Trionfi di donna (novelle)

Part 4

Chapter 43,878 wordsPublic domain

Se non che Regina guardava più specialmente il volto dell'oratore. Ella inoltre era ignara del tutto di certe teorie, di certe voci e ne chiedeva contezza, ed erano come dei supplementi di lezione che Leo era obbligato ad impartire fuor dell'aula a questa troppo diligente scolara; e una volta, d'aprile, Leo fu sorpreso di trovarsi sotto i tigli suburbani in compagnia di Regina. Ma i tigli furono anche più sorpresi di Leo. I tigli odono tutte le coppie che si attardano sotto le loro ombre, ragionare di amore.

Quella coppia invece, di Leo e di Regina, in quel vespero d'aprile parlava e dissertava di filosofia. Leo era ottimista. Regina pessimista più che mai.

— Via, signorina, parliamoci chiaro — disse in fine Leo — per voi donne l'umanità consiste e si compendia in un uomo solo: il mondo è buono o il mondo è cattivo secondo che l'uomo con cui avete avuto a che fare vi ha trattato bene o vi ha trattato male. Questo modo di giudicare è troppo soggettivo: facciamo una cosa più semplice: parliamo in tal caso di voi. Il vostro amante vi ha lasciata? Il vostro ex amante ha preso moglie? e vi pare che tutta l'umanità si debba risentire di un fatto che riguarda voi sola? Io posso essere dolente per voi, cara signorina, ma noi siamo immuni da ogni colpa nella vostra questione personale.

— Ed è tutto qui lo sbaglio, caro signore, — disse Regina — sa lei quale è la vera questione sociale? La donna! Un uomo mi ruba il capitale della vita: un uomo, freddamente, un bel giorno viene e vi fa questo discorso chiaro, come mi fece il Torri: «Tu mi ami, è vero? Ebbene, io ho bisogno di un sacrificio dal tuo amore. Io voglio far carriera nella vita. Se io sposo te, ecco quale è il nostro avvenire: un posto di ginnasio inferiore in Sicilia od in Calabria per me: il mestiere di lavapiatti per te: una mezza dozzina di figliuoli da sfamare per ambedue. Ora questa prospettiva non va per me, e credo che tu pure avresti a pentirtene in breve. Ora io voglio fare una carriera splendida e una vita bella. Per tutto questo ci vuole una base economica.» Egli, capisce, Leo, ragiona come voi socialisti: la base economica!

«Dunque — proseguì lui, l'infame — un giovane, anche d'ingegno, anche di buona volontà, se non parte da una base economica di almeno cento mila lire, lavorerà nel vuoto per tutta la vita, e finirà miserabile come ha cominciato. Ora io ho trovato, non cento, ma cento cinquanta mila lire sotto forma di una signorina che i suoi genitori sarebbero felicissimi di darmi in isposa.» Questo in poche parole fu il ragionamento semplice, positivo, pratico che mi tenne il Torri. Così disse e così fece: sposò la sua signorina: un mostriciattolo dai capelli di stoppa e dalle linee rette, e mi piantò come una bella carota. Ebbene, quest'uomo seguita ad essere un galantuomo, un gentiluomo: finirà onorato, stimato, accademico, cavaliere, commendatore. E io cosa sono? Una ragazza vilipesa ed indicata a dito! Ora, finchè simili infamie sono permesse nel mondo, il mondo sarà sempre in rivoluzione. Vi sono tribunali per questi delitti? No! Che cosa rimane da fare ad una povera giovane? Darsi alla mala vita? Uccidere il traditore? Veda — questo voi altri nella vostra sconfinata presunzione maschile non la capite — per fare una di queste due cose bisogna averci l'istinto.

Gli occhi di Regina così parlando balenarono di pianto: e in omaggio all'antico assioma che l'ira muliebre domanda sempre una vittima, prese il guanto e se lo strappò.

Leo, il parsimonioso, Leo, lo spirito esatto, si chinò e raccolse il guanto.

— Quando sarò deputato, signorina, giuro che sosterrò la legge americana sulle promesse di matrimonio non mantenute. Contenta così? Intanto prenda il suo guanto.

— Scherzi pure, caro signore, che ne val la pena! E non le ho detto ancor tutto. Deve sapere che io per amore di lui non ho potuto prendere la laurea, e adesso che son giù di studi, ho paura di non poterla prendere più, e tutto questo perchè? Perchè in vece di studiare per me, mi sono messa a lavorare per lui.

