Part 12
— Verissimo — rispose l'uomo savio e pacato — ma sono di quei casi che quando non ci toccano in via personale, non si levano dalla importanza di un semplice fatto di cronaca, dei quali io non sono punto curioso, anche trattandosi di conoscenti come pare il caso a cui tu accenni così poco opportunamente. A dispetto di questi fatti di cronaca che sono sempre avvenuti, la famiglia è esistita ed esisterà sempre e l'edificio della morale non crollerà, credilo.
— Ma quale morale? — chiesi io.
— Quella scritta sulle dodici tavole eterne del buon senso — rispose l'uomo, e aggiunse in tuono di ammaestramento pacato — Fra la morale scritta e la morale pratica, tra il paragrafo del codice e la realtà esiste un tacito accordo che bisogna avere la fortuna di comprendere subito a pena si entra nell'onore del mondo se si vuol vivere bene ed in pace.
Ma sai tu che se fra le persone di buon senso non si comprendesse questo tacito accordo, la vita sarebbe una tempesta, una pena, una battaglia senza fine? E poi la donna che tu condanni, è essa veramente colpevole? Tu che ti diletti di filosofia, non devi ignorare che i fatti umani sono di così complessa natura, esiste un così delicato intreccio di forze opposte che non sempre è prudente, spesso anche non è giusto condannare anche nei casi dove la colpa appare manifesta.
Queste parole di ammaestramento cadevano sulla mia inguaribile ignoranza e me ne stavo lì inchiodato sulla sedia a sentir la predica senza risponder più verbo, tanto che non udii la campanella del fine nè vidi la gente che andava via: ma quando un passo lieve e una voce carezzosa con l'_erre_ si fece sentire presso di me, saltai in piedi come di scatto.
— Ma che carattere impressionabile! — disse lui.
— Prego, stia comodo — mi disse la signora e rivolta al marito aggiunse: — Guarda che sei proprio l'ultimo. Beata distrazione!
— Stavo facendo una ramanzina all'amico — disse il professore — e questa volta proprio sul serio.
— Le ramanzine di mio marito sono terribili — disse la signora e pronunciò quel «terribili» con quel suo _erre_ affascinante e inimitabile che mi risuonava ancora nel cuore per la frase udita breve ora innanzi. — Ma io — proseguì abbassando il _lorgnon_ sino a squadrare la punta dei miei stivali — ma io indovino subito quale è la causa della ramanzina di mio marito. Lei è ciclista, vero? Sappia che mio marito, che pure è incapace di odiare, odia ferocemente il ciclismo.
— Elvira!
— Confessalo, tu lo odii....
— Io non ho mai detto simili leggerezze di odiare il ciclismo: ho detto e affermo che questa frenesia per lo _sport_ eccede i limiti del buono e normale esercizio fisico.
— E io invece — disse garbatamente la signora — sarei felicissima che tu imparassi a montare in macchina; si farebbero delle gite in campagna, con dei _tête-à-tête_ graziosissimi, specialmente in giorni così belli come questo; e gioverebbe anche a diminuire quel certo _embonpoint_ che non forma la tua qualità più spiccata. Consulta un medico e ti dirà se io ho ragione.
***
E quando uscimmo dall'aula trovammo la solita fila dei tre bambini di cui la signora in cinque anni di matrimonio avea onorato il signor marito.
IL TRIONFO DELLE ROSE.
Il trionfo di Mimì che amava tanto le rose, è nella sua umiltà fra i più gloriosi di cui io abbia ricordanza.
Come eravate magra! Tutta occhi, tutta capelli, tutta tristizia, tutta bei denti bianchi! Diafana e preziosa anche allora come una perla!
Il mio amore per voi fu una di quelle febbri acute dei vent'anni che non si dimenticano più!
La colpa di questo innamoramento, oltre che dell'età, fu un po' di Giovanni Boccacci dove ragiona della rara bellezza delle donne Bolognesi e un po' di Olindo Guerrini che aveva spiegato in un suo fresco idillio il gran mistero de'
bei piedini così ben calzati,
verso che pareva fatto con speciale deferenza verso di voi.
Comunque, o Giovanni Boccacci o Olindo Guerrini, la verità è che io mi innamorai di voi in così pazzo modo che se voi m'aveste assicurato di essere la Venere di Milo, Giovanna d'Arco, Isotta, Aspasia, Maria Vergine, vi avrei creduto senz'altro su la parola.
