Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea

Part 6

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Quel certo stiramento di labbra, che in lui teneva luogo di sorriso, non era cessato, e pareva anzi fattosi immobile sul suo volto; ma gli occhi suoi, ordinariamente atoni e smorti, brillavano; di quando in quando, toglieva una delle sue mani da far sostegno al volto, allungava il braccio verso una delle bottiglie che facevano siepe intorno al compare Fosco, e ci dava una tracannata, e ad ogni volta, mentre il corpo conservava la massima immobilità, i suoi occhi brillavano sempre più. Tra una monferrina e l'altra, Fosco serrava in mezzo alle gambe il suo violino, metteva per traverso sulle ginocchia l'archetto, e riceveva dalle mani del maestro la bottiglia, per darle ancor esso un saluto a modo suo.

I due uomini allora si guardavano entro gli occhi; Fosco rideva con un riso secco, Ambrogio ghignava silenziosamente. Era un curioso spettacolo l'osservarli. Probabilmente così diversi d'animo, d'intelligenza e di sapere, quei due esseri si trovavano in quel momento assembrati, fatti uguali, accomunati dalla bassa soddisfazione d'un piacere materialissimo.

Ad un punto vidi Ambrogio muover dondolando la persona, come fa l'orso in gabbia, ed accompagnare coll'accennar del capo l'orribile suono di quel disarmonico pezzo di legno battezzato per violino. Nello stesso tempo, e' si mise a parlare con una certa vivacità. Me gli accostai di più per udire le sue parole.

“Su, su:” diceva egli: “animo, via, lesto, forte, coraggio, suona, suona, suona compare Fosco; dágli dentro, più vivo, più ratto, più concitato; fálli saltare, fálli girandolare, fálli sbalordire.... È una pazzia, dirai; ebbene sì, è una pazzia; e con ciò?.... Non sai che gli è nella pazzia che l'uomo ha riposo dalla sventura? Non sai che ogni illusione è pazzia, e che il solo bene sulla terra è l'illusione?.... Su, su, svelto quell'archetto! Esso languisce per Dio! La è tutta brava gente codesta, e il vino è eccellente. Fàtti onore compare Fosco! Tu sei l'Orfeo di questo villaggio. Sai bene: Orfeo faceva ballare il trescone anche ai sassi.”

Il suonatore rideva con quel riso secco a suo modo; e, come spronato da quei detti, affrettava il moto dell'archetto, e agitava il capo, e batteva la misura col piede, e accumulava colla più audace disarmonia le note più francamente stonate.

“Eh eh eh!” rispondeva egli frattanto. “Sei del mio parere tu, sor maestro. L'allegria!.... Nulla vai meglio. Non esco di lì, io!.... Le patate sono buone, le castagne anche migliori, una brava presa di tabacco ha il suo merito, un pezzetto di tabacco in corda da masticare lo stimo di molto, ma un centellino d'allegria val cento mila volte più d'ogni altra cosa. E dove la si trova sicuramente questa benedetta allegria?.... E zin zin e zin zin, in un fiasco di vin vecchio.”

E Ambrogio ripigliava:

“Ti dico che sei Orfeo! Vedi come quella gente si dimena, salta e ammattisce. Essa gode! Sono i crini del tuo archetto che compiono tal miracolo. Vero miracolo! Dare un'ora di gioia ad uomo che vive. Se qui venisse Satana con una corona reale in pugno e l'offrisse a cotestoro in cambio del loro tripudio innocente, sarebbe stolto, tre volte stolto chi rinunziasse ad un momento di questo piacere per tutta la vita del re più potente che stringa scettro nel mondo.... E spero che di tanto imbecilli non ce ne sarebbe nessuno fra questi dabbene.”

Il Menestrello ammiccava come se capisse, col solito riso, e suonando più arrabbiatamente che mai, ribatteva a sua vòlta.

“Eh eh eh! Non gli è tutto qui; stasera avremo una cena. Un mezzo agnello arrostito. Il padre dello sposo è uomo che fa le cose ammodo.”

“Invidio la potenza del tuo violino! Quale altissimo ingegno di poeta mai valse a procacciare ai suoi simili un godimento simile a quello che fai provare colle tue quattro note false? Forse il solo Omero alla società greca ancora fanciulla.”