— Ma se io per quasi un anno la vedevo così assidua alla Biblioteca a studiare! — disse Leo.

— Bravo! appunto quello! Sa, è vero, come fanno adesso i professori giovani a far carriera? Fanno certi lavori che un tempo li eseguivano i vecchi eruditi, quando avevano perso il vigore e non erano più buoni da niente e non sapevano come impiegare gli ultimi anni. Si pigliano dei codici, delle stampe rare e si comincia a fare uno spoglio di citazioni, di varianti, di virgole. Con tutto questo materiale si compone un volume che pare il catalogo di un farmacista; questi sono i lavori di carattere scientifico coi quali si fa carriera. Oppure si trova che Dante ha usato la parola _camicia_. Ebbene, si fa la storia della camicia del tempo in cui Adamo ed Eva adoperarono per tale uso la foglia di fico sino alle camicie di batista tagliate sulla linea del corpo come si costuma adesso: e questo si chiama spiegar Dante. Ma per fare un lavoro simile bisogna sfogliare una Biblioteca.

Se non che quel galantuomo di Torri non aveva nè voglia nè tempo di star lì ad ammattire sui libri e mi faceva lavorare per lui. L'eterno sfruttamento della povera donna!

«Quando però è innamorata, se no...» — sorrise pensando Leo nel suo vivo core.

— Ogni sbaglio che fai — mi diceva — un giorno di più di ritardo nelle nozze.

Si figuri come lavoravo!

— Aveva dunque promesso di sposarla?

— Certamente: anticipò anzi qualche schiaffo.

E Regina scagliò lungi da sè anche l'altro guanto!

***

E se Regina aveva fatto queste confidenze a Leo, cosa più sorprendente fu quando Leo s'accorse d'aver confidato se stesso a Regina: la storia della sua adolescenza: un segreto semplice e doloroso sepolto nel suo cuore. Perchè lo aveva svelato a lei?

Perchè lei gli aveva chiesto:

— E perchè questo odio?

Ed egli le aveva detto perchè odiava.

Ciò era avvenuto dopo una lezione di Leo.

Nell'aula era passato un impeto d'uragano. Fuori delle gran finestre gravi nubi immote, cariche di elettricità, toglievano il giorno: l'uragano della materia: dentro l'aula l'uragano del suo spirito. L'aula era stipata di uditori. Il bidello aveva acceso due candele sulla cattedra. Come si accese, si agitò di tempesta la scientifica parola di Leo? Si accese nel modo stesso che la nube nera e immota vien squarciata dalla folgore. Aveva obliato la definizione e la statistica: aveva parlato folgorando del diritto sacro alla vita, del dolore e del patimento umano che dura da secoli e si rinnova sempre: dell'ingiustizia e della frode che bisogna svellere in nome di una giustizia nuova ed audace. «E chi ci si oppone sia schiacciato!» Sprigionavano scintille d'odio dalle sue parole.

Quando la folla si dileguò, Leo taceva.

Col capo chino, pareva sorpreso egli stesso della sua violenza e parea domandarsi:

«Perchè mi sono lasciato vincere? perchè ho parlato così?»

E fu allora sotto i portici solitari, mentre le nubi nere trascinavano via il giorno e la pioggia, che Regina, toccandogli la mano ardente, gli chiese:

— Ma perchè questo odio? lei cui la fortuna assiste e l'avvenire sorride?

Era, vero: esistevano dei giacimenti di odio nell'anima sua, generata da uomo e da donna. Poteva essere l'effetto dei calzoni corti e delle invariabili colazioni di pane e salame che rimontavano nauseabonde alla gola. Sì! Giacchè si ha un bel gridare: «Viva la sobrietà!» ma in fine secca vedere della gente che mangia tartufi e fagiani sotto i vostri occhi, impudentemente! Poteva essere il ricordo della sua avvilita e dolorosa adolescenza in otto anni di collegio. Anzi, era! Ma sopra tutto era l'orgogliaccio soffocato, l'ambizione spasmodica, erano tutte le idre che fanno nido nell'animo dei nati dall'uomo e secernono e laborano il rodente veleno dell'odio. Ciò che Cristo non volle! Se Leo fosse stato uno dei tanti rimasti schiacciati nell'attrito della vita, idra e veleno sarebbero periti insieme. La miseria cronica è il più terribile degli anestetici! Ma oramai Leo avea cominciato a salire: il maledetto salame cotto — ricovero di ogni rifiuto organico — era serbato ad altri: ora lui era nutrito, vestito. La gente ascoltava la sua parola e perciò le idre non spente dal gelo, ma animate dal sole, sibilavano. Ciò che Cristo non volle!

