Part 11
— Tiranno costituzionale, molto costituzionale — corresse.
— Costituzionale, ma sempre terribile!
— Ma tu stessa devi ammettere che se i miei ordini non fossero precisi, se non assoluti, sarebbe impossibile attendere a tanta molteplicità di cose.
— Verissimo, però devi concedere che una collaboratrice più perfetta del tuo lavoro non l'avresti potuto trovare.
— Questo è verissimo! — disse il marito.
— Aggiunga poi che la nostra casa è spesso un porto di mare — rincarò la signora — lettere, postulanti, raccomandazioni, circolari, sollecitazioni, omaggi di libri e di opuscoli, dediche al _caro maestro_, all'_illustre professore:_ un vero ufficio di selezione e di corrispondenza che grava quasi interamente sulle mie spalle. La celebrità è una gran cosa, ma sapesse quante noie si trascina dietro! (Il grand'uomo taceva). A tutto questo poi aggiunga un'altra erculea fatica, quella di mandare via la gente con bel modo anzi con la più _exquise politesse_.
Ora mentre io facevo da fonografo a questo scambio di cortesie coniugali, pensavo che fra tutti gli _articoli_ di proprietà del chiaro uomo, quello che destava maggiormente la mia ammirazione era la sua signora.
Intanto il tè fumante in un _samovar_ — Russia autentica — fu servito con tutto il cerimoniale dovuto alla nobile bevanda nella sala da pranzo. Quivi la signora mi domandò con molta compitezza delle mie opinioni artistiche, letterarie, politiche, sociali.
Io volevo rispondere cercando di contemperare, come meglio sapevo, l'omaggio alla verità e le convenienze alla casa e alla dama, ma non ne ebbi tempo perchè l'uomo, facendo precedere le sue parole da un sorriso che non lasciava sperare una gran lode, rispose per me:
— Il difetto del nostro buon amico è quello di seguire delle idee alquanto eterodosse e in politica e in arte e in letteratura. Intendiamoci: io non dico, mio caro (evidentemente il prof. Gaudenzi era in vena di generosità grande: mi regalava un intero discorso) che non si possano seguire anche le idee eterodosse; queste anzi oggi portano più avanti, forse, che le idee ortodosse, benchè bisognerebbe anche qui distinguere fra idee eterodosse e idee originali, ribelli, contro corrente, contro onda, e tu mi hai l'aria di prediligere le idee di questa ultima categoria, le quali non hanno mai recato fortuna ai loro possessori. Il far parte «per se stesso» — come dice Dante — si deve interpretare quale cosa spettante a lui solo, alla sua più che umana natura, non come massima applicabile alla vita se non in qualità di ornamento poetico. (La distinzione era sottile: io per esempio da quando lo aveva dato in custodia al professore di greco perchè imparasse tutti i verbi irregolari, non lo avrei mai creduto capace di tanta sottigliezza: ma credi, o lettore, che nell'iniquo mondo l'abito del dottore molto vale a formare il dottore! Poni il paltoniere in toga ed ermellino e in meno che tu non supponga l'udrai pronunciare parole di non sospettata saviezza). Però — proseguì l'illustre mio amico — anche nell'essere eterodosso, originale, ribelle alle convenienze ed alle convenzioni, ci vuole metodo, metodo, metodo: disciplina, disciplina, disciplina; costanza, costanza, costanza! Per far fortuna come ribelle bisogna essere un ribelle d'ordine. Pare un paradosso, e non l'è! E la verità è questa che solo dall'ordine, dal metodo, dalla perseveranza nasce quella sottile scienza della vita pratica in cui sta tanta parte del segreto della riuscita. Tu permetti, è vero, che ti faccia questa modesta osservazione...?
— Figuratevi, anzi vi sono grato.
— Le tue buone qualità, come l'ingegno, il buon cuore, un certo studio che cosa ti hanno valso? Ben poco. Alla tua età sei ancora un uccello sulla fronda!