“Sta' attento! sta' attento!.... Ecco un'altra monferrina ancora più bella. Su, giovanotti, da bravi, alla riscossa!.... Hop! hop!”

“Come paragonare al tuo potere l'azione del povero autore che si stilla il cervello per anni, affine di presentare una sua creazione ad una frotta di concittadini che si raccoglie in teatro a fischiarla? Come a quella dello scrittore d'un libro, su cui sbadiglia qualche dozzina di lettori e di cui malignamente fa strazio qualche insolenza ignorante di critico argutissimo?”

Udendo ciò sospettai in maestro Ambrogio un letterato infelice, amareggiato dal ricordo d'una strepitosamente vergognosa caduta; e mi feci innanzi verso di lui con maggiore interesse. Egli mi vide e s'interruppe. I suoi occhi si fissarono su di me con una curiosità quasi pari a quella che io manifestava a riguardo di lui. Stette un mezzo minuto a contemplarmi; poi, come spinto da una subita risoluzione, si alzò in fretta e mi si accostò vivamente.

“È vero,” mi domandò egli con istrana animazione d'accento, “è vero quello che ho udito di voi? Siete uno scrittore ed accostate la mano a quella terribile macchina infernale che è la stampa.”

“È una macchina infernale oramai innocente:” risposi. “L'incuria della gente e la coscienza di chi l'adopra l'hanno ridotta senza pericolo... Fatte le debite eccezioni.”

Ambrogio fece quel suo ghigno strano, poi divenne serio, e mettendomi una mano sulla spalla con una certa famigliarità da superiore mi smaltì, tutta d'un fiato la seguente tirata.

VII.

«La coscienza di chi scrive? Ecco! Ci credete voi?.... Oh certo siete costretto a rispondere di sì dal fatto che voi pure v'imbrattate le dita d'inchiostro, stringendo una penna. Si comincia per volerne avere, si è forse tanto felici da averne; ma poi?.... L'uso e l'abuso della parola a che non vi menano? Come discerneremmo noi il vero dal falso in quella confusione di cose, d'uomini e di idee che si chiama vita sociale, mentre ci scompiglia e testa e cuore il nostro privato interesse? Quello che avete sognato fosse un apostolato, vi si fa un mestiere. Vi siete proposto di guidar voi la penna, e siete voi trascinato dalla penna, che ha da darvi da mangiare e da soddisfarvi la vanità.

»La penna! Come, non vi spaventa il maneggiare questo ridicolo e tremendo scettro del pensiero? Non pensate mai quanto germe di male può gocciolarvi giù con una stilla d'inchiostro e seminarsi in un'anima umana, mercè un'idea, una mezza idea, una sembianza d'idea? Anche la più innocente può, in date occasioni, essere la più malvagia. Una favilla che sta per ispegnersi, vi pare la cosa più impotente. Lasciatela cascare sopra un barile di polvere, e la casa intera ne va in aria. Più innocente ancora è un granellino di nero di platino; introducetelo in un miscuglio d'ossigeno e d'idrogeno, e ne accadrà uno scoppio.

»La misteriosa anima umana è tale che può dalle passioni e dal dolore essere preparata in modo che una vostra idea, che? una semplice parola faccia l'uffizio di scintilla sulle polveri da mina, di nero di platino sul miscuglio dei due gaz. E non vi arrestate intimorito innanzi a questo pensiero?... O potete star tranquillo, perchè non avete idee? Ve ne hanno pur troppo di coloro che scrivono senz'aver nulla da dire! Ma voi allora sciupate il vostro tempo, e rubate quello degl'infelici che vi leggono.... Ah! l'incuria della gente: l'avete detto.... Ma non vi fu crudeltà di re tiranno o di frate inquisitore, neppure la truce fantasia del cantore dell'inferno, che abbia saputo immaginare ed applicare un supplizio simile. Come? Voi vi torturate il cervello, vi opprimete l'anima, vi consumate in veglie febbrili la vita, ogni giorno, ogni ora, per una produzione che dovete trarre dal vostro interno, che è il sangue del vostro cuore, e nessuno vi bada, e la vostra voce muore come quella d'un sotterrato vivo in caverna che non ha pure un'eco!.... Chi vi ha condannato a questa vergognosa tortura d'impotenza?.... Mi risponderete forse che vi spinge un interno stimolo, che è il cenno del proprio destino. Non pascetevi di fole. Ma non credete voi dunque nel libero arbitrio dell'uomo? Non vi sentite padrone almeno di non essere ridicolo nello stesso tempo che infelice?»

