Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea
Part 8
Si coprì colle mani la faccia e stette lì muto alcuni minuti, ma singhiozzava penosamente. Poscia si lasciò cadere abbandonatamente sur una seggiola a me dappresso, e, mostrandomi il volto sconvolto da una profonda e viva angoscia, riprese con voce debole e sommessa:
“Egli era bello, robusto, ardito ad ogni esercizio di corpo, ad ogni audacia atto e valente. Pietà lo prese di questo scimmiotto che era la vittima di tutti. Sotto la protezione della sua forza io conobbi un po' di pace. Lo ricompensavo, facendo tutti i suoi compiti ed amandolo come si amerebbe l'incarnazione del buono e del bello sulla terra. Ero suo schiavo. M'avesse detto: «gettati da questa finestra,» vi giuro che l'avrei fatto.
“Fuor del collegio i medesimi scherni e le medesime vergogne, meglio coperte dalla vernice della cortesia ma non meno maligne e spietate; e da queste non poteva più, come prima, difendermi quel tale che io amava sempre con tutta la potenza dell'anima mia.... Non poteva, e più ancora non voleva più.... Esso non mi aveva amato mai: era stata una sprezzante compassione la sua. Quando nella debole creatura, ch'egli aveva difeso, avvertì un'intelligenza superiore alla sua, mi odiò.
“Col giungere dell'adolescenza anche in me erano nate nuove e indefinite aspirazioni: quelle tormentose e gradite aspirazioni che inconsciamente spingono l'anima verso l'ideale e sollecitano e addestrano alla grandezza l'ingegno predestinato. Ero stupito e confuso di me medesimo, non mi riconoscevo più. Stimatomi io stesso fino allora l'ultima fra le creature viventi, mi sentivo delle vampe superbissime d'una eccelsa ambizione. Me ne vergognavo, nascondevo accuratamente nel mio timido silenzio tali accessi di pazzia; avrei voluto dissimularli anche a me stesso. Ma nei miei sogni pertinacemente tormentosi, mi appariva la felicità seducente del sorriso, non solo della bellezza, ma della gloria. Un giorno scoppiò in me l'ispirazione come un fulmine; quasi per un lampo, mi vidi a un tratto illuminato l'esser mio e il mio destino, e scoperto il segreto delle mie angosce mentali. Ero poeta!
“Poeta! Re della terra, re del pensiero! Favorito da Dio d'una favilla uguale alla sua luce divina; sentendo nel proprio essere più vasta l'orma del suo spirito creatore; capace di padroneggiare il mondo dell'ideale, di apprendere il sovraintelligibile, di accostarsi al miracolo della creazione! Essere infimo, debole, il più dispregiato degli uomini e conoscersi degno della più splendida corona! Comprendete voi quali intime esaltazioni e quali segreti affanni, quali inquiete lusinghe e quali terribili accasciamenti mi si avvicendassero e turbassero l'anima nella mia oscura giovinezza?...
“Oh i miei primi versi!... Erano l'esplosione d'un delirio d'amore, erano il poema della gioia amorosa della vita, erano il misterioso canto della natura tradotto in armonia di parole, in palpiti di cuore umano. Che cosa non avrei dato per potere ad un tratto farli suonare potenti all'orecchio del mondo, e comparire innanzi ai miei concittadini cinto di quella splendida luce di poesia che mi sentivo nell'intelletto e nel cuore? Eppure avevo vergogna di me e dell'opera mia; e la nascondevo agli sguardi di tutti colla cura con cui si nascondono le traccie d'un delitto. Se il mondo avesse mai risposto colla beffa a quel vero sangue mio sgorgatomi dall'anima? Guai! Li amavo tanto quei poveri versi!...
“Amavo!... Oh non amavo soltanto lo sfogo del mio cuore, non amavo soltanto l'amico mio... Amavo una fanciulla fieramente leggiadra come un superbo fiore di stufa signorile. Aveva ella tutto in suo favore: potenza conquistatrice di bellezza, nobiltà di natali, ricchezza di fortune, felicità d'ingegno. Era una seduzione il vederla, una malìa, un incanto, un'ebbrezza l'avvicinarla, l'udirla, il riceverne la fiamma dello sguardo. E l'amavo... io povero, io meschino, io di sì brutte forme!
“Era per lei che godevo d'esser poeta; era innanzi a lei che volevo presentarmi cinto dei raggi della gloria; era ai suoi piedi che ambivo deporre la mia corona d'alloro non ancor conquistata.
