Part 2
E pur un sorriso caustico errava sulle sue labbra. L'infermo giaceva insensibile fra noi due, mentre la vettura correva lungo il viale. Eravamo giunti in città: quivi il dottore diede il recapito di una farmacia: come fummo giunti, balzò giù, premette il bottone di guardia e mentre di dentro si apriva, facemmo scendere il marchese.
— Questo è per voi — disse il dottore al fiaccheraio allungando una moneta da cinque lire — ma sarà molto bene che non fiatate nemmeno sulla corsa di questa notte. Potreste avere delle noie anche voi.
— Perchè? — chiesi con cenno al dottore.
Il sorriso ironico gli riapparve ancora sulle labbra.
— Perchè è prudente. Ve lo spiegherò forse fra poco — rispose.
Il giovane di farmacia conosceva bene il dottore e si mostrò servizievolissimo; accese il gaz e preparò quanto il dottore ordinava.
In breve tempo fu praticata la lavatura dello stomaco, gli fu somministrata una forte dose di bismuto, e liberatolo delle vesti e steso su di un divano, gli furono applicate delle compresse calde. Gli accessi dopo alcun poco si susseguirono con minore violenza.
— Molto meglio, oh, molto meglio — mormorava l'infermo sorridendo lievemente al piacere di sentirsi liberare dai tentacoli del dolore — però è inconcepibile, sempre più inconcepibile! Eravamo fra buoni amici! Una zuppa eccellente! Se avessi ecceduto nel mangiare, capirei....
— Ora riposi un poco, signor marchese — disse il dottore —, si metta in calma e vedrà che fra un paio d'ore tutto è passato. Anzi, per far meglio, chiudiamo la porta e lasciamolo al bujo.
Del resto la raccomandazione era vana. Adagiato in un divano del retrobottega, i gemiti andavan cessando: l'infermo si assopiva lentamente.
— Adesso pensiamo un poco a noi, caro amico, — mi disse il dottore — giacchè anche voi sembrate uscito da una fogna.
Mi guardai le vesti inorridito.
— Eh, mio caro — diss'egli filosoficamente — la carità messa in pratica sul serio non è tra le virtù più profumate!
Il farmacista, ridendo, lasciò scorrere molta acqua in alcune bacinelle; ci fornì alcuni suoi abiti per ricambio e intanto noi, con gran spreco di sapone e di spazzola, ci venivamo rimettendo all'onore della luce e dell'olfatto.
— Bisognerà fare un bucato a posta — diceva il farmacista, un allegro e gagliardo ragazzone, mentre raccattava, toccandoli a pena, gli abiti del marchese e li buttava in un canto.
— Per me — diceva il dottore — sono incerti del mestiere, ma per l'amico mio è un'avventura del tutto inaspettata; almeno dal suo bell'abito di panama candido. Del resto, siccome lui fa professione di essere buon cattolico, e c'è un articolo nel codice dei dieci comandamenti che prescrive di aiutare gli infermi, così può mettere la sua fatica nella partita di credito verso il buon Dio. Accumulate, amico, e fate fruttare il capitale al banco di S. Pietro.
— To', ma questo cos'è? — fece all'improvviso il farmacista.
Teneva sciorinato davanti a sè il farsetto nero co' risvolti di raso del marchese torcendo naso e bocca comicamente.
— Ma questo è odor....
— Vedete? se ne è accorto anche lui — esclamò il dottore sorridendo — non lo volevo dire, ma vedo che ha capito da sè.
— _E che je venuto in mente a sto fesso de becco fotuto de' pijà la gialappa?_ — scoppiò a dire nel natio dialetto il degno farmacopòla.
— La gialappa? — feci io con gran stupore — e sarebbe a dire?
— Sarebbe a dire — spiegò il dottore — che il vostro marchese ha preso uno dei drastici o purganti, che dir vogliate, dei più formidabili.
— Inverosimile — dissi io —: se avesse preso un simile purgante, non starebbe a domandare come è stato.
— E chi vi dice che abbia preso la gialappa, sapendolo?
— Allora come?
— Come? — spiegò il dottore — A sua insaputa. Supponete per un momento che a _mister_ Douglas e a' suoi degni compagni la presenza dell'inseparabile marito non riuscisse gradita questa notte e riuscisse gradita invece quella della sola moglie, come fare? Dirgli: «Marchese, vada a letto che per lei è tardi» non si poteva. E allora hanno escogitato questo mezzo di guerra, questa astuzia degna di un paio d'anni di galera, della loro malvagità e della dabbenaggine di questo infelice. Fatta questa ipotesi, caro amico, ritenetela come cosa certa e avrete la spiegazione di questa avventura notturna.
