Part 4
Alla sera dello stesso giorno ci trovammo in un piccolo villaggio ai piedi della montagna, dove esisteva un'osteria insperata e miracolosa, alla quale domandammo alloggio e cena. O santa ospitalità, io ti benedico e ti esalto anche quando sei vendereccia e mungi la borsa ai pellegrini; anche quando imbandisci loro non altro che pane secco, pomi di terra e cacio pecorino; anche quando li metti a giacere sopra letti di equivoca nettezza e di durizia incontrastabile, esigendo nondimeno il prezzo che valgono i delicati mangiari e le morbide piume. Un tale trattamento è preferibile pur sempre al digiuno e alla stazione sotto la cappa dei cielo. Fortunatamente che vicino al male si trova il bene, e l'assioma si manifestò vero per la millionesima volta. Noi avemmo un compenso al nostro disagio. Mentre stavamo in cucina affrontando il gramo pasto, e pensando al giaciglio ancor più gramo da affrontarsi dappoi, ecco nella camera attigua un violino e un contrabasso che principiano a stridere confusamente colla buona intenzione di montarsi al medesimo diapason. Erano come due amici che gridano e contrastano più in apparenza che in sostanza, per fare quindi la pace e camminare d'accordo nella stessa faccenda. A questo miagolio disarmonioso tenne dietro una monferina tutta brìo da mettere in gongolo un piagnone, e snodare le gambe d'un paralitico. Potenza degli Dei, sarebbe mai vero che qui succede una festa da ballo? Era vero come il magro pasto che avevamo finito, e come il duro letto che ci aspettava. Noi balzammo in piedi, e il passare dalla cucina al teatro delle danze fu un volo. Quattro coppie di ballerini erano già in moto, e il sesso forte sgambettava e faceva salti da dare il capo nel solajo. Altri giovinetti e altre forosette sopraggiungevano mano mano finchè la camera fu piena. Quel giorno si era fatto uno sposalizio, e l'oste aveva prestato il locale per la celebrazione di una festa in onore di Tersicore montanina. I due orfei stavano sopra l'eminenza di una tavola collocata in un angolo, e di là diffondevano torrenti d'armonia, frase che io tolgo in prestito da una gazzetta teatrale. Colui che dava vita al violino era il sarto del villaggio; l'animatore del contrabasso era il sacristano della parrocchia, due genj sorprendenti, due personaggi meravigliosi che sapevano unire i talenti più disparati. Voi che ridete, trovatemi voi due uomini che trattano gli strumenti di Sivori e di Bottesini colla stessa disinvoltura con cui tirano l'ago e accendono le candele. Noi pigliammo parte al divertimento con una lena straordinaria in chi si è arrampicato tutto il giorno su pei monti. Ma la gioventù non sente fatica quando si tratta di ballare. Quell'idea di stringere la mano ad una fanciulla, di allacciarla mediocramente ai fianchi, di condurla in giro, e di specchiarsi nel suo visetto, è un potente rimedio contro ogni stanchezza. Ma qui non erano visetti pallidi e delicati che miravamo, nè personcine smilze e fragili che cingevamo, come succede nei balli sontuosi e profumati delle città. Erano pezzi di fanciulle rigogliose e massiccie, coi volti parte brunotti e parte impastati di rosa e latte, cogli occhi neri scintillanti, piene tutte di floridezza e di vigore, tipi insomma della bellezza alpigiana. Questo era per noi un'attraente novità, che aggiunta alla fortuna di lasciar vedovo per molte ore il nostro letto ci rendeva al sommo contenti. Noi ballammo lungamente e con tutte quelle care napee, compresa la bella sposa, che non faceva smorfie nè ritrosìe vere o affettate, ma che palesava una schietta letizia, velata alquanto dalle sue commozioni misteriose, e dal contegno pudibondo di chi è fanciulla per l'ultimo giorno. Una sorella di lei era per me la regina della festa, e aveva la preferenza nelle mie attenzioni e ne' miei omaggi di galanteria. Io