“Avevo letto di quella tale principessa che baciò sulla bocca il gobbo poeta addormentato, per le dolci cose che uscivano da quelle labbra; sognavo che di me pure la sublime armonia del canto facesse obliare la meschinità della persona.
“Così non poteva durare. Deliberai aprire il mio animo a quell'unico amico che avessi.
“Alfredo mi sfuggiva, pareva quasi vergognarsi di me; sempre più avvenente, audace, temuto da ogni competitore pel valor suo, desiderato in tutti i salotti per la sua piacevolezza, primo in tutto ciò che imprendesse e in ogni dove comparisse, cavalcatore esperto come nessun altro meglio; Alfredo godeva nel mondo i più invidiabili successi.
“Suonava con arte e sentimento, componeva romanze, ballabili e melodie che le signore eseguivano con diletto nelle serate invernali; scriveva gaie leggerezze su pei giornali e molli versettini negli _Album_ delle dame, che gli valevano una certa gloriola di letterato e il titolo d'_uomo di spirito_, cui egli si confermava mercè una cara franchezza e subitaneità di motti e di rimbeccate. Era uno di quegli ingegni che riescono in ogni cosa a cui s'accingano, ma ai quali la deplorabile facilità impedisce di nulla mai approfondire.
“Io gli svelai in una i miei due eccelsi amori: quello alla Musa e quello alla mia donna. Gli dissi vivere oramai per quelli soltanto; esser quelli la mia ultima ragione, la luce che m'illuminava il pensiero, lo scopo di tutto.
“Sorrise, scherzò dapprima, di poi il mio ardore parve colpirlo, il mio entusiasmo apprendersi anche a lui; tacque per un poco, divenne serio, anche i suoi occhi lampeggiarono; sollevò la fronte e la scosse superbo come per dire: «ancor io, e forse più, sono degno di tanto.» Mi recitò, declamando alcune delle sue ballate; trovò freddi gli elogi ch'io glie ne faceva. Tentò cambiar discorso; pareva inquieto e malvoglioso; ad un tratto chiese di poter leggere i miei versi: tremando glie li affidai, e se ne partì con essi.
“Stette più giorni senza farsi vedere. Avrei voluto andare in casa di lui, e non osavo. Venne finalmente una sera da me. Dalla finestra, che guardava verso l'occaso, appariva in fondo all'orizzonte una striscia di nubi color sangue, stesa là dove il sole era da poco tramontato. La luce crepuscolare da quelle nubi diffusa illuminava soltanto con tinta giallastra la mia cameretta e la fronte di noi due che ci eravamo appressati alla finestra. All'entrare d'Alfredo io aveva impallidito come uomo che aspetta la sentenza del suo avvenire; e il cuore mi palpitava forte forte nel petto. Ci tenevamo stretti per le mani; le mie ardevano, le sue erano fredde come ghiaccio. Anch'egli mi parve un po' commosso; esitava a parlare, di certo era alquanto turbato.”
XIV.
“Parlò poscia, ma non colla solita sua scioltezza. Aveva letto i miei componimenti, ed aveva visto l'oggetto dell'amor mio. Di questo discorse con entusiasmo; la giudicava la più bella figura di donna, le cui sembianze rivelassero una natura eletta; abilmente, in mezzo a un diluvio di parole, mi fece comprendere essere una follia in me l'amarla, un'imperdonabile follia poi se con qualche speranza. Compresi come, secondo lui, io fossi condannato all'infelicità, e sarei stato ingiusto a pur lamentarmi del mio destino.
“Sentivo una gravezza, come cappa di piombo, scendermi e pesarmi sull'anima. Imbiancavo a volta a volta ed arrossivo nel viso; mi veniva difficile il respiro.
“Finalmente entrò a discorrere de' miei versi.
— «Me ne rallegro teco. Non c'è male. Alcune stranezze di un gusto non perfetto; ma con qualche ritocco qua e là, con qualche correzione, cambiando qualche verso, davvero che mi pare si possano ridurre una cosa più che mediocre.»
“Io aveva chinato il capo e tacevo.
— «Anzi ho pensato ad una cosa:» soggiunse. «Mio caro, le nostre produzioni letterarie, per giudicarle a dovere noi stessi, bisogna vederle stampate. La stampa è come alle sceniche composizioni la luce della ribalta; se tu acconsenti, voglio fare stampare i tuoi scritti.»