Il farmacista che stava tutto orecchi ad udire, poichè ebbe compreso, scoppiò in una risata infrenabile.
Il dottore teneva fissi gli occhi verso di me come per avere la conferma della sua induzione.
— Se così fosse — risposi io — questo non è uno scherzo, questo è un delitto.
— Precisamente.
— E allora noi lo denuncieremo!
— Pensandoci prima un poco su — disse il dottore — giacchè il ridicolo che deriverebbe da un processo di simile genere, sarebbe tale da uccidere un elefante.
La parola calma del dottore gelò ogni mia risposta.
Il farmacista nella beata spensieratezza dei vent'anni si era scostato da noi tenendosi il ventre per frenare le risa.
— Ma chi prende un purgante — volli obbiettare ancora — se ne avvede dal sapore.
— Niente affatto — interloquì il farmacista che aveva sentito la mia obbiezione e non voleva perdere la stupenda occasione di ridere — la gialappa ha questo di speciale che è dolce e si maschera benissimo con qualunque sapore. Se vuole provare, signore, ai suoi ordini.
— E dato pure che ciò sia come voi dite — chiesi al dottore non tenendo conto della facezia del farmacista — voi credete connivente la marchesa? Ciò sarebbe mostruoso.
— La connivenza della marchesa non è necessaria. Capirete bene che ella, se vuole, non ha bisogno di ricorrere a simili espedienti. Aggiungete che in questo caso la incoscienza o la spensieratezza non bastano per commettere una simile azione. Ci vuole la brutalità fredda di un _mister_ Douglas, il quale per la sola ragione che può comperare a peso d'oro i prodotti più costosi e raffinati della civiltà, appare uomo civile: nella sostanza un barbaro corrotto dalla stessa civiltà: caso più che frequente.
— Ah, dunque — dissi io trionfante — lo ammettete senza volerlo che il progresso o è una conquista morale eroica o non è? La verità è una bolla d'acqua che appare da sè alla superficie se l'anima non è ottenebrata dalla passione.
— Siamo alle solite? — fece il dottore di mal animo — Smettetela.
E benchè per il dottore il bene ed il male avessero valore nuovo, questa volta pareva che egli sentisse l'azione vile di _mister_ Douglas nel modo medesimo che l'avrebbe potuta considerare uno spiritualista, un credente nell'anima e nel libero arbitrio di scegliere il bene ed il male: contraddizione comica in cui cadono sovente molti filosofi materialisti.
Ma sapendo che nulla offende gli uomini di ingegno come il porre in raffronto e il coglierli sul fatto della loro contraddizione, così mi tacqui sul cominciato proposito e chiesi in quella vece:
— Lo scopo, amico, di un'azione simile.
— Lo scopo? Ma è semplicissimo — interloquì il farmacista —: un'orgia da disgradare le cene di Nerone che ho lette nel _Quo Vadis_.
Noi due tacemmo: il medesimo pensiero si era già formato nella nostra mente.
— Lui — proseguiva trionfante il farmacista — si permette la libertà di stare sempre alle costole di lei, sempre legato alle magnifiche colonne delle sue gambe. Credete che ciò faccia piacere a tutti? No! e loro lo hanno mandato a letto col mal di pancia. Uno stratagemma permesso nel codice d'amore.
La facezia del giovanotto rimase senza risposta.
— Comunque sia, ciò non ne riguarda che molto mediocremente — concluse il dottore —; fra poco quando si sveglia gli darà del _cognac_. Noi bisognerà che andiamo a bussare a casa sua: il disgraziato non può mica uscir di qui in camicia!
L'orologio segnava le tre del mattino.
— Fra mezz'ora saremo di ritorno.
Il farmacista, mentre noi ci muovevamo per uscire, ribatteva dolcemente gli sportelli, esclamando:
— Ah, bellissima! chi l'ha imaginata è un genio! la gialappa usata come artiglieria nelle guerre d'amore! Sono invenzioni che non vengono che dall'America. Se non la mando ai giornali faccio una malattia!