le custodiva il posto da sedersi, e con premura la serviva di birra, il solo genere di rinfreschi circolanti nella sala da ballo. In fede mia quella ragazza mi avrebbe fatto fare pazzie, quando avessi continuato a vederla per molti giorni. Era fiera ed imponente come Diana, della quale aveva un poco i gusti e le abitudini silvestri. Tuttavia non mancava di mansuetudine, e rideva graziosamente mostrando un tesoro di denti bianchissimi, e facendo due pozzette che nulla di più vezzoso. Aveva nome Bettina, e ballava la forlana che era un incanto. Il mio compagno non si divertì meno di me, e inoltre come pittore e mezzo poeta ebbe delle idee e delle inspirazioni che a me non vennero. Quella rustica camera illuminata da quattro candele di sego, quel fermento dei giovani ballerini, quella lieta tranquillità dei vecchi spettatori, quelle voci di allegria miste ai suoni di quell'orchestra singolare, gli facevano l'effetto di un quadro animato di Van-Dick o di Rembrand. Io ebbi invece dei momenti di raccoglimento per fantasticare intorno ad un vecchio vestito di abiti signorili, ma logori e macchiati fino all'indecenza, che tutti chiamavano il signor conte, che mostrava infatti una fisionomia e modi distinti, che aveva ballato due volte con molta degnazione e allegramente come un giovinetto. Per mancanza di agio, di motivi sufficienti, e di persone di confidenza per farmi fare la sua biografia, rimasi per allora colla mia curiosità in corpo. Il divertimento durò fin oltre la mezzanotte, e quindi ognuno se ne andò a casa sua. Una camera qualunque, dove si è fatta una festa da ballo, appena rimane deserta, fa male all'immaginazione, ed inspira tristi e filosofici pensieri. Io stetti un poco sulla soglia in atteggiamento di meditazione a guardare quella camera vuota e silenziosa, che un momento prima echeggiava di suoni, ed era il campo di tanta gioja rumorosa. Fu allora che principiai ad accorgermi della fugacità e insufficienza dei piaceri umani, e mi sentii alquanto sconfortato. Ah, non è a ventidue anni che si fanno di queste gravi e barbute riflessioni. In gioventù quando un piacere fugge, ne intravediamo un altro nel domani, e ci consoliamo. La vera cagione del mio sconforto era Bettina, che non avrei più veduta, e che mi andava girando nella fantasia. Il mio compagno intanto mi chiamò dall'alto della scala di legno che conduceva al nostro dormitorio, il quale era una specie di granajo dove in mezzo ai fagiuoli, alle fave e alle patate sorgeva il nostro letto di Procuste. Il diavolo non è brutto come si dipinge. Una volta entrati fra le lenzuola, spento che fu il lume, e voltati che ci fummo cinque o sei volte sui fianchi, discese sopra di noi il sonno benigno, e quando si dorme ogni letto è buono. La mattina per tempo noi uscivamo dal villaggio, allorchè un ostacolo per parte mia venne a ritardare alquanto il proseguimento del nostro cammino. Io aveva le scarpe molto rotte. Questa disgrazia mi era nota da due giorni, ma il male era allora nel primo stadio, e si poteva sopportarlo. Un moralista qui direbbe: Noi dobbiamo riparare un male, qualunque sia, appena si manifesta, affinchè non diventi maggiore col trascurarlo. Un economo soggiungerebbe: Quando si rompe un punto ad una scarpa, correte subito al rimedio, altrimenti una piccola fessura si convertirà presto in uno squarcio. Mille grazie all'uno e all'altro, ma i saggi avvisi non sempre si possono mettere in pratica. Nel caso mio un pronto rimedio era impossibile, perchè al manifestarsi del guasto io non avrei saputo dove trovare un calzolaio. Eccomi giustificato della mia apparente incuria. Del resto niente di più naturale che il rompere le scarpe allorchè si viaggia a piedi tutto il giorno, e che per giunta si balla tutta la sera come disperati. Coloro che viaggiano in carrozza sono sottoposti