Part 7
Un bellissimo fanciullo di quattordici anni piangeva un giorno al letto di sua madre mortalmente inferma, la quale tenevagli il capo fra le mani, e con voce affievolita gli diceva:«Mio diletto figliuolo, io ti ho chiamato dal collegio per darti la mia benedizione, e farti udire le mie ultime parole. Fra poco tu perderai la madre, come già perdesti il padre, e resterai orfano sulla terra. Bisogna rassegnarsi alla volontà di Dio. Fatti cuore, e preparati alla nostra separazione in questa vita per unirci un giorno eternamente nell'altra. Abbi cara la mia memoria, e dammi prova del tuo amore seguitando innanzi nella via della bontà, dello studio, e della pratica de' tuoi doveri, come hai fatto finora. Così mi compiacerò dal cielo, vedendoti incamminato ad essere un uomo distinto, riputato e utile alla tua patria. E voi, cognato mio, continuò volgendosi ad un uomo che stava lì presso in atteggiamento da contristato, voi che siete il fratello di suo padre, abbiate cura di lui, vegliate sulla sua educazione e sul suo avvenire. Io vi trasmetto i diritti e l'autorità che la natura e le leggi consentono ai genitori. Assumete la sua tutela, tenete presso di lui le mie veci, e adempite le speranze che ho poste nella vostra bontà e nella vostra onoratezza.» L'uomo contristato rispose che sarebbero compiuti i di lei voti, e che egli avrebbe avuto pel nipote l'amore e le sollecitudini d'un padre. Intanto singhiozzava e asciugavasi gli occhi col fazzoletto. Il giorno dopo la povera madre morì, e il fanciullo col cuore ingruppato ritornò in collegio a compiervi i suoi studj. Non si dà al mondo creatura più interessante e più cara di un giovinetto orfano, che abbia un'anima sensitiva ed un volto grazioso sul quale viene a dipingersi la mestizia del suo sentimento di solitudine e d'abbandono. Anche in mezzo alle distrazioni e ai trastulli co' suoi compagni si vede in lui dominare una certa calma malinconica, la quale ammorza l'impeto e la naturale baldanza della sua età. S'indovina in lui lo sventurato, cui sono mancate le carezze e l'amore dei genitori, e siamo mossi a vivamente compiangerlo. Tale era appunto Faustino, il quale sentì in sommo grado la perdita fatta, e per lungo tempo non seppe darsene pace. Dotato di molto ingegno e d'indole soave, volonteroso dello studio, sussidiato da buoni maestri, e memore delle raccomandazioni materne, andò crescendo nella gentilezza, nell'istruzione e in tutti i pregi che rendono amabile e degno di stima un giovinetto. I superiori, i condiscepoli e quanti lo conoscevano, gli portavano affetto, e si promettevano di lui le sorti più liete. Egli splendeva d'una rara bellezza, diremmo quasi femminile, se il suono della voce, alcuni tratti caratteristici del volto, e la nascente lanuggine del mento non avessero attestato il contrario. I suoi occhi ammirabili nuotavano in un fluido etereo di dolcezza e insieme di vivacità, ma celavano ancora l'eloquenza e l'ardore che le passioni sogliono far nascere più tardi. Questo essere prezioso, questo tesoro di purità e d'innocenza, toccato il diciasettesimo anno, passò dal collegio alla casa del suo tutore e zio insieme. Costui, secondo le leggi divine ed umane, secondo i dettami del dovere e della coscienza, secondo gl'impulsi della ragione e dell'onestà, e finalmente secondo la voce della natura e dell'amore, avrebbe dovuto penetrarsi del suo importante ministero, e vegliare gelosamente sul sacro deposito a lui affidato. Avrebbe dovuto continuare a compiere l'educazione di Faustino, sviluppare in lui maggiormente i doni dell'intelletto e del cuore, circondarlo di savie persone, allontanarlo dai pericoli di seduzione, e iniziarlo prudentemente alla pratica del mondo e all'esercizio delle acquistate virtù. Che ha egli fatto invece? No, non potrebbe nessuna mente umana concepire un bastevole orrore di ciò che ha fatto il signor Fabio, come nessuna lingua umana potrebbe a sufficenza manifestarlo. Faustino è caduto dal cielo all'inferno, e dopo un anno di soggiorno in casa dello zio, non è quasi più riconoscibile. Egli ha perduta l'aria candida, lo schietto sorriso, la tinta florida e virginale del volto che formano il più bell'ornamento della giovinezza. I suoi occhi non brillano più di quella luce viva e pura che tanto seduceva, ma errano come incerti e smarriti da un oggetto all'altro, e qualche volta pajono tocchi da stupidità. Alla scioltezza ingenua del contegno e delle maniere successero la titubanza e l'impaccio. La sua immaginazione è contaminata come il suo corpo; egli è caduto in balía del vizio. Appagare i sensuali appetiti, ubbidire ai lenocinj del piacere, ecco il suo struggimento. Egli presta appena un'attenzione di convenienza ai maestri che lo zio gli ha procurati per rispetto del mondo, e per salvare le apparenze.
