Trionfi di donna (novelle)

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Chapter 13,778 wordsPublic domain

TRIONFI DI DONNA

=NB.= Il primo titolo di questo libro era _Trionfi di Eva_, null'altro intendendo l'Autore per questo nome se non indicare con voce generica la Donna: ma considerando che talora il nome di Eva, e specialmente in certa letteratura da trivio, suole usarsi con senso disonesto — la qual cosa non era nell'intenzione dell'Autore — così per evitare ad ingenui e malevoli erronee interpretazioni, è stato modificato il titolo: e se ciò non fu possibile fare nel titolo ricorrente, se ne chiede venia al lettore.

ALFREDO PANZINI

TRIONFI DI DONNA

(NOVELLE)

MILANO SOCIETÀ EDITRICE “LA POLIGRAFICA„ VIA STELLA, NUM. 9 1903

PROPRIETÀ LETTERARIA

Stab. Tip. della Società Editrice “LA POLIGRAFICA„

IL TRIONFO DEL MARITO DI CLODIO.

Tutte le notti, finchè le stelle dell'Orsa non piegavano sul mare, il giovane dottor Bonòra, assistente alla cattedra di fisiologia nell'Università di X***, mi intratteneva con ricca e geniale eloquenza intorno ai più curiosi e riposti fenomeni dell'anima, ricavandone le ragioni dai segni e dalle corrispondenze che sono nella materia: e la sua dottrina era così fresca di giovanezza e tanto persuasiva che io in quei tempi — in cui godevo di eccellente salute e bevevo copiosamente al fresco — mi sentivo convertire, mal mio grado, al più deplorevole materialismo.

Eppure — oh, contraddizione! — non mai come in quei giorni azzurri che trascorsi vivendo in ozio e secondo natura sulla spiaggia di S***, al mio spirito triste avvenne di pregare Iddio così sinceramente perchè l'oggi non trapassasse tanto veloce. Questa la ragione: poche volte mi era accaduto di vivere così bene nello spazio di ventiquattro ore da dolermi che il giorno fosse finito.

Il sole, poco dopo che le stelle dell'Orsa erano cadute, radiava sul campo del mare con tanta solenne magnificenza che l'anima mia triste diceva: «O Signore, che non ti sveli, o solo ti sveli a chi ti comprende e ti sente dalle tue meravigliose opere, grazie del giorno azzurro e dell'aere pura che tu mi dai: fa che esso volga tardi e senza dolore al tramonto!» Giacchè sono secoli che il buon Dio ci offre _gratis_ questi spettacoli meravigliosi del sole, del mare, della luce ed è molto se qualche poeta ogni tanto ringrazia in nome della rimanente umanità il Donatore di tanta gioia.

Il mio amico dottore non ringraziava nessun Iddio, ma anche lui sentiva il bisogno dì ringraziare alcun che, alcuna cosa.

Bisogna vivere secondo natura, in libertà completa, in ozio completo per sentire tutta la felicità di esistere, tutta la riconoscenza al Donatore della vita, tutto lo sprezzo per le infinite, faticose, tormentose opere umane.

— Dottore, considerate se non fosse meglio per l'umanità virar di bordo: abolire tutto, codici, leggi, convenienze, colletti, scarpe, orari, libri e tornare allo stato naturale!

— E i figli dei vostri figli tornerebbero ancora a coprirsi di un _tout-même_ di pelame come i progenitori di Eva, e a divorarsi letteralmente a vicenda. Studiate le leggi dell'evoluzione!

Ma queste caotiche e inconcludenti questioni non si ponevano se non alla sera, bevendo al fresco, con la luna che al confine del mare stava preparando la sua _toilette_ di perle e di brillanti per uscire vaga ed errante pel cielo.

Al giorno si trattavano argomenti più ovvii e della circostanza.

Perchè la spiaggia era popolata da molte femine, alcune vaghissime e giovani: esse ambulavano per la spiaggia d'oro, coi capelli sciolti, stillanti ancora dal bagno dell'onda marina: strane monache, coperte solo del bianco sajo dell'accappatoio.

In mezzo a quelle donne trascinanti dietro a sè, e lor malgrado, imagini impure, folleggiano schiere di bimbi che al respiro del mare e al bagno del sole — purità meravigliose — domandavano la conferma della salute per il domani della loro vita.

