando il lume si fu allontanato, Regina disse:
— Sarà un pregiudizio, signor Leo, ma così senza croce, senza nessuno, fa pena: pare che l'essere nato, che l'essere vissuto sia stata una colpa; e gli uomini ne portino a seppellire le tracce come di un delitto.
— Eppure otto anni or sono, così, per questo viale, qui, più tardi che quest'ora, così fu sepolto mio padre che non ebbe colpe!
— Così senza croce? così orrendamente come di soppiatto? — chiese Regina.
— Così orrendamente! — ripetè Leo confermando — No! via via! via! via, dico! — e le mani di lui ferocemente, villanamente avevano ributtato le mani di lei che lo avevano afferrato alle spalle, al collo, alle guance.
Un enorme singulto aveva gonfiato il petto dell'uomo ed era scoppiato in orrido pianto.
Ella assistette al suo pianto: lì presso, immobile e la mano, levata per appressarsi a lui, non osava e tremava dalla pietà di bagnarsi di quelle lagrime disperate dell'uomo.
Egli si vinse però con uno sforzo supremo, ma bensì fremeva e ruggiva della sua debolezza, della viltà con cui quella confessione era venuta spontaneamente alle labbra, come un rigurgito.
Poco dopo si tranquillò: un esaurimento di forze che pareva dolcezza, subentrò a quello spasimo e disse con voce calma:
— Vedete, è stato così: io faceva qui il primo anno di legge, quando, in questo ospedale, venne mio padre per curarsi di un male che non perdona.
Ogni tanto usciva e mi aspettava qui di fronte all'ospedale, in un sedile, sotto questi tigli. Io non avevo allora un'idea esatta del perchè si muore, e come si muore e perchè muore il padre e la madre.
Non ero, dunque, molto preoccupato e seguitavo la solita vita.
Ma un giorno io lo attesi invano; non venne, e allora entrai con angoscia nell'ospedale: i medici e gli infermieri mi dissero che sarebbe morto presto. Passò la notte dell'agonia, eterna come una vita di dolore: io era presso il letto, la sua mano era sulla mia: i suoi occhi su me: egli si spegneva, io cadevo esausto ai piè del letto, come sotto un letargo potente: mi scuoteva ogni tanto un lume, poi un infermiere, poi un medico, poi un prete e molta luce, poi un gran silenzio finchè la mano di mio padre si staccò dalla mia. Allora mi portarono via di lì.
Fuori era levato il giorno.
Io ero solo e ho dovuto provvedere a tutto.
Venne in cerca di me un mercante di bare che mi condusse nel suo deposito, dove aveva molti suoi soprabiti dei morti, ed io volli comperare la più bella, la più forte bara.
Io ho voluto provare la misura e mi sono disteso dentro, e lui mi diceva: «Oh, ci sta benissimo!»
Allora io compii l'atto macabro con una grande indifferenza: ma da allora qualcosa di quel soprabito dei morti rimase attaccato a me.
Dopo io andai ad un convento di frati e dissi che mio padre era morto e che aveva desiderato una croce e un frate. Io pregavo uno di loro di trovarsi con la croce la sera seguente davanti alla cella mortuaria dell'ospedale. Mi pare che rispondessero di sì ed io quando fu sera aspettai: ma non venne nessuno. I becchini avevano fretta.
I frati, dicendo che io ero studente, forse sospettarono una burla. Avrei dovuto lasciare del danaro per caparra. Ma non sapevo che per l'ufficio funebre di una croce ci volesse del denaro: comunque sia, il fatto è che non vennero. Parliamo d'altro. Ora basta!
Nel ritorno parlarono d'altro e Regina chiese timidamente:
— Nessuna speranza di rivederli di là i nostri cari, quando che sia?
— Nessuna! oramai è deciso!
— Allora tutto qui? Tutto quello che c'è di bene e di male, tutto qui? Ma sa che è poco, signor Leo? Anche tutta la nuova vita che lei disegna dalla cattedra, sa che è poco?
— Mah! Quello che è. La morte è necessaria alla vita: questo è quanto noi sappiamo di certo.
***
Poco dopo si erano lasciati.
Quella notte il sonno non scese sulle palpebre di Leo: un malessere come di febbre, un senso di isolamento nel mondo lo tenne desto e agitato sul letto. Come lunga la sua breve vita!