IV.
Fantino entrò nella sala, e diede il buondì ai due interlocutori.
--Caro nipote, disse il signor Fabio in tuono di chi rimprovera dolcemente, quest'oggi ti sei trattenuto a letto un po' troppo tardi, e perciò io debbo sgridarti. Le ore del mattino sono preziose per lo studio, e bisogna metterle a profitto. Lascia che ti guardi più da vicino. Sì, tu sei alquanto smorto, e sotto gli occhi hai un certo lividore.... ti sentiresti male?
--No in verità, rispose il giovane abbassando gli sguardi come un colpevole.
--Tuo zio ti ama tanto che s'inquieta per nulla, disse Leonardo.
--Certo che io lo amo, e che voglio vederlo felice. Non è egli mio nipote, anzi mio figlio? Non ho io incontrato la seria obbigazione di fargli da padre? Io non mancherò, sicuramente al mio impegno, ma tu pure dal canto tuo devi corrispondermi coll'obbedienza, colla buona condotta, e coll'utile impiego del tempo. Via, siamo giusti. Le mie premure fruttano abbastanza bene, e mi chiamo di te contento. E tu puoi lagnarti di tuo zio?
--Tutto il contrario. Voi siete buono, affettuoso, compiacente.... io non ho nulla a desiderare in casa vostra.
--Baroncello, tu mi conosci eh? Per bacco, io non so essere rigoroso colla gioventù. Io acconsento che tu ti diverta, ma onestamente, non a scapito de' tuoi doveri. Come ti è piaciuta la commedia di jeri sera?
--Moltissimo.... una commedia spiritosa, interessante....
--E soprattutto castigata e morale quanto si può desiderare, aggiunse Leonardo.
--Va bene, ciò mi consola. Ti raccomando di nuovo, Leonardo, l'attenzione su questo particolare. Io permetto a mio nipote di frequentare il teatro, purchè vi si rappresentino cose conformi ai buoni costumi. Pur troppo sento dire che oggidì molte composizioni teatrali peccano di disonestà, e sono scuola di scandalo e di corruzione.
--Io so il mio dovere, e m'informo preventivamente della commedia che si deve recitare. Faustino non assisterà mai ad uno spettacolo, dinanzi al quale la virtù debba arrossire. No, sicuramente, finchè sarà in mia compagnia.
--È una vera fortuna, caro nipote, che io conoscessi un uomo di tanta saviezza al quale affidare la tua custodia. Non ho voluto fin qui lasciarti praticare co' tuoi coetanei, essendo difficile di trovare buoni compagni fra una gioventù generalmente viziata e pericolosa. Sappi però che vo' cercando qualche giovane dabbene e degno di te per avvicinartelo. Io so benissimo che ognuno ama di conversare e divertirsi co' suoi eguali. Abbi pazienza, e ti sarà procurata questa consolazione.
--Finora non ne sento il bisogno. L'amicizia e la compagnia di Leonardo mi bastano.
--Questa dichiarazione fa il suo elogio. Non è piccolo merito quello di un uomo attempato che sappia cattivarsi a tal grado la simpatia di un giovane, e rendersi a lui così pienamente accetto.