***
Caminammo silenziosamente. Essendo la luna piena, un guardiano del gaz correva di fanale in fanale a spegnere. Nessun altro nella via.
Infine io non potei a meno di esporre questo pensiero che mi si veniva formando invincibilmente nell'animo:
— Noi due, io benchè credente o quasi, voi benchè positivista, determinista o come più vi piace chiamarvi, ci accordiamo però in una cosa suprema: combattere la violenza fra uomo ed uomo. Ebbene, eccoci qui nel caso di invocare la riparazione di una violenza con un'altra violenza, e quel che è peggio, noi dobbiamo convenire che se quell'infelice d'un uomo avesse avuto solo l'opinione di prepotente e violento, quella gente là un tale scherno non lo avrebbero nemmeno imaginato, non che fatto. Dunque? Dunque la villania e la violenza sono una virtù. Uno può coscientemente affaticarsi a spegnere in sè gli istinti secolari della violenza per poi accorgersi un bel giorno che in certi casi quel difetto sarebbe la più invocata delle virtù. Ora la mia ragione mi dice: prendi un'arma e uccidi! ma sento che la mia mano, non abituata alla violenza, si rifiuterebbe a simile atto. Quale confessione penosa e umiliante!
Il dottore mi lasciò parlare a mio agio finchè giungemmo al palazzo dove abitava il marchese. Egli era ospite di una casa patrizia della città, e abitava al piano terreno. Battendo col bastone sulle persiane giungemmo dopo replicati tentativi a farci aprire una finestra.
Apparve un cameriere.
— La marchesa è tornata a casa? — domandò per prima cosa il dottore.
— Non ancora, non sono ancora tornati, nessuno dei due: ma già è il solito! Veramente questa notte è più tardi del solito.
— Bene, fate il piacere di aprire: il marchese si è sentito poco bene questa notte; e abbiamo bisogno di abiti e di biancheria per cambiarlo.
Nessuna meraviglia, nessuna domanda da parte del domestico.
Ci venne ad aprire, ci fece lume senza disturbarsi nè anche a fare una domanda: che male avesse il padrone e chi fossimo noi.
Precedendoci con la candela, passammo per una stanza dove dormivano i due figli del marito di Clodio. Per il caldo avevano respinto le coperte e i due corpicciuoli ignudi erano graziosamente atteggiati nel sonno: le testoline d'oro sprofondavano nel guanciale. Un senso di pietà profonda scese nell'animo nostro.
— Ma dormono soli questi poveri piccini? — non potei a meno di osservare sottovoce al cameriere.
— La _bonne_ si è allontanata un momento, oh, ma non si svegliano: fanno un sonno tutta la notte; se si svegliano, vada pur là che si sentono.
Vidi il dottore che crollava il capo pietosamente.
Io non risposi nè quegli disse parola. Abbassò il lume che avea alzato sulle nostre teste affinchè contemplassimo i piccini. Sacra infanzia! di te prende forma il Redentore del mondo: e il germe del male è sì piccolo o latente tuttora in te, sacra infanzia, che le pupille del bimbo si affissano attonite, soavi, sublimi perchè prive ancora del male. Generata in un istante di oblio o di follia, tu grande pura pupilla infantile riduci chi ti generò a meditare su le mirabili leggi che sostengono la vita: dicono le pure pupille al padre, alla madre: «Purificatevi, siate buoni, siate concordi, operate il bene secondo la buona legge!» Dicono i corpi gracili a chi li generò: «Difendeteci, alimentateci! allontanate il dolore e il male da noi perchè voi ci generaste!» ed è questa la ragione perchè il pianto del bimbo penetra nell'animo più acuto di una spada, più severo delle leggi dei codici!
I due corpicciuoli dei figli del marito di Clodio, buttati là sul letto come se una mano brutale ve li avesse scagliati, dicevano a noi questa querela mentre il padre e la madre correvano alla loro pazza ruina.
Il cameriere non doveva avere questi pensieri pel capo: esso ci diede una muta di vestiario, la biancherìa richiesta, ci avrebbe data la casa se la avessimo domandata. Che cosa importa ai camerieri? Giacchè il cameriere è l'uomo a cui nulla importa. Rinchiuse la porta senza nè anche domandare a chi avesse consegnato quella roba.
Ritornammo verso la farmacia, ma avevamo a pena svoltato l'angolo che il giovanotto ci venne incontro:
— Ah, sono loro — fece da lontano — lo hanno incontrato?