— Ma bisogna prender moglie — disse la signora — bisogna prima formarsi uno stato, e poi il resto verrà da sè. Il matrimonio per noi donne potrà forse essere una rinuncia; ma per voi uomini è una condizione indispensabile per riuscire, è un diploma di serietà sociale. Sa quando mio marito cominciò a fare qualche cosa sul serio? Dopo che prese moglie, dopo che fu sicuro della sua casa, e poi tu stesso l'hai detto, è vero? «Una buona moglie, una casa ordinata formano l'oasi dove l'uomo stanco si fornisce di forza e di fede per il cammino della vita!» e con questa raccomandazione di prendere moglie al più presto possibile fui accomiatato o mi accomiatai, del che non ho sicura memoria.
***
Io uscii di quella casa mortificato di troppo. Avevo preso una lezione o ripetizione della vita non richiesta, e mi bruciava la pelle, appunto, perchè vi era molto di vero nelle cose da me udite, viste, provate. Non che io sentissi rimorso di non aver preso moglie, di non aver casa, di essere uccel di frasca! sciocchezze! o che mi dolessi dei miei peccati o dello scarso frutto che mi avea dato la vita a cagione della invincibile mia refrattarietà. Se noi ci privassimo dell'esercizio dei nostri buoni peccati, troppo sterili e grigi sarebbero questi giorni fuggitivi! Il peccato che non nuoce altrui ma solo a se stesso, sarà molto perdonato da Dio, ancorchè ciò non sia detto per espresso negli Evangeli! Dio! Sì lo so, questo nome non ha valore scientifico, ma è comodo ed è stata una gran melanconica idea l'aver decretata l'abolizione di Dio.
Non io, dunque, ero pentito _peccatorum meorum_, ma ero afflitto nel vedere come anche la donna seguisse la fortuna e si aggiogasse docile e lieta al carro del trionfatore. Degli onori, dei titoli, delle opere, della sfera immensa d'azione del prof. Gaudenzi a me non importava un bel niente. Ma ciò che mi dava amarezza era il vedere come costui fosse arrivato sino alla conquista della donna, cioè di quel bene che, quando è bene, è il maggiore dei beni; o almeno permette all'uomo di sprezzare tutti gli altri beni: e donna bella, elegante, ricca, intelligente (per quello che dà il sesso) graziosa, accorta, decorativa in sommo grado, collaboratrice preziosissima della sua vita! A questa donna egli intanto ha saputo offrire il fascino di un nome autorevole e riverito come corrispettivo alla pecunia della dote, e col nome la dignità di rappresentarlo, di sostituirlo, di reggere una casa grande, bella, comoda, acquetando così la petulante irrequietezza muliebre in un cumulo di lavoro che ne assorbe e soddisfa la congenita vanità.
Io? Io se volessi permettermi il lusso di una donna non avrei da offrirle nemmeno un posto sulla mia bicicletta.
E mi ricordo che delle poche amanti che ebbi, se erano buone, intelligenti o pietose, erano — per così esprimermi — antifisiologiche: se erano belle e piacenti, erano stupide e vane come pàpere: se accennavano appena di possedere le due qualità della bellezza e del valore, mostravano così grandi pretese da togliermi ogni ardimento.
Ma è più probabile che io sia stato pessimo intenditore dì donne, e invece di accusare esse è meglio che accusi me. Di ogni merce conviene avere esperienza prima di giudicarne il valore e il mercato.
Comunque si consideri la cosa essa era pur sempre sconfortante, e spiega la ragione perchè io me la pigliassi ancora con l'Arte, idolatrata e perseguitata invano da me con così fremebondo amore. L'Arte, pura Iddia, no, non porge come le femmine le mammelle alle labbra del prof. Gaudenzi e de' suoi pari perchè se ne abbeverino, suggere egli non può per difetto di Natura che non volle: ma il vibrione si è attaccato in qualche parte e succhia sangue e impingue e ingrassa e ne fa adorna sè, la moglie, la casa. Egli specula, egli sa trarre frutto dal cimitero delle Muse!
O morto nella miseria e nella disperazione, tu, o Foscolo che rendesti la spada alla Fortuna fra le britanniche nebbie grige; tu, Tasso, anima di luce e di sole all'ombra perfida del cenobio; tu, Leopardi, sperso nel sogno del verde prato dell'asfodèlo lontano; e voi tutti eroi del pensiero, nobili api che formaste il miele della vita; rosignoli che così dolcemente cantaste da far obliare ai tetri umani il dolore e il mistero; viole e rose, che diffondeste senza mercede il profumo su questo immane sepolcro della terra, voi.... voi pur giovate ai vivi dell'età pratica, maledetta fra le età.
