Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea
Part 9
“Lo accarezzai, lo presi in braccio, lo baciai, e rimettendolo in terra, perchè potesse raggiungere la sua padrona che si allontanava con passo sollecito, gli dissi: — Va', e possa tu almanco non obliarmi, se d'ogni altro che amai, devo pregare, come una fortuna, l'oblio. —
XVIII.
“Non c'era più alcun ritegno fra noi: Alfredo ed io ci trovavamo a fronte come nemici mortali, e il mondo crudele, aizzandoci alla lotta, godeva nel vederci scambiare dolorosi colpi al nostro cuore.
“Una mia nuova pubblicazione diede pretesto a un mordacissimo articolo di critica, in cui le ingiurie e le accuse, con accorte insinuazioni, erano lanciate a piene mani su di me; sotto a quello scritto c'era il nome d'Alfredo. Se ne fece un gran chiasso in tutta la città; tutti s'aspettavano ch'io avrei provocato a duello il mio offensore: nol feci.
— «È un vile:» si disse di me in tutti i salotti, in cui fioriva prospera e petulante la mormorazione.
“Tutte le simpatie erano pel mio avversario, e diventarono ancora maggiori.
— «Da bravo!» gli si diceva da ogni parte; «quello è un rettile che non sa mordere che colla penna. Bisogna schiacciarlo, e nessuno meglio di voi lo può fare.»
“Io pur sempre condannai il duello che stimo un'assurdità o ridicola o assassina. L'esistenza d'un uomo mi è sempre parsa cosa troppo importante per avventurarla in una vendetta dell'oltraggio, nella quale la sorte il più spesso, od una scellerata perizia d'uccidere, dànno torto alla ragione e ragione al torto.
“Mi tacqui. Una seconda diatriba più niquitosa, più audace, più calunniosa della prima, col nome d'Alfredo ancor essa, venne a far ridere tutta la città alle mie spalle.
“Uguale alla perfidia si disse in me la codardia. Una rabbia irrefrenabile allora mi prese. Intinsi la penna nel fiele, nel veleno, e risposi con la più fiera invettiva, senza misura, senza riguardi, tutto rivelando di quanto era avvenuto fra Alfredo e me.
“Fu uno scandalo inaudito. Il mondo mi disse un calunniatore, e Alfredo mi mandò a sfidare.
“Volevo rifiutare il combattimento. Mi si fece comprendere che, dopo un fatto simile, sarei senza redenzione perduto nel concetto universale. Ebbi paura dell'ignominia; accettai.
“Non avevo mai preso in mano un'arma. Non m'ero mai esposto, nè la sorte mai mi aveva ancora messo innanzi ad un pericolo di vita. Se avessi coraggio o no, non sapevo io stesso. Ero solo al mondo, non rallegrato pur da un affetto; e la mia morte non avrebbe costato a nessuno un dolore, a nessuno pure una lagrima. In certi momenti di quelle ore fatali che precedettero lo scontro, quel mio triste stato mi dava una disperazione che mi avrebbe lanciato con ardore verso la tomba, come verso il riposo.
— Che fo io sulla terra? — mi dicevo. — Gli uomini valgono tutti meno di me: lo sento e lo so, e tutti mi stimano da meno di loro; e la vita non ha per me attrattive di sorta. Non v'è da rimpiangere nè questa nè quelli. Moriamo; e si mostri almeno a questa nemica e codarda razza che mi spregia, come sia facile il coraggio del morire cui essa esalta cotanto, perchè così raro nell'egoismo vigliacco che la domina.... E forse innanzi alla mia tomba precoce, ammutirà il livore. —
“In altri momenti, invece, un grande abbattimento mi occupava, che poteva dirsi paura. La mia giovinezza dimandava di vivere. Perchè sacrificarmi ai pregiudizi di quel mondo crudele che mi aveva respinto da sè, che non aveva avuto che spine da darmi? La vita era l'unico bene ch'io m'avessi, e glie l'avrei offerta in olocausto? Avevo l'avvenire per me; avevo quell'ingegno che sentivo superiore; ed avrei tutto gettato in omaggio alle assurde opinioni d'una società, alla quale ricambiavo in doppia misura quel disprezzo ch'essa aveva per me? Di corpo ero più debole che tutti gli avversari miei, forse anche d'animo; ma di mente? Egli era in questo campo intellettuale che io aveva da lottare, e non nella stupida e brutale prova dell'armi.