“Tacevo sempre.
“Alfredo riprese a dire, che aveva giusto sotto i torchi un volume di sue poesie, che avrebbe a quelle aggiunte le mie, e così introdottele nel mondo letterario sotto il patrocinio del suo nome, già conosciuto e circondato di qualche riguardo.
“Tacevo, ma la mia mente lavorava in modo febbrile. I miei versi, stampati in nitide pagine, con nuova ed efficace leggiadria, mi turbinavano innanzi, atteggiandosi, per così dire, a mirabili forme, esplicando una segreta armonia di dolcissimi suoni.
“Li vedevo apparire come luminosi agli occhi della gente, li udivo cantare nell'orecchio ammirato degli uomini, sentivo ripetuto dagli echi della terra con plauso, il mio povero nome.
“Alfredo aveva voluto persuadermi della mia indegnità per la donna che amavo. Una mai provata superbia gonfiava invece l'anima mia. Oh no, non ero indegno di lei. Il genio che mi possedeva, era capace d'innalzare il mio essere sino all'altezza di quell'angelo umanato. Le mie opere l'avrebbero dimostrato; lo dimostreranno in fè di Dio, giuravo in segreto a me stesso.
“L'amico mi chiese, non senza qualche inquietudine, se acconsentivo alla sua proposta.
— «Sì,» risposi debolmente con una simulata indifferenza, abbandonando nelle sue la mia mano diventata fredda ed inerte.
“Ma dentro me quale tumulto!
“Le mie prime poesie si stamparono poco dopo nel volume pubblicato da Alfredo, e comparvero sotto il suo nome; erano pubblicate quali io glie le aveva date, senza la correzione d'una virgola. Provai nel vederle un misto di sentimenti contrari, indicibili. Mi parvero sublimi, mi parvero ridicole; ne sentii ora orgoglio, ora vergogna; provai una rabbia dolorosa nel vederle andare sotto nome d'un altro, una specie d'acuta gelosia, e poi dissi a me stesso che così era anche meglio: ritirato nella mia cameretta, pensai con satanica superbia che la mia opera aveva gran pregio, ma che io era capace tuttavia d'assai più.
“Alfredo ebbe da quella pubblicazione molta rinomanza. Gli si disse che aveva trovate vie nuove, che aveva rivelato un nuovo lato del suo genio, manifestata una nuova potenza della sua poesia. Mi venne intorno più amorevole che mai. Io non metteva insieme due parole, senza tosto comunicarle a lui. Talvolta mi suggeriva alcune idee, mi abbozzava qualche argomento; poi ammorzava alcun colore troppo acceso, temperava taluna immagine troppo ardita della mia poesia; e quando poi le composizioni erano al termine, le chiamava con tutta franchezza, fra noi due, nostre, in pubblico sue, senza uno scrupolo.
“Mi adattavo a codesto suo modo ma, come potete pensare, non soddisfatto.
“Un giorno, finalmente, la mia tolleranza mi parve una debolezza e una viltà; il procedere d'Alfredo una pirateria a mio danno.
“Non vi ho ancor detto come praticassi nella casa della fanciulla amata. Il padre di lei, pietoso alla mia povertà, avevami dato un umile ufficio nella ragioneria dei suoi grandi capitali e delle sue vaste tenute; ero poco più d'un servo in quello sfarzoso palazzo, ma vi ero accolto con una specie di domestica fiducia.
“Un giorno, entrando nel salotto, trovai Albina intentissima alla lettura con una profonda emozione da questa prodottale, le guancie affocate, gli occhi per lagrime lucenti, il seno agitato. Dio del cielo! Ella stava leggendo i miei versi.
“Albina fuggì, come per nascondermi la sua emozione. Io rimasi là, piantato, invaso il cuore da un'improvvisa, ineffabile dolcezza. I miei versi avevano parlato all'anima di lei!
“Ma ad un tratto una terribile idea mi ferì come la punta di uno stile, il cervello e il cuore. I miei versi, per lei come per tutti al mondo, non erano miei; ad altri ella attribuiva que' sentimenti, que' pensieri, quella passione; ad altri ella attribuiva il merito di quel suo commuoversi e del suo palpitare. E s'io le avessi detto ch'era mia quell'ispirazione, mi avrebbe ella creduto?