Il vostro cimitero dà frutti a costoro!
Costoro, gli squallidi alchimisti, fanno analisi e filtri del vostro pensiero, del vostro cadavere: contano le parole che voi avete adoperate, o nobili poeti: pesano e scompongono le vostre anime: sottraggono, sommano e ne ricavano onori, reputazione, ricchezza.
Sì, sì! È vera la parola del fisiologo: la morte è necessaria alla vita, ma è anche vero che io avevo ragione di essere seccatissimo.
E non avendo altro sfogo o conforto, bevevo aria pura e correvo in bicicletta e mi confortavo col verbo plebeo ripetuto nel principio di questo racconto.
Il bisogno di ossigenarmi con una velocità anormale di quindici chilometri all'ora mi si presentava come rimedio eccellente. In cotesta specie di frenesia ero giunto al punto da reputare inutilissimi tutti gli studi, e la critica e la filosofia e la filologia e i romanzieri e i bibliofili e gli archeologi, ogni dottrina insomma e ogni scienza. E poichè l'uomo si compiace che altri approvi e lodi le proprie idee ed io non trovavo nessuno che mi approvasse e lodasse, ma ero solo come l'uomo maledetto della Bibbia, così mi rivolgevo alle cose e alla materia. E correndo lungo la riva del sonante mare, buttavo al mare, al sole, al cielo un nome di romanziere, di filosofo, di erudito, di critico, e le opinioni loro e le loro fatiche. E il mare, il sole, me lo respingevano sdegnosamente: «Sciocchezze!»
A questa prova resistevano solo alcuni pochi poeti, profeti e filosofi, specialmente quelli che meno avevano scritto e più si erano astenuti dal formare sistemi e teorie. Dante, ad esempio, era resistentissimo e, o suggestione o realtà, il fatto era che quando io buttavo contro il mare o contro il cielo un verso di Dante, esso si integrava con la infinita natura come cosa che a lei appartenesse veracemente.
O meraviglioso, o portentoso effetto!
Il mare, il cielo, i fiori sapevano i versi di Dante con perfettissima chiosa: essi tremavano nel vento, galoppavano sulle onde, seguivano la bicicletta, palpitavano col canto degli innumeri musici della natura; dal grillo al rosignolo. Oh, meraviglioso effetto che mi commoveva sino alle lagrime!
Se il prof. Gaudenzi avesse sentito nel suo pensiero balenare qualcosa di simile, lo avrebbe indubbiamente trasmutato in dieci mila schede: tante quante i seguaci di Senofonte.
Così operando e pensando, io avevo trascurato la Biblioteca dove mi era già un tempo argomento di conforto il conversare con le grandi anime antiche. Ora io ricercavo invece ansiosamente le vive anime delle cose: i campi fioriti, il mar risonante, il cielo sereno al bel tempo novo della Primavera che, dopo il chiuso inverno, era finalmente venuta rievocando nell'anima mia imagini adorne e sbiadite.
E per mio riposo in quelle lunghe scorribande avevo scoperto, poco discosta dalla città, un'osteriuzza, obliata e ignorata, un grazioso recesso di pampini verdi e a suo tempo di aiuole di fragole. Quivi non solo c'era modo di fare una colazione rusticana eccellente ma anche di aggiungervi una partita a scopa con l'oste col quale mi ero fatto amico. Vi capitavo sovente e fra gli altri giorni in un limpidissimo venerdì di giugno, un venerdì luminoso, caldo, pieno di vibrazioni e palpiti procreatori nella natura. I recessi tranquilli dei campi erano pieni di passeri che facevano la ruota e il minuetto alle loro dame; molte antère delle piante sotto la forza del sole scoppiavano e nugolette di pòlline erano librate nell'aria; gli insetti si aggiravano in così grande numero da credere che quel giorno corrispondesse a qualche loro misterioso e sacro rito. Nel cortile solitario dell'osteria era una vettura chiusa come un enigma e l'ostessa era in molte faccende davanti ai fornelli.
