Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea
Part 5
»In sul culmine precisamente di quell'altura là dove passa un sentiero poco praticato, incontrai un uomo, che, riparandosi dalla pioggia sotto i rami ormai sfrondati d'un castagno, appoggiatosi al tronco, stava mirando nella sottoposta pianura.
»Era codesto Ambrogio, che sino allora niuno aveva visto mai nel paese nè in questi dintorni. Io non so qual'età egli abbia al presente, e non avrei saputo nemmeno allora quale attribuirgliene. Poco su poco giù, era tale quale l'avete visto adesso, se non che, invece di avere i capelli, lunghi, arruffati, come li ha ora, li aveva rasi, e non lasciava crescer barba. Vestiva di scuro, precisamente come ora, e quasi quasi direi che codesti che porta sono ancora i panni che aveva in dosso a quel tempo. Aveva un piccolo fardelletto sotto il braccio e un bastone in mano.
»La singolarità di costui che alla pioggia battente e mentre la notte veniva se ne stava tranquillo a contemplare un paese a cui egli era sicuramente estraneo, lontano ancora da ogni abitazione, mi fece rallentare il passo per osservarlo. Egli era così preso nella sua contemplazione e ne' suoi pensieri, che non badò punto a me. La scena ch'egli mirava, a me non pareva degna di tanta attenzione. La pianura era invasa presso che tutta dalla nebbia, la quale si avanzava come strisciando verso la montagna, mentre sulla sommità di questa discendevano dal cielo scure, unite, pregne di pioggia le nubi: parevano due eserciti che si movessero incontro per venire a battaglia; e in mezzo a loro non rimaneva sgombra che una lista di terreno, in cui, addossate al colle, biancheggiavano le casupole del villaggio.
»Io non gli avrei badato dell'altro, chè la pioggia crescente mi consigliava a non indugiarmi, e nell'aspetto di quell'uomo mi pareva di scorgere qualche cosa di strano, che, se non era di birbo, era di matto; ma il mio cane corse verso di lui, e gli si piantò dinanzi abbaiando. Egli si riscosse, volse uno sguardo, che mi parve tranquillo e mesto, verso la bestia, e abbassò una mano alla sua coscia, a fare un atto di richiamo. Il mio _Fox_ fu tosto rappaciato; scodinzolando gli si accostò tutto festevole, e alla prima carezza che lo sconosciuto gli fece passandogli una mano sulla testa, alzò le zampe anteriori al petto di lui, quasi a dargliene un abbraccio di amicizia.
»Io che all'istinto dei cani credo più che alla ragione degli uomini, mi dissi subito che quello non doveva essere un birbante.
»Abbasso _Fox_: qui _Fox!_ gridai.
»Il cane m'obbedì, e il forestiero si volse verso di me.»
“Oh non tema!” mi disse con voce rauca e melanconica, che mi fece una strana impressione. “Colle bestie, e specialmente coi cani, io sono nelle più amichevoli relazioni; non ho mai fatto male a nessuno di loro, e nessuno di loro — no nessuno! — non ha mai fatto male a me.”
«E accompagnò queste parole con un sorriso di tanta amarezza, che gli accrebbe nel volto l'aspetto di alienazione che gli avevo già notata. Parlava italiano, ma con un accento di altre provincie che non sono le nostre subalpine.»
“Questa buona bestia è sua?” riprese poscia, schivando col suo il mio sguardo, come se temesse di mirarmi in faccia.
“Sì:” gli risposi.
“Il proverbio dice che il cane è l'amico dell'uomo. Creda al proverbio. È il solo amico.”
“Siete un misantropo?” Io gli domandai stupito del modo con cui mi parlava.
«Mi rispose, di nuovo con quello stranissimo sogghigno:
“Sono un _cinofilo_....[1] Ma mi permetta una domanda.”
[1] Amatore de' cani.
“Dite pure.”
“Ella è pratico di questo paese?”
“Ci sono nato, e la maggior parte della mia vita la ho passata qui.”
“Che villaggio è quello laggiù?”
»Gli dissi il nome del paesello. Egli lo ripetè due o tre volte, poi soggiunse come parlando a sè stesso:
— Un nome ignoto affatto; ignorato da tutti i Dizionari geografici.... Chi sa mai, fuori di qui, che questo villaggio esista?.... —
»Si rivolse di nuovo a me:
“Quanti abitanti ha?”