al malanno di avere una ruota spezzata, ma è un caso molto più raro dell'altro, e perciò se potessi io vorrei sempre viaggiare in carrozza. Dunque come si fa quando le scarpe sono rotte? Quando non se ne hanno portate seco delle altre da sostituirvi? Diamine, la cosa è chiara per sè medesima, bisogna comperarne un pajo di nuove, oppure far rattoppare le vecchie a meno che non vogliate tirare innanzi così, e farvi credere un giramondo pezzente. Vi è anche la ragione di conservarsi i piedi asciutti, e di chiudere la via ai sassolini che entrano pei buchi a darvi fastidio. Lasciamo stare le scarpe nuove, io dico fra me pensando all'economia, e facciamo mettere le mezze suole a queste qui, che hanno ancora un buon tomajo. E poi dove trovare in questi luoghi delle scarpe che non sieno di materia e di fattura grossolane, e di peso enorme? Io mi guardo attorno, e vedo una botteguccia di ciabattino che ha per insegna due forme infilate ad una corda e penzolanti in aria. L'indicazione era equivoca, anzi del tutto falsa, poichè invece di fabbricare scarpe, sembrava che là dentro si fabbricassero forme. Suvvia, non andiamo a cercare la logica nè l'esattezza dei simboli sopra le insegne delle botteghe. Il barbiere tiene inalberato sulla sua tre piattelli di stagno o di ottone, e ciò non vuol significare che egli sia artefice di quella sorta d'utensili. Io entro dal ciabattino, e intanto il mio compagno va a copiare la chiesetta del villaggio, bellamente situata sopra un'altura, e poi un mulino a vento che sorgeva poco discosto di là, e che egli non prese per un gigante, come avrebbe fatto Don Chisciotte di piacevole memoria. Il ciabattino era un vecchiotto di circa sessant'anni, grasso, rubicondo e colla bontà dipinta in faccia. Aveva una di quelle fisonomie che si guardano volentieri, e per le quali si prova subito simpatia. Egli mi disse, toccandosi la berretta, che m'avrebbe servito nel mio bisogno, ma che non ci voleva meno di due ore a fare la fattura come andava fatta. Vi era in quella bottega un odor di pece e di cipolle che non rallegrava l'olfatto, ma i viaggiatori pedestri non debbono essere schizzinosi, nè cadere in deliquio al più piccolo disgusto dei sensi. Nondimeno, se avessi avuto un altro pajo di scarpe, sarei andato volentieri a passeggiare e respirare liberamente. Non potendo uscire di là, mi sedei sopra uno sgabello di paglia, e stetti a guardare l'opera e l'operajo. Maestro Giacomo (si nominava così) aveva principiato a battere il cuojo colla solita armonia dei ciabattini, quando entrò in bottega il conte che io aveva veduto alla festa da ballo. Il racconciatore delle mie scarpe si alzò premurosamente, e tutto ossequioso lo invitò a seguirlo in una stanza vicina. Colà si trattennero due o tre minuti, ed io senza volerlo intesi qualche cosa di quel breve colloquio, tenuto non abbastanza sommessamente. Maestro Giacomo chiamava illustrissimo il suo interlocutore, e gli dava non so quale danaro, scusandosi che fosse poco. L'illustrissimo diceva che era anche troppo, faceva i suoi ringraziamenti, e si protestava obbligato di tanta bontà. Quindi ricomparvero in bottega, e Giacomo, sempre riverente, accompagnò il visitatore fino all'uscita sulla strada. Allora io notai che il calzolajo era zoppo, e che rimettendosi a sedere aveva preso un'aria di tristezza mal confacente al suo volto sereno e gioviale. Egli tornò a battere il cuojo, ma con misura concitata e precipitata, non dicendo parola, e mandando qualche sospiro. Ecco l'occasione, io pensai, di cavarmi la mia curiosità di jeri sera, curiosità cresciuta infinitamente dopo ciò che aveva allora inteso e veduto.
«Galantuomo, voi siete turbato da qualche dispiacere, dissi rompendo il silenzio, e gettando via un ritaglio di pelle che io aveva foracchiato colla lesina come per baloccarmi.
