Part 3
Ora, la febbre altissima richiedendo una sorveglianza notturna, disse il dottore:
— Signora, sarà necessario provvedere una infermiera per la notte.
— La infermiera sono io.
Ogni obbiezione fu inutile. Infermiera volle essere il giorno e la notte.
Si trasmutava di giorno in giorno: pallida per le lunghe veglie, ma composta, ma non una traccia di pianto: anzi una specie di ilarità interna che appariva in una dolcezza e in una signorilità sorprendenti.
Quando la febbre decadde e cominciò la convalescenza di Clodio, ci intratteneva spesso ad un tavolino da tè, presso il letto dell'infermo. Ragionava con molto buon senso dei bambini, dell'educazione da dare, e ogni consiglio del dottore era accolto con vivi segni di riconoscenza. Pareva che imparasse una lezione preziosa, che si addentrasse in un giardino meraviglioso di purità dove ella, donna, metteva il piede per la prima volta. E ne era beata!
In verità noi assistemmo in quei giorni ad un fenomeno inesplicabile quanto meraviglioso anche pel mio amico dottore: cioè allo sviluppo della cellula della coscienza nel cervello di colei che fu chiamata il marito di Clodio.
Come siano fatte queste cellule e dove abbiano sede il dottore non sa ancora, ma egli assicura che si tratta di uno speciale gruppo protoplasmatico che può essere eccitato da una speciale commozione morale o anche da cause traumatiche.
Comunque si voglia credere su tale proposito, il fatto vero e provato è questo che la marchesa divenne da allora in poi moglie e madre esemplare.
Questo lo imparai dalla conoscenza del marchese col quale divenni ottimo amico, non dalla cronaca. Anzi la cronaca cessò di occuparsi di lei: il suo nome non suonò più sulle labbra del publico, le sue _toilettes_ non furono più argomento di descrizione nei rendiconti dei giornali, giacchè questa è la sorte che tocca alle donne virtuose: il più completo silenzio sul conto loro.
IL TRIONFO DELLA PENNA D'AIRONE.
La gioventù di Leo era stata triste.
La rosa non era voluta fiorire sul margine della sua nova vita.
Ed è per questa ragione che egli, in sui vent'anni, cioè prima del tempo, era uno spirito meditante ed austero, e altresì un refrattario all'amore.
Questo suo naturale, fra le molte centinaia di giovani dell'Università, rendeva Leo altrettanto noto quanto lo rendevano i suoi calzoni, i quali non arrivavano mai a nascondere i legacci delle mutande e i due tiranti delle scarpe.
E i suoi calzoni non arrivavano alla lunghezza normale della moda per la stessa iniqua ragione per cui il suo pranzo si ostinava a non oltrepassare il limite di soldi venti, e la cena si manteneva alla virtuosa sobrietà di un pezzetto di cacio salato o di salame.
Spirito meditante e refrattario, adunque, all'amore!
Ma anche in questo bisogna intenderci per non dir cose che siano troppo fuori dal vero: il vero sacro ed occulto.
A vent'anni non c'è austerità che tenga e non c'è meditazione dolente che vi smorzi questa bella convinzione della giovinezza: «cioè che il signor Iddio, quando creò tutto il vasto mondo, lo abbia creato con uno speciale riguardo per voi, proprio per voi e per il vostro bellissimo volto.»
La luna, al tempo della giovinezza, vi manda un garbato sorriso: gli occhi dei fiori e dei passerotti contemplano proprio voi, i vostri propri consimili vi sembrano animali graziosi e benigni. Per far piacere a questi animali e far loro servizio, le stelle si rotolano lassù in cielo, il vapore sbuffa, il sole compie il suo orario regolare, il mare — docile bestione — fa da facchino e porta i bastimenti gravi sulla schiena: e, se hanno un torto i vostri simili, questo consiste solamente nel non riconoscere compiutamente i vostri meriti e i vostri diritti.
