Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea

Part 12

Chapter 123,857 wordsPublic domain

“E si faccia:” proruppe Guido. “Tu sai, madre, che io non ho altro desiderio che il tuo. Veniamo pure a vivere nel tuo villaggio, e s'io ti vedrò lieta, sarò il più lieto uomo del mondo.”

“No, no;” esclamò Anna con risoluta fermezza d'accento. “A te ben d'altro è mestieri per l'arte tua; e la tua giovinezza non deve segregarsi dal mondo e togliersi a quel moto per cui è fatto, a quel destino che le è assegnato. Sarebbe un soverchio e ingiusto sacrifizio che io t'imporrei, e di cui a me chiederebbe severo conto tuo padre, il quale può rivivere nella tua futura gloria d'artista.”

Guido chinò il capo e si tacque.

La salita intanto si faceva sempre più ripida, e i cavalli trascinavano a stento la carrozzona, eccitati dalla voce grossa e dalle frustate sonore del vetturino, sceso di cassetta. Il giovane aprì lo sportello, e saltò giù ancor egli sulla strada, dicendo a sua madre:

“Farò a piedi questo tratto di via; ho giusto bisogno di sgranchirmi un poco le gambe.”

Anna tirò giù il cristallo, per veder meglio la campagna.

“Bada che avrai freddo,” le disse Guido: “l'aria è frizzante.”

“Lascia, lascia:” rispose la donna con voce animata: “sto tanto bene; e quest'aria, anzi, mi sarà giovevole.... Vedi se non ti sembro già tutt'un'altra!”

Ed era vero che gli occhi le brillavano maggiormente, e un caro rossore era venuto a colorirle leggermente le guancie. Il figliuolo venne ad avvolgerle bene intorno alla persona lo scialle e la coperta, e poi si pose a camminare accanto alla carrozza, tenendo una mano sull'apertura dello sportello.

Dopo un poco, una viuzza serpeggiante sul fianco della collina gli apparve da quella parte appunto della strada dov'egli si trovava. Il sentieruolo s'avvolgeva graziosamente traverso una china erbosa tutta smaltata di fiori azzurrognoli, che i botanici battezzarono col nome di colchici autunnali, e i nostri montanari con poetico vocabolo, come annunziatori dei primi freddi, chiamano _freddolini_; e poi si perdeva in un castagneto.

Il giovane l'additò a sua madre.

“Quel sentiero conduce al villaggio per più breve e più ripido tragitto:” disse Anna. “Mentre la via carrozzabile gira intorno al colle, quella stradicciuola lo traversa dritto al culmine. Quando si è giunti alla cima della collina, vi si gode una veduta di paese che poche o nessuna se ne ha di più belle al mondo.”

“Allora, se tu non hai bisogno di me,” disse Guido, “io piglio questa viuzza, e ti aspetto poi all'entrar del paese.”

“Fa' pure. Giunto in alto del colle, ti vedrai il villaggio a' piedi.”

Guido fece un cenno di saluto col capo a sua madre, che gli rispose con un sorriso, e si slanciò con passo affrettato su pel sentiero, traverso la falda erbosa della collina. In poco di tempo fu, oltre il bosco dei castagni, al culmine. Come gli aveva detto la madre, vide colà aprirsi tutt'intorno una di quelle magnifiche prospettive che non si possono trovare fuorchè nelle regioni montanine. Un'infinità di valli e vallette, le une imboccando nelle altre, tutte irrigate da qualche torrentello spumeggiante, tutte vestite nel declivio da boschi e da vigne, e coperte al fondo da prati e campicelli, tutte chiazzate dal bianco di abitazioni sparse qua e là, di paeselli aggruppati più su, più giù, sulle rive dei corsi d'acqua, nelle più pittoresche giaciture. Le ombre della sera che s'avanzavano rapide, e parevano dal fondo delle valli salire su per i fianchi della montagna, la quale si ergeva al di là di questa catena bene intrecciata di colli, davano a que' luoghi l'apparenza d'un'ampiezza maggiore, e come una sublimità melanconica e grave.

Il paesello di sua madre rimaneva giusto ai piedi del giovane artista. Coll'acuto sguardo, non ostante quelle prime tenebre, egli arrivava a discernere casa per casa, e vedervi nei cortili in cui entravano i contadini a riporre i loro stromenti di lavoro, e per le finestre accesi i fuochi per cuocere la parca cena.