— Avete forastieri? — domandai.
— Due signori di sopra — disse lei bonariamente.
— Sì, due signori, di cui uno porta le sottane — corresse il marito rivolgendosi a me. Indi rivolto alla sua donna dicea: — Ed è tanto che te la canto in musica che di questi giri in casa mia non ne voglio: dico bene o dico male?
Io non potei che lodare il suo sentimento di moralità.
— Oh, dunque....
— Prima di tutto parliamo piano — disse l'ostessa. — Intanto nessuno ti dice che sia un giro: per me, sino a prova contraria, sono due sposini.
— Già per lei son sempre due sposini — disse sarcasticamente il marito.
— Se non lo sono, meriterebbero di esserlo! Lei, bella! Ma lui? Un cherubino. Cos'avrà? vent'anni! E vedere come ci è morto dietro, le premure, le delicatezze, le grazie, i bei modi! come c'è innebriato! sono cose che commuovono....
— Va là, vecchia carampana! — disse il marito.
— Bene so che un omaccio come te non ha più nessun sentimento. Oh, senta — si rivolgeva a me — una di queste due costolette la voglio dare a lei. Sentirà che bontà! L'altra la accomodo in due. Già loro non ci badano a quello che porto sul piatto; se è molto, se è poco, se è buono, se è cattivo. E poi tu, ehi, tu? dà retta: il signore è di famiglia e si può parlar chiaro: se fossero i primi venuti capisco anche i tuoi scrupoli, ma sono degli avventori che vengono ogni tanto, e avventori buoni. Se non c'erano loro tutte quelle bottiglie di vino spumante a chi le avresti vendute? e il _cognac_? Ne capitasse una al giorno di coppie come quella lì!
L'uomo alzò le spalle e mi stendeva davanti il tovagliolo: — Dopo facciamo la bottiglia a scopa?
— Ben volentieri, amico mio, oh, caspita, anche i tartufi!
La costoletta, sottratta all'agape amorosa e postami innanzi, era enorme e ostentava sul suo frontispizio un'incrostazione gloriosa di tartufi, come il petto di un uomo ufficialmente illustre, in un giorno solenne.
L'ostessa sorrise di compiacenza.
Ben tutti sanno che un cibo succolento ha virtù di eccitare il cervello in alcune sue parti onde queste fanno secernere alle glandole a ciò deputate maggior quantità di succo gastrico. Ne consegue che l'uomo, più a lungo che non soglia, si indugia presso la mensa.
Così avvenne a me in quel dì chè l'oste attese più del consueto che io fossi pronto per la partita a scopa.
La bottiglia fu posta fra noi due e ce la disputammo accanitamente.
Un rumore di sonagli e di finimenti già accennava ogni tanto che la coppia amorosa si preparava alla partenza; il cavallo fu attaccato e la carrozza andò a fermarsi bel bello davanti alla scala che era in comunicazione con la cucina.
E il mio cuore era sospeso nell'attesa, nè sapevo il perchè.
Non molto dopo i due misteriosi amanti scendevano con grande cautela la scaletta di legno: si sentiva un piede elegante scricchiolare: e il mio cuore era sospeso.
— Non c'è anima viva — accertò l'ostessa.
E allora — fatta sicura — una voce a me ben nota, se non che infinitamente umile e carezzevole di figlia d'Eva sottomessa, sussurrò con un _erre_ che mi tolse alle gote ogni flusso di sangue: — Ma lo sai, Gastone, che io ho dei doveri, dei sacrosanti doveri?
Palpitò un bacio e la voce con l'_erre_ tremò ridendo: — Bambino, bambino mio!
Ebbi a pena tempo di voltarmi che uno strascico setoso e spumoso di femina elegante scompariva nella vettura chiusa.
Le ruote scricchiolarono nello svoltare, accelerarono il moto: un rumore che durò a lungo nell'ardente silenzio meridiano: più nulla.
L'oste tendendo tutto l'acume del suo cerèbro nel difficile calcolo finale della scopa, io voglio dire delle carte dispari e delle pari, non si era addato di nulla. E in fatti è calcolo acuto e richiede molta attenzione.