Oh, più tardi, molto più tardi la luna non avrà più complimenti per voi; e allora, quando la luna non vi fa più complimenti, quando vi avvedete che il sole compie i suoi giri con una rapidità spaventosa ed inesorabile (mentre prima spiegava in pace le vele d'oro al blando favonio del tempo) quando il vostro spirito critico trova che le cose del mondo vanno irrimediabilmente male e che i vostri consimili non sono più graziosi, ma sono una macchia sporca nel paesaggio del mare e della selva, quando in voi si viene radicando la convinzione che esiste una legge dello spirito immutabile come quella della materia e che, con tutto cotesto, voi fra i milioni de' vostri simili non avete altro diritto che quello di essere tollerato per il posto che occupate, pel pane che mangiate, per l'ossigeno che respirate, oh, allora sì l'austerità è paurosa!
Dove è la verità? prima o poi? Eh, chi lo sa! Non lo sapeva nè meno Pilato, uomo positivo e proconsolo di Roma presso Giuda: anche egli si chiese: «Che cosa è la verità?»
La verità che io so in proposito è questa: Prima vuol dire che voi siete giovane e poi vuol dire che la morte si è allacciato le coreggiole dei suoi sandali per venire a farvi una visita.
Questo io so. Il resto lo sanno i filosofi patentati.
***
Refrattario all'amore!
Oh, altra cosa è la superba castità del maschio, giovane e bello intento al pensiero, e altra cosa la castità dell'uomo il quale un bel giorno si avvede come le donne non abbiano più in suo onore quelle due qualità seducentissime che sono la Civetteria ed il Pudore. E se ancora elle vi ascoltano, o serie o pietose, ridono di voi sotto la gonna!
Forse è per quest'unica ragione che i passerotti hanno smesso di cantare in vostro onore; e i fiori del maggio non hanno più tinte inebrianti.
***
Lo spirito critico di Leo, in sui vent'anni, trovava che il mondo e le istituzioni degli uomini erano bensì andate male dal tempo della creazione sino allora, anzi molto male! ma è presumibile che in lui fosse la convinzione profonda che per l'avvenire le cose dovessero modificarsi compiutamente: passare, cioè, dallo stato empirico e del sentimento a quello della ragione pura e della luce scientifica. In somma il mondo aveva avuto la delicata attenzione di aspettare a mutar la strada vecchia per la nuova proprio finchè egli, Leo, non fosse venuto all'onore della vita; e questo fenomeno che accadeva a Leo, giovane di alta intelligenza, accade anche a molti imbecilli.
Bellissimo fenomeno anche questo di rifrazione ottica, prodotto dall'effetto dei venti anni sulla intelligenza, e che ha in sè il beneficio di spingere l'uomo verso l'attività e verso la fede nella vita.
Giacchè uno spirito attivo e credente era Leo: credente negli enunciati della scienza come già le genti credevano nel dogma della Immacolata Concezione, nella Comunione del pane del vino, nel simbolo degli Apostoli, ecc.
Leo non credeva più in S. Isaia, in S. Paolo, in S. Matteo, in S. Giovanni; ma credeva in Darwin, in Carlo Marx, in Haeckel e in altri profeti minori ed apostoli della civiltà moderna. Perchè, a ben pensarci, tutta la questione sta qui: nell'avere cioè una fede e sopra tutto la fede del proprio tempo.
Mettete questa fede in una intelligenza sveglia e in una volontà risoluta come era quella di Leo, e avrete un giovane che, se fortuna l'assiste, si farà largo e poi finirà col camminare sulla testa dei suoi compagni con gran dolore del dogma modernissimo dell'uguaglianza.
E come la delicata e sensibile bontà è la calamita più forte delle disgrazie o per lo meno delle seccature: laddove la presunzione di risoluta violenza ha fra gli uomini la virtù di spazzare gl'impacci e le difficoltà (come il maestrale spazza le nubi e rimena il buon tempo) così Leo un po' per istinto della sua generosa natura, un po' per esperienza della dolorosa sua giovanezza, aveva imparato a tener difeso il meccanismo delicatissimo della Bontà sotto un certo suo buon impermeabile di indifferenza e di risolutezza insieme, così che lagrima o pioggia, grandine o fango, bestemmia od urto vi rimbalzavano superbamente nè arrestavano il vittorioso procedere del bell'automobile della Vita.
E per tutto cotesto avrete la spiegazione del perchè i visi scialbi, i capelli lucidi, gli impeccabili colletti alti degli studenti aristocratici ed esteti — i quali facevano corte d'onore a Regina — non si voltassero nè meno quando passavano davanti agli occhi vivi ed ai calzoni corti di Leo, sulla soglia dell'Università. Pareva indifferenza o disprezzo, ed era invece rispetto e timore!
