Trionfi di donna (novelle)

Part 10

Chapter 103,729 wordsPublic domain

Tuttavia l'abito professionale per quel che riguardava la supposizione che il terribile _lôcch_ fosse stato freddato da un estraneo, si ribellò. Caspita, era tutto il suo lavoro che cadeva in frantumi! onde volgendosi a pena (e prima richiamando l'attenzione con la mano) disse in tuono insinuante e nel tempo stesso autorevole, rivolgendosi al principal parlatore: — Ma scusate, signore, come fate voi ad asserire con tanta certezza; come fanno gli altri qui presenti a credere ad una cosa che si affaccia come inverosimile, cioè che sia avvenuta una _grassazione_, e che un _fittavolo_, o fattore o fittaiuolo, o commerciante che fosse, abbia fatto fuoco? Ma nessuna, dico nessuna supposizione ci autorizza a credere ciò nemmeno lontanamente!

— La palla... — cominciò uno.

— Sì, capisco, la palla trovata nella ferita non corrisponde al calibro delle armi degli altri arrestati come supposti rei — seguitò in tono autorevole il comm. Fabrizi — ma questo è un argomento destituito di ogni valore. L'arma che non s'è trovata, si può, quando che sia, ritrovare. E d'altronde io domando e dico, signori miei, se fosse vero quello che asserisce con tanta certezza quel signore, io domando e dico, perchè quel _fittavolo_, o possidente o commerciante che sia, non si presenta alle competenti autorità e non dice: «Sono stato io a sparare!» Sapere lo deve sapere, perchè tutti i giornali ne parlano! Ora egli non solo non andrebbe incontro a nessuna noia di carattere giudiziario, ma avrebbe un bel ringraziamento per avere liberato la società da un soggetto pericolosissimo. Vedono dunque, signori miei, che la loro supposizione cade nell'inverosimile.

Ma il tuono autorevole del comm. Fabrizi, invece di acquistare di autorità, si veniva di mano in mano smorzando e ciò avvenne per effetto di suggestione, giacchè tutta quella gente, pur non interrompendo il magnifico signore, lo veniva guardando col bianco dell'occhio e con un sorriso di pietà.

«Dico forse delle sciocchezze?» — si domandò mentalmente il comm. Fabrizi, ed avutane dalla coscienza risposta negativa assolutamente, replicò: — Vedono dunque, signori miei...»

— _Ch'el scusa!_ — interruppe il maggior narratore con un tono tale di voce che significava che solo la barba e l'aspetto grave del personaggio lo inducevano ad espressione cortese — ma quando il _fittavolo_ è andato a dire che è stato lui, quando tutti i giornali stampano il suo nome, chi lo garantisce dalla vendetta degli altri _lôcch_? Quelli del tribunale forse? Non sa lei che è tutta una rete? Il colpo al _fittavolo_ è andato bene, salvo è salvo; conosciuto non è stato conosciuto da nessuno perchè era notte; vendicato, s'è vendicato perchè l'altro è morto. Se la sbrighi la giustizia a cercare l'autore del delitto! È ben pagata per questo! Ma lui non si farà mai vivo, glielo garantisco io: la pelle preme a tutti!

Il comm. Fabrizi a questo terribile ragionamento non ebbe la forza di replicare: si sentì avvilito, molto avvilito nella sua dignità di magistrato, cosa che in trenta anni del nobile ufficio mai gli era avvenuto anche davanti alle orride bestemmie dei condannati all'ergastolo. Anche l'immagine di Temi, effigiata nel gesso, era afflitta.

E avvertendo nella tasca del pastrano un involto che gli dava peso e deformava la linea, lo estrasse e disse al barbiere:

— Passerò a riprenderlo, ella intanto me lo tiene in custodia.

Era il codice delle leggi!

***

Quando il Commendatore uscì da quella bottega e si avviò al recapito che la amorosa creatura gli aveva dato, era quasi mezzogiorno: le funzioni della chiesa dovevano essere terminate.

Via X, N. 26, piano III, uscio secondo.

L'indicazione era facile: il salirvi era difficile. Perchè?

Per il rimorso? «Non ti rimorde il cuore, o Fabrizio, al pensiero di quello che stai per fare, di sciogliere cioè una cellula di quell'istituto del coniugio in sul quale riposa la santità della famiglia e con essa e per essa tutto il civile consorzio?»