— Se le carte sono mie, la bottiglia per quest'oggi la paga lei. — Contò e — Ventidue! — disse con grande soddisfazione — Però se desidera far la rivincita non mi rifiuto.
— Sarà per un altro giorno, amico, tanto più che oggi è tardi.
— Come le pare.
Saldai lo scotto senza dare a vedere alcuna sollecitudine, ma a pena ebbi inforcata la bicicletta e l'ebbi avviata con due nervose mosse di pedale, sclamai fra me: «Non sarà mai detto che una carrozza possa aver ragione di una bicicletta!»
Ma il cavallo o non era di quelli comuni da piazza o la frusta doveva essere caduta con forza sulla sua groppa perchè la vettura non appariva a nessuna svolta della strada.
E io spingevo il pedale con rabbia crescente fra un nugolo di polvere bianca.
***
Un pompiere che vede indizio di fuoco, un carabiniere che scorge il malandrino, un soldato che ode il rombo del cannone, un ispettore dei monumenti governativi che osserva un campanile che crolla, un _purus grammaticus_ che s'abbatte in un errore, sono presi da un'agitazione vivissima: i tre primi di solito accorrono, il terzo si affretta a stendere un rapporto, il quarto brandisce il lapis azzurro, giacchè ognuno è portato naturalmente alla conservazione di ciò che reputa affidato alla sua custodia. Perciò io che avevo per il passato studiato filosofia morale, mi sentii offeso da quel tradimento: io che avevo per il passato avuto fortissimo il senso della conservazione sociale, fui turbato da quella azione opposta e dissolvente della conservazione sociale. È vero che dopo sono diventato scettico, ma tenete a mente: se volete trovare ancora un'oncia di fede, andate da quelli che portano per insegna: «Qui non si vende fede!» come se volete trovare ancora un bricciolo di onestà, andate da quelli che dichiarano: «Io sono disonesto!» giacchè gli onesti e i credenti si vergognano di avere i magazzini pieni di una merce che non ha più molto corso in commercio.
E come il vigile del fuoco tira il campanello del proprietario della dimora che arde, così io fui preso dal bisogno di avvertire il proprietario che la sua moglie ardeva. Per dirgli che cosa? che la sua moglie ardeva? No! ciò sarebbe stata cosa ridicola, ingenua e perfida: bensì per avvertire quell'uomo savio e felice che una grande calamità, un grandissimo incendio avveniva nell'artistico e sacro monumento della Morale.
Cotale incendio e devastazione mi aveva profondamente turbato ed afflitto. Avrebbe turbato ed afflitto anche l'uomo che avea per suo ufficio la conservazione delle cose belle e buone? Quale peso dava egli a questo gravissimo fatto?
Giacchè tutto il segreto del vivere è qui: possedere le bilance di precisione per giudicare dei fatti umani e del loro valore alla stregua della praticità.
Questo, adunque, era l'annuncio: «Amico, un grande fatto avviene: crollano le torri, arde il monumento della Morale!»
Veramente avrei dovuto dire «era arso!»
Ma bastava poi la somiglianza di un ineffabile _erre_ per affermare che era la casa di Ucalegonte quella che ardeva?
La più elementare prudenza consiglia in simili casi di usare le maggiori cautele. Dunque anzi tutto era necessario esser sicuro che la dama fosse lei e non altra.
Fui in vista della carrozza un chilometro prima della città. Finalmente! Mi era nato persino il sospetto che avesse svoltato per qualche via di traverso o si fosse fermata in qualche villa, perchè mi pareva impossibile che un cavallo avesse potuto avanzare di tanto.
La carrozza eseguì una manovra abbastanza strana e misteriosa, ma però senza alcuna incertezza, dalla qual cosa si poteva arguire che non era la prima volta che faceva quel viaggio in simili condizioni.
Non entrò direttamente in città passando la barriera, ma prese per la via di circonvallazione descrivendo un lungo arco finchè imboccò i cancelli del giardino publico e cominciò ad aggirarsi rapidamente per i viali tortuosi e densi di ombra.
Il cocchiere due o tre volte si era voltato indietro con sospetto e ciò mi costrinse a deviare per un altro di quegli intricati viali.