“Per miei padrini avevo scelto due giovinotti che in tali faccende erano peritissimi. Non avevo amici, e costoro accettarono l'incarico, solamente perchè fra certa gente è usanza che simile uffizio non si rifiuti mai.
“Era di tarda sera, ed io stava nella mia stanzuccia solo, sprofondato in quei cotali pensamenti ed affanni, quando essi vennero a dirmi il risultamento della conferenza coi padrini dell'avversario e le determinazioni prese d'accordo.
“Erano le seguenti: ci saremmo battuti alla pistola; la distanza sarebbe stata di trenta passi, libero a ciascuno dei combattenti d'avanzarsi di dieci; si avrebbero due pistole ciascuno; ad un segno fatto potevamo camminare l'uno verso l'altro e sparare quando ci talentasse; fatti i quattro colpi senza che sangue fosse versato, potevasi ricominciare da capo. Le condizioni erano gravi, come gravi erano state le scambiateci offese. Alfredo le aveva volute tali; ed io dissi con sicuro sembiante che le mi piacevano.
— «Le conseguenze di questo scontro» dissemi poi uno dei padrini, «possono essere serissime. Ci ha ella pensato, ed ha provvisto alle cose sue?»
— «Io non ho nulla a cui provvedere,» risposi. «Sono solo sulla terra, e non lascio persona che mi pianga,»
“Venne a serrarmi la gola un singhiozzo che ebbi molta pena a soffocare.
— «Questo duello ha destato molto l'attenzione di tutta la cittadinanza,» riprese quel medesimo dei miei secondi: «e non potrà a meno di eccitare i provvedimenti della giustizia. Quando ci fosse morte d'uomo, sarebbe meglio al vincitore il fuggire. Si è Ella preparato a codesto?»
“Io vi parlo schietto, come parlerei a Dio il dì del giudizio universale. Non ho più rispetti umani, non ho più vanità personali, non ho più interesse nè desiderio d'infingermi.
“A quel cenno che uno dei due molto facilmente sarebbe rimasto sul campo, mi sentii raccapricciare. Volli fare un sorriso d'indifferenza o di rassegnazione, e sono certo che non riuscii che ad una smorfia affettata.
— «Non penso» diss'io «che a me toccherà lasciar il paese per questa cagione. Se uno dei due avrà da tornar cadavere, ho il presentimento che quello non sarà il mio avversario.»
— «L'esito di questa sorta di cose è sempre nelle mani del caso:» disse quell'altro: «e forse non avevano affatto torto gli antichi che chiamavano il duello giudizio di Dio!.... Non le nascondo che Alfredo è buon tiratore; ma quante volte si è visto in simili scontri avere il di sopra i più inesperti! Non bisogna andare sul terreno colla paura; questo è il più essenziale. Stia dunque di buon animo, e ci aspetti qui domattina, che all'ora convenuta verremo a prenderla.»
“Quindi s'avviarono. Io li accompagnai sino al pianerottolo, a rischiarare loro il cammino. La fiamma della mia lucernetta oscillava troppo più che non avrei voluto. Quando furono giunti alla scala, tesi loro la mano, augurando la buona notte. Quegli che aveva parlato, e che pareva aver posto maggiore interesse nella faccenda, sentì tremar nella sua la mia destra; tornò indietro alcuni passi, e stringendomi forte la mano che non aveva abbandonata e parlandomi sommesso, mi disse:
— «Coraggio! che diamine!.... Un uomo come lei, ha da mancare di risoluzione?»
“Fu punto in me l'amor proprio, e riagì subitamente:
— «No;» risposi con ferma la voce e l'aspetto: «non dubiti. Avrò coraggio; ne ho.»
“Ma quella fu davvero una tristissima notte. Mi parve lunga e breve; l'avrei voluta eterna, e sollecitavo con impazienza le ore.... All'alba sentii finalmente giungere e fermarsi in istrada la carrozza con cui i miei padrini venivano a prendermi. Mi guardai allo specchio. Ero pallido molto, cogli occhi infossati e le occhiaie livide; mi percossi dispettosamente le guancie, e precipitoso scesi le scale.
— «Ha ella dormito?» mi chiese quello dei due che mi aveva incoraggiato la sera innanzi.
“La vanità mi diede l'audacia di mentire.
— «Sì;» risposi: «parecchie ore.» — Non so s'egli mi credesse, ma lo finse.