“Ottocento.”
“Saranno poveri?”
“Si aiutano gli uni gli altri come fratelli.”
“Possibile? Lei mi stupisce. Voglio vederlo. Potrò trovarvi albergo? pagando s'intende:” soggiunse affrettatamente con una certa permalosità.
“C'è un'osteria:” risposi: “e vi troverete certo un letto, non da sibarita, ma pulito, e un boccon di cena non luculliana, ma ammannita di buon cuore.”
“Sono avvezzo a dormire sulla dura terra, e poco basta a sfamarmi.... Che strada ho da prendere per giungere più presto al villaggio?”
»Glie l'additai; e salutatolo, impaziente di fuggire dalla pioggia che cadeva sempre più fitta, ripresi la mia corsa giù per la scorciatoia. Ma dopo pochi passi m'accorsi che il cane non m'aveva seguitato: fischiai, e _Fox_ venne sino ad un ciglio della costa da cui poteva vedermi, abbaiò vivamente, e tornò indietro verso lo sconosciuto.
»Ciò mi fece arrossire di me medesimo. Pensai subito che cosa avrebbe detto mio padre, quando avesse saputo che, imbattutomi in un povero forestiero, senza asilo e alla pioggia, non gli avessi offerta l'ospitalità; e senza metter più tempo in mezzo, rifeci correndo il cammino, e tornai a quell'uomo.
»Lo ritrovai in quel medesimo luogo, e nel medesimo atteggiamento; se non che parlava amichevolmente al mio cane, che gli stava seduto dinanzi guardandolo fiso. Arrivando, udii le seguenti parole:
— Va' col tuo padrone, buona e brava bestia. Tu non sei mio. E nemmeno l'affetto d'un cane non bisogna rubare altrui.... No, non bisogna! —
“Sentite, buon uomo, ho pensato che all'osteriuccia del nostro villaggio stareste davvero troppo male.”
“Le ho detto che non m'importa:” rispose egli con una certa qual fierezza.
“E chi sa se avranno pure un letto libero?”
“Dormirò benissimo sulla paglia.”
“È ancor lontano il villaggio e con quest'acqua che viene ci arriverete tutto ammollato. Ho un ricovero più vicino da offrirvi.”
»Mi scoccò un'occhiata con un misto di sospetto, d'incredulità e di meraviglia.»
“Dove?” domandò.
“Là.” E gli additai il castello. “È la casa di mio padre.”
“Grazie!” disse egli irrisoluto.
“Su via:” io insistetti: “non istiamo più qui a infradiciarci. Mio padre vi accoglierà con piacere.”
“Ebbene sia:” diss'egli dopo un altro po' d'esitazione; ma quando fummo avviati, a un tratto tornò a fermarsi, come per un dubbio sopravvenutogli. “Suo padre,” mi chiese, “vive tutto l'anno in questa terra?”
“Quasi. Non è che l'inverno che abitiamo in città.”
“Quale?”
“Torino.”
»Mandò un lieve sospiro, il volto parve rasserenarglisi, e con accento più risoluto disse:
“Andiamo.”
«Non ho bisogno di dirvi come mio padre gli accordasse quella benevola ospitalità che egli stimava un assoluto dovere del suo grado, della sua fortuna, del suo nome. Lo sconosciuto disse chiamarsi Ambrogio Larva: non parlò quasi mai, e costrettovi soltanto, appena se gustò cibo, e di buon'ora si ritirò nella camera assegnatagli.»
V.
«Il domani, fosse la pioggia presa il giorno innanzi, fossero i disagi già prima sofferti, poichè pareva che col suo fardelletto sotto il braccio egli fosse venuto viaggiando per la catena delle montagne da molto lontano e già da parecchi giorni; il domani quel pover'uomo fu assalito da una fortissima febbre, che in pochi giorni lo menò presso alla tomba, e poi, superata per miracolo, lo tenne a letto più d'un mese.
»Se il buon padre mio lo facesse curare con ogni carità, non è da dirsi. Quando l'infermo fu tornato in sè, dopo un penoso delirio di più giorni, ed ebbe compreso dove si trovava, e come vi fosse trattato, mostrò, non con parole, che queste aveva sempre rade e poche, ma negli atti, negli sguardi, nell'espressione della fisonomia, una riconoscenza tanto più profonda, quanto meno espansiva.