Così perdei la traccia della carrozza per qualche minuto, quando ad un certo punto fu la vettura stessa che si incrociò con la mia bicicletta, ben lanciata.
Ebbi — confesso il mio pudore maschile — vergogna di spingere l'occhio dentro la vettura: vergogna per lei.
«Le tendine sono abbassate!» ma non avea formato questo pensiero che la bicicletta passò dinanzi alla vettura.
Le tendine non erano abbassate: in fondo era sdraiato un giovane, un bel giovane biondo — come potei giudicare dall'attimo — uno di quei tanti tipi di stereotipa eleganza e fisonomia che caratterizzano il ceto ricco e mondano.
E la dama?
Scomparsa.
Un uomo meno preoccupato del gravissimo disastro nel monumento della Morale, avrebbe ragionato così: la dama è scomparsa perchè è smontata dalla vettura, è smontata dalla vettura privata per prendere un innocuo calesse da piazza.
Se tu fai la posta davanti alla sua casa, la vedrai fra breve arrivare o a piedi o in carrozza e così saprai per certo se è lei veramente.
Ma a mia giustificazione debbo dire che io dalla frase udita avevo ricevuto convinzione piena che fosse lei, e perciò non tanto mi pungeva curiosità di avere per gli occhi maggior conferma, quanto mi agitava la passione, il dolore di veder crollate a terra le nobilissime torri del più bello fra gli edifici: quello della moralità della famiglia!
E tutto questo perchè?
Per effetto di una inoculazione di virtù subìta nei primi anni dell'adolescenza. È vero che dopo ho studiato filosofia morale, anzi ne ebbi laurea di bacelliere. Ma non è stata tanto questa cresima ufficiale, quanto il battesimo primo nell'antica casa paterna. Esso ha influito in ben mirabile modo sull'animo mio e mi ha collocato in una tale posizione di rettitudine morale da accorgermi e da addolorarmi inguaribilmente della stortura morale de' miei fratelli in umanità.
_Semel abbas semper abbas_ dicevasi un tempo di chi ha portato il collarino del prete; e colui che ha nell'organismo certi principi opera pur sempre in modo impratico, inconsiderato, come accadde a me in quel giorno.
Quando mi sono accorto di tale discrasia organica, ho cominciato una cura ricostituente e depurativa, ma ohimè! con tutte le salsapariglie della negazione, dello scetticismo, del cinismo, dell'ironia non sono riuscito ad espellere dall'organismo il _virus_ della virtù.
O virtù, _virus_ meraviglioso!
Erano le quattro e in una volata fui alla Biblioteca dove penetrai con impeto, con grandissimo stupore del portinaio e del solenne peristilio.
Di ciò che feci, del modo con cui diedi l'annuncio del grave disastro non ho ricordo esatto: ricordo però benissimo che nell'entrare nell'aula molte teste si levarono dai libri e concentrarono verso di me le luci dei loro occhi e dei loro occhiali con intenzione punto benevola: ricordo che, vedendo l'uomo, me gli sono accostato con certa foga così da rovesciargli sul tavolo un piccolo baluardo di libri e da spargere sul tappeto un certo numero di schede: e sopra tutto mi ricordo di avere balbettato delle parole dolorose e di sdegno.
Fu la voce calma del professore che mi fece tornare in me. Egli aveva deposto le schede e prese a parlare e diceva pianamente: — Va bene: tu mi racconti che sei solito fare delle gite in bicicletta, che questa mattina approfittando della favorevole stagione ti sei recato fuori in campagna a fare la tua solita partita a scopa e che oggi invece sei stato disturbato da una coppia di innamorati....
— Un amore illecito....
— E credi che ciò mi sorprenda? Ma sappilo che di mogli licenziose e di gioventù mondana e scioperata pur troppo nè oggi nè mai si ebbe a patire scarsezza. Anche il giocare a scopa è un piacevole esercizio non eccedendo, benchè siano occupazioni poco conformi all'abito che tu rivesti. Ma io ti domando se è il caso che tu scelga questo luogo e questo momento per venirmi a raccontare....
— È che.... — balbettai io — si tratta di uno di quei fatti gravi che sconvolgono le basi della morale e della famiglia e turbano così profondamente che non si può tacere.