Tre racconti sentimentali

Part 3

Chapter 3 3,712 words Public domain Markdown

Durante questa conversazione, Antonio aveva suonato la cassa armonica davanti l'osteria, e raccolto le offerte nella sala del baccano. Ora si avanzava, per fare altrettanto nella camera dove stavano coloro, e pochi altri individui ad una tavola separata.--Oh oh! chi vedo! esclamò Tribolo. Il nostro caro Antonio si è fatto suonatore di non so che? Eravate dunque voi che strimpellava lì fuori? Me ne consolo infinitamente. Animo, bevete questo bicchiere di vino, e poi vi farò la mia offerta abbondante.--Antonio, corto di vista com'era, gli aveva sporto il piattello senza ravvisarlo, ma appena lo riconobbe, scappò via sdegnosamente, ricusando il vino ed il danaro, e lasciandolo col compagno ad interpretare il motivo del suo rifiuto. Questo incidente disturbò alquanto la loro allegria, e sparse dei dubbj sulla certezza del loro trionfo.--È strano davvero il contegno di Antonio, diceva Tribolo con una certa inquietudine. Ricusare un regalo prezioso, un bicchiere di vino squisito, egli che non ne beve mai di nessuna sorta! Che ragione può avere per usarmi ora questo dispregio, mentre è sempre stato umile e garbato con me, ed ha gradito infinitamente i miei bicchierini di rosolio? Che avesse scoperto il nostro secreto? Che Cecilia si fosse lasciata indovinare? No, no, è più probabile che essa gli abbia parlato dei due talleri, di cui ho finto di volere quanto prima la restituzione. Scommetterei che il fatto sta appunto così. Il vecchio mi terrà il broncio per quella mia intenzione.

Antonio si era diretto verso il centro della città, tormentato fieramente nell'anima e nel corpo. Dopo aver lavorato tutto il giorno in mezzo alla neve, camminava la notte sopra un suolo sdrucciolevole, coi piedi gonfi dal freddo e dalla stanchezza, portando un peso sulle spalle, e sbocconcellando per tutto ristoro un pezzo di pane nero ed asciutto. Il suo stato morale era ben più doloroso ancora. Sebbene facesse pompa di buon umore e di coraggio in famiglia, aveva dentro di sè la tristezza e l'affanno, che non sempre riusciva a padroneggiare quando era solo. L'agguato teso a Cecilia, e l'idea che potesse rinnovarsi il pericolo corso, e trovarla più debole e disposta a soccombere, mettevano il colmo alle sue afflizioni e davano dei fieri crolli alla sua paziente e rassegnata natura.--Io sono indurato ai patimenti della miseria, pensava egli tentennando sotto il carico dello strumento, ma tutti gli eccessi finiscono collo stancare. Che abbiamo noi fatto al cielo per meritarci questa vita così dura e travagliosa? Che abbiamo non fatto agli uomini, perchè debbano insidiarci il solo bene posseduto, la virtù della nostra Cecilia, dell'angelo della nostra casa? La povera creatura si è ravveduta in tempo, ma chi mi assicura che una volta o l'altra non venga meno a' suoi buoni sentimenti, e alla confidenza che ho posta in sua madre? La miseria è consigliera di triste cose, e ci vorrebbe un santo per resistere sempre ai suoi suggerimenti. Ahimè; se avessi un giorno a veder piangere la mia Cecilia di un tardo ed inutile pentimento! Peggio ancora se la vedessi lieta e sfrontata nella colpa, compiacersi del guadagno che ne avrebbe ricavato. No, no, mio Dio, allontanate da me e da mia figlia questo flagello, che ci farebbe morire di crepacuore e di disperazione. Voi mi esaudirete, mio Dio, in riguardo dei tanti altri mali che sopportiamo da sì lungo tempo. Una voce secreta mi conforta a credere che la nostra Cecilia si conserverà buona e degna di noi. Ah ah, il signor Tribolo stava gozzovigliando forse coll'uomo che gli aveva ordinato una sì bella impresa. Egli voleva darmi da bere, e poi mettermi nel piattello la sua offerta abbondante. Grazie dell'una e dell'altra cosa. Se io fossi stato giovane, gli avrei pestato ben bene quella sua faccia da impostore. Quanto ai due talleri, mi dia tempo un mese, e li radunerò quand'anche dovessi limosinarli quattrino a quattrino stando sulla porta di una chiesa. Solo che non si attenti mai più di fare simili uffici presso Cecilia, altrimenti le forze mi basteranno ancora per dargli un ricordo di santa ragione. Chi avrebbe mai creduto che colui fosse capace di un tiro così birbo e maledetto? Fidatevi di certi uomini dalla fisonomia ridente e dai discorsi edificanti. Sono lupi vestiti da agnelli, come diceva un predicatore. Ma io era in buona fede, e credeva che le sue cortesie fossero un effetto della sua umanità e della compassione che io gli destava. Quale inganno! Però io sono stato un balordo, bisogna confessarlo. Un uomo accorto avrebbe sospettato che gatta ci covasse sotto quelle amichevoli gentilezze. Che merito aveva io dinanzi a lui perchè mi facesse sedere al suo fuoco, mi regalasse di liquori, e mi offrisse danaro in prestito? Ora l'enigma è spiegato. Il traditore mi carezzava onde farsi strada presso Cecilia. Quando si è amico del nonno, avrà pensato, si ha un titolo per legare conoscenza colla nipote. Io scommetto che a guardarlo bene in volto si deve scoprire qualche segno disgustoso sotto quella maschera di uomo simpatico. È impossibile che chi trama di cotali birbanterie non mostri alcun indizio visibile della bruttezza del suo animo. E poi questo suo nome di Tribolo, suona piuttosto male e mi pare che non si debba trovare nel calendario. Quanto a quell'altro signore, sarà un poco di buono ed un indegno non meno di lui, se voleva disonorare una povera fanciulla. Avrei piacere che l'individuo seduto con Tribolo all'osteria fosse stato appunto quel tale. Per bacco, la mia condotta deve aver messo loro una pulce nell'orecchio. Da bravi, state là intanto a lambiccarvi il cervello per indovinare la cosa. Domani poi capirete tutto chiaramente.