Doloroso a dirsi! La coscienza del comm. Fabrizi, pulsata ancora da questa domanda, non rendeva più veruna risposta: anzi, cosa più dolorosa e nequitosa che mai, la figura della marchesa consorte (simbolo vivo del legame del coniugio) con l'adunco naso gli si ergeva innanzi instillandogli un senso di disgusto presso che fisico, e che pareva aver sede nell'epigastrio come avviene a chi si è gravato di cibo e di bevanda più che misura non consenta.

Per ventitrè anni egli avea concesso alla marchesa consorte tutte le attenuanti, tutte le giustificazioni che avea negato agli imputati di cui la legge lo faceva giudice: ora non più, nessuna attenuante, nulla! Un solo, vero giudice: Dracone! Ma che cellula! Egli aveva rimorso di non averle disgregate prima ed in maggior numero, quando era in tempo!

E il Comitato, ed il senatore X***, celibe, anzi celibissimo e, a' suoi tempi, scapestratissimo senatore X***, presidente del Comitato per la salvezza della famiglia?

Al diavolo anche loro! No, non era il rimorso che gli gravava il passo e lo rendeva pusillo al dolce ritrovo: era il peso della sua dignità, della sua notorietà, della sua gravità professionale. Ah, potere andare da un barbiere e dire: «toglietemi la mia dignità» come si dice: «toglietemi la barba!»

***

La casa N. 26 si disegnò con i suoi tre piani: silenziosa, decorosa, indecifrabile: piano terzo, scala seconda.

Un istante di turbamento lo vinse in sul varcar della soglia.

«Infine — pensò — un procuratore, un magistrato può per segrete ragioni d'ufficio giustificarsi se monta certe scale e bussa a certo uscio» e avanzò.

***

Ma in quel punto, sbucata non seppe egli da dove, si sentì prendere da due mani soavissime e madide e una voce anelante e timorosa sussurare:

— Per carità, signore, non venga. Il mio tutore è tornato all'improvviso. Sarà per un'altra volta, a migliore occasione! —

Era lei con i capelli sciolti, in ammirabile veste da camera, sbucata non sapeva da dove.

Il povero Commendatore rimase per un istante immobile: fissò quella testa gentile, quegli occhi spaventati e accorati come per leggere se diceva il vero: — Va bene — disse poi e discese le scale. E non mai la parola _bene_ volle appunto significare il contrario.

***

Mezz'ora dopo una carrozza da piazza lo sbarcava a casa sua.

La marchesa consorte venne ella stessa ad aprire:

— Finalmente! — disse — Il senatore X*** che vi attendeva per questa mattina, è venuto egli stesso qui, ed ha aspettato per un'ora intera! In certi casi la buona educazione vuole che si avvisi!

— Un affare urgentissimo!

***

Nel solito salotto da pranzo la colazione è imbandita: una colazione igienica e semplice: zuppa e carne di manzo a lesso.

I figliuoli — poverini! — hanno una partita di _tennis_ di grande impegno e non possono essere alla mensa paterna.

Così dice giustificando la marchesa consorte e coll'occhialino scopre e scruta la nuova foggia della barba maritale.

Sotto quella silenziosa pupilla doppia, il bollito sembra più stopposo ed insipido che mai! Ma la domestica, in grembiule bianco, domanda: «Senape inglese o senape francese, signor Commendadore?»

IL TRIONFO DELLA MORALE.

La bicicletta è sempre stata una mia ardente passione.

I fisiologi hanno discusso se in bicicletta si possa pensare, anzi no pensare, ma più scientificamente _cerebrare_: io non so codesto. So che il pensiero o la cerebrazione più costante per me in bicicletta è la seguente: «frègatene!» Verbo plebeo, ma espressivo.

Quando l'aria sibila e vi ossigena e vi penetra e vi rende brioso, poroso, ilare, un unico pensiero, che è sintesi della più solida filosofia, si forma nel cervello: «frègatene!»