— «Meglio:» esclamò, facendomi salire nella carrozza.
“Questa partì di buon trotto e presto fummo fuori della città. Cammin facendo i padrini venivano dandomi consigli e istruzioni sul come dovevo contenermi; annuivo alle loro parole, ma non potevo ben comprendere quel che dicevano: la testa mi suonava così che parevami udir continuo un rumor cupo di voci lontane: non avevo del tutto la coscienza di me medesimo e de' fatti miei; mi pareva che quello fosse un sogno, che si trattasse di un altro, che io mi trovassi lì soltanto per assistere spettatore indifferente ad una tragedia che non mi riguardasse. Poi a un tratto saltava fuori, in mezzo alla confusione della mia mente, questa tremenda interrogazione: — Fra un'ora sarò io vivo?”
XIX.
“Giungemmo finalmente al luogo del convegno. Il mio avversario e i suoi secondi già erano ad aspettarmi. Ci salutammo gravemente, e mentre i padrini si accostavano a parlar tra loro, noi duellanti stemmo soli in disparte, lontani l'uno dall'altro, guardandoci così alla sfuggita.
“Alfredo era un po' più pallido del solito nel volto; ma il suo contegno aveva tanta fierezza, tanta disdegnosa indifferenza, che me ne sentii umiliato, e feci ogni sforzo per imitarlo. Egli fumava tranquillamente il suo sigaro, e mirava con lieto sguardo la bellezza della mattinata splendida per un magnifico levar di sole. Eravamo nei più bei giorni della state, e la natura non era mai sembrata tanto maravigliosa ai miei occhi. Fra le frondi indorate dal sole cantavano allegramente gli augelletti. Tutto era vita, tutto era giovinezza intorno a noi.
“Il mio avversario era più bello, più fiero e superbo che non l'avessi visto mai. Coll'eleganza e coll'avvenenza sembrava dominare tutti noi, e me specialmente suo nemico, cui la sorte aveva voluto dare tanta meschinità di corpo e di apparenze. Se un estraneo, senza nulla sapere delle cagioni della nostra contesa, fosse capitato lì in quel punto, io non dubito avrebbe detto, solamente esaminando i combattenti, che Alfredo sarebbe stato il vincitore e che dalla parte di lui era la ragione.
“I padrini ci appostarono alla distanza determinata, ci diedero le pistole, e poichè si furono ritirati a destra e a sinistra, a convenevole lontananza, uno di essi si levò il cappello e facendo un atto solenne di saluto, pronunziò a voce chiara e vibrante:
— «Avanti signori!»
“Guardai Alfredo. Tutto vestito di scuro, la sua leggiadra testa spiccava maggiormente pel pallore che gli copriva le guancie. Il veder codesta pallidezza, un certo tremito che mi parve scorgere nella sua mano e una velatura che gli appannava il brillar degli sguardi, non so perchè, diedero a me sicurezza e sangue freddo. Poi sentivo sulla mia persona lo sguardo di altre quattro persone, che rappresentavano tutta la città, tutto il mondo per me.
“S'io ho da cadere, pensai, almeno ch'io cada senza che alcuno abbia diritto di accusare la mia memoria del torto che la società maggiormente disprezza, e non perdona mai: la paura.
“Ma vedete stranezza! Nel guardare Alfredo, io dimenticava il presente, per non ricordarmi che del passato; vedevo il collegio, i primi anni della giovinezza; e sentivo un tumulto di affetti invadermi l'animo e una subita tenerezza commovermi al punto che di subito pensai gettare le pistole e correre a braccia aperte verso di lui, esclamando:
— «Tu sei il mio diletto, tu sei il mio fratello. È egli possibile che io attenti alla tua vita?»
“Il veder me parve eccitare invece ben altri sentimenti ad Alfredo; poichè i suoi occhi fissandosi ne' miei, perdettero quella nebbia che li offuscava e brillarono d'una luce piena d'odio mortale.
“Il mio avversario si avanzò vivamente tre quattro passi, tenendo tesa una pistola colla mira a me rivolta, poi si fermò. Io non mi mossi; ed avevo le braccia abbandonate lungo la persona, stando là come smemorato, incerto ancora di quello che avessi da fare. Alfredo parve esitare un istante: non furono che pochi secondi, ma a me parvero un tempo smisurato.