Antonio si fermò dinanzi ad un modesto caffè nella contrada del Broletto, vi fece udire due suonate, e poscia entrò a fare la questua. Bisogna che io noti che il pover uomo suonava assai male, ad onta della sua presunzione e dei suggerimenti datigli dal proprietario dello strumento. Fosse il braccio intirizzito dal freddo, o partecipe dell'interna convulsione, il fatto sta che il manubrio andava celere e lento tutt'insieme, e produceva una tiritera di suoni affatto incomposti. E così era accaduto in tutti i luoghi dove aveva fino allora fatto posta. Nessuno però badava a quell'inconveniente, e chi era ben disposto gli dava tant'e tanto il suo obolo. Anzi vi furono alcuni che glielo diedero appunto per aver badato a quell'inconveniente; senza di che non si sarebbero incomodati. Costoro nel metter mano alla borsa dissero ciascuno alla sua volta: Pigliate, ma col patto di non suonare più oltre. Gente burlona, o dotata di un'estrema irritabilità musico-nervosa. Antonio aveva già radunato circa sedici soldi, e si prometteva di aumentare ben bene la somma allorquando suonerebbe dinanzi ai caffè sontuosi e popolati di signori. Egli arriva ad uno di questi, ma lo passa via perchè sente che non ardirebbe di entrare in una magnifica sala ornata di specchi, di dipinti e di dorature, e rischiarata splendidamente dal gas. La stessa soggezione lo prende dinanzi al secondo ed al terzo caffè, dove pensa che tremerebbe soltanto nello spingere le imposte, per paura di rompere i grandi cristalli che vi stanno incastrati.--Eh, perbacco, se io seguito così perderò le migliori occasioni di far danaro, disse tra sè in un momento di coraggiosa risoluzione. Cacciamo via la timidità, e facciamo come gli altri suonatori, che penetrano da per tutto senza tanti riguardi. Io guarderò bene dove metto i piedi e le mani, e spero che non mi accaderanno disgrazie. Finalmente queste superbe botteghe sono luoghi pubblici, e qualunque persona, anche mal in arnese, che abbia cinque soldi da spendere, può entrarvi a dare degli ordini, può sedere a suo agio sopra i morbidi cuscini, e stare a compiacersi in mezzo a tanto lusso. Ecco appunto che io mi avvicino ad un caffè dei più sfarzosi della città. È dunque deciso che io non passerò oltre senza aver dato prove là entro della mia intrepidezza.--Antonio pose lo strumento sul cavalletto, vi applicò il manubrio, e suonò una polka guastando il tempo come al solito. Anzi questa volta fece peggio che mai, perchè alle altre cagioni di tremito si aggiungeva l'idea di dover comparire in quella ricca sala, di cui guardava intanto lo splendore attraverso i vetri. I suoi proponimenti di voler essere intrepido andarono dunque in fumo, come era da aspettarsi, giacchè non si può comandare alle impressioni dei sensi nè alle commozioni dell'animo. Per altro si può sfidarle e voler agire sotto il loro impero, ciò che appunto fece Antonio. Battuti più volte i piedi per terra e scossa dai panni la neve, egli entrò nel caffè colle timide cautele e cogl'impacci dei profani che entrano per la prima volta in una reggia. Una trentina di avventori sedevano in crocchi separati