»Però, durante il delirio del pover'uomo era avvenuto cosa che assai aveva scemato quell'interesse che dapprima tutti avevano sentito per lui; e se non si era venuti meno a nessuna delle cure ond'egli abbisognava (chè mio padre, codesto non avrebbe tollerato a niun modo) non era tuttavia, se non vincendo un sentimento, il quale pareva quasi ripulsione, che i nostri servi continuavano a stargli attorno e a vegliare su di lui.
»La ragione era che, durante i vaneggiamenti suoi, aveva pronunziato certe parole che erano tali da indurre gravissimi sospetti sul conto suo. Egli affannosamente, con rotti accenti (e mio padre lo aveva udito, ed io stesso una volta) parlava di sangue, di odii, di morte. Pareva che un tremendo rimorso ne agitasse la coscienza, conseguenze d'un gran delitto commesso. Vedeva dei fantasmi sanguinosi; ora pregava pace, perdono ed oblio; ora imprecava furibondo. Due nomi, uno di donna e uno d'uomo, gli venivano frequenti alle labbra, e cenni alle sue vicende passate, ma così in confuso che impossibile trarne un costrutto qualunque o comprenderne cosa alcuna. Solamente appariva che molti e dolorosissimi tormenti e sciagure aveva egli sostenuto, che una crisi gravissima era venuta a mettere il colmo alle sue cattive avventure e ch'egli erasi partito dal suo paese e dai suoi per cercare in remote contrade una esistenza novella; per fuggire dalla giustizia umana, dicevano i nostri servi.
»Eppure, non ostante tutto ciò, la figura originale di costui non dispiaceva e non ispirava diffidenza a mio padre. Questi aveva risoluto d'interrogarlo un po' più particolarmente sull'esser suo; ma ogni volta che a ciò s'accingesse, scorgendo la dolorosa ripugnanza d'Ambrogio a parlare del suo passato, se ne rimaneva come timoroso di fargli troppo male colla sua curiosità.
»Un giorno finalmente che quasi era guarito del tutto, Ambrogio medesimo si aprì, più che non avesse fatto mai, con mio padre, nel quale mostrava aver posto molto rispetto e affezione pari alla stima. Io mi trovava appunto presente e udii le sue parole: disse che per la terra in cui era nato — una terra d'Italia lontana da questa, ma non disse quale, — per il mondo in cui era vissuto, egli era e doveva e voleva esser morto affatto; che non avendo più famiglia, non più affetti, stanco e disgustato della vita che traeva, erasi partito solo, di nascosto, sicuro di non lasciare dietro a sè chi lo rimpiangesse, non sentendo pure un rincrescimento per quanto abbandonava, risoluto ad andare tanto lontano che nulla della precedente esistenza mai più gliene venisse all'orecchio nè sotto gli occhi; voleva recarsi in qualche solitudine, dove la semplicità dei costumi, la povertà degli abitatori, la lontananza da ogni centro popoloso non gli presentassero mai e non valessero a ricordargli nulla, nulla di quella uggiosa vita cittadinesca che gli era venuta in odio insuperabile; che questo paese gli pareva proprio a tal uopo: che aveva seco qualche po' di denaro e con esso avrebbe volentieri comprato un'umile casettina e un piccol orto per viverci quieto quegli anni che gli avrebbe ancora imposti la Provvidenza; e che per non essere affatto inutile sulla terra ed al paese che l'avrebbe ospitato, si sarebbe messo a fare il maestro ai bambini, gratuitamente per i poveri, essendo che, nella sua ignoranza, tanto e tanto ad insegnare a leggere e scrivere e un po' d'abbaco, ei si sentiva capace.
»Mio padre stette un poco prima di rispondere, come se riflettesse ponderatamente su ciò che aveva da fare; poi disse con gravità e con quella bonaria schiettezza che gli era abituale:
“Sentite, signor Larva. Io adesso sono obbligato a rispondervi, non come il vostro ospite, ma come il sindaco di questo villaggio. Capirete che in questa qualità m'incombe una certa responsabilità. Il padrone di casa può accogliere con piacere anche uno sconosciuto, la cui figura gli vada a genio; il sindaco non può affidargli a occhi chiusi la educazione dei bambini, che è cosa delicatissima.”