Si era molto riscaldato nel dire: era diventato tutto rosso in faccia, gesticolava vivamente e gli occhi gli brillavano in mirabil guisa. Si vedeva che l'eccitazione datagli dal bere l'aveva fatto uscire per quel momento dalla passività in cui manteneva chiusi abitualmente la sua anima, il suo pensiero e forse le memorie del suo passato. Mentr'egli parlava con un impeto che mal si potrebbe esprimere, compare Fosco sembrava aver cresciuto ancor egli di foga nell'acre suono del suo violino, e quella musica scordata e quasi direi rabbiosa, a cui si frammischiavano, all'uso montanino, grida selvaggie dai robusti petti dei danzatori, faceva un accompagnamento strano alle concitate parole di mastro Ambrogio.

Quando questi si fu interrotto un momento, io gli dissi:

“Le vostre parole vorrebbero una lunga risposta, e se ne ecciterebbe forse una discussione non breve, che non è qui luogo di fare; ma, se non vi disgrada, e a me piacerà molto, la faremo un altro momento.”

La sua animazione cessò a un tratto; si ritrasse vivamente indietro, come spaventato, tendendo le mani innanzi, quasi volesse rigettarmi da sè, e proruppe con accento di vera paura:

“No, no, nessuna discussione, nessuna parola più su questo argomento, nemmeno una!.... Vi prego! Non pensate più a ciò che vi ho detto.... Non so più io stesso che cosa sia.... non lo sapevo dicendolo.... L'avrete udito che talvolta la mia ragione vagella. Questa fu una delle volte.... Addio addio.... Lasciatemi stare; non venitemi a tormentare dell'altro.”

E s'allontanò da me e dal castello, tentennando nel camminare, forse per l'emozione che mi era parsa veramente profonda in lui, forse per il vino bevuto che era stato molto davvero.

VIII.

Per più giorni mi fu impossibile di vedere il maestro. Mi persuasi ch'egli mi sfuggiva appositamente e con molta cura, pentito di essersi abbandonato meco a quel momentaneo sfogo di pensieri che dovevano da lungo tempo e frequentemente aggirarsi per la sua testa.

Il mio ospite cominciava ad essere inquieto; e buono com'era, proponevasi di andare egli stesso a cercarne novelle, quando un giorno — si era alla fine del pranzo, che colà, secondo l'antica usanza piemontese, si fa a mezzo della giornata, — vennero ad annunziargli che il maestro era da basso, chiedendo di parlargli.

“Fatelo salir su:” disse il padrone.

E il servo rispose: Ambrogio non volere nemmeno entrare sotto l'atrio, ma pregare colle lagrime agli occhi il castellano perchè volesse scendere ad ascoltarlo da solo, chè a lui, solamente a lui, desiderava, e tosto, parlare.

Il mio amico s'accostò alla finestra che guardava sulla spianata del giardino, e io gli tenni dietro. Vedemmo il maestro che, agitato, passeggiava su e giù col suo passo incerto, più barcollante del solito e la sua testa arruffata dondolante sull'esile corpo. Aveva tale un aspetto di desolazione che il proprietario del castello se ne commosse.

— Gli è avvenuta di sicuro una qualche disgrazia: — esclamò egli. — Chi sa che diavolo sia! —

E levatosi dalla finestra, si affrettò a scendere ed a raggiungere Ambrogio.

Io rimasi colà, appoggiato al davanzale, a guardarli. Non udivo pur una delle loro parole, ma ne vedevo tutti i gesti e l'espressione del viso.