Guido, ansante per la ripida salita, si appoggiò al tronco d'un grosso castagno che là sorgeva, e stette a contemplare. Gli giunse allora all'orecchie il suono da morto della campana, il quale, impedito dalla costa del colle, non aveva potuto prima giungere sino a lui. Guardò fisso laggiù, e vide un ammasso di persone con ceri accesi avviarsi dalla piazza della parrocchia verso un'estremità del villaggio. Indovinò il vero e assai gli dolse, pensando al nuovo dolore che ne avrebbe sua madre. Poi pensò a quella creatura, che probabilmente era portata a seppellire in tal momento la quale per sangue a lui, Guido, era congiunta, che pure, egli non aveva vista mai, e non aveva quindi amata e alla quale se volgeva un compianto, pure non aveva lagrime da tributare.... Ma tosto si presentò quindi alla sua mente il pensiero di quella ragazza che unica era rimasta intorno alla povera vecchia, e che con la nonna perdeva tutto nel mondo.

L'idea della giovinetta abbandonata lo intenerì. «Poverina! — pensava; — ella sì che piangerà, che si dispererà nel massimo dei cordogli su codesta tomba che le rapisce ogni cosa ed ogni affetto!» E nella sua fantasia d'artista. Guido travide un'ideale di fanciulla colla ingenua grazia della prima giovinezza, atteggiata alla mossa più commovente del dolore, in quella naturale eleganza che seppe dare alle sue opere perfette, la sublimità dell'arte greca.

Allora un impeto d'entusiasmo caritatevole gl'invase il nobile animo. A sua madre ed a lui, anzi più a lui, perchè sua madre infermiccia aveva bisogno ella medesima di riguardi e di soccorsi; a lui si apparteneva di recar sollievo a sì aspra ferita del dolore che tormentava quell'anima sì nuova ancora alla vita; a lui di creare intorno alla misera derelitta un'atmosfera d'affetto, la quale di certo non poteva tener luogo di ciò ch'ella aveva perduto, ma che ne temperasse tuttavia l'angoscia; a lui il difficile ma sublime cómpito di medicare e risanare un cuore così crudelmente trafitto. Con questo accesso di zelo, scese precipitosamente la collina, e raggiunse all'entrata del villaggio la carrozza di sua madre.

“Che hai?” gli domandò la madre, che vide negli occhi di lui una luce più viva.

“Penso a Maria:” disse Guido con nuova espressione. “Povera orfana!”

“Orfana!” ripetè Anna con voce che suonò come un singhiozzo. “La povera zia, adunque?...”

Si perdevano nell'aere vespertino gli ultimi rintocchi della campana. Anna si abbandonò nel fondo della carrozza, e si coprì il viso col fazzoletto. La casa che era stata del padre di Anna, era venuta in mano di estranei; non avevano l'Anna e suo figlio dimora alcuna in quel paese, che fosse pronta ad accoglierli. Guido, salendo nel legno presso la madre, ordinò al vetturino di condurli alla miglior locanda. Colà il figliuolo volle che Anna si mettesse a letto, e capitatogli un monello, lo aveva mandato, come abbiamo visto, ad avvisare il parroco del loro arrivo.

Mezz'ora dopo, la voce del vecchio sacerdote diceva all'uscio della stanza in cui erano Anna coricata e Guido a tenerle compagnia:

“Si può?”

“Avanti, avanti!” rispondeva sollecito il giovane, e si alzava con premura a muovere incontro alle due persone che entravano.

IV.

Il parroco entrò primo, e dietro lui, tirata per mano, Maria, la quale camminava con evidente ritrosia, gettando tutt'intorno sguardi quasi atterriti coi suoi grandi occhioni selvaggi. Dopo aver chinato la sua bianca testa in un saluto a Guido e alla donna, che s'era levata con vivace mossa a sedere sul letto, il Prevosto disse:

“Riverisco, signor mio; signora, le son servo.”

“Oh sor Prevosto! La non mi riconosce più?” esclamò Anna, i cui occhi andavano cercando con desiosa curiosità la fisonomia della giovinetta, la quale, visto gente, aveva chinato il viso più che mai e lo teneva basso con molta vergogna.