“Una specie di furore subitamente m'invase. Volli che Alfredo mi restituisse la rinomanza che a me aveva derubato; mi restituisse soprattutto la simpatica commozione e forse l'ammirazione d'Albina. Sentii a quel momento il primo impulso di odio che avessi ancora provato mai, io che il mondo e la sorte avevano sì crudelmente bistrattato sempre; e quest'odio lo sentivo per colui che primo aveva mostrato aver di me alcun pietoso riguardo!
“Corsi da Alfredo, e tutto ancor concitato lo minacciai di svelare il segreto della paternità dei suoi libri. Egli si fece bianco in volto, e i suoi sguardi dapprima lampeggiarono di sdegno e di minaccia; poi tosto si raumiliò, come non avevo mai visto alcuno umiliarsi, come non lo credevo capace di fare, egli, con la sua fierezza.
“Mi disse che avrei distrutto ogni sua felicità, che avrei cagionata la sua morte, perchè di certo egli si sarebbe ucciso a tanta vergogna; mi pregò colle lagrime agli occhi: giurò che, io tacendo, avrebbe egli fatto per me qualunque cosa che gli avessi chiesto, datomi anche la vita.
“Quell'affetto, che da tanto tempo avevo in lui, risorse tutto in un attimo e maggiore di prima. Mi gettai nelle sue braccia, piangendo ancor io.
— «Amami soltanto, Alfredo,» gli dissi: «e di tutto mi avrai compensato.»
“Giurai di tacere per sempre.”
XV.
“Era mio proposito accingermi con nuova lena al lavoro, e riguadagnare in breve il tempo per la mia fama perduto: ma luttuosi avvenimenti me ne impedirono.
“Il padre d'Albina ebbe subiti e irreparabili rovesci di fortuna. Come sempre accade nel mondo, tutti coloro che a lui avventurato erano amici compiacenti e cortigiani, lo abbandonarono. Io gli venni innanzi umilmente, quasi tremando, e dissi:
— «Sono povero, e buono a poco o nulla; ma tutto quello che ho e quello che valgo, pongo in poter vostro. Disponete di me.»
“Quell'uomo, superbissimo fino allora dei suoi natali e delle sue ricchezze, che altro non aveva avuto mai per me che una compassione altezzosa, parve stupito ed ammirato del mio tratto. Aveva coraggio e volontà tenace; era di quelli che, prima di abbandonarsi in balía della corrente che li travolge, s'attaccano a qualunque ramo, per debole ch'esso sia, fosse pur anche spinoso da insanguinarvisi le mani. Accettò la mia offerta, le pochissime mie sostanze sparvero in un attimo in quel baratro che la sventura aveva scavato sotto i piedi a quella famiglia; e lavoravo tutte le ore del giorno per essa! Il padrone, diventato burbero, atrabiliare, mi comandava in modo aspro come si fa ad un servitore negligente; Albina mi ringraziò una volta con sublime semplicità, stringendomi la mano, gli occhi gonfi di lagrime. Che avrei io potuto desiderare di più?
“Bene o male, di questa guisa ero diventato quasi uno della famiglia e n'andavo superbo. Vedevo Albina tutti i giorni, stavo delle ore a guardarla, pallida e severa nella sua mestizia; m'inebbriavo spesso della ineffabile gioia d'udire la sua voce. N'ero quasi felice. _Dear_, il cagnolino di lei, mi faceva le feste più amorevoli del mondo.
“Ma il padre d'Albina non potè vincere in niun modo la troppo avversa fortuna. A un punto, perduta ogni speranza, egli perdette ogni coraggio, ogni forza di spirito e di corpo. Morì di lì a quattro mesi. Io mi diedi tutto e sempre più all'arido lavoro degli affari, per sopperire ai bisogni di quella disgraziata famiglia.
“Addio poesia, addio lettere, addio arte, addio sogni di gloria! M'imbestialivo nelle cifre da mane a sera, nè mi lamentavo, nè desideravo di meglio. Albina era tanto bella, anche nel suo dolore!...
“Passò circa un anno. L'amavo sempre più. Ad un punto m'accorsi che un cambiamento non lieve erasi fatto in Albina. Le guancie eranle divenute più rosee, più brillanti ed espressivi gli occhi, più dal sorriso animate le labbra. Una certa misteriosa fiamma appariva di quando in quando sul suo volto; aveva subite contrarietà e improvvise tristezze avvicendate a giocondità, di cui non sapevo rendermi ragione. Pareva avere alcuna cosa da dissimulare. Si piaceva molto a restar sola; sovente la coglievo immersa in profondi pensieri; molte volte era d'un'amabilità maggiore ancora del solito. Attribuivo codesta mutabilità allo svolgersi della sua fiorente giovinezza soltanto.