Appena Ambrogio vide comparire il castellano sugli scalini dell'ingresso, gli mosse vivamente incontro, tendendo verso di lui le mani, come si fa ad uno che giunga in punto a salvarvi, e mandando un'esclamazione che era una preghiera essa sola. Poi subito avviò il suo discorso con una vivacità, con un calore, con una abbondanza di parole tali che dinotavano la massima concitazione. E si levava il cappellaccio, e scuoteva la sua ispida ed arruffata capigliatura grigiastra, e si percoteva la vasta fronte, bernoccoluta, e stringeva le mani con indicibile atto di supplicazione fervorosa. In una mossa, con cui, vólto il viso all'insù come in una più viva deprecazione, mi lasciò scorgere i lineamenti tutti turbati della faccia, potei vedere che grosse lagrime gli rigavano le guancie più terree del solito.

— Pover'uomo! — dissi tra me, commosso alla vista di quel dolore. — Qual mai disgrazia può averlo colpito? —

Il padrone del castello vedevo che con atti e parole faceva a calmarlo, e sembrava profferirsi in suo soccorso. Ad un punto, quando il maestro ebbe detto ciò per cui era venuto a supplicare, il mio amico levò le braccia, e annuì colla testa in un certo modo che pareva significare:

— Ecchè? Gli è codesto soltanto che chiedete? Ma sì, ve lo accordo; è cosa fatta. —

Ambrogio, in un impeto di riconoscenza, prese a un tratto ambedue le mani del mio ospite, e curvatosi innanzi a lui, gliele baciò. Il castellano le ritrasse vivamente: il maestro parve di subito vergognarsi dell'atto troppo servile, dirizzò la persona, e sollevò la testa con piglio pieno di nuova fierezza; ma fu un lampo; e tornato nella sua abituale umiltà, si partì con passo affrettato.

Il mio amico risalì a raggiungermi nella stanza dove lo stavo aspettando; aveva un sorriso sulle labbra e lagrime agli occhi.

“Che benedett'uomo!” esclamò. “Gli è matto per davvero, e colle sue stramberie non ha commosso anche me? Non indovinereste mai più che cosa è venuto a dimandarmi con tanta disperazione!....”

“Che cosa?”

“Gli è morto stanotte il suo cane.”

“Ah, povero diavolo! Comprendo il suo dolore.”

“E' vuol dargli una sepoltura che crede possa essergli gradita, e che sia salva sempre mai da ogni profanazione. Dice che il luogo in cui il suo perduto compagno si compiaceva di più, era il mio viale de' pini...”

“E vuole seppellirlo colà?”

“Precisamente. È venuto a dimandarmene licenza come d'un gran favore. Dice che verrà egli medesimo stanotte; e vuole ad ogni modo esserci solo.”

Difatti, la sera, verso le undici, dalle finestre del castello vedemmo un lumicino brillare nel più folto dei pini, durante un'ora e forse più. Il domani in quel luogo fu trovato sopra la terra smossa un grosso sasso che prima stava ad una certa distanza di là, e pareva impossibile che il povero maestro avesse avuto forza pur di smuovere.

Capimmo che la salma di Pomino era posta a consumarsi

«Sotto la guardia della grave _pietra_.»

Passarono molti giorni senza vedere altrimenti il maestro.

IX.

Un mattino, svegliatomi prestissimo, vidi innanzi alla mia finestra, di cui avevo lasciate aperte le persiane, il cielo di sopra la montagna rischiararsi così lieto della prima luce dell'alba, che coraggiosamente determinai bearmi del meraviglioso spettacolo dell'aurora. Uscii piano piano nel giardino, e pel viale dei pini m'avviai verso un'eminenza di terreno da cui avrei potuto mirar meglio la stupenda scena. A un tratto udii una voce lamentosa, or bassa, or alta, impressa sempre di molto affetto, che pareva declamasse dei versi. Stupito, ammorzai il suono dei passi, e venni pian piano avanzando verso quella voce, con molta cautela.

Inoltratomi un poco più, vidi in quella penombra crepuscolare gli abiti scuri di maestro Ambrogio, il quale, accoccolato, meglio che seduto, sulla gran pietra che copriva la fossa del suo cane, con una voce armoniosa e con un accento espressivo, come io non gli aveva udito mai, lasciava sgorgare dalle labbra un'onda di vera, soave, purissima poesia.

Attonito, e insieme commosso, mi accostai, e riparatomi dietro il tronco d'uno di quei grossi pini, stetti ad ascoltare.

Ambrogio teneva i gomiti sulle ginocchia, stringendosi colle mani la fronte; aveva ai piedi il suo cappellaccio, e le chiome gli si sollevavano sulla testa agitate dal vento mattutino.