intorno ai tavolini, sorseggiando bevande più o meno squisite, e tenendo discorsi più o meno insipidi. Alcuni leggevano i giornali politici, e pensavano che Sebastopoli è un osso duro da rodere. Altri leggevano i giornali letterarii, e pensavano che non vi è più letteratura sopportabile nel giornalismo. Un giovane ed elegante signore sedeva isolato in un angolo, fumava un sigaro, e pensava ad altra cosa. I conoscenti e gli amici non lo accostavano, perchè il suo saluto breve e fuggitivo significava chiaramente: Lasciatemi tranquillo in questo momento. Chi è sopraggiunto da una sventura o da una prosperità sente il bisogno di star solo coll'affanno o colla gioia che lo possiede, almeno nei primi istanti del sinistro o del fausto avvenimento. Non era la sventura che avesse visitato quel giovane, e fattolo bramoso di starsene in disparte muto e raccolto in sè medesimo. Infatti non aveva alcun segno di mestizia in volto, anzi la sua fronte era lieta, i suoi occhi brillavano di serenità, e le sue labbra si componevano ad un sorriso di compiacenza. Il molle abbandono della persona, la gamba che teneva sovrapposta e dondolante sull'altra, la giocosa maniera con cui mandava in aria i buffi di fumo, tutto insomma diceva che gli passavano per la mente immagini rallegranti, e che assaporava il diletto della propria felicità. Sì, egli era compiutamente felice, e considerava quel giorno come il più bello della sua vita. Quel giorno aveva acquistato la certezza di essere riamato dalla donna del suo cuore, e le prove avute erano le più infallibili e le più soddisfacenti. Non vi cada in animo che avesse ottenuto i favori lungamente sollecitati di qualche fanciulla o vedova restia, o che fosse riuscito a burlarsi di qualche marito creduto generalmente invulnerabile. No, egli non si dilettava di amori colpevoli e di tresche vergognose. La sua fiamma era pura come la vergine che gliel'aveva inspirata, e santi erano i suoi voti. Questo giovane signore è nel novero dei pochi distinti per coltura d'ingegno, per altezza di sentimenti, e per nobili qualità di cuore. Egli si toglie dalla pluralità di coloro pei quali le ricchezze sono stimolo all'ozio, alla dissipazione, alla burbanza, e alla nullità della vita. Non è già che abbia rinunciato ai piaceri della sua età, nè ai gusti nè alle abitudini proprie dei signori. Egli segue le mode, guida cavalli sul corso, frequenta i teatri ed i convegni del bel mondo, ma di questa occupazioni non fu l'unico e serio affare della sua esistenza. La maggior parte del tempo lo impiega nello studio delle arti geniali, della letteratura e d'ogni nobile disciplina. La sua conversazione non può essere più sensata, più amabile e più spiritosa. Nessuno poi lo supera in bontà d'animo, in affabilità e cortesia di maniere. Insomma io ve lo do per un modello di perfetto gentiluomo. Antonio gli si fece peritoso dinanzi, e gli sporge il piattello, come aveva fatto verso gli altri signori che erano nel caffè. Il giovane lo guardò attentamente, e rimase colpito dal suo povero arnese, dalla sua timida esitanza, e dall'espressione di dolore che gli stava in volto.