Il giorno venne, ed egli volle riprendere le sue occupazioni serene, ma non gli riusciva: il mondo in una gran tristezza, in una stanchezza di morte, si allontanava da lui.
Lo stesso come otto anni fa, dopo la morte del padre, quando gli pareva che la gente attendendo alle opere della vita, fugisse, esulasse da lui! Volle vincersi e non ci riuscì. Aperse i libri della scienza e della esperienza, ma i periodi gli si disfacevano, come cosa ridicola e vana, nella mente. Manca il cemento dell'amore ai libri della esperienza e della scienza, e però talora essi franano. Vero è che a certe verità è cosa prudente non accostarsi con il pensiero, e molto meno con la parola concreta!
Ma quando venne la sera seguente e Leo rincasò e sollevò le coperte del letto per coricarsi fu sorpreso nel trovarvi una cosa inaspettata e strana.
***
Era un grosso involto finamente legato: sciolse i nodi di raso e ne venne fuori una magnifica scatola di dolci.
Sollevò i quattro veli di carta e vide dei magnifici canditi che posavano su di un letto di cioccolatte: delle enormi prugne che gemevano il loro rosolio sugli ananassi. I _fondants_, dal tenue lilla e del profumo di vaniglia, si allineavano in fila alternata coi più rari confetti.
E mentre fissava, vide che c'era una lettera, con un carattere che gli era nuovo, e diceva:
«Regina manda questi confetti a Leo. Il male che gli uomini fanno, gli uomini possono riparare in qualche misura.»
E Leo contemplò a lungo quei dolci senza toccarli. E gliene veniva una sensazione nuova e pietosa. Se il mondo pareva allontanarsi da lui, la donna veniva a lui e bastava per tutto il mondo.
Una mano carezzevole si accostava senza ripugnanza e senza paura alla piaga del suo dolore, ed era la mano di Regina timidamente levata nel desiderio di bagnarsi del pianto di lui!
Ne sentiva pietà, confusione e gran dolcezza insieme.
«Domattina la rivedrò!» pensò con piacere come avesse pensato: «Domattina rivedrò il padre mio!»
Manifestamente esisteva una comunione di spiriti tra quella viva e quel caro morto: una voce era partita dalla bara e aveva parlato a lei, e quella soavità senza nome che gli distillava nell'animo ebbe virtù di calmare il pensiero e chiudere gli occhi nella dolcezza santa del sonno.
Era ben tardi: la candela, sibilando, si distruggeva nello spegnersi.
***
Rideva l'alba al mattino; le lagrime della notte splendevano come le gocce della rugiada che la rosea aurora rinfranse.
Le rondini squillavano festose sotto la gronda.
Egli si destò: sorrise dei suoi fantasmi, si placò nella sua passione: il sogno doloroso cedeva alla realtà ed alla ragione. Tuttavia la scatola dei dolci rimaneva ed egli disse: «Povera ragazza! questo è stato un pensiero gentile. Bisognerà andare per ringraziarla!»
E disse queste parole forte quasi per persuadersi al suono delle parole che l'animo non diceva di più. Ma in verità, l'anima di Leo voleva dire di più.
E Leo andò in casa di Regina. Se non che quando la signora di casa gli aperse, egli si avvide che era troppo presto per una visita, e ne ebbe pentimento e voleva ritornare. Ma gli fu risposto che a quell'ora Regina era sempre levata.
Egli si sentiva assai turbato, assai impicciato. Le semplici parole: «Il suo pensiero è stato molto gentile ed io vengo adesso per dirle grazie» gli parevano poche. Bisognava dire qualche altra cosa. Anche il farsi rivedere da lei lo turbava.
Ma lo tolse dall'impaccio Regina che gli venne ella stessa in contro festosamente così come era.
— Così come sono, in un _déshabillé_ poco adatto per ricevere dei professori di Università — e così gaiamente lo presentò alla sua padrona di casa e gli fece strada nella sua stanzetta.
— Ha trovato buoni quei confetti? Non li ha assaggiati? Ingrato! Io, uno ne mettevo nella cassettina, uno ne assaggiavo. Adesso perchè è uomo non è più goloso come una volta? Peccato: un piacere di meno! Ma badi a me, non stia a girar gli occhi per la stanza. Quello che c'è di meglio sono io, guardi me, invece di guardare la penna d'airone, quella che fa venire il mal di mare alle persone per bene.