Uno spirito arcadico avrebbe trovato modo di paragonarli a numerosi Cupidi fra molte Veneri.

Alcuni uomini, giunti al tempo quando cadono le foglie dall'albero della vita, bevevano il Nirvana dell'azzurro senza confine e si affissavano nel lento andar delle navi e delle vele bianche. Torsi ignudi di giovani spingono lance e battelletti in mare o si rincorrono lunghesso il lido. Ricordavano spesso negli atti il Discobulo ellenico di Mirone.

Tale la vita della spiaggia.

***

Ma la sera le signore dell'aristocrazia si coprivano di brillanti e gareggiavano nella varietà delle vestimenta superbe.

Fra queste dame la più splendida era quella che tutti chiamavano il marito di Clodio, il taciturno. Taciturno il marito per quanto la moglie era loquacissima; taciturno per effetto della più inguaribile imbecillità. Le donne, pur aborrendola, non potevano staccar gli occhi da lei: e quando ella appariva, erano condannate a ragionare di lei. Gli uomini, anche quelli che, o l'amore della virtù o il consumo della vita o lo spreco fatto del vizio aveva resi indifferenti o aspri verso il fascino della bellezza, al passaggio di lei s'accorgevano che i loro ragionamenti erano sospesi da un misterioso comando, i loro occhi distratti e, quello che era cosa più strana, non potevano dirne male: era un potente e infiammato alito che passava con lei, e costringeva a piegarsi.

Il Dottore mi chiosava per fisiologia, anzi per la più cruda fisiologia, le ragioni di questo fascino: ragioni che io una ad una ammiravo e approvavo. «Ma insomma e con tutto ciò, caro dottore, la vostra scienza non possiede la forza sintetica della nostra ignoranza. Per noi, gente volgare, cotesto fascino proviene da un _nescio quid_ mirabile e divino che gli antichi resero superbamente nelle loro iperboli quando imaginarono le Ninfe, le Diane, le Elene fatali e per cui Enea all'apparire di Venere esclama:

E di che nome chiamar ti deggio? che terreno aspetto non è già il tuo nè di mortale il suono. Dea sei tu veramente.»

E poichè la sua scienza e la mia poesia non volevano venire ad accordi, così scherzavamo cercando per quella dama un paragone mitologico. Diana, Venere, Ebe, beltà snelle e febee, erano state escluse di comune accordo «Minerva?» «Ma Minerva, per quello che mi ricordo, suppone un'idea di intelligenza che qui dobbiamo assolutamente escludere» «Allora Giunone!» «Meno ancora; a Giunone, non so perchè, si associa prima l'idea di pinguedine che qui non è il caso, e poi l'idea di una volontà, maligna fin che si vuole, ma prepotente: ora costei non solo è abùlica, cioè priva di forza di volontà, ma vi dirò di più: è un'ingenua!» «Con quegli occhi, con quelle mosse, un'ingenua? Ditelo a tutti e nessuno vi crederà! La vostra psicologia si beffa della mia ignoranza. Ma sia come volete, ecco: Elena» «Ma Elena era un'adultera, e costei invece è una moglie probabilmente fedele.»

— Ma voi, mio caro, vi compiacete a giuocare ad assurdi.

— Come vi pare. Non mi credete? Liberissimo. Io vi assicuro che noi ci troviamo di fronte ad un temperamento sessualmente frigido. Non vi ho detto che si tratti di coscienza, di fedeltà morale, di dovere o di altro sentimento che passi sotto il nome commerciale di virtù. E per questo ho affermato: _probabilmente fedele_. Quanto anzi a coscienza noi siamo anzi nel caso opposto: la dama in questione non ha altra coscienza che quella che riguarda la propria bellezza, in che consiste una tipica forma dell'intelligenza muliebre, che meriterebbe di essere studiata di più dalle pedagogiste e dai maestri. Ora, quando la consapevolezza di tale fascino si congiunge ad un temperamento ardente, connaturato in un organismo così fatto, allora abbiamo le Elene, le Messaline, ecc., ecc.: ma qui manca uno degli elementi per costituire tale composizione chimica anzi psichica, e perciò vi dico: Il giudizio del publico è erroneo su questa dama, come è erroneo il vostro.