--Voi mi sembrate un suonatore novizio, gli disse il giovane con un fare confidente e con un tuono di voce che mette i piccoli a loro agio e li anima alle risposte. Io non vi ho mai veduto entrare in questo caffè.

--Signore, rispose Antonio commosso dalla degnazione e dalla benignità di quella domanda, io suono per la prima volta, e forse per l'ultima in vita mia. Lo strumento mi fu prestato da chi per ora non può adoperarlo, ed io cerco questa sera di farne mio profitto nelle dure angustie in cui mi trovo colla mia famiglia.

--Voi avete una famiglia che patisce e che spera nel prodotto della vostra musica?

--È una sorpresa che io preparo a' miei poveri tribolati. Essi non sanno che al presente io giro per la città, onde radunare un po' di danaro a loro sollievo.

--Quanto avete raccolto finora?

--Più di venti soldi, e non ho per anco finito. Tra il guadagno del suonare e quello dell'accumular neve, posso dire d'aver fatto oggi una buona giornata.

--Voi avete anche lavorato a nettar le strade, voi così vecchio e mal fermo sulle gambe! Ditemi, la vostra famiglia è numerosa?

--Io ho una figlia vedova e madre di tre creature, una delle quali, ragazza di sedici anni, ci fu insidiata e andò a pericolo di perdere la sua virtù. E stato un avvenimento per cui ho l'animo ancora tutto sconvolto.

--Voi mi presentate l'aspetto di un uomo dabbene. Lo siete veramente?

--Signore, io non posso negarlo nè affermarlo. Dirò soltanto che io procuro di non far male a nessuno.

--Dove state di casa?

--Vicino alla Piazza Castello.

--Andiamo. Io voglio conoscere la vostra famiglia, e accertarmi della sincerità delle vostre parole. Se voi non mi avete mentito, io vi regalerò come non lo fu mai nessun suonatore di organetto.