«Non signore, soggiunse egli richiamando sul volto la serenità di prima. Io per me sono lontano da ogni fastidio, perchè ho buona salute, mezzi da vivere, e tranquillità di coscienza. Alle volte però mi dolgo dei mali altrui, e penso con rammarico a certe vicende umane.... Ha ella veduto quel personaggio di poco fa?
«L'ho veduto, e credo anzi che vi siate disturbato per causa sua.
«Intanto che lavoro, se vuole ascoltarmi, io le racconterò la storia di quell'uomo, ed anche un poco la mia insieme.
«Molto volentieri, giacchè le storie sono la mia passione. Narrate pure, chè io vi ascolto senza perdere una sillaba.
Per difendermi i piedi dal freddo, li cacciai provvisoriamente in un pajo di grosse scarpe da montanaro, che stavano li disoccupate e malconce, aspettando anch'esse il rimedio alle loro ferite. Quindi mi rassettai sullo sgabello, e delle tre o quattro posizioni convenienti all'ascoltatore, presi quella che denotava maggiore attenzione. Maestro Giacomo principiò a dire così:
«Quando io era giovane faceva il cacciatore di professione, e circa il tirar giusto, pochi altri mi stavano al confronto. Non lo dico per vantarmi, ma io trapassava un cappello collocato sopra un ramo d'albero a cinquecento passi di distanza. Più di dieci volte riportai il premio al tiro del bersaglio. Se avessi poi in un cumulo tutto il selvaggiume che ho ucciso, basterebbe a riempirne.... che so io?.... la nostra chiesa parrocchiale fin sotto la vôlta. Ella ride? In verità, non l'ho detta grossa. Il prodotto delle mie caccie è stato assai grande, e d'altra parte la nostra chiesa parrocchiale è piuttosto piccola.
«Io credo benissimo al prodotto assai grande delle vostre caccie. Solo io rideva all'idea di una chiesa riempita di selvaggiume.
«Ah ah, sicuro, la cosa è proprio da ridere. Ma io non trovava subito un altro recipiente un po' vasto.... Dio mi perdoni la mescolanza delle cose sacre colle profane. Un giorno d'inverno io stava cacciando in un bosco del nostro distretto, quando, sulla strada che lo costeggia, si fecero udire dei gridi umani e degli urli di fiera. Presentendo qualche disgrazia, io corro sul luogo e vedo uno spettacolo terribile e meraviglioso insieme. Un cavallo ed il suo cavaliere erano assaliti da un lupo smisurato e rabbioso per fame. Benchè fossero due contro uno, l'assalto pareva più forte e impetuoso della difesa, e senza il mio ajuto chi sa come l'affare sarebbe terminato. Io lo terminai nel miglior modo possibile, cioè traforando il collo a quel demonio di lupo con una palla di piombo scoccata dalla mia carabina. Il cavallo tremava in tutte le membra come preso da convulsione, e sbuffava dalle narici un vapore di fuoco. Il cavaliere era più morto che vivo, ed ebbe appena fiato di dirmi il suo nome, e d'invitarmi pel domani al suo castello di Belvedere, che sorgeva a tre miglia del luogo della scena. L'uomo che io trassi da quel pericolo era niente meno che il conte Roberto G. di Trento, un gran signore che possedeva dei beni in diverse parti del Tirolo. Tutti gli uomini sono eguali, e le loro vite hanno indistintamente il medesimo prezzo. Ciò è vero senza dubbio, e quello che io ho fatto pel signor conte e pel suo bel cavallo, l'avrei fatto egualmente per un carbonajo e per la sua povera mula. Nondimeno io provai un piacere ed una soddisfazione che probabilmente non avrei provato nel supposto caso del carbonajo. Sono io perciò degno di biasimo?