— Sia come più vi pare. Escludiamo Elena; voi per le ragioni testè addotte, io perchè non posso pensare ad Elena, figlia di Leda e di Giove, senza associarvi l'idea di una perfezione di linee insuperabile.

Ora la dama in discorso è classicamente imperfetta: uno statuario la rifiuterebbe per modello.

— Quand'è così abbandoniamo la mitologia — disse il Dottore.

— No! perchè il tipo c'è — dissi io.

— Quale?

— Ippolita, regina delle Amazzoni.

— Egregiamente! voi mi ricordate memorie obliate della scuola. Ippolita cavalcatrice di bianche pulledre indomite, coi crini che spazzano il suolo, succinta ed arciera: senonchè i tempi non permettendo più alle donne di questo raro tipo, tali esercizi, ella, il marito di Clodio, si accontenta di fumare un numero incredibile di sigarette, di spingere l'automobile a novanta chilometri all'ora, di far delle volate in bicicletta, di avventurarsi al largo nuotando per più d'un chilometro, di montare in barca quando il mare fa paura e le altre dame si ricorderebbero del segno della croce se vi si dovessero arrischiare. Del resto, osservate: il popolo ha avuto intuito esatto di questi istinti virili così anormali quando ha creato il nome assurdo di _marito di Clodio_.

Ed è appunto in questa maschilità rinchiusa in forme muliebri di rara avvenenza, maestose e snelle nel tempo stesso, che sta il segreto del fascino terribile che esercita sugli uomini e prima di tutti sul marito. Per non so quale malignità nostra noi la vorremmo bacchica e scomposta, e invece ogni sua movenza, ogni suo gesto rasenta sempre l'audacia, ma non mai vi cade dentro.

***

Prima di tutto sul marito — giacchè questa dama aveva un marito; non solo vivo, ma anche presente: anzi sempre pronto al suo ufficio quando le convenienze della vita mondana esigevano la presenza del responsabile titolare. Io lo conoscevo essendo noi dello stesso paese e coetanei: ma la disparità dei natali, delle relazioni, del genere di vita, impedivano ogni rapporto più intimo che non fosse il saluto e il complimento cortese. Il marchese Clodio — tale era il nome — portava un casato storico ed illustre. Dopo avere speso il decennio che va dai diciotto ai vent'otto anni nel solito _sport_ del macao e dei cavalli corridori, si era messo serio; era diventato un uomo posato. Di fatto stava posatissimo. Magrolino, tristanzuolo, nel circolo dove la sua signora parlava, rideva, squillava, egli sedeva posatissimo e correttissimo. Quando non era chiamato direttamente in causa nel discorso, taceva, lisciandosi e facendo scorrere le dita perlacee della mano inanellata sulla barba: una barba nera appena segnata di qualche filo bianco, aristocraticissima, che sarebbe riuscita assai dignitosa se il suo proprietario avesse avuto un decimetro di più di statura. Quando lei si decideva a dire: _Allons, mon chéri?_ egli allora si alzava e si muoveva.

Ma che vale aver detto addio al _baccarat, al chemin de fer, al turf_, a Monte-Carlo, avere smesso la scuderia dei cavalli da corsa, avere rinnegato l'orgia notturna, lo _sport_ navale, equestre, quando si coltiva il più pericoloso degli _sport_? quando ci si fa devoti alla più legittima ma alla più perniciosa delle orgie? cioè quando l'uomo si fa devoto delle follìe di una moglie?

Ma ciò che era più faceto si era il giudizio della platea, a cui questo circolo aristocratico di forastieri e di bagnanti, porgea quotidiano spettacolo e alimento di voci maligne.

Queste arrendevolezze del marito e alcune dicerie sui dissesti finanziari nel patrimonio del marchese, davano credito alla voce che egli vivesse sulle grazie della moglie: un americano che aveva preso in affitto la più sontuosa delle ville sul mare, che aveva fatto venire dall'estero un automobile mastodontico, più esotico del carro di Buddha, che aveva impiantato nel suo giardino il _tennis_ ed il _croket_, che lasciava il resto del franco per mancia al caffè, che aveva al suo servizio un cuoco che nessuno capiva ma che sfiorava tutto il mercato pagando a marenghi senza tirare un centesimo, passava per l'amante di lei, il marito di Clodio.