— Chi incontrato?
— Quello della gialappa, il marchese.... Oh, bella!
— Ma il marchese non è qui?
— Macchè, è scappato via di corsa, io gli sono andato dietro per un poco, l'ho chiamato, gli ho domandato se era diventato matto, eh sì! correva come una bicicletta: «Va un po' a farti....» e sono tornato in bottega.
Il dottore aggrottò le ciglia e domandò al giovanotto:
— Ma lei gli ha detto niente? Evidentemente lei deve aver commesso qualche imprudenza....
— Che imprudenza vuole che abbia commessa? Ecco come sono andate le cose: poco dopo che sono partiti loro due, mi ha chiamato e mi ha detto che stava bene e che si voleva alzare. Allora io gli ho dato il _cognac_ secondo la sua prescrizione, e poi gli ho detto che lor signori erano andati a prendere degli abiti....
— Ebbene?
— Bene, lui si è messo a sedere lì e beveva il _cognac_: «Gran gentiluomini.... veri gentiluomini!» e poi dopo con quei suoi occhi stupidi, mi guardava lisciandosi la barba da becco e andava ripetendo ogni tanto: «Pare inconcepibile, pare inconcepibile una malattia improvvisa così terribile! Perchè si era lì fra amici, una zuppa eccellente di gamberetti alla nuovayorckese....» Allora mi scappò la pazienza; a chi non sarebbe scappata? e ho detto: «Ma che zuppa eccellente! Macchè gamberetti! Di gamberi ce n'era uno solo, ma questo non era nella minestra: era fuori della minestra! Nella minestra c'era soltanto la gialappa, di quella buona. Non ha capito ancora che lei ha preso la gialappa?» Allora mi guarda con due occhi grandi così, e sarà rimasto con la bocca aperta per un quarto d'ora. «Ma sì la gialappa, non ha sentito che la zuppa era dolce?» È rimasto lì: e poi dalla bocca aperta è venuto fuori un urlo che lo devon aver inteso anche al terzo piano, e poi? poi chi lo ha visto? Credo che abbia preso il suo _smoking-coat_ ed è scappato via.
— Imprudente — fece il dottore.
— Perchè imprudente? Sarà andato a casa.
— Se veniamo noi da casa e non l'abbiamo incontrato!
— Avrà preso un'altra strada, di notte non ci si vede.
— Che imprudenza — ripetè il dottore — Quel disgraziato ha capito tutto.
— Quel cretino? Ma che vuole che abbia capito mai? Anche se gliela fanno sotto gli occhi non capisce.
Non c'era altro da dire nè da recriminare.
Uscimmo dalla farmacia, dolenti entrambi dell'accaduto e ci avviammo alle nostre case presso la riva del mare.
E dopo che eravamo andati alquanto in silenzio, io chiesi:
— Quali induzioni voi ricavate, amico, da questa fuga repentina? un risveglio della sua dignità d'uomo e di gentiluomo? o una fuga per isfuggire la presenza d'un testimonio della propria vergogna?
— L'ora per le induzioni — rispose il dottore — non è la più adatta, amico; fra poco sarà giorno. D'altronde accontentiamoci di soccorrere i mali degli altri, come abbiamo fatto questa notte, ma non di più; non condividiamo la sventura altrui benchè si dica ogni giorno questa trita frase: «io partecipo alla vostra sventura.» Fra le altre cose non è pratico: trasmettiamo a noi l'infezione terribile della sventura senza liberare l'infermo. Credete a me!
— Eppure — replicai io — Platone e Socrate prima di Cristo dissero e scrissero: «bisogna dare altrui parte delle proprie gravezze.»
— Visionari, mio caro, non tanto Socrate e Platone e Cristo quanto voi. Essi avevano un gran tempo da perdere e davanti una vita eterna, o almeno erano convinti di averne, il che fa lo stesso. Quindi potevano sacrificare in oziose ricerche questa vita reale per l'acquisto dell'altra vita ideale. Noi no, assolutamente. Noi abbiamo i nostri affari, limitati a breve scadenza di tempo. E poi a quest'ora in cui le cellule del cervello dovrebbero riposare, è terribile cosa affaticarsi intorno a queste vane questioni. Più tosto affrettate il passo giacchè il letto quando il sole si alza non è ospite così benigno come quando il sole tramonta.