Che rispondere alla donna che aveva indovinato?

La parola già animata e turbata di Leo discese allora, quasi con voluttà, a parlare di sè. Poteva essere una giustificazione ed anche una deviazione alla domanda: «Perchè questo odio?»

Come la nave sbattuta dalla tempesta, se può ricoverare in un porto o nella rada, fende con la violenza impressa il nuovo tranquillo specchio delle acque; così Leo agitava le memorie della adolescenza con il fremito e con la passione di allora, ed ella ascoltava la parola dell'uomo come se la trama della vita di lui s'intrecciasse con i fili della sua vita.

Disse Leo:

— Voi, cara, che vi meravigliate della mia audacia, sappiate che io, a undici anni, ero non timido, ma timidissimo. Pensate: io, figlio di un modestissimo possidentuccio di campagna, trovarmi fra camerati di cui uno era marchesino, l'altro contino, l'altro ricco bastardo, l'altro figlio di un generale, di un capo divisione, di un banchiere, di un ex ministro, di un milionario e via via! Avevo vinto un posto gratuito in uno dei più reputati collegi nazionali del Regno: di quei collegi che _hanno in proposito l'educazione morale, intellettuale ecc. congiunta coi buoni abiti corporali._ Questa era l'etichetta che ho ancora in memoria.

La borghesia e la plutocrazia vogliono fare sfoggio di una umanità che non hanno, e sono punite alimentando i loro futuri becchini. _Sport_ imprudente! Questa almeno è la storia mia e della borsa di studio, regalata a me, figlio di un umile lavoratore. Quando entrai in collegio, il nome che mi fu dato subito dai compagni e che portai sino al liceo, e anche dopo, fu quello di _Corame_: nome indegno e sudicio a cui non mi rassegnai mai! E tanto più ne soffrivo in quanto non potevo vendicarmi. Se ne potrebbe ricavare una buona massima di morale pratica: «non offendete mai gratuitamente!»

Perchè questo sudicio nome? Ecco:

I miei aristocratici compagni avevano quasi tutti delle bellissime mamme. Inutile dire a voi, che siete donna, quanto la perfetta e ricca eleganza aiuti a formare il supremo bene per una abbondante metà del genere umano: cioè la bellezza: la quale, in fondo, è una forma di imperio! Ne convenite? Queste mammine nelle ore della visita avevano delle frenesie, degli accessi di amore pei loro figliuoli, forse per compenso dell'oblio in cui li lasciavano per tutta la settimana.

E nel parlatorio, dopo quell'ora mondana, rimaneva un profumo di essenze e di muschio, insieme all'odor del cioccolatte, della vaniglia e delle paste sfogliate di cui, insieme ai baci, rimpinzavano i loro figliuoli, scialbi, slavati, dalla fisonomia viziosa e stupida di tanti S. Luigi che prendono la comunione.

In quelle ore di visita, io, che non avevo nessuno che mi venisse a trovare, rimanevo in camerata con altri due o tre disgraziati senza famiglia.

Una volta chiamano anche me in parlatorio.

Figurarsi che festa: metto la tunica nuova, mi lucido le scarpe e scendo giù.

C'erano in un canto mio babbo e mia mamma che mi venivano a fare una sorpresa.

Ma cessata la confusione del primo incontro e del primo abbraccio, mi avvidi che le parole di quella folla signorile erano sospese e gli occhi malignamente rivolti su di noi tre.

Intuii, tacqui, mi irrigidii.

Mia madre e mio padre, invece, erano così felici che attorno a loro non c'era nessuno.

Mia madre parlava ben forte e dava tutte le notizie di casa: mi avrebbe voluto portare una ricottina, di quelle che mi piacevano tanto, ma siccome i regolamenti proibivano di portar _roba mangereccia_, non aveva voluto trasgredire alla legge. Mio padre, avendogli io scritto che soffrivo di geloni ai piedi, liberò da un grosso involto e mi fece ammirare un superbo paio di scarpettine da inverno.