“Sì, sì, certo che la riconosco;” disse il vecchio curato con ilare bonarietà nell'aspetto e nella voce; e tornando alla sua radicata abitudine di dar del voi a tutti i suoi parrocchiani: “che? non siete mutata di molto voi, e se non foste un po' smagrita e pallidina, direi che siete ancora l'Anna d'una volta.... Ma intanto eccoci qui: vi ho condotta la povera Maria.”

La madre di Guido tese le braccia alla giovinetta.

“Maria!” diss'ella con molto affetto: “vieni, vieni qui ch'io t'abbracci.”

Ma la fanciulla invece d'abbandonarsi sul seno di colei che pur ve l'invitava con sì dolce suono di voce, con sì amorevole espressione, si trasse indietro e si nascose dietro il buon prete; e siccome questi aveva lasciato andare la mano per cui la teneva introducendola, ella si attaccò ad una falda del lungo di lui soprabito.

“Su via, animo che cosa fai?” — badava a dire il curato: “va' innanzi, Maria, che queste le sono sciocchezze; qui vedi i tuoi parenti, gente che ti vuol bene, e in quella buona signora troverai una madre.”

“Sì, sì, davvero; farò di tutto per esserti come una madre;” diceva col medesimo affetto Anna, tendendo sempre alla fanciulla le braccia amorosamente.

Ma era come dire al muro.

Allora il parroco, tanto per iscusarla, mentre di soppiatto colla destra tentava di tirare innanzi la ragazza e spingerla verso il letto, disse:

“Vedete, la è un tantino selvaticuccia.... sì, anche un po' troppo, se volete.... Ma che s'ha da fare? È vissuta fin'ora in compagnia delle sue capre sulla montagna e nella casa della sua nonna, e non con altri.... E poi la è così novellina e sempliciotta, come un agnello appena nato, ve lo assicuro io; è una di quelle creature del buon Dio, che hanno la fortuna dell'innocenza.”

Per Guido, che colla sua artistica immaginazione di quella giovinetta s'era formato un tipo, fu quella una disillusione completa. I raggi delle candele che illuminavano d'una luce rossiccia la stanza, cadendo di sbieco sul corpo magro e disadatto della giovinetta, ne facevano risaltare più sfavorevolmente che mai i contorni angolari; la testa grossa, con una massa enorme di capelli in disordine, pareva una matassa arruffata senza forma e senza figura; le membra gracili e tirate avevano un'infelice durezza di linee; la gonnellucciaccia che le pendeva dai fianchi malamente sfilacciata, a brandelli, era fatta apposta per accrescere l'aspetto disavvenente della sua persona. L'avreste detta una selvaggia di quelle tribù a cui non sono concesse le soavi grazie che fan leggiadro il sesso femmineo della razza indo-europea.

“Vieni,” ripeteva ancora la madre di Guido, “siamo tuoi congiunti, noi; io sono tua cugina, e questi, che è mio figlio, è tuo cugino ancor egli.”

“Sì,” disse il giovane avvicinandosi alla ragazza e tentando di pigliarle una mano: “siamo cugini.”

Ma ella ritrasse vivamente la destra che Guido cercava, e si tirò in là.

“La è semplice, la è semplice;” tornò a ripetere il parroco, dondolando la testa, “bisognerà aver pazienza; ma è buona come il pane e ubbidiente a dovere. La nonna ne faceva ogni sua volontà.”

Poi volgendosi a Maria:

“Questi signori ti vogliono bene, sai, e tu hai da voler bene a loro. Sono venuti qui apposta per te, ed è la nonna che loro ti affida e che per mezzo mio ti comanda di amarli.”

La fanciulla nè si scosse nè parlò.

“Maria,” riprese a dire Anna con affettuoso calore, “noi ti amiamo davvero come t'amava la povera Marta.... Ah! perchè non è ella più qui a conoscer quale affetto io avessi tuttavia per lei! Ah! perchè non l'ho potuta almeno abbracciare anche una volta!...”

E sopraffatta dall'emozione ruppe in pianto.

Guido le si fece dappresso sollecito, ammonendola amorevolmente.