E Leo guardò Regina: La guardò negli occhi buoni, nella fronte serena.
— Povera ragazza! — disse in fine Leo.
— Oh sì, molto povera e poco buona! — disse ancora celiando Regina.
Ma non ne ebbe più tempo di celiare perchè le mani di lui erano state invincibilmente attratte da quella ricca chioma scomposta e ci si erano immerse senza opposizione, facilmente sino alla nuca, con un senso voluttuoso come di penetrare entro un'anima docile.
— Povera ragazza! — ripeteva, nè altro dicea e s'avvide che quelle due parole avevano avuto la virtù di far tacere le vivaci espressioni di lei e di far lagrimare quelle pupille: e come la testa di lei stringea sul suo petto, così sentì il tepore ardente delle lagrime di lei gettare alimento di nuova vita dentro il suo cuore maschile.
***
E fu così che Leo amò Regina.
IL TRIONFO DI NADINA.
Nella famiglia di Nadina, dopo la morte del padre, la colazione del mezzodì venne un po' per volta a confondersi nel caffè e latte mattutino, ma il decoro degli abiti non subì modificazioni visibili.
Il fruttivendolo dimenticò di portare il solito cestello di frutta; ma il grazioso appartamentino che abitavano, vivo il padre, non fu sostituito con altro di minor prezzo.
Mancò il vino in cantina, ma non mancò una tazza di tè per le amiche.
Con questi umili espedienti fu conservato il decoro esteriore: la qual cosa pareva alla vedova quasi un dovere verso la memoria di quel povero morto, così laborioso, così felice tra i suoi figliuoli, e portato via così presto!
Ma le risorse del capitale erano pochine davvero: un rivoletto sottile e intermittente, un lucignolo che vive perchè non muore: fosse almeno bastato finchè i figliuoli avessero avuto un posto, e prima di tutti Nadina! Perchè molte erano le speranze in Nadina.
La mamma, volgendosi indietro — se ella pure fosse mancata — vedeva Nadina: i fratellini, guardando avanti, prima della mamma vedevano Nadina.
— Guai se il babbo, in paradiso, sa che tu non sei stato buono, Giulio! che tu, Rina, non hai fatto il compito, che tu, Righetto, non ti sei lavata bene la faccia! — così ammoniva Nadina: ma non c'era bisogno di ammonimenti. Erano così buoni quei tre cari, così pietosi con quegli abitini neri! Il babbo? Un nome, un simbolo oramai per loro, avvertito prima dall'abito nero, poi dal crespo nero al braccio che durò assai tempo, e — talora — da una carezza della maestra che diceva:
— Poveri piccini!
Lo stomaco, tuttavia, avvertì una maggior dose di polenta e di fagiuoli in luogo della frutta e dei dolci di una volta: ma lo stomaco quando il cuore non palpita e la pupilla non lagrima è un organo che trova in sè facili compensazioni.
Non così Nadina: non per effetto della polenta e de' fagiuoli, ma perchè pensando al padre l'occhio avrebbe lagrimato spesso se non si fosse fatta forza nell'animo.
Ma la forza spesso non bastava e cadevano le lagrime silenziose.
Tutte, dunque, le speranze erano in lei, in Nadina, e speranze fondate!
Nadina parlava spedito il francese, scriveva con sicurezza e con garbo, apprendeva con facilità, disegnava benissimo. Sapeva inoltre egregiamente tagliare e cucire, fare un rammendo, un ricamo, e — virtù che le giovanette vanno perdendo di giorno in giorno — non disdegnava sorvegliare i fornelli e con la cura dar sapore alle povere vivande e variarle con arte. E benchè ella avesse un naturale talento per il bello e per lo studio, pur tuttavia un dolce istinto muliebre la conduceva spesso in un angolo caro per raccogliersi e lavorar d'ago, poichè attorno a lei la stanzetta, da lei rassettata, splendea.
«Brava la mia Nadina!» diceva il ritratto del povero morto.
E gli occhi di Nadina non lagrimavano perchè era forte e fiera, ma il piccolo vivo cuore, entro il petto di palpitante alabastro, mandava un guizzo d'amore.
Nadina inoltre era bella.
Ella era allieva dell'ultima classe magistrale.