In qualche libro francese avevate imparato a bere l'assenzio: e voi lo insegnaste a bere a me.
Non dirò che io ci provassi una speciale soddisfazione a sentirmi bruciare lo stomaco, ma voi dicevate che era molto piacevole e nobile cosa bere e intossicarsi con l'assenzio, ed io figuratevi! bevevo.
Macchè! Voi non dicevate di essere nè Venere, nè Aspasia, nè Giovanna; ma semplicemente la povera Mimì, cioè una piccola gracile creatura dicevate voi di essere, destinata fra poco a morire etica. Etica! Una cosa deliziosa; morire etica a vent'un anno (allora, scusate, avevate due anni più di me)! Anzi questa vostra carriera dell'etisia vi commoveva tanto che componeste persino uno stornello:
fiorin di rosa, me lo prometti, di' me lo prometti di portarmi dei fiori alla Certosa?
Allora, cioè più che tre lustri or sono, non era alla cognizione publica nessuna cura sieroterapeutica contro la tubercolosi: i sanatori non erano di moda e perciò gli etici, compresa Mimì, erano destinati a morte lenta ma sicura, ed agli amanti non restava che di piangere amaramente la perduta compagna. Pianto nel cuore se non pianto su gli occhi mi germogliava vedendo (andavamo lenti, soli, obliosi dell'ora) sotto il colle fiorito di S. Luca, biancheggiare la Certosa, la città dei morti! Lì i vostri bei piedini sarebbero rimasti immobili! Oh, mi aveste comandato di morire per voi! mi aveste comandato di farvi sposa all'altare prima del sopraggiungere della morte! Certo se così aveste comandato, io vi avrei risposto, come già Lancilotto alla regina Ginevra: «Gran mercè, dama!»
No! Voi non domandavate così grandi sacrifici nè tanta prova d'amore eroico: per il presente non domandavate che qualche umile colazione nelle trattorie suburbane dove le sottili, patrie tagliatelle pasticciate scomparivano sorbite a pena da' bei labbri a cuore di molle corallo; e per l'avvenire molte, molte rose per la vostra prossima tomba in cimitero. Voi mi tessevate frattanto tutta la mia futura vita; felice, ricca, lunga! Non mi invidiavate, non ne eravate gelosa purchè mi fossi ricordato del vostro stornello e della funerea promessa delle rose.
***
Ebbene no, piccola Mimi! voi non siete morta etica nè in altro modo. O non avete voluto o non avete potuto.
Me ne duole per le rose e pe' fiori, e ne godo per voi.
Io da quel tempo — e ne son passati degli anni — ho avuto tante cose da fare che ho dimenticato le rose, i piedini così ben calzati, gli stornelli, la tisi, l'assenzio (quello ne' calici, si intende, giacchè dell'altro assenzio ne ho bevuto sino all'intossicazione) e avrei dimenticato anche voi se voi non aveste pensato a far noto il vostro nome. Esso dopo alcun tempo mi è corso sott'occhio in qualche manifesto di commedia: un posto umile, ma comunque una posizione sociale ben determinata, cosa che non accade a tutti e specialmente alle donne. Ma, benchè mutate in meglio le sorti e datavi alla nobile arte del recitare, siete rimasta fedele alle vostre antiche abitudini; alle tagliatelle in ispecie.
Il cameriere del caffè X*** quando, o cara errante, ritornate in Bologna dopo qualche peregrinazione artistica, presenta a voi, che sedete placida fra i vostri compagni e compagne in _guitterìa_ — di cui quivi è gran ritrovo — il piattellino delle tagliatelle _raccomandate_ invece delle rose su la tomba. Capisco, era più igienico e nutriente. Avete fatto bene, piccola Mimì, a preferire le tagliatelle. Ciò vi ha conservato. Voi siete rimasta la stessa: magrolina, picciolina, palliduccia, co' begli occhi tondi neri e i bei denti bianchi.