Quando risalimmo in camerata — gli altri a gruppi rumorosi e con gli scroscianti cartocci dei dolci — io, solo, tenendo in mano quelle povere fatali scarpe, il mio sopranome era già formato.

Mia madre venne chiamata la _ricottara_, mio padre _Crispinus_ ed io _Corame_.

La scoperta di questi tre nomi li divertì moltissimo per vari giorni: ma io versai molte lagrime segrete che nessuno asciugò e perciò esse, seccandosi, hanno formato quella durezza che si chiama odio. Per molte notti pensai: io rividi il campo del grano nel sole, il pergolato, l'orto ricco di maggiorana dove lavorava mio padre: rividi la fonte dell'acqua viva, la siepe di spino bianco dove mia madre stendeva i lini ad asciugare, cantando, e mi domandai: «Perchè mi strapparono dall'amorosa terra? Perchè tutti questi libri?» Ma il mio raccomandatario, umilissimo uomo anche lui, mi assicurò in segreto, come fosse un mistero, che da quei libri bene ismossi, come già i figli del vignaiuolo nella favola ellenica, avrei trovato il tesoro. Tesoro non so, ma vendetta, certo! E inghiottii le lagrime e stetti attento sui libri. E allora cominciò la persecuzione terribile e stolta: «Sporca il libro a _Corame_! Butta la palla, intinta di inchiostro, sugli abiti di Corame, così suo padre da _Crispinus_ diventerà anche _Sutor_ e gli porterà un abito nuovo nel giorno di visita.» A me delle macchie e dei castighi importava poco oramai: era l'idea che mio padre doveva lavorare di più per farmi i calzoni o la giubba nuova, quella che mi faceva fremere in segreto; sempre in segreto e mandare giù, e studiare, giacchè _Corame_ studiava e vinceva con la rassegnazione e con la pazienza — armi terribili — quella crudele protervia. Le vendette lasciarono il posto alle imposizioni, alle prestazioni servili: «_Corame_, dammi il lavoro di latino, dammi da copiare il problema» e così via, e Corame ubbidiva.

Le sole varianti in questa vita uguale di otto anni erano le uscite col detto raccomandatario. Buon diavolo di maestro, carico di figliolini piccini e di compiti da correggere, che era una pietà.

Lui passava il mese d'agosto in campagna dai miei, e per compenso mi veniva a prendere nei giorni dell'uscita, Pasqua, Natale, Statuto, ecc. Il buon uomo, per pagare il debito di ospitalità, si credeva in obbligo di riversarmi a dosso un supplemento di buoni precetti morali e pedagogici. In verità io non ne aveva bisogno ma egli affermava che _melius est abundare quam deficere_.

Insisteva poi con specialissime cure nell'estirpare un mio grave vizio, quello di essere _republicano_. Già, in collegio io acquistai il titolo di republicano. Perchè? Non lo so, nè mi ricordo di averlo mai detto, nè di averlo pensato, ma i miei compagni lo ripetevano sempre e con tanta convinzione che mi persuasi che proprio io dovevo essere tale veramente.

Dimostrava il mio ottimo raccomandatario che non è lecito ad un giovane per bene essere republicano. «Republicano al tempo di Catone, di Cicerone, di Muzio Scevola, di Collatino e di Bruto va bene: ma dopo, no! il nome stesso republica si presta bensì all'esercizio di una declinazione composta: nominativo _res publica_ e genitivo rei publicæ, come _ius iurandum_, genitivo _iuris iurandi_. Ma questo è il solo vantaggio che noi possiamo ricavare dalla parola _republica_.» Giacchè il povero uomo scivolava per effetto della lunga abitudine sempre nelle declinazioni.

Però era il solo che fosse sincero e mi volesse un po' di bene.

Egli, in quelle solennità, mi veniva a prendere verso mezzogiorno, dopo colazione, quando già tutti i compagni erano usciti.

— Bondì, _putèlo_! oggi è un giorno che ci divertiremo — dicea — La colazione l'hai già fatta? Sì? Tanto meglio; così avrai più appetito per il pranzo. Intanto andiamo a comperare un bel dolce!

In quell'età, verso i quindici anni, io amoreggiavo letteralmente con certi speciali dolci, come è a dire i canditi, i _fondants_, le creme, le cioccolate, quei dolci siropposi che gemono icore e colore da tutti le parti. Ci lasciavo gli occhi nelle passeggiate! Ma il mio raccomandatario si accontentava di comperare una di quelle squallide ciambelle come se ne mangiavano anche in collegio.