Un servitore venne ad annunziare che la carrozza era pronta. Il signor Fabio prese il cappello, salutò, e disse che andava a visitare alcuni stabilimenti di beneficenza posti sotto la sua protezione. Faustino, rimasto solo con Leonardo, così parlò:
--Mio zio è una pasta di zucchero, un uomo pieno di buona fede. Quanto ti sono obbligato che lo mantieni nella sua credulità!
--Bella obbigazione! Mi sarebbe più grato un acerbo rimprovero. Io sono un colpevole che inganno quell'eccellente amico col farmi complice delle tue scappate. Quando penso alla mia condotta, mi salgono al viso le fiamme della vergogna. Non avrei mai creduto che una leggera condiscendenza ad un tuo capriccio dovesse trascinarmi così lontano. Sempre menzogne! Sempre soppiatterie! Dover infinocchiare che jeri sera siamo stati alla commedia!
--Non è la prima volta che spacciamo una tale fandonia. Anche domani faremo lo stesso.
--Questo poi no! Io pretendo che stassera si vada veramente al teatro, oppure che si rimanga in casa.
--Leonardo! amico mio!
--Che vorresti tu dire?
--Io ardo di trovarmi con Marietta la bruna crestaja. Sono otto giorni che non la vedo.
--No, è tempo di finirla con queste tresche. Bisogna fare giudizio.
--Sì, sì, lo farò sicuramente, ma per ora non posso. Le attrattive del piacere sono più forti della mia volontà. Io capisco che è male il rompere così il freno agli appetiti, ma mi sento incapace di resistere alla loro violenza, finchè la sazietà non venga a rendermi facile la vittoria.
--Uditelo come ragiona, e come difende abilmente la propria causa.
--Mio buono, mio caro Leonardo, te ne prego. Questa sera con Marietta....
--Con nessuna, ti dico.
--Suvvia, contentami, non farmi penare.
--Non voglio saperne, m'intendi?
--Le mie preghiere sono inutili? Or bene, io anderò da me solo dove mi piace. Fuggirò di casa nascostamente.
--No, non commetterai questa imprudenza. Aimè, in quale trista situazione mi ha posto la mia sciagurata debolezza. Io sono costretto a secondarti per impedire un male maggiore. Coll'essere teco io servo almeno a tenerti in una certa misura, e a conservare il secreto sulla tua condotta.
--Dunque mi compiacerai?
--Sì, e Dio me lo perdoni. Forse dovrò per te dannarmi l'anima. Tu mi fai fare di quelle cose.... hai un tale potere sopra di me.... egli pare che tu mi abbia stregato. Il vero si è che io ti amo grandemente, e che nulla so ricusarti, neppure ciò che è male. Ma io credo fermamente che, passata la foga giovanile, metterai un termine a questi disordini, e riformerai la tua vita.
--Senza dubbio, tale è il mio proponimento. Siamo dunque intesi. Tu farai che Marietta abbia l'avviso dal solito Mercurio.
--Ad un patto però, mio caro Faustino.
--E quale? Udiamo.
--Che tu debba occuparti un po' meglio dello studio. Tu non sei attento abbastanza alle lezioni de' tuoi maestri. Che diamine, si può conciliare benissimo l'amore dei libri con quello dei piaceri.
--Sì, sì, tu dici ottimamente. A proposito di libri, mi hai tu portato quei tali....
--Bisognava pure che io te li portassi per liberarmi dalle tue importunità. Eccoli. Ma non è a questa sorta di libri che tu devi interessarti. Sono scherzi e frivolezze che servono tutt'al più a divertire e far ridere per una mezz'ora.
--Grazie, Leonardo. Vediamo.... Novelle Galanti di Giambattista Casti.... Quest'altro?... Convito dì Trimalcione di Petronio Arbitro. In verità, sono curioso di leggere.... I titoli mi promettono cose piacevoli.... Addio Leonardo, a rivederci.
--Adopera ogni precauzioni; affinchè nè tuo zio nè anima viva ti sorprenda con quei libri in mano. Sventura a noi se ti fossero trovati in casa!