La morte per etisia non ne ha voluto sapere di voi. Il tempo vi ha sfiorato a pena col piumino della cipria. Capelli bianchi? No! col piumino della cipria che vi dà la parvenza e il profumo delicato d'un mazzolino di violette, un po' languide. La tisi è stata interamente fugata. E avete fatto bene. Finchè la tisi era una malattia per così dire ideale, immateriale, si poteva anche essere etici favorevolmente: ma dacchè la tisi si mutò in concreti orribili bacilli o vermiciattoli, notoriamente infettivi, voi avete dato prova di senno a non volerne più sapere.
Il signor Koch, co' suoi bactèri omonimi, ha contribuito a sconfiggere le ultime trincee del romanticismo elegiaco più di ogni violenta diatriba filosofica.
Con la vostra compagnia _guittesca_ attorno ad un felice istrione, vi siete spinta sino a Parigi, cara Mimì, e in quella città dalle bellezze famose e trionfali, voi avete ottenuto un successo, e non di stima soltanto: ciò vi fa onore. Siete tornata in patria, fedele bensì alle natie tagliatelle ed ai piacevoli conversari del Caffè X***, ma, senza volerlo, la vostra abituale modestia ha subìto alcuna variazione di tenue e pretensiosa dignità.
Piccola cosa che non vi nuoce punto, anzi vi torna a ben meritata lode. Parigi vi ha convertita all'ultimo stile: prima erano timidi, vaghi accenni, ma ora è sinfonia spiegata e piena. Oggi la vostra conversione all'ultimo stile è completa. Siete florealmente stilizzata, piccola Mimì, e non vi disconviene.
Ai miei tempi, quando fiorivano le violette sul colle di S. Luca o quando venivate meco a S. Giovanni in Monte
a sentir la tromba sonar la ritirata
voi non portavate che un anello al dito medio, fatto di un vile chiodo di nero ferro ritorto. Allora usava così. Oggi le vostre dita sono nascoste sotto una fila di anelli e di pietre di vario colore, splendore e valore: avete imparato un fare languido, calmo (ricordate un tempo come eravate nervosa e stramba?) e signorile: la vostra piccola figurina si innalza sopra la liliale foggia di una gran gonna a strascico; e i vostri magnifici turbolenti capelli neri si sono acconciati a quella composta pettinatura che è detta verginale e che le gran mondane hanno, con molto acuto senso di contrasto erotico, adottata.
Che più? Il buon genio che ha presieduto alla vostra vita, vi ha concesso tanto di giovinezza dello spirito oltre che delle forme da prendere sul serio tutti i _non forse_, tutti i _luminosi_ vocaboli che oggi sono di moda. Oggi anche voi parlate raro con atti soavi.
Ma nel segreto del vostro cuore credetelo, piccola Mimì, senza avervene a male, voi siete rimasta sempre quella buona e piacevole figliuola che eravate prima, fedele in segreto alle vostre antiche abitudini e specialmente alle tagliatelle pasticciate ed ai ciccioli caldi.
Cotesta cura, aiutata da uno stomaco eccellente, è stata sovrana contro le rughe ed è valsa quanto il migliore _cold-cream_.
Io non so se ancora abbiate la melanconia di comporre versi, ma oserei scommettere che vi permettete ancora il lusso di innamorare di voi qualche imberbe ed ingenuo giovanetto a cui mormorate ancora, chi sa, forse sul serio e ben persuasa voi stessa:
fiorin di rosa, me lo prometti, di' me lo prometti di portarmi dei fiori alla Certosa?
Giacchè la morte, anche se non di tisi, è pur sempre un'ottima droga nella confezione dei colloqui d'amore!
Innocente e cara menzogna alla fin fine; e se sul vostro passivo non avete altre colpe, Iddio si ricorderà benevolmente di voi quando vi dovrà giudicare.
Nè credo proprio che abbiate altre colpe gravi! Avete violato la fede giurata? Avete fatto saltare le cervella agli amanti? Avete distrutto patrimoni? Avete tentato di impiccare alcuno con astuzie e pretese di matrimonio? No, nulla di tutto questo e sì che lo potevate, anzi da onesta e buona figliuola avete, per quello che io ho di memoria, sempre consigliato agli amici di andare ad impiccarsi altrove.
Un gaio genio ha presieduto alla vostra vita e Iddio avrà molti riguardi per voi come ne hanno tutti quelli che vi conoscono.