Il cielo infatti schiudeva la sua palpebra grande in oriente, sul mare, e una luce gialla era sospesa nell'aria. Andavamo lunghesso il viale. In fondo il mare era d'una bianchezza lattiginosa. Le betulle e i tamarischi erano ancora addormentati chè il fremito dell'alba non li aveva destati ancora.
Il nostro passo suonava chiaro in quel silenzio, lungo la minuta ghiaia del viale che conduce al mare, quando un suono stridulo e pazzo ci percosse, e da presso: e quasi nel tempo medesimo apparve un gruppo di gente, e avanti al gruppo, il rosso, il magnifico rosso dell'abito serico di lei, il marito di Clodio: una gran macchia di porpora in quel giallo sbiadito dell'alba, un gran scroscio di risa e canti impuri in quel silenzio, quasi raccolto e sacro dell'alba.
Il marito di Clodio avanzava su tutti per conto suo con le preziose penne del cappello a sghimbescio, con le mani si teneva su le grevi trine delle gonne, e sollevandole a modo delle cantatrici, avanzava cantando la sconcia canzone:
Ciribibì, che bel piedin!
Il gruppo che seguiva non pareva partecipare a quel canto orgiastico.
— A terra! — ebbe appena tempo di suggerire il dottore che egli già si era nascosto dietro la siepe dei tamarischi — io lo imitai così che coloro non ci scorsero.
Procedevano lentamente, fermandosi ogni tanto, e perchè erano soli parlavano forte e le loro parole nell'aria immota giungevano ogni tanto al nostro orecchio. Non si comprendeva bene, ma erano recriminazioni reciproche fra gli uomini: le donne tacevano. Perchè c'era _mister_ Douglas con due suoi accoliti e due dame di gran vita mondana e di turpe reputazione. Quegli abiti da luce elettrica stridevano nel chiaro giorno, nella purità dell'alba solenne, come una bestemmia nel raccoglimento di una preghiera.
Quando furono presso di noi, udimmo uno degli accoliti dire a _mister_ Douglas:
— Caro Douglas, le cose non sono andate, perfettamente, secondo i vostri programmi....
— Io, conte — disse freddamente una delle dame — ve lo avevo preavvisato ieri? Fate, ma guardate che vien fuori uno scandalo. So come è fatta quella donna, credetelo a me! Pare, ma vi sbagliate. E voi, no! Bisogna accenderla! dicevate. L'avete accesa e cosa avete guadagnato? guardate lì....
Si erano fermati davanti a noi: guardammo lì dove indicava il dito della dama: esso segnava il volto di _mister_ Douglas che prima, non avevamo osservato.
L'uomo camminava cupo e preoccupato: teneva sul volto un fazzoletto, rosso di sangue. Il volto era striato di lividure e di solchi sanguigni.
I due uomini scoppiarono in una risata, ma era un riso acido e forzato. Disse uno dei due:
— Una lotta indimenticabile, uno spettacolo unico: tutta la cristalleria per terra faceva l'effetto d'una scarica di wetterli. _Mister_ Douglas, se voi conservate ancora gli occhi porgete i dovuti ringraziamenti ai due sottoscritti. La marchesa tirava alla faccia, disperatamente. Ma sapete che ce n'è voluto per distaccarla?
— _Fi des betises, fi des bêtises, mes amis_ — muggiva _mister_ Douglas — _plutôt tâchez d'apaiser ce diable de femme_.
— Io? — disse l'altra dama che non aveva parlato — io no! Già che dice che sono stata io.... mai più...!
— Scusate — le disse in tuono insinuante e persuasivo il secondo accolito — l'idea dell'ètere è balenata veramente a voi....
La dama scattò: — Ma l'etere _volatilisé.... un petit peu_ — per dare _de la spiritualité à l'ivresse_. Ma l'etere liquido nel _cognac_ l'avete versato voi.... proprio voi!
— Caspita, voleva andar via per seguire il marito....
— Ebbene, e allora _mister_ Douglas — replicò la dama — doveva capire che era inutile tentare più in là. Siete stati _grossiers_, molto _grossiers_ tutti e tre.
— Dovevate, dirlo allora.
La dama alzò le spalle.
— Andrò io — disse l'altra dama — qui bisogna finirla, bisogna calmarla. Oramai vien gente. È uno scandalo e dei peggiori.
Si staccò dal gruppo e si accostò alla marchesa.