Ma Regina, invece, salutava per tutti questi altezzosi, e ben gaiamente, dicendo:
— Buon giorno, signor Leo!
E Leo era obbligato a rispondere: ma dopo diceva ai suoi: «Stupida! non ha altro luogo per andare a spargere il suo muschio?» Regina la giovanetta liberista e feminista, adorava le supreme eleganze, i rari profumi e perciò stava con gli esteti e con i borghesi dal colletto alto.
E i compagni — poichè si convinsero che Leo non s'infingeva — ridevano e lo beffavano di questo suo spregio per le donne in genere, e per Regina in ispecie.
Sì, per mettere a posto le cose del mondo bisognava redimere — emancipare — restaurare la donna: di questo Leo era più che convinto. Se non che la fisiologia e la psicologia muliebre, studiate da Leo assai bene sulla tavola anatomica, gli presentavano delle difficoltà di primo ordine.
Molto più facile, oh molto! nazionalizzare le terre e le macchine della borghesia parassitaria che rifare il tipo della donna!
***
Era Regina una studentessa di lettere, altrettanto prudente e silenziosa — anche se interrogata — durante le lezioni di greco e di filologia quanto loquace e gaia negli ambulatori dello Studio.
Il cappello di feltro e la penna d'airone dominavano sulle teste degli studenti e il suo riso era come un raggio di sole in quella austerità grigia delle aule e dei corridoi.
Era Regina una giovane altrettanto povera quanto baldanzosa e piacente; e la penna d'airone poteva essere il suo stemma: nessuna penna di struzzo languida e accartocciata vezzosamente la sostituì: neve, pioggia, nevischio non l'abbatterono! Quando veniva il maggio, la penna d'airone trasportava il nido dal largo feltro ad una graziosa _maggiostrina_, molto primaverile, molto eretta sulla bella chioma. La sua penna d'airone ferì molti cuori e indusse a molte e audaci speranze. Ma l'umile colazione che ella portava nella borsetta, testimoniava troppo eloquentemente della sua onestà e della sua povertà e induceva al rispetto. Uno stecco di mandorle tostate, due datteri canditi erano i soli omaggi che ella accettava dai suoi camerati, alla luce del sole e al prezzo di cinque centesimi dal vassoio piramidale di ottone che il venditore di _caramellati!_ ostentava sulla porta dell'Università.
***
Un giorno vi fu una gran notizia fra gli studenti.
La Reginella ha gettato il suo fazzoletto: la Reginella s'è innamorata.
Da due mesi gli amici le andavano ripetendo:
«Signorina, Torri le fa una corte spietata.»
«Davvero?» e rideva.
«Signorina, Torri non mangia più, non ride più; è pazzamente innamorato.»
«Davvero? gli ordineremo una cura ricostituente» e rideva.
Ma un bel giorno — dico — Regina dichiarò lei stessa che, ebbene sì, lei era innamorata del Torri.
La Reginella allora licenziò la sua corte.
***
Da quel giorno la penna d'airone fece rare e rapide comparse nei corridoi: pareva mortificata.
Platone e Tucidide vennero provvisoriamente abbandonati.
Il professore di filologia classica non vide più al primo banco gli occhi di Regina, impassibilmente stupefatti all'udire tutta la roba che egli poteva tirar fuori da una semplice e nuda radice di sanscritto.
L'eco del suo gaio riso si spense fra i corridoi clamorosi.
***
Questo piccolo incidente di cronaca studentesca sarebbe passato del tutto inavvertito da Leo, se gli amici non glielo avessero detto:
— Va là che ha scelto proprio bene, quel clericale in mala fede, quel famulo del Santo Uffizio, quell'ignobile referendario della Sacrestia! Evidentemente l'amore fa delle combinazioni chimiche non contemplate in alcun testo — si accontentò di chiosare Leo. Perchè Torri, l'amante di Regina, passava per clericale.