Non rabbrividite! Se quel giorno è inevitabile, se la morte che così di sovente invocaste, è fatale — essa è pur molto lontana da voi: essa vi lascierà ancora tanto di giovinezza che dopo lo stile floreale, sopravenendo un nuovo stile, voi ne possiate assumere le parvenze e il costume.
E infine?
Infine non mi meraviglierei che mi capitasse un bel giorno il vostro avviso di nozze e che voi direste agli amici e alle amiche: «Ora basta. Bisogna che mi metta proprio sul serio!»
IL TRIONFO DI PUCCÌN.
— Quanti figli avete?
— Due, cioè, veramente, ve ne sarebbe un terzo, anzi una terza — ma questo _cioè_ con quel che segue, era oramai più pensato che espresso da Almerigo Crosio.
***
Perchè avveniva questo fenomeno strano e doloroso: nel ricordare il numero dei rampolli destinati a consegnare il proprio nome alla posterità, Almerigo Crosio non provava nessuna di quelle vibrazioni di gioia che la natura sente nell'atto in cui si estende e propaga.
Il concetto antico del favore di Giove e della benedizione del Signore sotto la specie di una prole numerosa e sana, non penetrava gioiosamente più nel cervello di Almerigo Crosio, cittadino moderno.
Non si nega anche oggi la benedizione del Signore. Si dice soltanto che ai tempi che corrono questa benedizione si accompagna con troppo amore del signor Agente delle imposte, il quale a sua volta ha un interminabile corteo di impicci, di spese, di nuovi e costosi servizi. Ecco perchè l'antica benedizione del Signore non è più accolta gioiosamente, ed ecco la ragione per cui Puccìn, terza figlia di Almerigo Crosio, a tre anni era ancora a balia.
***
Negli antichi tempi entrava, invece, soltanto la benedizione del Signore.
L'incubatrice, il ginecologo, la pediatria, la pedagogia, i poppatoi razionali non erano stati inventati.
In quegli antichi, anzi remotissimi tempi, il buon centauro Chirone, benchè non avesse nessuna patente di scuola, forniva egregi precetti di morale e di fisica applicata alla fisiologia, e, quel che è più, non domandava stipendio, anzi faceva altresì da bambinaia reggendo sul bel dorso equino i pargoletti: la qual cosa avvenne ad Achille che ebbe tutta l'istruzione _gratis_ come si legge nell'Oda dell'abate Parini.
E se per caso mancava la balia, senza ricorrere ai poppatoi tedeschi, ci pensava la lupa, come intervenne a Romolo e Remo; o pure ci pensavano le nobilissime api d'oro a distillare il miele su le labbra degli infanti.
Ed è per queste ragioni che gli antichi raggiungevano nel procreare delle epiche meraviglie.
Danao ebbe cinquanta figlie che diedero il primo esempio storico di nequizia muliebre, uccidendo in una notte i loro cinquanta mariti.
Priamo procreò quasi tutto l'esercito combattente contro l'implacabile Achille.
Giove dava il buon esempio nel mettere al mondo dei e dee, ninfe ed eroi, cui non bastava la fecondità di Giunone — questa Zantippe celeste, dalle bianche braccia e dall'iroso cuore.
Anche i patriarchi biblici non erano inferiori in gioia ed in facoltà procreatrici.
Vero è che allora si trattava di propagare la specie su la superficie della vasta e deserta terra, e perciò più figli si mettevano al mondo e più grande era la benedizione.
Oggi invece il signor Agente delle imposte, fornito delle sue implacabili misure, conta i metri cubi d'aria di cui è capace il vostro appartamento, e tassa in proporzione.
***
Questa tassa, tradotta in buon volgare, vuol dire: «meno figliuoli fate e meglio è: meno bocche respiranti e più benedizione!
Non la volete capire? siamo in troppi, anzi troppissimi e perciò tasse da scorticare ai procreatori eccessivi e legali!»
Voi, ingenuo, rispondete: «ma dove se ne va allora la santità della famiglia, che voi legislatori proclamate, senza figliuoli?»
Ma il signor Agente delle imposte col linguaggio pratico delle sue bollette vi spiega che la santità della famiglia è sovente una frase decorativa dei codici e dei testi della morale, un _epitheton ornans_ come dicono i rètori.
Il fatto è ben diverso.