«Ambrogio arrossì sino alle orecchie.»
“Non mi crede ella un onest'uomo?” domandò fieramente.
“Non basta che io vi creda tale, bisogna che ne abbia le prove.”
«Ambrogio represse un vivace movimento, e impallidito di nuovo, curvò il capo e si tacque per un poco.»
“Ho capito:” diss'egli poi amaramente. “Qui si sospetta di me. Me n'ero accorto, ma speravo che non ella.... Partirò.”
“Un momento,” soggiunse mio padre: “Qui abbiamo pure il gran bisogno d'un maestro. Non si è mai potuto ottenere che quassù venisse ad aprire una scuola qualcheduno che ne fosse da tanto. Non ci abbiamo che un pretucolo, il quale insegna a mala pena a distinguere le lettere dell'alfabeto, violenta l'ortografia ed assassina la grammatica. La venuta di chi facesse meglio sarebbe una vera fortuna pel paese. Che diamine, sor Ambrogio. Avete voi tanta ripugnanza a farci conoscere il vostro passato?”
“Sì l'ho:” rispose risoluto Ambrogio. “L'ho voluto sotterrare in una fossa questo passato e l'ho coperto con una lapide. Non voglio scoperchiare il sepolcro e tirarlo fuori per contentare la curiosità sospettosa d'un intiero villaggio.”
“Un villaggio di ottocento anime, perduto fra le montagne, o poco meno!” esclamò mio padre sorridendo. “Del resto,” soggiunse, “quando siavi un segreto nella vostra esistenza che vogliate custodire, non avrete a rivelarlo a questo poco di pubblico. Dove io affermi che voi siete degno d'istruire i ragazzi di questa brava e onesta gente, tutti mi crederanno.... E voi non avrete bastevole fiducia nella mia discrezione per dirmi — a me solo — chi e che cosa siete?”
«Ambrogio esitò un momento; poi levò gli occhi, e li fissò per un istante in volto a mio padre, come non aveva fatto prima. Parve soddisfatto di quell'esame.»
“Le dirò tutto:” disse bruscamente a un tratto.
“Venite meco:” riprese mio padre, aprendo l'uscio del suo scrittoio e facendogli cenno vi entrasse.
«Rimasero colà dentro più d'un'ora. Quando ne uscirono, Ambrogio era più pallido che mai, e mio padre era evidentemente commosso. Notai, non senza stupore, che mio padre nel trattare il forestiero, aveva una deferenza assai maggiore di prima.
»La raccomandazione del sindaco bastò a farlo benvolere e stimare da tutti. Trovatasi una di queste catapecchie, che servono da case, con un orticello, per poco prezzo, ch'egli pagò subito, il buon Ambrogio divise il suo tempo fra la coltura degli erbaggi e delle frutta che gli dànno il suo sostentamento, e la scuola in cui accorrono tutti i bambini del villaggio e dei casolari qui intorno, ammaestrati da lui con pazienza e cura infinite non solo nel leggere e scrivere e negli elementi dell'aritmetica, ma nella morale altresì, giovandosi di apologhi e novelle ed amichevoli conversari alla socratica, in cui, senza che altri quasi lo avverta, le buone massime s'instillano in quelle anime tenerelle, e fanno sì che il maestro sia amato e obbedito anche meglio dalla scolaresca.
»Egli non accetta denaro da nessuno; ma i più facoltosi fra i genitori lo vengono regalando di legna da ardere all'inverno, di qualche mezzo sacco di grano alla raccolta, di pane bello e fresco, quando lo fanno cuocere, di qualche pollo talvolta, e anche di qualche pezzo di maiale, quando lo macellano all'autunno, le quali cose lo aiutano a campare. Dai poveri egli non vuole assolutamente nulla, e se mai gli viene offerto alcun che, rifiuta con isdegno, quasi gli fosse fatta con ciò una grave offesa.
»Quale io lo conobbi i primi giorni, tale egli continuò sempre ad essere: buono, taciturno, onesto, amante della solitudine. Quasi sempre svagato colla mente, talvolta pare lo assalgano delle allucinazioni e che il senno gli scappi; talvolta lo direste poco meno che imbecillito; ma non gli avvenne di recare a nessuno mai, nè con fatti nè con parole, non che il menomo dispiacere, ma neppure il menomo disturbo. I villani, per le sue assenze di mente, cominciarono dal burlarlo, poi lo compatirono; ora quasi lo riveriscono e lo venerano, credendolo meglio visitato dal Signore.