«No, galantuomo. Giacchè confessate l'eguaglianza degli uomini, e le vostre disposizioni a soccorrere tanto il grande come il piccolo, io non vedo alcun male nella parzialità delle vostre compiacenze. Sapendo di aver salvato un conte, vi brillò nella mente la speranza di un premio, e la lusinga che il mondo avrebbe parlato con lode della vostra azione, la quale ove si fosse trattato di un carbonajo, sarebbe rimasta senza ricompensa, e quasi ignorata. La ricompensa di una buona azione sta nel pensiero d'averla operata, come dicono quelli che praticano la morale, e quelli che la predicano soltanto, in ciò siamo d'accordo; ma anche una ricompensa materiale non è da disprezzarsi, e l'idea di ottenerla ci fa essere contenti. insomma voi avete sentito secondo la natura umana, che, riguardo al nostro amor proprio e al nostro interesse, ci parla assai vivamente.
«Così è infatti. Egli pare che vostra signoria mi veda nell'animo, e sa spiegare la cosa come farebbe un libro stampato. Il giorno seguente io mi presento al castello di Belvedere, dove il conte m'accoglie con molte dimostrazioni di benevolenza, mi regala una somma di danaro, e vuole assolutamente che vada a star sempre con lui. Io gli espongo le mie difficoltà di acconsentire all'ultimo articolo. Il rinunciare alla libertà e all'abitudine di girare le selve per fare la vita del servitore, e sia pure del servitore favorito, era una risoluzione che non mi piaceva gran fatto. Ma il conte insistette fermamente, dicendo fra le altre cose, che il mio mestiere di cacciatore era pericoloso, e che egli aveva bisogno di vedere ogni giorno colui che gli aveva salvata la vita. Sicchè io mi lasciai piegare alla sua volontà, e mi posi al suo servizio in qualità di cameriere a condizioni molto vantaggiose. Io guadagnava assai più che facendo il cacciatore, e poteva così provveder meglio alla sussistenza de' miei vecchi genitori. Ma le mie armi e la mia vita libera e avventurosa mi stavano sempre nel pensiero. Io aveva venticinque anni quando lasciai il mio primo stato, e ci volle del tempo per accomodarmi al nuovo, e per cambiare la mia rozzezza nativa colle maniere garbate e proprie del servitore. Il conte però era con me la stessa bontà, e tollerava le mie goffaggini senza dar segno di avvedersene, o tutt'al più facendo un certo sorriso piacevole, che esprimeva il compatimento e l'indulgenza. Questo suo modo di sopportare la mia inettitudine mi spronò ad impiegare tutto lo zelo e tutta l'attenzione di cui era capace, e finii col diventare un abile servitore come qualunque altro. Il conte era vedovo con un figlio unico, da lui amato ciecamente, vale a dire di quell'amore che non lascia vedere i difetti della persona amata e ne crea in lei di nuovi. Questo suo idolo era cresciuto fino ai venti anni trascurato nell'educazione, e avvezzo a fare la propria volontà quasi sempre capricciosa e irragionevole. Egli era caparbio, impetuoso, amico dell'ozio e del darsi bel tempo. Ad onta di ciò, suo padre non cessava di carezzarlo e di compiacerlo in ogni desiderio. Qualche rara volta gli volgeva un'ammonizione od un consiglio, che tanto valeva come il farne risparmio. Pare impossibile che un uomo di senno su tutto il resto, fosse poi così imbecille su questo particolare. Eppure se vi è cosa importante nella quale si debba adoperare il proprio senno, è appunto nell'allevar bene i figli. Non è egli vero, signore?
«Anzi verissimo, e questo conte al quale voi attribuite del senno, io penso che non ne avesse punto se non vedeva, o vedendoli, non correggeva i cattivi andamenti di suo figlio.
«Mi rincresce che vostra signoria abbia tirato questa sfavorevole conseguenza, che d'altronde potrebbe essere giusta in generale. Io però debbo credere che il signor conte fosse debole e inavveduto come padre soltanto, perchè considerato come uomo, io ho mille prove del suo retto giudizio. E poi, come dice il nostro dottore, vi sono dei misteri e delle contraddizioni inesplicabili nella condotta e nelle affezioni degli uomini.
«Bravo il vostro dottore, e bravo anche voi che ripetete la sua giusta osservazione. Andate avanti.»