Ed ecco la ragione perchè quando _Puccìn_ si presentò sull'orizzonte della vita, entrò bensì nel bell'appartamento di Almerigo Crosio una provetta levatrice con tutta l'antisepsi voluta dalla scienza; ma non venne la fede, non venne l'esultanza.
Almerigo Crosio in quel giorno ricordò melanconicamente il tempo lontano quando nella sua casa era comparso il primogenito, ed egli, nella notte della natività, aveva scritto queste parole in un albo: «Il Signore è venuto a visitarci. È un bambino!»
E lo strillo di quell'essere minuscolo che, appena strappato dalle viscere materne alla luce, si era acceso alla vita ed alla luce, gli suonò nel cuore come una benedizione: esso fece palpitare e fremere tutte le sue viscere d'uomo e scrisse ancora:
«Sii buono, sii puro, sii bello! Iddio si manifesta con la bontà, con la purità, con la bellezza. Ore tre di notte!»
Ed era una cupa notte d'inverno.
Nella stanza della natività la fiamma — vigile — cantava: i lini attorno alla fiamma del focolare splendevano come il vessillo d'una idea pura e buona! Almerigo Crosio benedisse la compagna della sua vita e invocò la purità anche su di lei, su di sè, su tutto, purità come la neve che cadeva in quella silenziosa, cupa notte d'inverno.
Fu cercato un nome venerato e fu imposto al pargoletto.
***
Il secondo nato capitò al mondo con tanta disinvoltura, con gli occhi aperti e i pugni serrati, come se ci fosse stato altre volte. Reclamò subito con uno strillo i suoi diritti in questi termini: «Non è pronta la colazione?» Una attonita e ben fornita balia friulana, lì pronta, offerse il caffè-latte caldo all'impaziente, nuovo abitatore del mondo.
Crosio non scrisse nulla nell'albo.
Molteplici possono essere le cause:
o il rapido progresso delle idee materialiste trovava non più razionale l'invocazione di Dio;
o la purità invocata dal cielo era stata invocata invano (il primogenito, già settenne, era un bambino terribilmente inclinato a insudiciarsi e a insudiciare);
o l'attrito della vita aveva spente o congelate certe gentili fioriture dell'animo da cui si ricava il prezioso elisire noto col nome di Fede, che non è soltanto quella che si accende in chiesa.
Il fatto è che Almerigo Crosio non scrisse nulla nell'albo.
***
Ma quando comparve la terza creatura, Crosio pensò che la sua signora provvedeva con troppo entusiasmo alla conservazione della sua stirpe, una stirpe che non valeva troppo di più di quella di un altro, anzi che avrebbe potuto anche non essere conservata senza danno della umanità.
Non che Crosio fosse filosofo di professione o desiderasse finire con sè. Crosio era anzi uomo di affari.
Ma appunto l'abitudine di considerare le cose del mondo sempre come un affare, può indurre talora alle stesse conclusioni pessimiste e terribili come se si fosse filosofi.
Di queste considerazioni chi ne sofferse gli effetti fu Giuseppa, la neonata, la innocente!
Con tanta abbondanza di bei nomi muliebri che oggi l'estetica regala alle donne, fu imposto alla innocente questo volgarissimo nome di Giuseppa, tolto al calendario nel dì della nascita.
Invano il piccolo essere, dai lini ove era stato posato, faceva capire con due grandi occhi attoniti e aperti, che anche ella avea diritto al caffè-latte in famiglia: invano protestava con acute strida che sarebbe stata buona, ubbidiente, e non sarebbe cresciuta proterva, svogliata come i suoi fratelli.
Le proteste non furono accolte.
Il fagottino di quattro chili fu portato via da una robusta balia campagnuola, e non se ne parlò più.
***
Almerigo Crosio si ricordava di avere una figliuola quando scadeva il baliatico alla fine del mese.
D'altronde la sua coscienza era tranquilla.
Non solo la balia era eccellente; ma il balio pure. Il quale, oltre che benestante campagnuolo, era anche letterato.
Ogni mese costui elaborava una lettera invariabilmente di quattro pagine con un carattere denso ed irto come quello di un palimsesto, firmata Prosdocimi, nella quale lettera Crosio cercava una sola frase, cioè questa: «la bambina sta bene».
Ma siccome questa frase richiedeva una ricerca ed uno studio di interpretazione non breve e non facile, e d'altra parte la lettera veniva per se stessa a significare «la bimba sta bene», e le occupazioni e gli affari erano tanti, così Crosio finì con lo scorrere a pena quel difficile documento.