E se la signora professoressa di disegno che aveva studiato estetica e anatomia, e se la signora professoressa di pedagogia che aveva studiato psicologia e fisiologia, e se la signora professoressa di ginnastica che aveva studiato anche lei qualche cosa in proposito si accordavano nell'affermare che Nadina era bella — anzi una bellezza — bisogna proprio credere che fosse tale veramente giacchè non è facile trovare tre donne d'accordo sul valore di un'altra donna.
Testa classica su di un collo ammirevole! Amore — il buon statuario — attendeva di dare luce e grazia a quel volto, fascino e risalto femineo a quella persona ancora di snello efebo.
Giacchè la pubertà, da poco fiorita, essendosi — come vento con vento contrario — abbattuta nel dolore, splendeva a pena nelle grandi pupille sotto la fronte sottile.
Tutto al più la signora professoressa di italiano correggeva il giudizio delle colleghe dicendo:
— Sì, ma una bellezza fredda! glaciale! insensibile! Non lo si vede dai compiti?
Ora bisogna sapere, a giustificazione di Nadina, che quella signora professoressa di italiano era un'ardente seguace della scuola estetica: tanto più ardente in quanto che era in ritardo; e i preziosi anelli, gli amuleti, le pietre, gli argenti che portava al collo, alla vita, alle dita; i preziosi aggettivi, le rare parole di cui costellava il suo dire; le supreme delicatezze, le audacie e i pudori non bastavano più a renderla estetica. Ella, poveretta, si sforzava a veder simboli, figurazioni, reconditi sensi e riposti colori in ogni cosa più semplice: un frutto era per lei un omaggio religioso della Terra: il tovagliolo della mensa si trasfigurava spesso in un Altare: bere un bicchier di latte simboleggiava un olocausto alla Purità.
Il modo di allacciare le scarpe, di modellare il taglio dell'unghia aveano un profondo significato per questa infelice. Ed era così commossa di questa sua penetrazione sensibile nell'anima delle cose che, se anche non sveniva, parlava sempre come persona che sta per svenire.
— Non vedete? non intendete voi tutto codesto che non appare, ragazze mie? — diceva alle scolare. — E quelle povere ragazze si dovevano sforzare a vedere tutto codesto.
Nadina era quella che ci vedeva meno. Per Nadina un tramonto melanconico di settembre era semplicemente un tramonto, ma per la professoressa era invece «un lento dilagare di luce tranquilla, di colori blandi evanescenti, di fluttuanti penombre morbide, indugianti nel pigro crepuscolo vesperale».
Ma anche senza pietre, senza simboli, senza anelli, senza aggettivazioni Nadina era estetica.
La egregia professoressa si faceva mangiare molto del suo stipendio dalla sarta e trottava tutto il giorno e si sfiatava per la cuffiaia e pel mercante di mode. Ma non riusciva a vestire come Nadina.
— Chi è la sua sarta? la sua cuffiaia, signorina? mi dica!
— Non lo so, signora, fa la mamma!
***
Il tempo passava dolcemente per Nadina, in quel dolce salire al vertice dei venti anni, senza impazienza, senza risvegli, senza passione.
— Che cosa ne farò, signora, di questa mia figliuola, adesso che ha il diploma? — domandò un giorno la madre alla Direttrice della scuola, che era una savia signora — la maestrina? la commessa di negozio? o la farò andare avanti negli studi?
— La commessa intanto no, cara signora; troppi pericoli, troppe tentazioni, e poi una vita falsa per la donna. La maestra in campagna? Ma chi è abituata in città mal vi si adatta. Ecco, tenti i concorsi del Comune e intanto la faccia studiare. So che ha molta disposizione per il disegno. Segua l'inclinazione, la mandi all'Accademia: dopo potrà aspirare ad un posto più conveniente; e poi creda, la sua signorina troverà di meglio prima ancora di avere il diploma. Così consigliò la buona Direttrice.
Nadina esultò dalla gioia quando seppe la decisione materna. Studiar pittura! Era il suo sogno segreto, la sua cara ambizione.
Per quattro anni visse felice all'Accademia, nella cara dimestichezza dei maestri, delle liete compagne, dei condiscepoli sciamannati e chiassosi.
Ma l'Aspettato non venne.
Vero è che ella non lo cercò nè lo attese: gli stessi condiscepoli avevano per lei un rispetto superiore a quello che si potesse richiedere. Quei poveri ragazzi le cui vanterie e le cui conquiste erano di un'audacia incredibile, al passaggio di Nadina si toglievano la pipa e salutavano abbassando l'ala dei gran cappellacci all'artista che sono una specie di anticipazione sulla futura gloria dell'arte.