»Egli è benevolo con tutti; ma d'amore e di espansione di cuore pare che non ne abbia, fuorchè con quel suo brutto cane che gli avete visto. E sì che in mio padre, il quale, da quel segreto colloquio in poi mostrò sempre per lui una certa maggiore osservanza; in mio padre, dico, Ambrogio finì per porre davvero un profondo affetto.
»Un giorno mio padre gli domandò:
“Ambrogio, ora siete voi contento della vostra vita?”
»Ed egli rispose con espressione di viva sensibilità:
“Sì. Non cercavo che oblío; ho trovato carità. Fuggivo gli uomini per non odiarli, ne ho trovati qui degni d'amore.”
»E, come se avesse detto di troppo, allora se ne partì ratto, senza voler udire nè aggiungere altro.
»Quando mi avvenne la disgrazia di perdere il buon padre mio, fu l'unica volta ch'io l'abbia veduto a piangere. Durante la malattia di lui, Ambrogio era stato quasi sempre con noi al castello, non cercando nemmeno di aiutarci nelle cure che si prestavano all'infermo, buono a nulla e smemorato qual egli è, ma come se qui trattenuto da un invisibile vincolo che non lo lasciasse allontanarsi. Agli ultimi momenti, che il mio povero padre volle vedere tutti i servi e i gastaldi insieme alle loro famiglie, entrò ancor egli alla coda di tutti, nella stanza del moribondo, e s'inginocchiò quasi peritoso in un angolo a pregare.
»Allorchè quell'immensa sventura fu compiuta e l'eccesso del dolore pareva volermi tôrre di senno, io me lo vidi improvvisamente al fianco, bagnato il volto di lagrime egli pure, trasfigurato, così che mi parve, anche in quella dolorosa confusione di mente in cui ero, un'altra e più nobile persona. E mi disse parole gravi di simpatico dolore e di affettuosa consolazione che più non ricordo, che in quel fatalissimo momento non poterono restarmi impresse, ma che pure mi colpirono, come altissime e degne della più bell'anima e della più nobile intelligenza. Poi si partì e stette parecchi giorni senza venirmi a vedere.
»Ricordo che la prima volta ch'io lo rividi, il suo aspetto, che mi parve ancora più di scemo che per l'innanzi, mi sorprese come una stranezza inaspettata e mi riuscì quasi una delusione; imperocchè mi aspettassi di ritrovare in lui quella più elevata persona che mi era apparsa, o ch'io aveva sognata nel colmo del mio dolore.
»Continuò egli in seguito a capitare di quando in quando al castello, sempre uguale, umile, silenzioso, melanconico. Mai non lo vidi a ridere, sì a sogghignare di spesso. Ogni qual volta io volli toccargli di quella sera in cui lo incontrai sulla collina, egli mi rispose sempre invariabilmente: — Ah sì! come pioveva quella sera — e poi se ne partì tosto; per cui io non glie ne parlo più.
»In complesso egli è un buon diavolo, che forse non ha l'integrità delle sue facoltà mentali, che dovette soffrire molte disgrazie a cui la sua debole ragione non valse a resistere. Di certo nella sua vita vi ha un mistero, ma non ostante le parole del suo delirio, non deve esservi una vergogna nè una colpa da non perdonarsi; perchè mio padre, dopo ascoltatolo, trattò con lui con più riguardi di prima, e ogni volta che lo vedesse, fu sempre il primo a porgergli la mano.»
VI.
Un giorno, era qualche tempo trascorso dacchè il mio ospite mi aveva narrato quanto venni addietro esponendo, si festeggiavano al castello le nozze d'una giovane coppia del villaggio. Era un'usanza, a cui il castellano mai non derogava, di invitare in tali occasioni tutti gli abitanti del paesello ad onesta baldoria. Il menestrello del villaggio, un vecchietto dal mento aguzzo e dalla faccia tutta rughe, coll'aria tra di nesci e di malizioso, raschiando maladettamente il suo violino scordato, faceva saltare ai suoi giovani compaesani le più animate monferrine del mondo sulla finissima rena dello spianato. Circolavano in discreta abbondanza buone bottiglie di vin vecchio, e il padrone del castello compiacevasi di quella ingenua allegria.