Il giovane si levò risolutamente, ed uscì della bottega. Antonio gli tenne dietro, parendogli di sognare. Preso lo strumento che stava di fuori, si avviarono verso la Piazza Castello, continuando a discorrere quando non lo impediva l'incontro della gente e la difficoltà del cammino. Era cosa molto strana che un giovane signore vestito con eleganza attraversasse la città accompagnato da un miserabile suonatore di organetto, e parlando con lui affabilmente senza impedimento di umani riguardi. No, no, gli umani riguardi e le precauzioni si adoperano da chi segue un lenone, guidatore prezzolato, a qualche misteriosa e facile conquista. Il giovane signore seguiva invece un onesto vecchio nella persuasione che lo conducesse al soggiorno della miseria virtuosa, che egli si proponeva di consolare. Gli animi ben fatti, quando sono posseduti dalla gioja, si sentono doppiamente inclinati alla beneficenza, e bramano di darne prove con qualche atto nuovo e straordinario. Ecco perchè il giovane volle recarsi egli stesso a vedere la famiglia di Antonio, dietro la favorevole opinione che questi gli aveva inspirata. Quando entrò nel brutto viottolo plebeo, mal rischiarato e quasi impraticabile per la neve che lo ingombrava, egli provò una specie di pauroso disgusto, che andò crescendo allorchè pose il piede nella casaccia che abbiamo descritta. Nondimeno superò quel sentimento di vaga inquietudine, e tenne dietro ad Antonio che aprì l'uscio e lo introdusse nella misera stanza. Le due donne restarono come interdette e smarrite di confusione al vedere il vecchio sotto il peso di un organetto, e lo splendido visitatore che lo seguiva. La stanza era fredda come se fosse aperta ai quattro venti, e del fuoco improvvisato poco prima da Antonio non esisteva che un debole rimasuglio. La madre e la figlia stavano occupate a rattoppare certe camicie degne del compratore di stracci, ed avevano per lume un moccolo di sego piantato in un ordigno di legno e fil di ferro, che usurpava il nome di candelliere. I due fanciulli giacevano addormentati sopra un pagliericcio, che un cane mediocremente trattato avrebbe avuto a sdegno. Visto nelle ore notturne, l'albergo del povero è ancor più tetro e squallido di quando è penetrato dalla luce del giorno. Egli pare che il silenzio della notte, il semibujo del luogo, le ombre fantastiche e tremolanti che disegna un lumicino sulle pareti, ed altre indescrivibili cagioni diano alla miseria maggior rilievo, e all'animo una stretta maggiore. Il giovane si sentiva impietosito e insieme rabbrividito allo spettacolo nuovo e miserando che lo circondava. Egli sapeva all'ingrosso ciò che è la povertà; sulle norme di quanto ne vedeva in pubblico e sulle idee che gli fornivano i libri, ma non mai l'aveva ravvisata nel suo vero aspetto, nè colta sul fatto nella intimità della sua dimora. Ecco perchè i ricchi, generalmente parlando, non inclinano molto alla compassione del povero. Essi non hanno provato il bisogno, e rifuggono dal vederlo in altrui. Se il primo motivo non è una colpa, il secondo lo è certamente. Il giovane aveva avuto da Antonio lungo la strada molti dettagli circa le disgrazie della sua famiglia, ma principalmente circa la trama ordita contro la nipote. Ora egli aveva dinanzi la fanciulla, che rossa di vergogna non osava guardarlo in volto, nè quasi rispondere alle sue domande. La bellezza, la gioventù e la infelicità di Cecilia gli destavano un vivo e virtuoso interessamento. Egli pensava alla donna del suo amore, giovane e bella essa pure, ma non infelice, e questo pensiero gli faceva trovare dei rapporti gentili e naturali fra le due giovani, e gli era come stimolo ad apprezzare e beneficare l'una in grazia dell'altra. Questi squisiti riflessi e queste delicatezze di sentire sono proprie soltanto delle anime elette prese d'amore. Per quell'istinto che hanno i buoni di comprendersi fra loro, il giovane signore fu persuaso che quella famiglia era degna del bene che egli si preparava di farle. Nell'atto di congedarsi pose in mano ad Antonio due pezzi da cinque franchi, e gli disse che il domani a mezzogiorno si recasse dal curato della parrocchia, presso il quale troverebbe dichiarate le sue disposizioni. Io lascio immaginare a chi legge la consolazione dei beneficati, i loro sentimenti di gratitudine, e le benedizioni che invocarono dal cielo sopra il giovane sconosciuto. Antonio pareva ringiovanito di dieci anni, e andava esclamando, che non bisogna mai disperare della provvidenza, che al mondo vi sono delle anime d'oro, e che il volere di Dio lo aveva fatto imbattere in quel generoso signore.--A proposito, disse egli sobbarcandosi allo strumento che aveva deposto sopra la tavola, io vado a portarlo a Simone, al quale voglio dare uno di questi pezzi da cinque franchi. Noi siamo intesi di dividere il prodotto, e sebbene, a stretto rigore, queste due monete non siano il frutto della musica, pure mi sono venute in conseguenza dello strumento che mi fu prestato. Se il suo padrone mi ricusava il servigio, io non sarei entrato in quel caffè, e non avrei la fortuna che là dentro mi è capitata. Oh sì, viva Simone ed il suo strumento.