Se io avessi potuto tenere a mente e qui riscrivere i versi che impetuosi uscivano in quel momento dalle labbra di quell'umile maestrucolo elementare di un povero e rimoto paesello montanino, io darei alla letteratura moderna uno squarcio di poesia sublime, come se ne ha troppo poca al tempo che corre.

Egli parlava d'amore: — di quell'amore che è il _fiat_ divino della creazione, che è la legge intima e suprema di tutto l'universo, che è l'idea manifestata colla parola della vita, che è la finalità della sussistenza e dell'intelligibilità; — di quell'amore che è nel mondo morale quell'ultimo supremo fluido, se pur così può nominarsi, al quale corrisponde nel mondo fisico l'etere, la essenza prima, non ancora accertata, ma indovinata e presentita dalla scienza moderna, nella quale tutte hanno origine le forze della natura; — quell'amore che quindi, sostanza universale, tutto invade e pervade, e si manifesta in tutti i rapporti degli esseri, dai purissimi spirituali ai composti corporei, ad ogni menoma animazione della materia, legge chimica, per così dire, delle affinità intellettive insieme e sensitive nell'universo vivente.

I due cardini del mondo della vita essere il pensiero e l'amore. Perfette le creature celesti, dove purissimi, non offuscati dalla materia, e questo e quello; perfettibile l'uomo, in cui limitati e l'uno e l'altro dagl'istinti materiali, offuscatori sì d'ambedue, ma domabili pure e riducibili; passeggiere ed effimere animazioni di materia, affatto mortali gli esseri al di sotto dell'uomo, in cui un accenno soltanto di pensieri e d'amore.

E qui, volgendo con brusca transizione il discorso alla memoria di quel bruto sulla cui fossa egli sedeva, lo apostrofava con voce di pianto.

Quel diseredato composto di materia organizzata lo aveva pure amato, lui creatura intelligente, più che non avessero fatto gli uomini suoi pari. Non alla regola dell'utile, non alla vanità delle apparenze aveva esso misurato il suo affetto. Altrove il povero cane avrebbe potuto trovare quando che si fosse pane più bianco e più ricco albergo e temperie più mite, da non comprarsi con altro che coll'ingratitudine d'abbandonarlo. Qual uomo se ne sarebbe rimasto?

Lui povero, solo, debole, brutto, quella bestiola lo aveva nondimeno fortemente amato, e senza tregua e senza condizioni. Perchè aveva da essere distrutto affatto quell'essere amoroso, così da non esistere più mai nella sua discioltasi individualità? Perchè a tanto affetto aveva da mancare corrispondenza di pensiero, il quale è l'elemento necessario a costituire l'immortalità di un'anima? Oh! se avesse egli, il poeta, se avesse potuto instillargli una parte di quel suo pensiero che alcune volte sentiva soverchio in sè confondergli il cervello e urtarglisi dolorosamente nelle pareti troppo ristrette del cranio! Quante fiate non aveva egli vaneggiando sognato, — come l'_homunculus_, cui Goethe fa creare da Wagner nelle storte di Fausto, — di crear esso, con un miracolo di scienza e di fede, uno spirito immortale collo spiro di vita che animava quella materia foggiata a bruto! Non avrebbe esso avuto dell'uomo che le facoltà amative e intellettive; non gli orgogli, non le perfidie, non le deficienze, che, dipendenti da quella forma, ond'egli si assuperbisce cotanto da dirla simile a quella di Dio, torcono al male i più belli suoi pregi.

L'uomo disconosce ed infrange la legge d'amore. Dal peccato fu l'umanità col divino sacrificio redenta; ma l'individuo conviene sè stesso redima, e nol fa; e il soffio di Satana, traversando gli errori sociali e le seduzioni d'un falso interesse, ne corrompe l'anima tuttavia. Non si sa amare in terra dai più, come non si sa pensare; i meschini sono derelitti, del pari che è rigettata la verità.