--Sii tranquillo, e lascia fare a me. Tu sai pure che ho un nascondiglio sicuro dove tengo i miei contrabbandi. Io sfido il diavolo a scoprirli.
Faustino si ritirò nel suo appartamento, e lesse avidamente due novelle del Casti, infiammandosi la mente colle lubriche immagini e colle pitture allettevoli che abbondano in quelle pagine corrompitrici della gioventù. Quindi nascose il libro in una specie di guardaroba, serrata a chiave, dove stavano poesie, romanzi e racconti in gran numero, tutte sconcezze stomachevoli, tutte produzioni di laide fantasie. Vi era inoltre una raccolta d'incisioni e di miniature le une più lascive delle altre, un insieme di brutture degne dei costumi della Reggenza francese. Queste porcherie di libri e di stampe erano regali che Leonardo faceva di quando in quando all'ardente giovane, dopo avergliene con destrezza lasciato intravvedere l'esistenza, e dopo essersi fatto pregare per concederle. Faustino aprì un altro armadio che racchiudeva manicaretti e paste calorose, frutte macerate nell'acquavite, bottiglie di vini forastieri e di liquori spiritosi in quantità. Egli mangiò un pezzo di pane pepato, bevette un bicchiere dì rhum, e poscia si sdrajò sull'ottomana a fumare un sigaro. Quell'infelice aveva contratto tutti i vizi che istupidiscono l'intelletto e limano il corpo. Consumato che ebbe metà del sigaro, gettò via il rimanente, e si diede a passeggiare per la camera, pallido in volto e col capo torbido e dolorosamente esaltato. Ebbe bisogno d'aria aperta per riaversi, e discese in giardino. Quando un'ora dopo venne il professore di filosofia a dargli lezione, lo trovò distratto e sbadigliante come al solito. Gli parlò delle operazioni dell'anima in generale, e di quella del pensiero in particolare. Il discepolo ne approfittò per volare appunto col pensiero al convegno che avrebbe luogo la sera, e durante la spiegazione lo tenne rivolto intensamente a Marietta la bruna crestaja. Il professore, da quel bravo filosofo che era, se ne andò ripetendo in cuor suo: Egli è ricco, e non ha bisogno di filosofia. A me basta che si paghi esattamente il mio lauto stipendio mensile. Così dicevano presso a poco e con eguale rassegnazione i maestri di letteratura, di lingua inglese, di musica e di pittura, i cui precetti Faustino ascoltava col medesimo interessamento. Egli sentiva, è vero, di quando in quando alcuni rimorsi di coscienza circa le sregolatezze della sua condotta. Ciò è naturale in tutti, ma principalmente in un giovane d'indole buona, che s'informò di principj virtuosi, e che attese più anni all'acquisto di una savia educazione. Egli rammentava le pratiche del collegio, le massime dei maestri e quelle dei libri, gli avvertimenti di sua madre e di tutte le oneste persone colle quali aveva conversato, e paragonava questo complesso di bene coi cattivi andamenti della sua vita attuale. Ma erano riflessioni deboli e passeggere, fatte soltanto in certe ore di disgusto e di malessere dopo un eccesso d'intemperanza. Il pretendere che egli si ravvedesse di proprio impulso sarebbe stata cosa impossibile e fuor di ragione. Forse neppure i consigli e le ammonizioni altrui avrebbero operato la sua conversione. Come mai persuadere un giovane a frenare le proprie passioni una volta scatenate, e a rinunciare al piacere una volta gustato, quando a ricercarlo maggiormente lo spinge il suo temperamento e l'opera di un demonio che gli sta al fianco?