***

Però se io entravo in biblioteca con visibili segni ciclistici, o berretto a visiera, o calzoni rimboccati o l'aspetto franco e lieto di uno che ha respirato bene, che può ricevere dei complimenti da Igea, che è in riposo cerebrale tanto per istudiar sei ore filate come in tensione di muscoli per liberare la strada da un paio di importuni, se — dico — il prof. Gaudenzi mi scorgeva in simili condizioni, non solo non mi faceva alcun complimento, ma non mi onorava più del suo saluto. Perchè bisogna sapere che il prof. Gaudenzi mi onorava del suo benevolo saluto, cosa che non accadeva a tutti, anche a persone di ben altro grado e stato sociale che il mio.

***

Chi era il prof. Gaudenzi?

Il prof. Gaudenzio Gaudenzi era un modestissimo, umile grande uomo.

Egli era cioè uno di quei pochi sì, ma caratteristici grandi uomini, indispensabili grandi uomini, destinati a sostenere la nazione e lo Stato e, se la parola non spiace, la Patria. Ufficio non lieve, anzi pesante, pieno di grandi responsabilità.

Io ho denominato questo illustre uomo con il titolo di «professore», che è fra i più modesti e comuni, perchè egli è così generalmente indicato. Del resto egli disponeva di una infinità di titoli; da quelli cavallereschi a quelli che ogni tanto gli arrecava la posta: titoli decretati da Assemblee, Istituti, Accademie, Consessi, Concilii etc. etc. L'antico Briarèo mitologico non avea tante membra quanti il prof. Gaudenzi aveva membri con cui uncinarsi socio a tutti i Consessi intellettuali del vasto-piccolo mondo.

«E se io entro in biblioteca di questo passo è perchè io solo so il peso che incombe sulle mie spalle; e se io invece di salutare mi limito a stirare le labbra, è perchè c'è il suo perchè!»

Questo sottile ragionamento si leggeva su tutta la persona del prof. Gaudenzi, quando entrava in biblioteca.

Giacchè il prof. Gaudenzi quando non era in ispezione per il paese, capitava regolarmente in biblioteca. Entrava stirando le labbra e dondolando il capo in modo che non era facile capire se si trattasse di un saluto universale generico — come quello che fanno i gran prelati — o di un moto asseverativo come per assicurare sempre più a se stesso: «Sì, io sono un umile — è vero — ma grande uomo!» Egli è però più probabile che quello stiramento e quel dondolamento dovessero costituire un saluto perchè avevano la virtù di far levar su da sedere tutti gli studiosi presso cui passava; e, una volta levati su, di far loro descrivere una specie di angolo di quarantacinque gradi in avanti, con la schiena e con la testa. Ma io — ripeto — godevo di uno speciale privilegio. Giacchè il prof. Gaudenzi, al di là di quella specie di muraglia dei libri da cui veniva circondato, mi sollevava, mi dondolava la mano, e infine mi permetteva di stringerla: — Che cosa stai facendo di bello anche tu qui? Oh, bravo, bravo, bravo! — il che tradotto in lingua semplice voleva dire: «adesso vàttene!»

Ed io me ne andavo al mio posto.

Questa speciale benevolenza mi era in certo modo dovuta perchè a quattordici anni io avevo avuto l'onore di sedere accanto a lui sui banchi della scuola dove egli fin da allora faceva strabiliare persino il maestro snodando a memoria tutta la filza dei verbi greci irregolari; e da allora andò sempre più avanti, diventando sempre più brutto, sempre più giallo, sempre più ostinato nella sua cocciuta volontà di riuscire un grande uomo finchè diventò un vero grande uomo, uno di quei pochi, sì, ma indispensabili grandi uomini destinati a sostenere la macchina dello Stato: uno cioè (le mie parole non paiano malevole e sarcastica iperbole) di quei grandi uomini a tipo regolare e mediocre, debitamente sterilizzati ed enervati che sono un prodotto tipico, un esponente-indice della civiltà contemporanea. Enervati e sterilizzati delle qualità eroico-geniali come sarebbero l'_indignatio_, la _magnanimitas_, la θεῖα μανὶα, il _furor sacer_, ed altre qualità consimili le quali costituirebbero un tipo umano assolutamente inadatto ed incompatibile col tempo nostro. Non è vero questo che io dico? Osservate: gli uomini forniti di queste virtù eroico-geniali vengono regolarmente ed istintivamente banditi dai consigli dello Stato, dalle accademie ufficiali, dalla vita publica in generale, laddove i grandi uomini di tipo regolare e mediocre ad uso prof. Gaudenzi, figli legittimi dell'età presente, vengono destinati a molteplici usi nè stanno mai fermi tanto è il bisogno che si sente della loro indispensabile mediocrità.