Giunti a casa, doveva giocare e far divertire i suoi molti figliuoli: dalle tre alle cinque su e giù in piazza alla musica, dove mi vergognava a fianco del soprabito ritinto del raccomandatario, che era appunto il più umile e spregiato professore del ginnasio.

Alle cinque, pranzo col lesso di pollo, un piatto d'arrosto, dolci e bottiglia di vino moscato, la cui stappatura era una cerimonia: tutto ciò con la raccomandazione di bere e mangiare molto «perchè di questa roba tu non ne mangerai in collegio di certo.»

Alle sette, a spasso con tutta la famiglia. Io avanti a dar la mano ai piccini, dietro i coniugi, infine la nonna e la fantesca che in quelle occasioni solenni otteneva di lavare i piatti al mattino. Io arrossivo e fremevo di trovarmi in quella processione!

D'inverno, si andava a mangiare la panna montata con le cialde, d'estate a sorbire il gelato.

Alle otto precise, ritorno in collegio.

Giunto alla presenza del rettore, venivo riconsegnato regolarmente.

In quelle occasioni il rettore si ricordava che anch'io ero uno dei cento venti infelici, soggetti alla sua giurisdizione.

Levava il dito all'altezza della fronte, corrugava le ciglia e mi scatenava senza motivo un'esortazione morale preceduta da un «_Macte animo! Principiis obsta! Cursus in fine velocior! Obœdite prepositis vestris!_ Seggendo in piume in fama non si vien nè sotto coltre ecc.! Itala gente, se virtù suo scudo su voi non stende libertà vi nuoce!»

Il raccomandatario con la zucca pelata e scoperta, chiosava sorridendo e sorbendo il dolce e la saggezza di quelle parole che evidentemente formavano parte degli annessi e connessi all'ufficio di rettorato, per rendersi meritevole del ventisette del mese.

Per mio conto, senza giungere allora tanto in là, sentivo un odio implacabile quanto ingiusto contro Ovidio, Orazio, il Petrarca, contro tutti questi poeti e filosofi, divenuti carabinieri ed aguzzini al servizio del rettore. Il quale con uno schiaffetto episcopale mi accomiatava.

«Attento alle cose dette!» ammoniva il raccomandatario con segreta significazione, e si riferiva alla Republica, genitivo _rei publicæ_.

Con le dame che venivano poi in ritardo il _Principiis obsta_, e il _Macte animo!_ erano detti con un tuono tale che tutta la colpa era di Ovidio e di Orazio: gli inchini erano inoltre così profondi, le parole di indulgenza così convinte che non si avvedeva degli enormi contrabbandi di caramelle, cioccolatte, pasticci d'ogni maniera.

Si sentiva sino ad ora tarda in dormitorio sgretolare dolci, e ogni tanto a me: «Ehi, _Corame_, ti sei divertito? era buona la panna? Con un franco ne danno da riempire un pitale. E il pranzo era buono in casa di _Gattina arrabbiata_! Per un republicano di Sparta basta la broda nera.»

_Gattina arrabbiata_ era il sopranome del raccomandatario.

E, a proposito di dolci, mi ricordo che una volta mio padre me ne comperò una scatola, seguendo le mie precise ordinazioni. Il contrabbando fu eseguito felicemente: chiuso nella mia stanzetta, dopo essermi bene assicurato che nessuno mi vedesse, alzai devotamente i quattro veli di carta ricamata che coprivano la scatola. Un tesoro! I marroni canditi gemevano il loro rosolio sugli ananassi e su certe meravigliose prugne verdi, grinzose, dense. I _fondants_, dal lilla tenue al rosa ardente, erano allineati su di un letto di cioccolatte finissima.

Povero babbo mio! mangiando quei dolci, io mi comunicavo con lui come i credenti comunicano con Cristo quando sulle labbra loro si posa l'ostia consacrata. Lagrimavo di commozione e di gioia.

Dove nascondere il meraviglioso dono? A quale angolo confidarlo? Il tempo stringeva. La stanzetta povera, nuda, non offriva alcun nascondiglio. Alzai il capezzale e sotto vi occultai la scatola.

Al mattino seguente in camerata, dalle sei alle otto, era tempo di studio, a lume di gas.