“Via, non far così, mamma.... Lo sai che ti fa male.... Un po' di coraggio, te ne prego.... anche per questa poveretta che certo non ha mestieri la si stimoli al pianto.”

Volse gli occhi verso la fanciulla, e il contegno come la faccia di costei parevano voler dare la più ampia smentita alle ultime di lui parole. Essa, all'udir piangere, come tirata dalla curiosità, s'era fatta un poco innanzi, sporgendo il collo, aveva levato alquanto la testa e diretto lo sguardo sul volto della donna giacente; ma tale sguardo era senza espressione, pari a quello delle pupille di vetro in una statua di cera; e Guido che lo incontrò, ebbe la mente attraversata da un subito sospetto.

“Ma questa ragazza è scema:” pensò.

Maria, accortasi d'essere osservata dal giovane, chinò ratto gli occhi e si trasse nuovamente indietro, facendosi riparo delle spalle del parroco.

“Mia buona signora,” disse questi, commosso più che non volesse lasciare scorgerlo: “le lagrime non giovano a nulla, ed è dovere d'ogni cristiano rassegnarsi alla volontà del Signore. Marta visse una vita lunga e da virtuosa donna qual'era; ha fornito molto bene la sua carriera mortale, e ora riceve il compenso de' suoi meriti. Per tutto quanto le poteva ancora importare sulla terra, che è questa poveretta, aveva posto ogni speranza in voi, Anna; e il miglior modo di mostrare a quell'anima il vostro affetto e il vostro rimpianto è di soddisfare i suoi desideri.”

“E lo farò nel miglior modo che potrò,” disse la donna vivamente; “e d'ora innanzi Maria la considero come figliuola.”

Il parroco tolse commiato. Quando lo vide avviarsi, la ragazza si mosse ella pure per seguirlo e tornò ad afferrargli la falda del soprabito, come per farsi condur seco.

“No,” disse il sacerdote, “tu devi rimanere colla tua nuova famiglia.”

Maria supplicò mutamente con uno sguardo.

“È la volontà della nonna:” soggiunse il parroco.

Allora la giovinetta lasciò andare il lembo del vestito che aveva afferrato, e chinò tanto il capo da non potersi più scorgere della faccia che l'alto della fronte. Fu messa per quella notte in uno stanzino attiguo alla camera dov'era la madre di Guido; e questa udì la fanciulla smaniare e sospirare tutta la notte, e la mattina, appena l'alba, aprir la finestra ed esporsi alla brezza, come farebbe chi avesse la testa riarsa da febbrile calore.

“La non è dunque insensibile come pare:” disse Anna a suo figlio, narrandogli ciò: “ma è soltanto timida e selvatichetta.”

La disillusione provata da Guido per le sembianze della giovinetta avevano un poco ammorzato in lui lo zelo primitivo, ma non estintolo affatto.

“È un'anima da dirozzare:” s'era egli detto. “Mia madre le educherà il cuore, ed io l'intelligenza. Sarà una grande soddisfazione e un prezioso compenso per noi il vedere sorgere da quell'animata macchina di carne la creatura intelligente ed affettiva della donna; una soddisfazione uguale a quella che provo, quando dal masso della creta veggo nascere sotto la mano la statua bella e vera. Tanto meglio che quest'infelice non abbia il fragile dono della bellezza! Il nostro interesse per lei mi pare ne sia più santo, e forse tale sventura sarà compensata in lei da interiori e più preziose virtù che si svolgeranno.”

Furono fatti vestire a Maria altri panni alla foggia cittadinesca, e quando la poveretta comparve in una veste lunga, che le si adattava al corpo magro e stecchito come ad un bastoncino la fodera d'un ombrello, la era così impacciata e goffamente ridicola che Guido non potè a meno di rompere in una risata. La giovanetta lo guardò fisso un pochino con quel suo sguardo senza luce, poi guardò sè stessa nel suo nuovo acconciamento; e, come vergognosa de' fatti suoi, fuggì via a nascondersi.