Del resto cotesto Torri era bel giovane, alto, molto fine, molto elegante, occhi splendidi: godeva inoltre reputazione di gran serietà fra gli studenti di filologia. Quanto al _clericale_ le cose dovevano essere andate così: povero in canna anche lui, Torri, senza appoggi e invece con buone dose di ambizione e di voglie, si era buttato con chi gli era capitato prima. Gli erano capitate prima delle buone lezioni private in alcune famiglie dell'aristocrazia nera, e lui diventò clericale e godeva di alcuna notorietà come critico d'arte in un giornale cattolico.
Già; o nero, o rosso, o verde, un giovane intelligente bisogna che lo scelga un partito, come una ragazza bella è bene che si decida fra i suoi corteggiatori.
Se no, questa rischia di restar zitella, e quegli non metterà da parte altro capitale che la propria indipendenza: capitale assolutamente infruttifero anzi passivo, non quotato presso alcuna Borsa! Prima, dunque, si sceglie quello che capita e dopo si muta, se torna o se piace.
E proprio Leo non ci pensò più a Regina: se non che, nel corso dei mesi, gli capitò due o tre volte di leggere nei giornali che l'esimia studentessa, Regina, avrebbe tenuto una conferenza sulla _Donna cattolica_, un'altra volta _Contro il divorzio_ o qual cosa di simile. Leo rideva: «La signorina libera pensatrice, divenuta fervente cattolica sotto l'influsso della stella di Venere!» Proprio vero: la fisiologia della donna non ha altro commentatore sicuro che Eros.
Se non che, dopo più tempo ancora, se la vide proprio faccia a faccia in un tavolino della sala riservata della Biblioteca.
***
In quel tempo Leo attraversava una di quelle meravigliose crisi dopo le quali il giovane, lasciate le spoglie antiche, appare ad un tratto uomo alle genti. Un'ebrezza di sapere gli innondava, più che il cervello, il cuore. Egli avanzava, egli sospingeva la nave verso l'ignoto; alla scoperta del Sapere.
Esiste la voluttà di giungere al confine del Sapere, come esiste la voluttà mortale di scoprire l'ignoto punto del polo e le terre inesplorate. Meraviglioso e benefico anelito in cui si rivela tutta la divinità che è nell'uomo, ancorchè ciò sia cosa vana: giacchè l'uomo non avanzerà se non per la via che è, che fu, che sarà!
Leo povero, Leo solo, Leo coi calzoni corti sentiva questa ebbrezza della conquista e la gioventù del cuore gli diceva:
«Domani la gloria, figliuolo!»
(Di fatto l'invidia, segno di alte latitudini, vento che spira soltanto lungi dalla riva, già gli sibilava d'attorno).
Perciò egli consumava il giorno e gli occhi sui libri della Biblioteca e perciò se in tale stato d'animo Leo appena ravvisò Regina, non deve far meraviglia.
Fu lei che chinò il capo davanti a lui, salutando.
Aveva anche lei di gran libri davanti a sè: libri che pesavano più di lei, e quelle sue belle braccia e quelle sue perfette mani facevano gran fatica a smuoverli ed a rivoltarli! Tutto parea raccolto ed austero in lei, ma il seno, presso quei gravi libri, palpitava d'amore.
Quando suonava la campana del fine, Regina si levava dai suoi libri, si metteva il lungo mantello nero, si inchinava con un «buona sera» passando davanti a Leo e se ne andava per ritornare il dì seguente. Spesso Leo, uscendo poco dopo, scopriva nei vicoli reconditi presso la Biblioteca una coppia che si attardava sotto i fanali.
Erano il Torri e Regina.
***
Passarono frattanto due anni.
La Fortuna — questa Divinità antica e stravagante che sopravive alla morte delle altre divinità — avea assistito Leo.
L'onorevole X***, professore di Università, uomo politico di primo ordine, uno di quei personaggi che col trionfo dei partiti popolari era divenuto arbitro del governo e della città, aveva preso a ben volere Leo: infine lo aveva imposto. Lui, l'onorevole, occupatissimo di politica, più di due o tre lezioni all'anno non poteva fare: le altre le faceva Leo. Sono colpi di fortuna, o calci nel sedere, come dice l'invido vulgo, che capitano qualche volta: se non capitano, anche con tutto l'ingegno e lo studio di Leo si rischia di rimanere coi calzoni corti e con la cena di pane e formaggio per molto tempo, anche battendo la corrente democratica, anche credendo nei nuovi apostoli, Carlo Marx, Haeckel, ecc., ecc.