Fra le case situate in una contrada remota e poco frequentata, avvene una senza portinajo, e non molto purgata rispetto alla qualità e condotta degl'inquilini. Leonardo vi aveva preso in affitto due camere, e fattele mobigliare decentemente, servivano di ritrovo a Faustino colle sue amanze. Un ripostiglio praticato nel muro conteneva una ricca provvigione di commestibili e di bevande, provvigione che veniva rinnovata di mano in mano che si consumava. Quelle camere erano il teatro della corruzione e delle orgie di Faustino. In esse aveva dato l'addio alla sua innocenza. Quante ignote commozioni, e quanti arcani turbamenti vi provò la sua anima! Quai dolci tremiti, e quali ansie dilettose! Come arrossiva il suo volto alle carezze della prima donna da lui avvicinata! Gli inviti della voluttà contrastavano nel giovane colle ritenutezze del pudore. Era mille volte più bello della donna invereconda e provocatrice. Ben presto le timide esitanze del novizio fecero luogo all'arditezza dello sperimentato. Le più belle giovani di facile conquista si avvicendavano da un anno a' suoi piaceri, e avevano creato in lui, ciascuna coi propri vezzi particolari, una somma d'impressioni e di memorie, che sogliono accendere maggiormente la concupiscenza, e fare più acute le voglie. Ad un'ora di notte Leonardo e Faustino comparvero in queste camere, e si diedero a preparare la tavola per una delle solite cene. Indi a poco si presentò Marietta saltellando e canticchiando una canzone. Levatasi il cappellino e la mantiglia, lasciò vedere una chioma corvina di stupenda abbondanza e lucentezza, e due spalle paffutelle e graziosamente tornite. Questa creatura, di freschissima età, era il tipo della bellezza vivace, ardente e risentita, aveva la carnagione bruna, egli occhi neri scintillanti d'una spagnuola dell'Andalusia. Era gaja e folleggiante al modo delle giovani perdute, e Faustino la preferiva a tutte le altre. Il lettore, se vuole, dipinga a sè stesso questa scena colla propria immaginazione. Tre ore dopo, Leonardo dava il braccio a Faustino, che mal si reggeva sulle gambe, e lo accompagnava a casa, facendolo salire al suo appartamento per una scala secreta, affinchè i servitori non lo vedessero in quello stato di vergognosa ebbrezza.
V.
Da qualche tempo si era operato in Faustino un cambiamento, che molto sorprese ed inquietò i suoi due carnefici. Il giovane pareva stanco di piaceri, vi si abbandonava più di rado, e senza la brama e la smoderatezza di prima. Dinanzi alle sue belle era diventato freddo e quasi astinente, come sobrio dinanzi alle stuzzicanti imbandigioni. Egli stava pensoso, e mal volentieri usciva di casa. Poche volte si accostava al nascondiglio dei liquori spiritosi, e a quello delle stampe e dei libri disonesti. Eppure non era ancora malandato di salute, nè si lagnava di alcun male. Questo rivolgimento non si poteva dunque attribuirlo a cagioni fisiche, ma piuttosto all'influsso e agli avvisi di qualche secreto consigliere, oppure alle inspirazioni del cielo. Siccome il signor Fabio e Leonardo non credevano nelle inspirazioni del cielo, così pensarono che un mortale nascosto lavorasse alla conversione di Faustino, e tremavano di essere perduti. Invano Leonardo aveva interrogato più volte il giovane, e cercato di scoprire l'arcano del suo mutamento. Al fine gli cavò di bocca la confessione che era innamorato. Ecco l'avventura. Un giorno si affacciò ad una finestra della casa dirimpetto una giovinetta sedicenne di figura veramente angelica. Faustino vide dalla sua finestra quel miracolo di bellezza, e rimase estatico a contemplarlo. Un solo minuto durò la contemplazione, poichè la giovinetta, accortasi della presenza e degli sguardi di lui, si ritirò confusa e colorata del più amabile rossore. Ma quel solo minuto valse a commoverlo tutto quanto, e a stampargli nell'anima l'immagine di lei. Il sentimento che provò era affatto nuovo, e nullamente paragonabile a quello provato per le altre donne. Ogni giorno si appostava dietro le persiane socchiuse, spiando le sue apparizioni, che già succedevano con qualche frequenza, perchè essa pure era