“Mi ucciderà! pensavo. A momenti sarà finita per me.... finita per sempre!.... Morto? Morto io? Dio, Dio, puoi tu permetterlo?.... Ah! la morte è tremenda!.... Ciascuno ha pur diritto alla vita.... Io l'ho bene, come qualunque altro, questo sacrosanto diritto.... Dio, Dio, mi ti raccomando!
“Tutto questo, ratto, simultaneo, vertiginoso; mi passò perfino pel capo l'idea di scappare; ma sentii nello stesso tempo che non l'avrei nemmeno potuto.
“A un tratto un guizzo di fuoco scattò da quell'arma che si circondò di fumo; rimbombò un colpo, e io sentii presso l'orecchio sinistro il fischio della palla. Diedi una scossa, il sangue mi fece un tuffo e parve di botto precipitarmisi tutto al cuore, poscia risalire tumultuosamente al cervello: ma, nel montarvici, conduceva seco tal ira, molto presso a cambiarsi in furore.
“I padrini si mossero come per avvicinarmisi; feci loro segno ristessero.
“Alfredo gettò via la pistola vuota e ratto scambiò dalla mano sinistra alla destra quella che aveva ancor carica. Ero stranamente calmo a quel punto; ma ogni sentimento benevolo era svanito dal mio cuore. Cominciavo a sentire alcuna cosa che rassomigliava all'attrattiva della lotta. Alzai la destra armata, come per toglier la mira; il mio avversario si volse subitamente di fianco; ma, cambiando pensiero, lasciai ricadere il braccio. Allora Alfredo prese ad avanzarsi di nuovo verso di me; ma questa volta cauto e lento, non presentandomi mai che la minor possibile superficie del suo profilo, la pistola tesa innanzi a sè, mirandomi più basso a mezzo il petto.
“Una strana irritazione s'impadroniva di me nel vedere codesta prolungata minaccia. Fui per gridare facesse presto; pensai sparargli contro a un tratto le mie due pistole, come si farebbe ad una fiera che camminasse verso di noi; fui per lanciarmigli addosso a strappargli quell'arma. Perchè non facessi nulla di tutto ciò non saprei dirvene la ragione; certo non fu il ragionamento che me ne trattenne; ma mentre la mente in quell'istante mi si travagliava in un'attività febbrile, il corpo era in preda ad un'atonia generale che lo rendeva incapace d'ogni movimento.
“Quando ebbe percorso tutto il tratto concessogli, Alfredo si fermò e fece fuoco la seconda volta. La palla mi sfiorò il braccio sinistro, lacerandomi l'abito e cagionandomi una contusione, che in quel momento non avvertii neppure.
“Ero salvo! Una specie di gioia feroce si sollevò nell'animo mio, e nello stesso tempo una rabbia più feroce ancora contro colui che mi stava a fronte. Dell'antico Alfredo, dell'amico, del compagno, non vidi più nulla; non vidi più innanzi a me che l'uomo il quale mi aveva rapito la fama, che mi aveva rapito la donna che amavo, che mi aveva coperto di contumelie, che aveva tentato adesso adesso alla mia vita, che mi aveva fatto passare quei crudi eterni momenti d'angoscia; non vidi più in lui che un nemico odiatissimo.”
XX.
“Alfredo all'infelice esito de' suoi colpi, fece un gesto di dispetto, gettò via rabbiosamente la seconda pistola e si volse a guardare qua e là con irrequietezza, quasi spaventato, come per chiedere che cosa gli rimanesse da fare, per cercare qual via gli si aprisse di scampo. Fu un baleno. Presto si ricompose, e serrando al petto le braccia, levò superbamente la fronte verso di me, in atto di fiera aspettazione e di sfida.
“Io camminai risolutamente verso di lui tutto quel tratto che potevo percorrere, e quando mi trovai alla distanza di soli dieci passi dalla sua faccia pallida ma sicura, alzai tutte e due le mani e puntando le pistole nella direzione del mio avversario, senza mirare altrimenti, le sparai ambedue d'un colpo.
“Udii un gran grido; e dietro la nube del fumo prodotto dalla esplosione delle mie armi, vidi barcollare e precipitare a terra Alfredo.
“I testimoni si slanciarono verso di lui. Io lasciai cadere di mano le pistole, e mi spinsi innanzi stimolato da un'avida, feroce curiosità; ma ben tosto, alla vista della fronte insanguinata d'Alfredo, mi ritrassi inorridito.