Il prof. Gaudenzi apparteneva alla speciale categoria di quegli illustri innocui personaggi i cui nomi sono tolti ogni tanto dal tabernacolo ed esposti alla venerazione del popolo specialmente quando accade alcuna publica calamità.

Essi allora, come i grandi clinici, sono chiamati a consulto: esaminano, inquiriscono, giudicano, mandano. Ad esempio: una battaglia perduta, una banca fallita, una corazzata che non camina, un'alluvione sterminatrice, un campanile che crolla ecc., turbano la publica opinione. Si domandano dal publico pene severe e giudizi esemplari come e più di quelli di Don Gonzales Fernandez di Cordova, immortalato da quell'incompreso scrittore che si chiama A. Manzoni. Troppo giusto! Allora vengono in moto cotesti inquisitori i quali dimostrano che il campanile è caduto perchè non poteva rimanere in piedi per legge statica, che la battaglia fu perduta perchè i nemici non avevano studiato strategia e logistica, che le alluvioni sono avvenute per legge idrostatica giacchè le acque tendono al livello inferiore, che la banca è fallita perchè esiste una matematica superiore applicata al denaro, la quale non è lecito spiegare nemmeno nelle alte scuole di commercio, etc.

Queste ragioni, se anche per la loro sottigliezza poco soddisfacessero la publica opinione, ecco sopraggiungere nuove calamità che fanno obliare le prime, richiedono nuove e più interessanti inchieste e infine permettono alle cose umane il loro naturale andamento ed oblio.

Al prof. Gaudenzi — venendo al caso particolare — era in ispeciale modo affidata la conservazione del patrimonio artistico-intellettuale della nazione del che egli teneva conto e ragguaglio minutissimo e prezioso in un numero assolutamente innumerabile di schede, con cui dava alla luce molte opere, opuscoli, relazioni.

***

Ma se io conoscevo tutti i suoi titoli accademici, ufficiali ecc. ignoravo tuttavia gli altri _estremi_ della sua fortuna.

Della quale ebbi piena contezza un giorno, in sull'ora della chiusura della biblioteca, chè mi scosse un profumo fresco di donna elegante e un passo leggiero. L'egregio ed illustre uomo era condannato a non poter sorridere se non stirando le labbra, ma questa volta, alla vista della moglie, lo stiramento fu umile, sottomesso, voluttuoso come quello di un buon cane che si accovaccia per farsi fare il solletico.

La signora aveva qualcosa da dire e da far valere e per quanto i molti libri le imponessero un certo rispetto, non poterono far sì che l'amabile voce non suonasse, distinta con un _erre_ di indimenticabile vibrazione.

— Ma, mio caro, piove, piove a dirotto. Se non penso io alla tua salute, tu non ci pensi davvero!

Aveva con sè il pastrano e l'ombrello.

— Me lo sarei fatto prestare....

— Sì, ma il _pardessous_, mio caro, tu che soffri di bronchi...!

La figura della signora, come potevo giudicare guardandola di sottecchi, apparteneva al solito tipo fisso delle donne professionalmente eleganti, ma di qualità superiore: solito ombrello aghiforme, borsellino oblungo che occupava tutta l'attività di una mano; solita gonna disegnante e rilevante con arte procace le sinuosità della vita, indi le conseguenti sottoposte protuberanze; solito spazza-strade di merletti multicolori, meritevole o di un premio o di un attestato di benemerenza da parte dell'edile cittadino, deputato alla pulizia stradale. Ma se questi _luoghi comuni_ del vestire potevano sembrare volgarucci di soverchio oramai, cioè quali si incontrano in ogni figlia di portinaia, essi erano compensati da una notevole signorilità e leggiadria di forme non comune, le quali se dalla moda ricevevano alcun manifesto risalto, avevano tuttavia nella natura il loro sostanziale fondamento. Inoltre la legge uguale della moda aveva alcun particolare suggello in lei, di lei e della sua feminilità. Io voglio dire che la dama in questione nell'armonia delle tinte, nella ricca compitezza de' particolari, nella sobrietà delle audacie aveva raggiunto quella linea difficilissima e costosissima che costituisce il sommo buon gusto, differenzia la donna elegante dalla donna galante, la donna della buona società dalla donna da ventura.