Quanto bene volevano alla loro avvenente e signorile compagna! quanta festa il giorno in cui il professore di plastica volle modellare la bella mano di lei!
Ma chi avrebbe osato farle la corte sul serio? chi rivolgerle una parola d'amore? E ben sapevano che ella si occupava di amore! Un libriccino, legato con antico cuoio, che ella leggeva talvolta da sola negli ambulatori, era stato scoperto: «Le rime di Messer Francesco Petrarca»: vecchio libro di casa, testimone di antiche gioie spirituali per qualche antenato della sua famiglia.
Ma chi di quei poveri figliuoli, spesso in litigio crudele con lo stomaco, avrebbe a quella pura a quella sicura vergine rivolto la parola sublime? L'amavano tutti insieme. Ella dominava quella venerazione e sentiva un'ebra lietezza nell'essere donna. Conobbe in quel tempo rinomati artisti, ebbe dimestichezza con qualche canuto signore dell'arte e del pensiero, ma da pari a pari, perchè l'aureola della fiammeggiante e virtuosa bellezza era corona di nobiltà non inferiore alla gloria.
***
I dolori vennero poi quando ella, già donna, dovette lasciare l'accademia e guadagnarsi la vita. Quelle poche volte che si recò da personaggi autorevoli per commendatizie e favori ne uscì disgustata e in rivolta.
Gli occhi avidi la percorrevano tutta, scrutandola come per cercare qualcosa che in lei fosse e non era, come per dire: «così bella e cercate un posto da poco rame?» e non v'era offesa in queste parole: era giusta meraviglia per il tesoro della non comune bellezza, cui Amore, il buon statuario, già dava visibili rilievi.
Benchè vestisse con molta semplicità, tuttavia la sua persona avea bisogno di alcune rare finezze: era inutile per lei il monile d'oro, il profumo, la penna d'oriente; non inutile il guanto squisito, non inutili i puri lini costosi.
E quella finitezza aristocratica del vestire avea parvenza di gran dispendio e faceva dire alla gente: «Così riccamente vestita e cercate un ufficio di poco rame?»
Ebbe tuttavia qualche scuola, qualche commissione di ritratti e di quadri e qualche guadagno ne ritraeva, ma la sua femminilità domandava — non sapea ella come — maggior servitù e dispendio, quasi come un nume che si imponesse entro di lei e a cui ella stessa dovea rendere omaggio.
Conveniva cioè pagare l'opera d'Amore, il gran statuario, che al suo servigio destina la bellezza muliebre.
S'accorgeva inoltre Nadina che il sogno dell'arte che sui diciotto anni pareva facile, era invece difficile cosa e lontana. Così la montagna pare di agevole ascesa quando è vista da lungi e, quando vi si è per entro, atterisce e conturba.
Teste di bimbi, ritratti di donne, adorne tele, sì, il pennello di lei compiva con precisa eleganza, ma dare anima ai fantasmi del bello, impossibile!
Nadina lo sentiva, e il pennello cadea con tristezza dalla mano.
Il pennello dicea: «Fibra virile e di titano la mia arte strugge e pur domanda, o fanciulla!»
Dicea lo specchio: «Non te ne avvedi? L'arte e la bellezza sei tu! Due cose esser non puoi per la contraddizione che nol concede».
Talora un languore molle la possedeva e la tenea trasognata nel suo studiolo a rammendare con sottile arte un suo guanto, un suo indumento, a togliere una macchia dalle sue vesti.
«Povera figliuola!» diceva l'effigie del babbo.
***
— Mamma — disse un giorno Nadina — se questo ritratto lo pagheranno bene sai che faremo? Andremo al mare, in qualche stazione modesta e di poca spesa: anche lì dipingerò, farò degli studi dal vero. Una sposina vuole ornare il suo salotto e accolse la mia proposta di due marine. Ma più che altri è il medico che domanda per questi ragazzi un poco d'aria e di sole. E un po' di sole, un po' di viaggio anche per me dopo tanto inverno!
***
Fu così che in quell'estate la famiglia di Nadina si recò al mare.
Si recò in una spiaggia ignota non che ai manifesti ed ai _Baedekers_, ma finanche alla comune geografia.
È un villaggio di pescatori in su le gran dune del mare.