Era intenzione di Anna e di suo figlio di non fermarsi al villaggio più d'otto giorni; ma l'aria nativa, benchè la stagione fosse poco propizia, giovava pur tanto alla salute della madre, e la bellezza del paese esercitava su Guido quel medesimo fàscino che già aveva esercitato sul padre di lui, quando primamente era capitato in quei luoghi, così che decisero dimorarvi un mesetto. Si allogarono nella casetta antica della famiglia che presero per quel tempo in affitto, quella casa dove erano trascorse l'infanzia e la prima giovinezza di Anna; e Maria vi ebbe una camera dove furono raccolti tutti gli oggetti che le aveva lasciati la nonna e che le dovevano esser cari.

Colla sua nuova famiglia, la giovinetta, poco più, poco meno, era sempre quella che il primo giorno. Stava sola quanto più poteva, fuggendo tanto l'Anna quanto il giovane; innanzi a loro di rado alzava gli occhi a guardarli: si teneva impalata e immobile, come se non osasse pure trarre il fiato: non rispondeva che a monosillabi: e nè l'uno nè l'altro avevano potuto vederla piangere o sorridere o dare un segno qualunque di sentimento. Un giorno che il tempo era più freddiccio, Anna ritiratasi nel pian terreno e sedutasi sulla vecchia poltrona di suo padre presso al fuoco, s'era abbandonata a ricercare colla mente tutte le memorie del passato, e per farsi meglio sfilare innanzi alla fantasia l'immagine delle cose trascorse, aveva chiuso gli occhi e pareva dormisse. Maria entrò col suo passo felino che non si faceva sentire, e s'accostò pian piano. La salute, che tornava ogni dì meglio alla madre di Guido, le dava una leggiera tinta d'incarnato alle guancie, l'interna emozione di quel momento si rifletteva sulla fisonomia di lei in sì gentile maniera, che uno splendore di giovinezza animava la beltà di quei tratti da disgradarne qualunque più leggiadra nel fiore de' suoi anni, se non fossero stati que' fili bianchi ne' capelli e quelle finissime rughe ai lati della fronte.

Maria stette un poco a contemplarla; poi s'accosciò pianamente ai piedi di lei, appoggiò un gomito alle ginocchia e il mento sulla palma della mano, e si diede a fissar l'Anna, come se non l'avesse vista mai e volesse imprimersene i tratti nella memoria.

La madre di Guido udì un respiro più forte che pareva un sospiro, e aprì gli occhi, vide Maria in quella positura che la mirava. Acconciatasi senza soggezione in una mossa naturale, la giovinetta aveva una certa grazia quale Anna non le aveva vista mai, e in quel punto nello sguardo dell'orfana a lei rivolto, credette scorgere una intelligenza, una tenerezza che le si mostravano per la prima volta. Ma appena Maria ebbe veduto aperti gli occhi di Anna, sorse di scatto, e tornando tosto in tutta la disavvenenza dei suoi movimenti, fece atto di partirsene rossa in viso, come chi vien colto a far cosa che non dovrebbe.

Anna fu tosto a trattenerla, pigliandole una mano.

“Perchè fuggi? Ti fo io paura?”

Maria, al solito, non rispose.

“Non mi vuoi dunque bene niente niente? A me che te ne voglio tanto?... Non me ne vuoi?... Rispondi.”

“Non so:” disse con voce stentata la ragazza guardando da un'altra parte.

La madre di Guido la tirò a sè con affetto, e la baciò in fronte; Maria si era lasciata chinare verso la donna, nè riluttante, nè consenziente, e riceveva i baci con una specie di rassegnazione passiva.

“Dimmi se non sei contenta di noi; dimmi se hai qualcosa di cui dolerti, se desideri alcunchè. Io voglio che tu sii lieta e contenta. Ma perchè taci sempre e non rispondi mai alle mie dimostrazioni d'affetto? Tu non mi hai ancora restituito pure un bacio.”

La giovinetta si divincolò, e non con garbo, dalle braccia di Anna e disse con un accento di espressione indefinibile, che non poteva dirsi se fosse ammirazione, invidia, o ritrosia, o scioccaggine:

“Siete troppo bella, voi!”

Maria aveva creduto di dover tornare a tutte le abitudini che aveva prima della malattia della nonna; e il suo primo pensiero era stato quello di andare di nuovo sulla montagna, colle capre alla pastura. Guido aveva messo in pratica tutta la sua abilità persuasiva per farle capire che quel genere di vita era affatto finito per lei e che ne incominciava un altro tutto diverso.