Il giorno seguente, all'ora indicata, Antonio si presentò al curato della sua parrocchia. Il giovane signore vi era stato poco prima ad affidargli una bella somma di danaro, e l'incarico di eseguire le sue benefiche disposizioni. La famiglia di Antonio fu subito traslocata in una casa decente, provveduta di letti, di biancheria, e di quanto occorre per uscire di stento. Altri sussidj periodici doveva trovare in seguito depositati presso il medesimo parroco, al quale particolarmente veniva raccomandata Cecilia, colla promessa di darle una doterella quando si maritasse.

Il giorno stesso Tribolo fu chiamato dalla polizia a render conto della sua azione, che gli valse una nuova condanna, da lui subita colla solita rassegnazione dell'innocenza calunniata. Quanto al ricco bottegajo, egli gettò il suo danaro e fece naufragio vicino al porto. Se il suo nome è stato pronunciato in polizia, non è tanto delicato da soffrirne macchia.

Il cielo accordi tutte le sue grazie al giovane signore, e specialmente gli conceda di potersi unire alla fanciulla sospirata. Sì, il cielo benedica il suo amore, sotto la cui influenza egli fu inspirato a così bella opera di carità.

FINE.

IL GENTILUOMO MENDICO

REMINISCENZA DI UN VIAGGIO

DI

PAOLO BETTONI

IL GENTILUOMO MENDICO

Lungo un mio viaggetto pedestre nel Tirolo italiano m'incontrai al di sopra di Rovereto in un giovane artista, che viaggiava egli pure colla vettura di San Francesco. Due individui presso a poco della medesima età, che hanno entrambi una valigia dietro le spalle ed un bastone in mano, che portano una _blouse_ ed un berretto, e che vanno per la medesima strada, sono obbligati di salutarsi e di entrare in discorso, giusta le leggi dell'attrazione umana e della fratellanza universale. Queste leggi si fanno sentire principalmente nella solitudine delle montagne, lungo i cammini disastrosi, vicino ai burroni e alle cascate d'acque, e più ancora dove non si vedono che nibbi e falchi svolazzanti, da una roccia all'altra, e capre pascolanti sulle aeree punte dei precipizi. Bisogna dunque assolutamente che i due individui così ravvicinati dal caso si facciano dei complimenti, e si chiamino fortunati di camminare in compagnia, a meno che uno di essi, o tutti due, non siano ceffi paurosi, o misantropi selvaggi. Nè l'uno nè l'altro di noi si trovava in queste condizioni antipatiche, e perciò fu subito aperta la conversazione, e dato luogo alle debite confidenze. Egli si dilettava di dipingere paesaggi, e peregrinava per copiare le bellezze della natura montuosa. Io aveva la smania di fare un erbolajo, e andava errando per raccogliere ciò che mi pareva nuovo o raro nel regno della vegetazione tirolese. Ah! vivaddio, che botanica follia, che delirio delle verdure scientifiche mi aveva invaso in illo tempore! Ora ne sono guarito da un pezzo, e rido pensando a quella farragine di erbe e di pianticelle di cui aveva piena una camera, quasi fosse stata un fienile. Non dico poi dei libroni che contenevano tra foglio e foglio le mie conquiste classificate e diseccate. Il mio compagno imitava le produzioni della natura, ed io toglieva alla natura le sue produzioni medesime. Ognuno vede che il mio lavoro era molto più facile e meno pregevole del suo. Ad onta però della distanza dei meriti noi diventammo amici, e per otto giorni facemmo vita insieme. Intanto che egli disegnava una rupe od una grotta, io strappava dai crepacci dello scoglio qualche tesoro vegetale ignoto alla mia scienza. Un giorno egli mi trasportò a colpi di matita e mi fece figurare come macchietta in un suo abbozzo, mentre io prendeva d'assalto una specie di cardo singolare che sorgeva nella frana d'un dirupo, audace ed eroica impresa. Questo tratto di bizzarria artistica e d'inspirazione confidenziale mise il colmo alla nostra amicizia. Era una ragione più che bastante per fare di noi un Pilade ed un Oreste.