Questo _jankee_, massiccio, rossiccio, brutale nella sua parvente compitezza di gentiluomo, non parlava che il francese. Di italiano sapeva solo queste parole: _io so, io capisco!_ Quando qualcosa lo contrariava, quando i regolamenti, le leggi, il costume, ecc., sembravano opporsi alla sua sconfinata libertà di far tutto il suo comodo, soleva dire: _io so, io capisco_: apriva il portafogli e tutti lo capivano.

Proposizione elittica che voleva dire: «_Io so, io capisco_ che voi siete un popolo di straccioni: io appartengo ad un popolo di miliardari: troppo giusto: _io so, io capisco_ che bisogna pagare.»

La malignità e la maldicenza erano giunti a tal punto che correva la voce avere ella detto che saltato che fosse l'ultimo biglietto da mille, andrà a Parigi a cominciare una vita nuova di avventuriera. Lui andrà come agente dell'americano a Nuova York.

I figli — giacchè hanno due piccini — li ritirerà la madre di lui fino all'età di entrare in collegio. Come siano sorte tali voci nessuno lo sa. Certo è che tutti compiangono i due piccoli, futuri derelitti di questa famiglia in prossima liquidazione. Se la governante che li accompagna conoscesse l'italiano, la interrogherebbero per sapere se ciò è vero, o fino a qual punto, se riceve la paga alla fine del mese: non potendo sapere ciò, si accontentano di compassionare i piccini come fossero figli propri accarezzandoli quando li vedono.

Per mio conto sapevo che il patrimonio del marchese, vistosissimo un tempo, era oberato da ipoteche, pessimamente amministrato, tutto quel che si vuole, ma non giunto allo stato di liquidazione come quivi correva voce. La sola galleria conteneva dei valori inestimabili; due arazzi fiamminghi del cinquecento nel palazzo marchionale potevano sempre esser venduti per cento e più mila lire. C'era da sorridere a coteste dicerie. Confesso inoltre che l'animo mio repugnava di supporre in tanta abbiezione caduto l'ultimo discendente di una famiglia virtuosa ed illustre, e questa abbiezione ai piedi di quel paltoniere rosso di _jankee_ milionario. Me ne sentivo pure offeso in non so quale sopravvivenza di dignità nazionale, e volevo non credervi. «Imbecille fin che si vuole, ma non colpevole!» E godevo che il dottore in cotesto convenisse con me. Egli ammetteva che il marito si trovasse in uno stato patologico di perfetto dominio della moglie. «Egli è un asceta, un martire che gode del suo martirio pur di essere il possessore di quella donna. E come un artista tutto sacrifica per la sua opera d'arte, come uno scienziato muore per la sua scoperta così questo imbecille corre lietamente alla sua ruina pur di adornare e rendere felice il suo idolo, il suo meraviglioso feticcio che ride. Tutto il suo mondo è lì!»

— Soltanto — aggiungeva il dottore — una cotale specie di passione potrebbe portare ad una specie di pervertimento: il desiderio di far gustare al publico la propria opera d'arte. Accenno al caso in genere e come supposizione, non ad un fatto specifico. La cosa vi può sembrare mostruosa e in contraddizione con la gelosia: eppure avviene più di sovente di quello che non si pensi, specie in cotesto ceto di gente a cui il lusso, la ricchezza e l'ozio, l'eccesso del cibo e della bevanda vanno lentamente formando un ambiente o mezzo morale incredibilmente immorale in cui non è più possibile distinguere ciò che distinguiamo io e voi e che in fondo distingue il popolo che lavora e che soffre. Il giudizio del popolo non è altro che un'espressione falsa di una condanna giusta ad una società e ad un genere di vita viziosa ed oziosa che deve scomparire.

Qui cominciava il diverbio etico-sociale fra me ed il dottore: diverbio che si protraeva finchè le stelle dell'Orsa non cadevano in mare.

Quello però che stupiva era l'osservare come nè l'uno nè l'altra pareva che si avvedessero di questa atmosfera di obbrobrio e di ridicolo che li ravvolgea.

Ella sa dell'ingiurioso nomignolo di _marito di Clodio_? ne soffre? ne gode?