— Marchesa! — disse umilmente. — Marchesa! — e le toccò l'abito.
Allora ella si voltò: la vedemmo di fronte. Gli occhi erano pazzi e vitrei.
— _Mister_ Douglas è pentito — insinuò la dama — è stato un equivoco, assolutamente un equivoco: domanda perdono. Un momento di follìa provocato dalla passione! Mettetevi composta, viene gente. Andiamo a far la pace. Suvvia!
Il marito di Clodio cessò di cantare ciribibì; fissò gli occhi in volto alla dama, poi, come un organetto a cui è stato mutato il registro, riprese su altro tuono:
Pace non voglio fare Sono ostinata...!
La dama ritornò con un gesto di rabbia ai suoi.
— È inutile! Ha cominciato con le canzonette e non la finisce più!
— _Tout finit par des chansons!_ — filosofò l'uno degli accoliti.
Consultavano fermi davanti a noi sul modo come frenare quella pazza ubbriaca.
E consultando indugiavano ad avanzare come se quello star fermi avesse ritardato l'avanzar della luce. Ma il sole oramai saettava strali vivi nel cielo; le piante si destavano, un fragor di ruote annunciava la gente e il nuovo giorno.
Ventilavano il progetto di una carrozza, di un farmaco, di lasciarla sola e così discutendo si erano mossi alquanto.
Un fremito di rabbia scuoteva i miei nervi e se il polso fermo del dottore non mi avesse trattenuto, confesso che mi sarei lanciato fra quella gente.
— Caro mio — sussurrò il dottore quando ci potemmo levare in piedi — pensate: se dovessimo reagire contro tutte le viltà che si commettono, bisognerebbe prima di tutto domandare al buon Dio un sistema muscolare e un sistema nervoso fatto con cura privilegiata. Lasciate passare!
In piedi, io fremente, egli col polso fermo su me osservavamo il gruppo che si allontanava, quando accadde un fatto inatteso, o almeno a cui più non pensavamo.
Un piccolo uomo sbucò dal viale di fianco e si lanciava contro _mister_ Douglas con un grido di guerra già preparato nel petto: «Vigliacco, vigliacco!»
Era il marchese Clodio.
Successe un parapiglia e una mischia oscena di tutte quelle figure: la voce _vigliacco!_ che squillava sempre, si spense ad un tratto. Il gruppo cadde a terra. Clodio giù: sopra, la mole feroce dell'americano.
Di comune e tacito consenso accorremmo gridando noi pure forte: «Vigliacchi!»
Al rumore de' nostri passi quella gente sostò, atterrita; si volsero, ci fissarono. Fu un attimo. Poi scapparono di fuga: e noi ci trovammo sopra il gruppo di Clodio disteso a terra col sangue che gli grondava dalla fronte e lei, disperata e lagrimante, che diceva ripetendo: — Oh, mio povero Clodio, mio piccolo Clodio! I nostri poveri piccini dormono a quest'ora e non lo sanno!
***
La sera di quel giorno si sparse la notizia che il marchese Clodio e _mister_ Douglas si sarebbero battuti alla pistola: noi veramente lo sapemmo prima degli altri perchè due signori, rappresentanti del marchese Clodio, vennero a richiedere l'amico dell'opera sua come medico: ma egli si rifiutò decisamente, sdegnosamente dicendo: — Per un uomo in quelle condizioni fisiche e morali battersi a duello vuol dire suicidarsi. No! Piuttosto una cosa: Date un mio consiglio al marchese: carichi la rivoltella e quando incontra l'americano gliela scarichi contro. Il consiglio gliel'ho dato io.
***
Ma fu vano consiglio.
Il duello ebbe luogo la mattina seguente e il marchese Clodio ebbe la fortuna di cavarsela con una spalla fracassata da un colpo di pistola.
Fu per espressa volontà del marchese che il dottore ed io venimmo chiamati al letto del ferito.
V'era la marchesa.
Trovandoci per la prima volta al cospetto di lei, io, ed il dottore pure, fummo presi da turbamento. Arrossivamo per lei.
Ella era impassibile. Parlò della ferita, della cura dei bimbi, di tutto fuor che un accenno alla causa di quella ferita. Pareva che si fosse trattato di un'altra persona.
A qualunque ora del giorno e della notte noi ci fossimo recati a visitare l'infermo, la marchesa era immobile, calma, al capezzale.