rimasta colpita dalla vista del giovane avvenente. Quando con un libro od un lavoro femminile in mano si presentava alla finestra e rimaneva delusa nel suo desío e sconfortata, Faustino era là nascosto a bearsi dei biondi capegli, dei vaghi occhi cerulei, e delle dolci e virginali sembianze di lei, comprimendo a fatica i battiti violenti del cuore. Egli non avrebbe mai voluto possederla al modo delle altre donne; da questa idea abborriva come dal più nefando sacrilegio. Vagheggiarla come cosa santa, starle da vicino per udire il suono della sua voce, e per respirare l'aria da lei respirata, ecco ciò che gli sarebbe parso il colmo della felicità. Faustino aveva conosciuto il puro e virtuoso amore. Nella speranza di farlo dividere, apriva alle volte le imposte e si manifestava alla fanciulla, che trasaliva e imporporava le guancie, ma rimaneva al suo posto. Quando i loro occhi s'incontravano, le loro bocche si componevano ad un lieve sorriso che destava in ambedue le più care vibrazioni di gioja. Le loro anime si erano intese. Faustino venne a sapere che la giovinetta si chiamava Luigia, che apparteneva ad una ragguardevole e ricca famiglia, e che usciva appena dal monastero nel quale era stata allevata. Per due mesi continuarono a vedersi dalle rispettive finestre, palesandosi il loro amore col muto ma eloquente linguaggio degli occhi. Il ricambiare parole non era possibile a motivo della distanza che li separava, e potendolo fare, non avrebbero forse osato. Una inclinazione del capo, od un cenno della mano erano i saluti che si volgevano al principio e alla fine delle loro tacite ma dilettose conversazioni.
Leonardo, appena ricevuta la confessione di Faustino, andò a rivelarla al signor Fabio, il quale così parlò al nipote: Tu hai fatto male ad innamorarti alla tua età troppo giovanile, quando non hai ancora compito la tua educazione. Tu devi accasarti, siamo d'accordo. Tu devi dotare il paese d'una nuova famiglia, che si distinguerà per decoro di meriti, per dignità, e per lustro di ricchezze. Senza dubbio ti è riserbato il destino di sposo e di padre felice, e già io principiava a volgermi attorno per iscoprire una fanciulla degna di esserti data a tempo debito per compagna. Meno male che nella tua imprudenza la fortuna ti ha guidato con benignità, facendo che tu non collocassi bassamente il tuo amore. Io non ti dico di soffocarlo, nè di abbandonare la speranza. Seguita pure a nutrire questo sentimento, ma colla moderazione di chi dubita di riuscire a buona fine. Io forò conoscenza coi genitori della fanciulla, m'informerò circa le qualità di lei, e vedremo se sarà possibile di conchiudere questo matrimonio. Sii però ragionevole, e non lusingarti molto, perchè l'affare può avere dei gravi ostacoli. Tu intanto farai un viaggio in Francia, che servirà insieme ad istruirti nella conoscenza del mondo, e ad impedire, colla distrazione, i progressi del tuo amore, progressi che sarebbero sconsigliati e pericolosi, finchè la certezza del matrimonio non venga a giustificarli. Leonardo ti accompagnerà.
I preparativi della partenza vennero fatti senza indugio. Faustino, che a malincuore intraprendeva questo viaggio, s'ingegnò d'informarne Luigia colla mestizia del volto e coll'azione della mimica, e vi riuscì perfettamente. La fanciulla comprese tutto, e s'immestì come lui. Ciò che Faustino avrebbe voluto farle sapere, ma che non tentò neppure per l'impossibilità del buon successo, erano le favorevoli disposizioni di suo zio, e le pratiche consolatrici che egli si disponeva a fare presso i genitori di lei. Troppo ardire parevagli quello di scriverle una lettera, e poi come fargliela pervenire? Si contentò dunque di pensare che un giorno ella avrebbe saputo per altro mezzo questa lieta novella, e le fece i suoi addio con tanta commozione d'animo, che le lagrime gli rigavano il volto. La giovinetta gli corrispose colla medesima tenerezza dolorosa, e recandosi agli occhi il fazzoletto per asciugarvi il pianto. Le finestre si chiusero, e dopo altri sguardi e saluti ricambiatisi attraverso i vetri, gl'innamorati disparvero colmi del più amaro affanno.
VI.