Le sue labbra ridono continuamente, le sue carni esultano in un'esuberanza di salute magnifica. La sua epidermide ha dei bagliori metallici di bronzo e d'oro: la sua chioma leonina si sparge come manto oltre le reni dietro all'accappatoio. L'anca coperta ma nettamente adombrata dal saio bianco dell'accappatoio, spiega movenze statuarie che arrestano la gente: e con tutto questo quel granatiere-femina ha delle estremità squisitamente modellate ed esposte al giudizio di chi le vuol vedere, giacchè, dalle undici alle dodici, il famigerato marito di Clodio passeggia fra elegante coorte lungo i rompenti del mare.

Che dice? che parla? di che ragiona?

Meravigliose sciocchezze, che le fanno risplendere i carbonchi degli occhi iridati e pazzi, più splendenti dei due gran diamanti che le adornano il piccolo lobo. Grandi risa urlanti come il mare, che le fanno scintillare le gengive di corallo e le perle dei denti serrati, aguzzi, ràbidi: giacchè ella ride sempre l'incosciente femina: ride sino a scoprire tutta la gola.

Solo quando la governante viene alla spiaggia coi piccini — esangui, delicati e belli come figli di re — ha degli scoppi orgiastici di gioia lagrimosa, chè veramente ella piange. Allora li solleva, li bacia, li soffoca, poi li cede alla governante per non ricordarsene che il giorno seguente.

***

Singolar cosa! Le discussioni fra me ed il dottore, pur raggiungendo le più eccelse e babeliche cime della fisica e della metafisica, partivano sempre dallo studio di lei, la incosciente, il marito di Clodio.

— Il suo cervello — diceva egli una sera — se fosse possibile metterlo a nudo, risulterebbe bianco e liscio come quello di un pulcino, di un idiota. Finora si sono fatte e si fanno delle questioni astratte di morale; quasi che la morale fosse un secondo infuso misterioso come l'anima. Noi invece facciamo delle questioni semplicemente fisiologiche; e quando lo studio del cervello sarà più avanzato, risulteranno manifesti molti fatti che oggi a pena si intendono. Certo, anche il profano, oggi, osservando due cervelli, quello poniamo di un semplice lavoratore del muscolo e quello di un uomo geniale, vi scorgerebbe differenze che non sospetta nè pur da lontano. Vi sono cervelli di pensatori che stupiscono per il lavoro meraviglioso ed immane che devono avere compiuto: macchine occulte e veramente divine che non conobbero il riposo se non il dì della morte: rispetto alle quali la fatica degli schiavi che elevarono le piramidi è un niente....

— Benissimo — ribattei io — vi ho colto in fallo, vi siete scoperto! _ex ore tuo te judico_ e voi allora che in nome della fisiologia volete abolito persino il vocabolo «Dio», come irrazionale ed assurdo, nel nome della scienza non avete poi il coraggio di combattere apertamente l'assurdo mostruoso della uguaglianza che è il terreno su cui il socialismo viene edificando il monumento della nuova barbarie. Anzi fate gli occhi di triglia, gli occhi languidi a questi tetri iconoclasti: farisei, voi scienziati! preti senza tricorno!

Così dissi io.

Ma il dottore non era uomo da cader di sella anche ad un colpo violento.

La discussione si accalorò, conoscenti ed amici fecero, come di solito, circolo attorno a noi, assistendo al duello oratorio: alcuni bicchierini di _cognac_ attizzavano ogni tanto le fiamme della questione: ma la luna già alta, con la sua gran faccia tonda e il suo viso beffardo che teneva abbonito il mare, pareva dire: «Sciocchezze antiche come il prezzemolo, ma di questo assai meno utili!»

Era già trascorsa la mezzanotte quando io ed il dottore ci avviammo lungo il viale dei villini: il dottore stava a dozzina in una casa in fondo al detto viale ed io solevo ogni sera accompagnarvelo: salvo caso di accompagnare, dopo, lui me, e quindi io lui; e molte volte l'alba ci sorprese in queste scambievoli cortesie.

Le ville in quella notte soave dormivano bianche al lume lunare dietro le pareti delle betulle e le siepi dei tamarischi; quando ne attrasse un vivo bagliore che proiettava fin sulla strada. Tutte le finestre a pian terreno della magnifica villa affittata dall'americano, erano illuminate sfarzosamente.

— Solita baldoria! — dicemmo all'unisono, quando d'improvviso la gran vetrata di mezzo si spalancò con violenza e un uomo ne uscì: dietro, il cameriere in marsina.