“Ma l'amor mio oramai era tale, che non potevo più rimaner in silenzio. Il mio cervello era in un esaltamento che non lasciava più luogo alla ragione. Un giorno ella fu meco più amorevole dell'usato; il sangue mi s'infiammò nelle vene mandandomi vampe di calore alla testa. Pareva ella volesse aprirmi il cuor suo, e la piena del mio traboccava verso di lei. Incoraggiato da' suoi modi, dalle sue parole, mi rivelai....
“Me disgraziato! Come potei avere tanto temerario ardimento?
“Ella impallidì; si trasse vivamente in là, mutò subito maniere ed aspetto; si premè con una mano il cuore, e quando io a quella vista mi tacqui sovraccolto da un tremito improvviso, ella gettò un grido e fuggì.
“La mia sentenza era pronunciata. Caddi in ginocchio in quel punto dove ella era poc'anzi, e sentii il cuore rompermisi dall'affanno. Avevo di me stesso vergogna. Poter credere di essere amato! Io? Oh ella doveva ridere di me. Non avevo ottenuto che di sciogliere quel poco legame che mi avvinceva a lei, e che era pure il mio solo bene. Come avrei potuto ancora venirle per casa? come rivederla?
“Quello non era ancora il maggior dolore che mi dovesse toccare; ed era già sì grande! Ricevei quel medesimo giorno una lettera d'Albina.”
XVI.
“In quella lettera ella mi narrava come, fin da quando era ancor giovinetta, avesse dato il suo cuore ad un uomo; i dolori e le sventure sopravvenute non avere quell'affetto cancellato, e ora che l'occasione era nata in cui aveva potuto con quell'uomo accontarsi, tratti da scambievole amore, essersi giurata eterna fede. Volessi compatirla; seguitassi ad amarla come fratello: non le amareggiassi la felicità del suo corrisposto affetto col pensiero ch'io soffriva per lei....
“Ah! dovevo rinserrare nel cuore la cruda angoscia e comparirle dinanzi sorridente, lieto testimonio della felicità d'un altro!
“Non vi dirò che rodimento fosse il mio. Immaginatevi quanti più acuti tormenti possa cuore umano provare in uno spasimo uguale a quello dell'agonia!
“I miei primi propositi furono propositi di sangue. Nella mia mite natura l'angoscia trovò pur tanta ferocia da farmi provare una voluttà nel pensiero d'uccidere quell'uomo che possedeva un tanto bene a me negato, d'uccidere anche lei!....
“Ma questo violento parosismo di furore in me non poteva durare. M'accasciai sotto la sciagura che mi percuoteva, piansi disperatamente; e quando ebbi tutte versate le mie lagrime, mi levai con animo risoluto e corsi da Albina. La volevo ad ogni costo felice, lei; a costo anche d'ogni mio bene.
“Avete avuto torto, le dissi, a non confidarmi tutto. Ora trattatemi davvero da fratello, e io benedirò alla vostra felicità.
“Udite quel che Albina mi rispondesse.
— «Sono due anni, mi veniva alle mani un libro di poesia; appena letti pochi versi, la mia attenzione fu tutta raccolta in quella lettura. Quei versi parlavano all'anima mia un nuovo linguaggio che tutta la padroneggiava. Erano l'espressione del più nobil cuore e del più nobile ingegno: erano la voce del più sublime affetto. Lessi avidamente, commossa, palpitante. Mi ricordo che voi entraste in quel punto; ed io confusa, turbata, vergognosa, indispettita d'essere colta in quell'emozione, fuggii.»
“Io gettai un grido a quelle parole, e la guardai con occhio smarrito; ella continuò:
— «L'autore di quelle sì leggiadre poetiche creazioni mi apparve l'uomo più degno d'amore che fosse al mondo; l'amai sino da quell'istante. Quando l'ebbi veduto di poi, Alfredo m'apparve superiore ancora a quell'immagine che io m'era di lui formata.»