La selvaggia fanciulla, sempre taciturna a suo modo, vi si acconciò colla buona voglia di chi fa un sacrifizio che gli sia imposto. Il giovane artista avvisò che non c'era tempo da perdere per cominciare l'istruzione fin'allora troppo trascurata di questa fanciulla che omai toccava l'adolescenza; e vi si applicò senza ritardo con tutto l'animo, chiamando in soccorso del suo buon zelo tutta la pazienza di cui poteva disporre. Ma per quanto fosse in lui quest'ultima, la mala voglia e la cocciutaggine della ragazza erano ben maggiori. Ella non si ribellava mai, ma si accostava allo studio come una vittima rassegnata al supplizio; si rinserrava in un silenzio timoroso e selvaggio, e a qualunque cosa le dicesse il giovane maestro, non dava risposta, ma lo guardava collo sguardo attonito dei suoi occhi larghi, che diceva chiaro ella non capir nulla. Guido provò di tutto per ismuoverla da quella passività inintelligente: rimostranze ed amorevolezze, incoraggiamenti e rampogne, anche preghiere, e, non potendone più, la collera. Tutto si spuntava contro il mutismo caparbio della giovinetta.

“Non è una creatura umana quella lì:” esclamava Guido allo stremo affatto di pazienza: “è un macigno. Affè che i marmi delle mie statue hanno più sentimento e più intelligenza!”

Trascorso il mese, si dispose tutto per tornare in città. Maria sapeva che stava per abbandonare quel paesello che doveva pur essere l'unico amor suo; ma non fu mai che in presenza d'Anna o di suo figlio manifestasse uno sfogo di dolore o solo un rimpianto. Rinchiusa invariabilmente nella sua atonia, guardava tutti i preparativi che si venivan facendo con quella sua aria balorda, di cui Guido aveva finito per indispettirsi maledettamente, e la si faceva più taciturna che mai.

La vigilia della partenza, verso l'imbrunire, Maria sparì di casa: e Anna inquieta, dopo due ore ch'ella mancava, mandò Guido e pregò i vicini andassero a cercarla di qua e di là. Dopo aver girato assai tempo, la trovarono finalmente a notte chiusa, che se ne usciva tutta tranquilla dal cimitero, colle traccie nei panni, alle ginocchia, sulle mani di chi si è prosteso sulla terra e vi è rimasto a lungo.

“Che cosa hai tu fatto?” le chiesero solleciti.

“Sono andata a dare un bacio alla nonna:” rispose ella con quella sua aria di astrazione stordita.

Nè Anna, nè pur Guido medesimo, meno tollerante, ebbero coraggio di farle una rampogna.

Alla partenza, quando le toccò salire in carrozza, Maria ebbe il viso sconvolto da una di quelle contrazioni che rivelarono il suo dolore alla morte della nonna; seduta a lato di Anna, la si tenne sempre col capo sporgente in fuori a guardare il paese, le colline, la montagna, i campi; e quando per la lontananza le si confusero alla vista tutti questi oggetti, allora si ritrasse vivamente, si accasciò, per così dire, nel fondo della carrozza, e mandò quella specie di grido soffocato o di gemito inarticolato che pareva essere in lei l'espressione suprema del sentimento.

E fu tutto.

V.

All'inverno, in città, le relazioni fra Guido e Maria, invece di farsi più intime, erano venute diminuendo di famigliarità, come anche di amorevolezza. A breve andare era sfumato affatto lo zelo di Guido per istruire la cuginetta, e perchè egli era stanco della durezza d'intendimento della ragazza, e perchè ritornato alle sue occupazioni artistiche e agli spassi della vita cittadinesca. Con Maria e' non si trovava più che all'ora del desinare, dove ella non parlava mai, fuori che quelle poche e volgari parole che erano necessarie: e quando Guido recavasi a stare un poco in compagnia della madre, per uno di quei confidenziali, amorevolissimi colloqui, a cui erano avvezzi, e in cui si trovavano tanto bene ambedue, la giovanetta, la quale di solito non si staccava mai dall'Anna, sentendosi d'impaccio in tali momenti e messa in gran suggezione dalla presenza del cugino, era lesta a rizzarsi, pigliare il lavoro e ritirarsi nella sua camera.