— Si metta il cappello almeno, signor marchese — disse la voce del cameriere che giunse distinta sino a noi.

Era lui, il marchese Clodio.

Nel fascio della luce la sua figura in sparato bianco e giacchetto nero, apparve distinta: rotolò gli scalini della villa; scomparve nella macchia di alcuni alti arbusti. Poi più nulla! Il cameriere richiudeva le vetrate tranquillamente.

Noi ci arrestammo.

Dopo qualche minuto lo vedemmo riapparire: attraversò, barcollando, il giardino, varcò il cancello, uscì sulla strada dove eravamo noi, barcollando pur tuttavia come persona ferita, che cerca ove posare. Ad un certo punto, mentre noi meravigliati osservavamo la nuova scena, non resse più e cadde di botto. Allora accorremmo.

Rantolava pietosamente.

Al tatto, sentimmo dal suo viso grondare un sudore gelato.

— Marchese — dissi io — che ha? sta male? è ferito?

Aperse gli occhi al richiamo, mi ravvisò, sorrise bonariamente:

— Oh, lei, caro? no ferito, ma mi sento male, molto male. Come? Non lo so. Questo è il bello.

Lo sollevammo da terra reggendolo per le ascelle, il che ci riuscì assai facile essendo noi due di aitante statura ed egli assai piccino ed esile.

In questa grottesca posizione io presentai al marchese il dottore.

— Onoratissimo, caro signore, e.... e.... molto a proposito, molto a proposito — fece il marchese piegandosi, per fare un inchino, sullo sparato bianco; ma in quel punto gli spasimi cominciarono atroci.

— Caro amico — fece il dottore a me con quella nobile e pietosa calma che distingue i seguaci di Esculapio quando v'è urgenza del loro soccorso — favorite in cerca di una vettura, qualcuna ve ne deve ancor essere di stazione nello spiazzale dello Stabilimento.

Partii di corsa.

Dieci minuti dopo li raggiunsi con una vettura da piazza.

— Come va?

— Meglio — rispose per lui il dottore; — ora si è un po' liberato e ne scorgete le tracce anche sulla mia persona.

Il povero marchese, allibito, livido, gli occhi sbarrati, gli abiti sordidi, stupefatto a quell'uragano che gli era scoppiato nel ventre, avrebbe eccitato le più allegre risate se la pietà lo avesse permesso. Nei momenti di tregua, fra uno spasimo e l'altro, ripeteva comicamente, interrompendosi ad ogni nuovo dolore:

— Io sono mortificatissimo: eravamo tutti a cena allegramente dal nostro buon amico, _mister_ Douglas, l'americano: si era mangiata la zuppa, un'eccellente zuppa di gamberetti alla nuovajorkese, specialità del suo cuoco, quando.... tutto ad un tratto.... Allora, per non disturbare gli amici, mi sono assentato.... con un pretesto.... Chi non avrebbe fatto così? Grazie a Dio, nessuno se n'è accorto. Ma chi poteva supporre un disastro, una cosa simile? Un ciclone ha preso dimora nel mio ventre.

E a me poi diceva:

— Come esprimervi, caro amico, tutta intera la mia gratitudine? e a questo degno gentiluomo di medico? Se la provvidenza non vi avesse messi sui miei passi, io sarei rimasto in mezzo alla strada. In piedi non mi ci reggo più! È deplorevole!

Evidentemente faceva sforzi erculei per sembrare superiore al male: ma questo, come onda forte, lo spingeva, quasi fuori di sè, verso la scogliera del dolore.

— Se ci fosse il colera, si direbbe un caso fulmineo di _cholera morbus_ — suggerii io piano al dottore.

Egli alzò impercettibilmente le spalle:

— Certo i sintomi sono questi — rispose.

— E allora che cosa può essere?

Allungò le labbra, come persona che non sa, e si accontentò di rispondermi:

— Staremo a vedere.

Disse poi:

— Una colica di questa improvvisa violenza potrebbe essere indizio di qualche grave sconcerto viscerale, cosa che non credo: ad ogni modo prima di qualche ora ogni giudizio sarebbe prematuro; piuttosto aiutatemi a tenerlo sollevato.

— Perchè ridete, dottore? — domandai poco dopo.

— Io rido? Mai più.