Il volto pallido, dalle linee belle e forti, apparteneva a quello stadio fisiologico della seconda gioventù che è sconosciuta alle donne del buon popolo lavoratore; laddove è frequentissimo nelle signore di razza: comincia dopo i trent'anni e si protrae spesso sin oltre i quaranta e in alcuni organismi privilegiati sino verso i cinquanta, con una ben singolare stabilità che non permette assolutamente di domandare: «Signora, quanti anni avete?»

Fui dunque costretto a formulare questo giudizio sintetico: «Moglie bella, giovane, premurosa, elegante.» Ma dopo questo primo giudizio mi si presentò naturale la domanda: «Dove la è andata a pescare?» La supposizione più semplice e conforme al vero fu la seguente: «Quando il prof. Gaudenzi a quattordici anni era mio compagno di scuola, non aveva altro capitale che la cupa e disperata tenacia di essere il primo a costo di imparare a memoria tutti i logaritmi, tutti i verbi greci irregolari. Ad una certa età egli deve aver avuto la fine accortezza di mettere in batteria scoperta tutte le sue qualità di savio e grande uomo in via di sviluppo, e così ha trovato moglie.»

Osserva, benevolo lettore: molti uomini che dettano legge nella vita degli altri uomini hanno il lor fondamento in una donna-capitale, in una donna-_coupon_, in una donna-pozzo di S. Patrizio da cui attingere. No! non è possibile dettare legge agli altri uomini se le miserabili, inconfessabili necessità della vita giornaliera non sono ampiamente garantite!

Io stavo così fra me e me pensando e costruendo tali supposizioni quando l'egregio uomo ebbe la cortese idea di farmi conoscere più compiutamente l'estensione della sua felicità.

Essendo la sala presso che deserta, il prof. Gaudenzi si avvicinò a me: — E vieni — mi disse — che ti presento alla mia signora.

Mi alzai, fu fatta la presentazione, furono scambiate le parole d'uso.

Sulla porta della biblioteca mi attendeva una nuova sorpresa: tre bambini graduati in iscala d'organo ma di una medesima candidezza e lucidezza, sotto la sorveglianza di una governante che si _avvistava_ a distanza di nazione svizzera e di così compiuta goffagine che pareva scelta ad arte per far risaltare la signora. I tre bambini salutarono l'illustre uomo con l'appellativo soave di _Papà!_ — Furono tre squilli argentini di vario tuono che illuminarono il volto del prof. Gaudenzi di una espressione molto affine al sorriso propriamente detto.

— _Wie geht es dir?_

— _Wie geht es dir?_

Così aveva suggerito la governante: così avevano ripetuto i tre figli dell'uomo a cui erano concessi in custodia i capitali artistici ed intellettuali del Paese. Solo il più piccino si impaperò domandando al babbo come stesse in lingua volgare: cosa che turbò molto l'amor proprio della governante.

Fui presentato, o, meglio, mi furono presentati tutti i componenti la famiglia.

— Lei è scapolo? — domandò allora la signora.

— Sì, signora.

— Male, ma è una diserzione sociale! Vero, amico mio, che è una diserzione sociale?

Il professore assentì blandamente.

— Quando è così, venga a prendere il tè a casa nostra: il buon esempio la aiuterà al gran passo.

Anche il professore insistette perchè mi recassi a prendere il tè a casa sua, nè io, stretto da tante cortesie, potei rifiutare.

— Ho abituato mio marito assolutamente al tè — diceva la signora nell'andare — ma ce n'è voluto!

— Non è esatto: mi sono abituato benissimo — corresse l'uomo.