“Dietro me, come in risposta a quello del trafitto, suonò un grido acutissimo, dolorosissimo. Mi volsi. Una donna scarmigliata accorreva disperatamente.
“Era Albina!
“Il nostro duello aveva destato cotanto l'attenzione della città tutta, che era stato impossibile l'impedire non ne venisse voce all'orecchio di lei. Informatasene qua e colà coll'ansia maggiore, turbato forse il cuore da funesti presentimenti, l'infelice donna era riuscita a sapere dai servi il luogo e l'ora dello scontro, e, spinta dal suo fatale destino, arrivava sul terreno, giusto al momento in cui il suo diletto cadeva al suolo, cadavere.
“Sì, cadavere! Alfredo era morto, e per mia mano! Questa orrenda verità non tardò ad apparirmi in tutta la sua crudezza, e distrusse tosto quell'esaltazione di sdegno e d'odio che mi aveva fatto, un momento prima, volontario assassino.
“Sentii le roventi unghie del rimorso lacerarmi il cuore; ebbi orrore di me, e mi parve la natura medesima inorridisse al mio cospetto; credei udirmi suonare all'orecchio, tremenda, la maledizione lanciata su Caino. Rimasi stupidito, guardando quel cadavere sanguinoso sull'erba, senza rendermi ben conto della realtà, come se tormentato dall'incubo d'un sogno penoso, supplicando mentalmente da Dio la grazia impossibile che non fosse vero quello che era avvenuto, prendendo a sperare con dissennata lusinga che tutto quanto s'agitava sotto ai miei occhi non fosse che una illusione da dileguarsi ad un punto.
“L'angoscia disperata d'Albina, che si abbandonava con tanto spasimo sul corpo dell'uomo da lei supremamente amato, invocando essa stessa la morte, accresceva in me il pentimento e la coscienza dell'orribile delitto. Apparivo un mostro a me stesso; e mi dicevo accusatore e condannatore più severo e inesorabile d'ogni umano tribunale, che avevo ad una stolta vanità della mia persona sacrificato la preziosa vita d'un uomo, a cui avevo pure giurato riconoscenza ed affetto eterno.
“Ah! pregate Iddio che tenga da voi lontana la sventura e la colpa di macchiarvi le mani nel sangue d'uno dei vostri simili. Shakespeare, per bocca di Macbeth, dice che l'uccisore d'un uomo uccide il proprio sonno; e ciò è tremendamente vero. Egli uccide insieme la propria quiete, la propria anima, se non ha cuore di scellerato; sia pure attenuato dalle circostanze il suo delitto, avesse pure dal suo lato la giustizia della causa, lo spettro sanguinolento della vittima, qual'ei la vide raccapricciando nelle ultime convulsioni dell'agonia, gli apparirà inesorato nelle sue notti maledette.
“Mentre nel mio interno mi assalivano così subite e potenti le torture del rimorso, di fuori ero sì impietrito che apparivo insensibile. Ai testimoni di quella orribile scena sembrai peggio che crudele.
“Albina levò un istante gli occhi, e, traverso al velo delle cocenti lagrime che le ardevano le pupille, mi vide.... Il suo movimento di ripulsione e d'orrore fu tale che io mi sentii vacillare. Meno grave, meno dolorosa mi sarebbe stata la più iniqua maledizione lanciatami dalle sue labbra, anzichè la muta ferocia dello sguardo onde mi saettò.
“I miei padrini si posero fra lei e me; e il principale dei due, pigliandomi per un braccio, mi disse severamente:
— «Qui non c'è più nulla da fare per noi. Allontaniamoci.»
“Mi lasciai condur via senza dir parola. Allontanato appena di pochi passi, mi rivolsi a dare un'ultima occhiata a quello spettacolo tremendo. I padrini d'Alfredo avevano abbandonato il morto, per soccorrere Albina, cui l'eccesso del dolore aveva tratta fuor di sè.
— «Ella parta:» mi dissero i miei secondi: «noi gli è meglio che andiamo ad aiutare quelli là nei pietosi uffizi che rimangono a compiersi.»
“Tornarono indietro. Io mi allontanai solo, a capo chino, la desolazione nell'animo, inorridito di me stesso, increscioso della vita, desiderando di poter cambiare la mia con la sorte del mio avversario, essere io il cadavere, su cui piangesse tali lacrime una donna amorosa, e si volgesse il comune compianto.”
XXI.