Ma per capir bene, bisogna che sappiate come fra quei marchesini, fra quei S. Luigi blasonati, esistesse una vera e perfetta camorra.

Date un ambiente sociale falso e viziato, e voi avrete naturale e spontaneo il fenomeno della camorra, nel modo stesso che se non rifate il letto e la stanza, vi si annideranno le cimici. Il linguaggio simbolico, i segni di riconoscimento, l'astuzia e la violenza collegate insieme, il segreto, la vendetta, l'_omertà_: non mancava niente! Mi stanno ancora alla mente certi fenomeni di depravazione e di raffinatezza del vizio che se li leggessi in un libro di patologia, stenterei oggi a crederli. I prefetti stessi subivano, che v'ho a dire? il fascino di quella corruzione: molte volte la alimentavano essi stessi spiegando in segreto alle avide orecchie, ai viziosi sensi mal desti, le oscenità dei sessi. Accumulate per anni questi adolescenti, questi efebi, assieme; provocate la pubertà nella serra dell'inazione forzata; nutriteli di ipocrisia obbligatoria; impedite il sano sviluppo organico con una disciplina stupida ed inumana, e il fenomeno patologico e il pervertimento scoppierà da ogni parte come uno sfogo voluttuoso. E dire che sono cinquecento anni da che Rabelais scrisse un suo mirabile trattato di pedagogia! Noi, i timidi, i pusilli, i lavoratori, formavamo il campo di sfruttamento. Sempre così, dovunque: nel vasto mondo e nel minuscolo collegio!

Dunque vi dicevo che al mattino c'erano due ore di studio a luce di gaz.

E una voce allora, beffardamente nasale, disse nel silenzio:

— Ho il piacere di annunciare ai compagni che abbiamo requisita, dopo debite e diligenti ricerche, una mastodontica scatola di dolci. Eccola!

Tutti si erano voltati: un gelo mi corse al cuore; era la mia scatola!

Mi levai, corsi per afferrarla.

— È la mia! — gridai, e molte braccia mi trattennero.

La voce seguitò imperterrita e sarcastica:

— Noi potremmo, a norma degli statuti che ci reggono, punire con la suprema pena dell'interdetto, come insegna la storia _magistra vitæ_, l'audace ribelle, il prepotente soggetto, detentore e occultatore di cose appartenenti alla proprietà comune.... Vero, signori?

— Sì, interdetto! — si alzò un coro di voci.

— Un momento, signori! Ma considerando la bontà eccezionale dei dolci e d'altronde volendo dare saggio della nostra magnanimità, così non terremo conto della grave ingiuria: _summa iniuria_! Unica pena sarà il non partecipare al dolcissimo banchetto, _epulæ suavissimæ_, che ora sta per incominciare; tanto più gradito in quanto che inaspettato. Alla guardia!

«Alla guardia!» era l'ordine dato a coloro che dovevano spiare se il censore o il rettore a caso passassero.

La scatola fu rovesciata sul biliardo, posto in mezzo alla camerata.

Un grido selvaggio di gioia accompagnò il cadere dei preziosi canditi.

— È mio, me li portò mio padre! — singhiozzai e feci per lanciarmi.

— Tacete Corame, figlio di _Sutor_ o di _Crispinus_ che dir si voglia! — tuonò ancora la voce — Voi non avete diritto di parlare!

Fui preso, percosso, costretto al mio banco. Mi vennero meno le forze. Piansi.

Dopo mezz'ora i dolci erano scomparsi. Una orgia famelica! la scatola, fatta a pezzi, mi percosse ripetutamente sulla schiena e sulla testa.

Feci rapporto al prefetto, il quale mi disse:

«Ella sa bene che dolci in collegio non se ne possono portare. Dunque il primo colpevole è proprio lei! In secondo luogo io le osservo che se i compagni hanno fatto male a portar via i suoi dolci, lei pure ha fatto male a volere egoisticamente tenerli tutti per sè. In fine non dimentichi che lei, qui, ha il posto gratuito, e perciò il pane che mangia è tolto in parte dalla pensione di quelli che pagano la retta intera!»

— Povero piccino! — fece allora Regina — come se lei fosse stata una mamma, e lui il giovanetto pauroso d'allora: e gli prese la mano.

Leo sentì la carezza di quelle due parole, e crollò le spalle come per buttar via la commozione che l'aveva vinto nel raccontare.

***