***
Un giorno Regina bussò all'uscio di Leo.
La sorpresa che si dipinse sul volto di Leo fu tanta che la penna d'airone non ebbe il coraggio di venire avanti e si fermò sulla soglia.
— Già vedo bene che lei mi dà della seccatura — disse la proprietaria della penna d'airone — e può darsi, ma lei ha parlato così bene ieri all'Università che ho detto proprio a me stessa: «Io vado da lui! Sarà quel che sarà!»
Leo sorrise.
E Regina proseguì:
— Lei, ieri, alla sua lezione...
— Lei perde il tempo a venire alle mie lezioni? — si credette in dovere di chiedere Leo — ma questo è un onore!
Non sapea perchè, ma a Leo, l'austero, veniva la voglia di prenderla in giro, la penna d'airone.
— Non le faccio elogi — proseguì ancora Regina — perchè non è più mia abitudine fare complimenti agli uomini. Ma devo dire che lei parla molto bene: giuste quelle cose dette ieri! Io che la credevo un demolitore arrabbiato, un partigiano, un giacobino feroce mi sono dovuta ricredere: già, demolire è facile, demoliamo pure: ma si tratta anche di formare delle nuove coscienze, e non di parata, ma di sostanza. Allora sì il nuovo edificio sociale sarà fondato sulla pietra e non sulle mobili arene. Lei ha detto così _à peu près_? non è vero? Io, però, non ci credo niente, perchè oramai io sono completamente scettica: cattolici e socialisti, monarchici e anarchici tutti uguali, tutti fatti a sembianza d'un solo, tutti figli d'un solo egoista..., ma mi sono commossa.
Poi m'han detto che lei è tutto di casa coll'onorevole X*** e allora mi sono decisa, ed eccomi qui!
— Allora è una cosa lunga quella che lei mi vuol dire — chiese Leo.
— Un pochino!
— Allora s'accomodi: fra questi libri una sedia libera la troveremo. Il mio appartamento non ha maggior estensione di questo studiolo, molto amico alle rondini, e di un bugigattolo per dormire.
Trovata la sedia, seduta Regina sotto la luce, Leo non dovette far grande studio per iscorgere che, se la penna d'airone era tuttavia ben eretta, tutto il resto dovea essere passato attraverso la crisi di qualche battaglia, tra le sirti di qualche tempesta.
Ma interrogare una donna vuol dire, per lo meno, esporsi ad una orazione ciceroniana. Leo perciò ebbe il delicato e prudente intuito di lasciar parlare e nulla interrogare, e Regina parlò.
Si trattava di questo: in un collegio feminile era vacante il posto d'insegnante di storia: molte erano le concorrenti, molti gli intrighi: ora che del Municipio era arbitro l'onorevole X***, domandava il suo valido appoggio perchè il nome di lei venisse prescelto.
Esposto questo, venne la perorazione in questi termini: «Capisce che sono disoccupata e non ho voglia di scioperare? che per vivere faccio l'assistente in una scuola privata dove una negriera di direttrice-proprietaria mi tiene lì fissa dalla mattina alla sera, per un franco e mezzo al giorno? L'anno scorso quando comandavano le sottane nere e le malve c'era libero un posto di professoressa d'italiano.