“Pensate qual io rimanessi! Alfredo adunque, non solo la fama mi aveva derubata, ma l'amore di lei! Obliai in quel momento che io aveva giurato di tacer sempre, obliai tutto: mi gettai ai suoi piedi, proruppi coll'impeto d'un pazzo: — Ma quei versi erano miei; ma era mia quell'anima che parlava alla tua, mio quel genio che ammirasti, mio l'amore che hai sentito fremere in quell'armonia di parole.... —
“Ella dapprima non comprese; mi credè assalito da un accesso di dolore che mi levasse di senno: si curvò pietosamente su di me, volle farmi alzare, mi sussurrò qualche benigna parola; ma giurando, ripetendo, insistendo io, alfine comprese quel che volevo significare; allora non parlò più, si allontanò e mi saettò uno sguardo di indicibile disprezzo.
— «Sciagurato! diss'ella con accento non dissimile da quello sguardo: la vostra è peggio che imprudenza, è un'infamia.»
“E mi lasciò, allontanandosi con passo affrettato.
“Oh essere fulminato dal disprezzo della donna che si ama, senza meritarlo! I feroci impulsi mi si ridestarono nell'anima. Forsennato, corsi da Alfredo, lo minacciai, lo supplicai, levai la mano armata su di lui; egli, robusto, disarmò il mio debole pugno e mi atterrò con dispettoso disdegno.... Che più? fui vinto in tutto. Fui proclamato un tristo, un calunniatore, scacciato dalla casa di lei, bandito dagli amici di lui, creduto da tutti un pazzo, un cattivo uomo.”
XVII.
“Fui ammalato gravemente, e quasi due mesi gemetti in un ospedale; uscito di là, m'aspettava la miseria. Quante giornate senza pane! quante notti senza sonno, e nessuna speranza di gioia mai per tutta la vita!
“Mi rimisi al lavoro. Ottenni alcuni trionfi, e questi mi procurarono nuovi nemici: una polemica rabbiosa e crudele che mi era stuzzicata contro da Alfredo, mi perseguitò senza tregua; intristito, risposi offesa ad offesa, invettiva ad invettiva, oltraggio ad oltraggio.
“Erano trascorsi due anni: Albina, io non l'aveva più vista mai; l'avevo sfuggita con cura; nulla temevo di più che trovarmi a fronte di lei.
“Un giorno passeggiavo solitario, come sempre, in un viale fuor di città, a quell'ora deserto. Avevo il capo chino, e, ingolfato nei miei pensieri, non vedevo nulla di quanto mi circondasse, quasi non sapevo più nemmeno dov'io mi fossi.
“A un tratto ecco gettarmisi tra le gambe, festosamente abbaiando, un cagnolino. Sussultai; era _Dear_, il canino d'Albina. Oh come mi sentii battere il cuore! Come mi parve d'amarla quella povera bestiolina che avevo affatto dimenticata! Essa però non avevami dimenticato, no; mi aveva tosto riconosciuto, e mi salutava con affetto, e mi faceva più vive che mai le sue solite dimostrazioni di gioia e di benevolenza. Mi curvai verso il cagnolino per rispondere alle sue carezze; volevo prenderlo tra le braccia e baciarlo.
“Ma ad un tratto un pensiero mi agghiacciò il sangue nelle vene. Con chi era essa, quella bestiuola? Alzai gli occhi; mi vidi innanzi Albina, che s'accostava a richiamare il suo cane, e guardare chi fosse quell'uomo a cui _Dear_ faceva tante feste. Avrei voluto che in quel momento la terra mi si aprisse sotto i piedi. Ah! in qual modo mi guardò Albina! Lo sguardo di sdegno con cui m'aveva saettato, quando avevo voluto svelarle che i versi d'Alfredo erano miei; quello sguardo era mite e benevolo in paragone.... Dio la perdoni! Ella con quel suo sguardo uccise l'anima mia. C'era tanto disprezzo, tanto odio, tanto orrore, che io allibii. Non una parola, non una voce nè l'uno nè l'altra. Ella volse disdegnosamente altrove il passo, chiamando con voce secca ed imperiosa il suo cane. Io lasciai cadermi abbandonate le braccia lungo la persona in uno stato di prostrazione dolorosa.
“_Dear_, tutto stupito del nostro contegno, stette in mezzo a guardarci. Ella tornò a chiamarlo imperiosamente.
“L'intelligente bestiola corse a lei, le salterellò intorno un poco; poi tornò verso di me, e ripetè le sue festose dimostrazioni. Egli solo s'era conservato per me quel di prima; egli solo non aveva cambiato in odio ed in disprezzo quel poco affetto che m'aveva donato.