Sul più bello, ecco per caso straordinario comparire maestro Ambrogio, colla sua andatura incerta e oscillante, col suo aspetto mezzo sonnacchioso, e non fa pur mestieri il dirlo, col suo cane dietro i talloni. Un allegro clamore si alzò da tutta la comitiva a salutarne la venuta.
— Oh! il maestro! Avanti, avanti. Ben venuto il sor maestro! Viva il maestro! —
L'anfitrione della festa si associò ancor egli, e con espansione, al cordiale ed allegro accoglimento.
“Buon giorno, Ambrogio:” diss'egli. “Venite qui accosto a me ed assaggiate un po' questo vino dei miei greppi, so che non lo disdegnate, e me ne direte le novelle.”
Ambrogio stirò le sue pallide labbra in un certo modo che doveva raffigurare un sorriso, ma che altri avrebbe detto una smorfia e, lasciandosi prendere e stringere la mano ora da questo ora da quello di uomini e donne che gli si facevano intorno al suo passaggio, venne appressandosi al castellano e a me, che stavamo vicino all'acre archetto di compar Fosco il suonatore, il quale archetto cacciava pure tanta forza nelle gambe di quei bravi giovinotti.
Il maestro era in un momento di straordinario, nè mai visto buon umore, perchè non ismise quel suo cotal ghigno, ed agguantò con avidità la bottiglia che gli tendeva il compare Fosco, già un po' cotto per le libazioni fatte.
“Orsù, maestro del mio cuore, abbocca questa bottiglia, che Dio ti mandi ogni bene! e bando a ogni filosofia!”
Convien sapere che il bravo menestrello alla seconda bottiglia che avesse bevuto, dava del voi a tutti, alla terza del tu addirittura; il termine _filosofia_ poi, per lui era sinonimo di malinconia, ipocondria, stoltezza.
Ambrogio, dopo aver bevuto, fece chioccar la lingua contro il palato come usa un vero conoscitore di meriti enologici.
“Buono!” diss'egli: “buonissimo! Questo è la gioia terrena liquefatta e tenuta in serbo; non è vero, compare Fosco?”
“L'allegria!” esclamò questi tutto animato: “l'allegria per cento mila violini!... Vedi, sor maestro dell'anima mia; io non istimo altro nella vita. Tutto il resto, peuh! non vale un cece. Viva l'allegria e sprofondi all'inferno la camusa, o ch'io sono un asino come il bricco del mugnaio.”
E battendo col dorso dell'archetto sulla cassa del violino, per richiamare a sè l'attenzione dell'adunanza, soggiungeva gridando, come a sordi:
“Su, da bravi giovinotti, vogliamo fare due altre capriole?... Eccovi una monferrina da far danzare i morti.... ma che morti?... da far danzare anche gli scudi in tasca d'un avaro.”
E posto il suo perfido strumento alla spalla, appoggiatovi su il mento aguzzo, colla compiacenza che poteva avere Paganini nell'accingersi a suonare, egli diede giù una solenne raschiata che produsse un suono, al cui paragone è una dolcezza la più aspra sorba che vi alleghi i denti e allappi la bocca.
Ambrogio tornò a bere e due e tre volte, finchè la bottiglia pòrtagli da Fosco gli rimase vuota fra le mani. Allora e' si accoccolò per terra vicino allo scellerato scorticatore delle nostre orecchie, e appoggiati i gomiti alle ginocchia, le guancie ai pugni richiusi, il cane sdraiato fra le gambe, stette ad ascoltare quella diabolica armonia, mentre i villani gli saltavano dinanzi con gran confusione, coi più strani gesti e contorsioni del mondo, da parere tanti morsicati dalla tarantola.
Io guardava attentamente il maestro di scuola, attirato da una viva curiosità; che mi aveva destata sul suo conto la narrazione del mio ospite. Già fin dalla prima volta ch'io l'aveva visto, egli mi era sembrato una figura originale; ora, forse per effetto di quello che avevo udito di lui, mi pareva di scorgere in esso qualche cosa di speciale e distinto che lo sceverasse dalla comune, credevo travedere in quel complesso di tratti, di maniere, di forme, alcun che di sopra, o almeno all'infuori del volgare.