Era proprio quello che ci voleva per me! Comincio a far il giro di tutti quei signori, cavalieri, commendatori, senatori. Cascavano, poverini, dalle nuvole alla notizia che c'era un posto vacante. Cominciavano con un «Ah, sì!... Mi pare.... Ma veda.... Ma ecco! Veramente!...» ecco un corno! Mi guardavano come avessi avuto un marchio d'infamia sulla fronte. Quale marchio? Forse perchè ho amato in piena luce di sole una persona — che per giunta era uno dei loro — e questa mi ha indegnamente tradita? (Anche qui Leo si guardò bene dall'interrogare). E dire che per il loro partito io ho abdicato persino alle mie convinzioni più solide, ho tenuto persino delle conferenze contro il divorzio: cose da ridere, però, sa? trovarsi in mezzo a dei pii giovincelli baliosi, a fremebonde vergini pulzelle che brandiscono la spada di Giovanna d'Arco contro il divorzio! Tutta roba dove han diritto di interloquire solo quei poveri cristi e quelle povere diavole che hanno provato! E sa perchè mi hanno negato quel posto? Non mica perchè io avevo avuto un amante notorio; in sacrestia loro fanno ben altro! ma perchè sanno, indovinano che io sono un carattere fiero, indipendente, che non mi lascio mettere i piedi sul collo da nessuno. E loro invece vogliono il mondo sotto i loro piedi. Pigliala, adesso! E poi sa anche perchè? perchè non straluno gli occhi, non torco la bocca alle nequizie del mondo reo, perchè porto i ricci, come se fosse mia colpa se la natura mi ha fatto i capelli ricci, la bocca così, il piedino slanciato, le mani aristocratiche! ah! dimenticavo il più grave: perchè porto l'abito maschilizzante! Gran delitto! un abito comodo, eccolo qui! Ma a loro il mio abito fa venire il mal di mare. Il guaio è che io me ne sono accorta troppo tardi! pensi che anche quando servivo la causa del legittimismo cattolico, nessuna di quelle pie dame ebbe per caso la felice idea di farmi guadagnare quattro soldi offrendomi delle lezioni per qualcuna di quelle spuzzette delle loro figliuole. Che! che!
Per entrare nelle grazie di certa gente bisogna presentarsi vestite a gramaglie come una vecchia; senza ricci, la fronte rasa d'ogni baldanza, come dice Dante, il collo torto come una monaca del Sacro Cuore, far atto di umiltà, di contrizione, di penitenza, strisciare, ungere. Capisce che io non sono buona di far certe parti, che io ci ho la mia dignità, il mio orgoglio? Adesso, anzi, mi farò i _bandeaux à la vierge_, sacrificherò la mia chioma sull'altare della loro prepotenza! Questo non sarà mai!
«Mai» — confermò la penna d'airone ergendosi anche più fieramente sul capo.
— Del resto non stia a credere che io creda che i rossi valgano più dei neri, i gialli più dei verdi. Il mondo, sotto ogni latitudine, sotto ogni clima storico, sarà sempre proprietà esclusiva del prete. Il prete! Capisce lei? Ecco il vero, l'unico dominatore del mondo _per omnia sæcula_! Lei, caro signore, è ancora molto giovane, molto immerso nei suoi studi e nelle sue teorie e certe cose non le può capire. «Bisogna aver fatto l'esperienza che abbiamo fatto noi! — commentò agitandosi la penna d'airone — per convincersi di una tale filosofia della vita!»
Leo anche qui fu cauto nel non interrogare sulla genesi di tali opinioni filosofiche molto pessimiste.
Il pessimismo nella donna proviene di solito da un amore inacidito: e il rimestare simili liquidi esplodenti non è da savio.
Promise che ne avrebbe parlato all'onorevole X***.
— Con molto entusiasmo altrimenti è inutile — avvertì Regina.
E la penna d'airone finalmente si decise a scendere i sessanta scalini che portavano all'appartamento di Leo.
***
La cronaca non registra se Leo parlò con entusiasmo; registra solo che Regina ebbe il posto desiderato, e siccome «bene a chi ci fa bene e male a chi ci fa male» oramai è la massima pagana e pratica di Regina, così ella manifestò la sua riconoscenza in maniera tale da far desiderare a Leo che quell'ufficio non le fosse stato in alcun modo concesso.
E la prima manifestazione di riconoscenza consistette nel frequentare assiduamente tutte le lezioni di economia politica, tenute da Leo.
Fra quel gran concorso di giovani che accorrevano ad udire la convinta e dotta parola di Leo, la penna d'airone era la prima a comparire nel primo banco dell'aula.
Come già un tempo s'accoglievano le turbe ad udire la buona novella dei seguaci di Cristo, così oggi, per quel misterioso fascino che ha la modernità della vita, accorrono le genti ad ascoltare chi loro parla di rinnovata vita, di rinnovate coscienze nell'umanità nuova.
Con questa pietosa illusione il conquistato pane sembra più dolce, e, al di là del velo del pianto e del sangue, si vede risplendere il prato fiorito dell'Asfodelo! Vecchia istoria!