— In casa mia i liquori sono stati aboliti assolutamente. Oramai la igiene ha dimostrato che il liquore è un medicinale; e anche il vino, veda, è in cantina aspettando gli ospiti e le occasioni di qualche pranzo di carattere ufficiale, ma in famiglia sempre tè. _Mrs._ X***, una dama inglese, mia buona amica, che risiede al Cairo da anni, me lo fornisce direttamente: una vera combinazione. E veda: da che noi si fa uso del tè abbiamo abolito medicine e ricostituenti: mio marito che si risentiva di qualche indisposizione, ora sta benissimo. Gli _alcools_, come lei sa, si trasmutano in sostanze grasse e mio marito non ha veramente bisogno di ingrassare.

L'occhio del marito, perduto in quel momento dietro una qualche scheda, si fissò sulla moglie con una tale espressione che ella virò di bordo. Ma siccome non esiste in natura la possibilità che una donna tronchi di botto un suo discorso, così ella filò ancora, ma insinuantemente:

— Concederai che un po' di moto ti farebbe bene!

— Devo girar tanto pel mio uffizio — disse a sua giusta ragione il prof. Gaudenzi.

— Sì, ma quando il cervello è preoccupato, tu sai bene che l'azione fisiologica dei muscoli rimane paralizzata. La bicicletta, ad esempio, ti... farebbe benissimo.

L'uomo illustre fremette.

— Mio marito — proseguì quella elegantissima dama — ha una vera _idiosincrasia_ per la bicicletta. Per me invece, che vuole? è estetica, come trovo estetico l'automobile! Già io sono molto moderna.

Il marito sostenne che la bicicletta è antiestetica.

La signora sostenne che se il suo illustre compagno avesse potuto scoprire in qualche codice che gli antichi avevano fatto uso della bicicletta, la avrebbe senz'altro riconosciuta esteticissima.

Per mettere pace in questa divergenza di opinioni io, benchè appassionato cultore della bicicletta, mi sforzai di ricondurre i due coniugi sul terreno comune e concorde del tè. Ma in compenso della mia opera pacificatrice l'illustre uomo mi colpì con questa insinuazione beffarda:

— Io credo che tu anteponga il succo classico della vite!

Non ebbi tempo di correggere la malevole espressione che la signora sollevò col guanto una esclamazione di orrore, e anche la governante o _fräulein_ in omaggio alla natia cervogia, emise un _Pfui!_ significantissimo per suo conto.

Eravamo giunti.

Io fui presentato, per così dire, all'appartamento: fui presentato alla luce elettrica che lo illuminò tutto all'improvviso: mi fu fatta fare la conoscenza del salottino della signora, una rivelazione estetico-floreale, dalle luci voluttuosamente intonate, della stanza da pranzo — stile compiutamente svizzero — infine siamo entrati nello studio dell'illustre uomo, sulla soglia del quale la signora osservò col suo dolcissimo _erre_:

— Qui finisce il mio regno e comincia quello di mio marito: non si meravigli se trova della polvere, ma qui tutto è _verboten_, guai a muovere un foglio, guai spostare una scheda!

— Una scheda molte volte è l'opera di un mese di ricerche! — avvertì l'insigne letterato; e siccome questa notizia doveva essere a perfetta cognizione della signora, così debbo supporre che fosse rivolta a me.

Le due grandi scansie di noce non potendo più contenere libri, carte, schede, ecc., avevano riversato il superfluo su di una grande tavola dove raggiungevano altezze piramidali così da obbligare il mio naso a volgersi in su.

Il chiaro uomo vide il mio naso rivolto in su e sospirò con tutta confidenza: — Un lavoro enorme, mio caro!

— Ci vuole davvero tutta la memoria di mio marito per tener dietro a tante cose — confermò la signora.

— Di' il metodo e la costanza, oltre che la memoria.

— Oh, certamente il metodo! mio marito alle sei del mattino è in piedi, qui al lavoro, e allora comincia la mia opera di pazienza e di sorveglianza; opera che non surge all'altezza della rinomanza nè all'onore della gloria, ma come l'umile violetta sparge il suo profumo d'intorno. Bisogna intanto sorvegliare che nessun rumore sia fatto intorno allo studio, che tutti gli abiti siano pronti, che i bambini siano puliti, che la colazione sia all'ordine, perchè mio marito è in questo un tiranno assoluto e terribile....

Quel _tiranno_ e quel _terribile_ furono pronunciati con tanta amabilità che la bocca del grande uomo, solleticata, si stirò di traverso in una specie di dotto sorriso.