“Non rientrai in città. Presi la prima strada che mi si parò davanti, e mossi per quella a passo or lento, or concitato, inconscio di me medesimo, incerto dove io fossi, non sapendo neppure di vivere.
“Mille pensieri si agitavano confusamente nella mia testa, e fra tutti uno solo, chiaro, spiccato, parea incidermi nel cervello in lettere di fuoco la parola: ASSASSINO!
“L'anima, del resto, era come intorpidita e le impressioni ne risultavano vaghe ed incerte, da paragonarsi ad un rumore lontano, cui ode, ma non distingue bene l'orecchio. Però, di quando in quando, il dolore ed il rimorso mi davano una nuova stretta, viva e ogni volta sempre maggiore.
“Andavo, andavo, senza direzione, voglioso di solitudine, bisognoso di moto, null'altro cercando che di fuggire l'aspetto dell'uomo. Parevami che stancando il corpo, avrei domato altresì quel turbamento dell'anima, ognor più fiero.
“Talvolta mi provavo ad affrontare audacemente il mio soffrire.
“Ebbene, sì, mi dicevo, ho ucciso un uomo: ma egli aveva ben voluto uccider me! Tra lui e me non c'era altra via: o morir lui, o morir io. Nel caso mio chi non avrebbe agito come me?
“Ma non tardava la coscienza a ribellarsi a questi sofismi. Mi si drizzava dinanzi l'immagine sanguinosa d'Alfredo, ed allora tutta la mia audacia svaniva; udivo risuonarmi nell'anima le grida tremende di lui che moriva, d'Albina che lo vedeva cadere, e un'intima voce mi diceva disperatamente nell'anima:
— «Meglio tu fossi morto!»
“Esser morto! A un tratto quest'idea s'impadronì di me, e mi pòrse alcuna sembianza di calma, e mi fece l'effetto, come in ciel nuvoloso uno di quelli squarci per cui si scorge l'azzurro, come un cenno della sorte che mi mostrasse, in una regione al di là della tempestosa in cui mi agitavo, un riparo e un riposo.
“Morto, non sarei stato odiato più, non mi avrebbe più perseguitato la rabbia degli uomini, mi avrebbe obliato il mondo, _forse_ non sarei più tormentato da questi spasimi, dall'incertezza dell'avvenire, dal tumultuare delle passioni, dalla febbre fallace delle speranze, dalla crudeltà dei disinganni.
“Caddi a terra in ginocchio, e levando le mani e lo sguardo al cielo, con tutto il trasporto di quella fede che avevo avuta nella mia infanzia, supplicai da Dio, proprio con tutta l'anima, che lì, subito, mi facesse morire.
“Ahimè! La era una viltà anche quella. Era la paura di affrontare gli odii e le condanne del mondo; era la paura di vivere in compagnia del mio rimorso.
“Quando tornai a casa, era notte scura. Trovai che m'attendeva uno de' miei secondi, quello che s'era più interessato per me. Mi venne incontro sollecito, e mi disse vivamente:
— «Ho da parlarle. Entriamo presto in casa.»
“Il duello aveva levato assai rumore in città. Una viva irritazione si era desta contro di me. Mi accusavano di poca delicatezza e di troppa ferocia. I fogli della giornata imprecavano al mio nome. La giustizia non avrebbe mancato di procedere; l'autorità di polizia era forse per prendere a mio danno uno di quei provvedimenti arbitrarii che l'assolutismo consentiva allora al governo del mio paese.
“L'idea del carcere mi spaventò.
— «Che mi resta da fare?» domandai con affanno.
— «Fuggire, e tosto:» rispose il padrino.
“Era un lasciar quella vita, venutami oramai insoffribile, era romperla col mio passato, e ricominciare in altre condizioni un'esistenza novella. Quest'idea mi arrise.
— «Sì, fuggirò;» esclamai.
— «Subito:» insistè il mio interlocutore: «altrimenti non sarà più tempo.»
“Una vera smania allora m'assalse d'esser fuori da quelle mura. Feci un fardelletto di alcune poche mie robe; presi il denaro che avevo, e mi allontanai di buon passo da quella casa, poi dalla città.
“Il giovane che era venuto ad avvertirmi, volle accompagnarmi un tratto di strada.
“M'avviai verso le montagne che s'innalzano non molto lontano dalla mia città natale. Credevo esser colà più sicuro, e non desideravo d'incontrare figura d'uomo nel mio cammino.