Ma non sempre durerà sulla terra questa ribellione dell'uomo al suo destino; e il poeta, con islancio veramente profetico, sorvolava sulle età che sono, per vagheggiare nell'avvenire la società progredita, migliorata, quando tutti i rapporti umani saranno regolati dalla sola legge dell'amore, e del paradiso terrestre, che allora si sarebbe veramente dischiuso alla nostra schiatta, faceva con sì vivaci e splendidi colori una dipintura sublime, che nulla io conosco da metterle a paragone nelle opere dei gloriosi poeti dell'umanità; e terminava con un inno di gioia e dirò di trionfo, il quale ben pareva quello che ai nuovi tempi avrebbe dovuto innalzare l'umana famiglia per salutare l'adempimento della sua ventura.

In sull'ultimo egli s'era rizzato in piedi e, levata superbamente la testa, aveva abbandonate del tutto al vento le sue chiome arruffate. Esse gli facevano come un'aureola intorno alla vasta fronte, e il sole, che mandava allora i suoi primi raggi, le indorava con tinte di fuoco. La persona di lui, mi appariva in quell'istante più alta e più nobile di forme e d'atteggio. Splendevano d'una luce straordinaria le sue pupille alzate al cielo; splendeva, come per propri raggi che ne emanassero, la fronte solcata dallo stampo del pensiero, tocca dal segno potente del genio. Infuocate gli erano le guancie, infuocate le labbra tremanti. Vibrava con un'armonia ineffabile e nuova la voce del Vate, disposandosi alle mille voci, ai mille sussurri, ai canti degli augelli, al fruscío delle frondi, al ronzío degl'insetti, con cui a quel momento la terra salutava l'apparire del sole sull'orizzonte. Avreste detto che i potenti versi del poeta assembravano in una, e traducevano in parola umana quel cantico eterno e meraviglioso e nuovo sempre, che con tutte le voci della natura innalza ogni mattina la terra alla gloria del Creatore.

X.

Vi confesso che obliai a quel punto dove mi fossi e innanzi a chi, in un trasporto tale di fantasia che raramente ebbi a provare l'uguale.

Vi sarà avvenuto parecchie volte che un pezzo efficacissimo di musica ispirata vi ecciti la mente con sì gradevole emozione che pare una strana e direi quasi spirituale ebbrezza vi assalga a dischiudervi innanzi all'intelletto un mondo sterminato e confuso di pensieri vaghi, indefiniti, ma sublimi; e vi sembra che questi pensieri vi sieno ispirati da una sfera superiore, sieno vostri e pure più alti di voi, e vi sentite innalzarsi l'anima e nello stesso tempo crucciarsi nel sentimento della sua impotenza, e vi affannate per afferrare e ridur concreta una di quelle tante idee che vi barbagliano nella mente, e vi indispettite di non lo potere, e un certo brivido vi corre per le vene, e sentite il bisogno e la capacità temporanea in voi di nobili gesta, e avete lo spirito scosso dalla mano potente dell'entusiasmo.

Ebbene, io mi trovava in tale stato a quel punto.

Mi precipitai verso quell'uomo e, prendendogli ambe le mani, esclamai:

“Chi siete voi?.... Ma chi siete voi, cui Dio concesse la fortuna di tal forma per tanta possa di pensiero?”

L'esaltazione in lui era troppa per cedere di subito. Al mio repentino apparirgli, non parve nè anco essere stupito. Mi guardò con dignitosa fierezza, agitò la testa, e facendo balenare nello sguardo una fiamma cui niuna parola varrebbe ad esprimere, proruppe:

“Chi sono? Chi sono?... Sono un uomo che ha molto sofferto, un uomo che non ha nemmeno più un nome, che si è seppellito vivo nell'ombra della morte, più coraggioso di Carlo V, il quale rinunziò alla corona dopo averla portata tanti anni!.... E anche a me Dio aveva data una corona! La più splendida delle corone!, ingemmata di stelle e lucente di que' raggi che circondano il suo trono. La corona del poeta! E me la vidi brillare dinnanzi, sì vicino da poterla afferrare; e sentii degna la mia fronte di cingerla e potente il mio petto da meritarmela. Oh come palpitai per essa ne' miei giovani anni! Oh come la portai nobilmente ne' miei sogni, e sentii nelle mie travagliose veglie notturne ardermi essa divinamente le tempie, e sollevarmi il capo oltre la nebbia dell'atmosfera terrestre, e lanciarmi la mente sulle ali dell'idea nei sogni dell'infinito!...”