Ma oltre che scrittore, il balio si rivelò un bel giorno eccellente oratore.
Chè un giorno Crosio sentì nell'anticamera del suo studio la voce di un tale che domandava udienza.
— Voi siete? — chiese Almerigo Crosio inquadrandosi duramente sull'uscio.
— Io sono il balio, per servirla.
— Ah, Prosdocimi! Scusate, non vi ravvisavo!
— Sissignore, Piero Medici, o Medici Piero, come si dice adesso.
— Benissimo, accomodatevi, amico mio: io ho sempre letto «Prosdocimi», ma non importa.
E Piero Medici fu fatto entrare e adagiare in una poltrona.
— Dunque la bambina sta bene?
— _Puccìn_ adesso sta benone.
— E chi è questo _Puccìn_?
— La sua bambina. Noi l'abbiamo sempre chiamata così: _Puccìn_!
Così infatti: Da Giuseppa, Giuseppina: da Giuseppina, Beppa, Beppuccia, Puccia, quindi maschilizzando come suole talora il popolo i nomi di donna, era venuto fuori un villereccio _Puccìn_.
Tutto ciò adesso era chiarissimo, e spiegava ad Almerigo Crosio il perchè e il vero significato di una parola ricorrente in quelle perfide epistole, parola di cui aveva rinunciato a comprendere il senso, cioè _Puccìn_.
— Benissimo, benissimo — fece Almerigo Crosio — oh, che forse è stata ammalata?
— In fin di vita.
— E non mi avete scritto niente? — domandò Almerigo Crosio levandosi in piedi con volto adirato.
— Come? Io non le ho scritto niente? Io ho scritto tutto — disse Piero Medici liberandosi a fatica dalla poltrona, in piedi anche lui.
Il volto sbarbato di quel villano esprimeva una così schietta indignazione che Crosio tacque.
— Noi abbiamo scritto tutto — ripetè Piero Medici con voce trionfale — e li aspettavamo di giorno in giorno perchè venissero a vedere la loro bambina. Abbiamo colpa noi se loro non sono venuti?
_Puccìn_ — proseguì con gran copia di mimica Piero Medici — era ridotta bianca come quella carta, pesava come un passerino morto e non si vedevano di vivo se non gli occhi: la sua pelle cascava come questa qui (e Piero Medici fece saltare su la palma la borsa vuota del tabacco). Lo sappiamo io e mia moglie quello che abbiam fatto per _Puccìn_! E il medico due volte al giorno! La gente veniva per vedere il miracolo della bambina che non moriva. Io per badarla e portarla (non voleva stare che in braccio) ho perso un mese buono di lavoro; e la pazienza di ubbidire agli ordini del medico la dice poco, lei? Perchè sa chi l'ha salvata? Il medico. Lui ha detto:
«Se state alle mie ordinazioni _Puccìn_ vive, e se no _schiavo_!»
E ha ordinato una gran pulizia, un gran dare aria, lavare tutto, tutto misurato, e stare attenti giorno e notte. La gente diceva che eravamo matti a dar retta a tutte quelle sciocchezze del medico e che la bambina sarebbe morta lo stesso. Ma ora che vedono _Puccìn_ rifatta, e che è un fiore, un botton di rosa, un giglio puro, non dicono mica più così! La Befana da un mese gli ha portato il regalo: _Puccìn_ si è staccata e cammina da per sè.
Crosio ebbe la pazienza di ascoltare l'interminabile sproloquio a proposito di un'innocua diarrea infantile; infine domandò: — Le vostre spese saranno molte?
— Oh, molte, molte, molte! — disse il villano sornione dondolando il capo.
— E avete fatto un conto approssimativo?
— Io, compreso il medico, comprese le medicine....
— Comprese le giornate di lavoro.... — aggiunse Crosio sardonicamente.
— Comprese le giornate di lavoro perdute — ripetè con imperturbabile serietà Piero Medici — compresa la disgrazia di un vitello che mi è morto in quella circostanza, perchè non ci ho potuto badare e se ci badavo non moriva....
— Ebbene, compreso anche il vitello?
— Compreso il vitello, io ho tirato una somma di trecento lire, soldo più soldo meno.